venerdì 28 dicembre 2007

Natale a Timor Ovest

L'intruso e' penetrato dalla finestrella, sfruttando il buio. Pensando forse che dormissi. Ma purtroppo per lui ero bello sveglio. Così quando l'ho visto entrare, scivolare furtivo lungo la parete della stanzetta e sistemarsi vicino alla porta del bagno, ho trattenuto un sussulto mettendo mano al coltellino. Poi ho acceso la luce, e l'intruso si è fermato. "Stai calmo - gli ho detto - che' se fai il bravo non ti scuoio. Anzi, viste tutte le falene, le mosche, i ragni e le zanzare che ci sono qui dentro potresti farmi anche comodo. Per cui stabiliamo le regole d'ingaggio: io non posso evitare che tu entri quando vuoi, ma se durante la notte mi accorgo che mi passeggi sul viso, ti ficco questa lama nelle budella e mi faccio un borsello nuovo". Con tutti i suoi trentacentimetri grigi a pois bordeaux e quella testa grossa come una noce pesca, il geco si e' risentito. Prima che arrivassi io, quell'ambiente era il suo reame. Ma fra le tre soluzioni proposte da Jeff ho scelto di dormire nel salone di bellezza di famiglia, quello intitolato alla nonna. Si chiamava Pella Papaja, ma siccome il nome era troppo lungo per l'insegna, il negozio l'hanno chiamato semplicemente Pella Pa. Quando non e' chiuso per le feste, oltre ad sistemare i capelli di uomini, donne e indecisi cronici, al Pella Pa di Kupang si vestono e si acconciano le spose, si organizzano servizi fotografici e viaggi di nozze. Dietro la saracinesca gialla si aprono tre ambienti ricolmi di vestiti bianchi, istantanee affatto spontanee e fiori finti. In fondo ad ogni stanza c'e' un camerino. E quello piu' grande, accessoriato con un bagnetto alla turca senza acqua, diventa per i tre giorni a cavallo di Natale la mia dimora timorese. Che divido con una bestiolina viscida.
I giovani dell'isola spaccata a meta' dalla guerra del '99 si tingono i capelli nei colori piu' appariscenti, dal fucsia al cobalto. Gli adulti masticano il betel, come gli indiani. Per questo hanno le labbra e i denti coperti da una patina poco attraente di rosso. Tutti insieme, invece di salutarsi con una stretta di mano o con un bacino sulla guancia, si strofinano i nasi. Il primo a propormi la punta del suo e' il papa' di Diana. Lei fa la meteorologa, nel 2006 ha vinto un concorso di "bellezza e intelligenza", ed e' stata eletta miss Nusa Tenggara orientale. In qualita' di ragazza piu' attraente di tutto l'arco indonesiano che va da Sumbawa a Timor, Jeff ritiene che se proprio a me gli uomini non piacciono lei possa fare al caso mio. Quel che non mi dice e' che la famiglia di Diana aspetta da tempo un partito all'altezza di cotanta figliuola. Percio' quando mi accompagna nella casetta alla periferia di Kupang, davanti ad una tavola imbandita con sei tipi di carni, ci aspettano parenti di quattro gradi pronti ad investirmi del ruolo di principe azzurro. Cosi' passo la vigilia sorvegliato da ventotto sguardi indagatori, estasiati, giudicanti, speranzosi, tutti addosso.
"Tanto il cane non lo mangio". Metto pero' subito in chiaro. "E' vero che anche altri animali domestici provano paura e dolore, che forse nutrono addirittura forme di fedelta' e fiducia verso l'uomo. Ma nei cani e' la quantita' e la qualita' dei sentimenti che e' diversa. Nei cani c'e' amicizia e riconoscenza, affetto e rancore, gioia e tristezza, noia ed eccitazione. Non solo e' crudele allevare una creatura in grado di provare queste emozioni allo scopo di mangiarla, ma e' il tradimento della sua fiducia incondizionata che diventa un atto vile, deprecabile e disumano". Staccando gli occhi dal piatto, incrocio uno sguardo trasognante, pieno di stelline luccicanti. Come quello di Candy Candy. "Falla finita, Jeff!".
La notte di Natale sogno che dopo aver portato la pace nel mondo, Santa Claus mi recapita una doccia calda, un letto vero e una vasca di tiramisu'. Finche' una specie di grugnito non mi riporta alla realta'. Nel dormiveglia mi ricorda il verso del maiale che ogni alba si affaccia alla finestrella e anticipa il canto del gallo, ma stavolta dura molto meno. E' la porta che raschia il pavimento. Faccio appena in tempo a coprirmi le gambe con un lenzuolo che il geco, preso dal panico, attraversa tutto il materasso saltandomi sopra. "Dario! Dario!". La voce di Jeff e' piu' lamentosa del solito, e dietro al padrone di casa c'e' un tipo smilzo con un cappellino da baseball. "Sono le quattro e un quarto, Jeff, che cosa vuoi?". "Ti presento il mio amico Erick, quello che non e' venuto a Flores". L'acuto finale e' piu' arricciato del solito, Jeff ha bevuto, forse ha anche pianto. "E' proprio necessario che me lo presenti adesso?". "Uffa, si'. Perche'...ecco... lui e' venuto qui per spiegarsi... Puoi dirgli quella cosa che hai detto a me l'altro giorno?". "Che non ho mai visto uno imbranato come te alla guida?". "Noo! Quell'altra". "Che sei maturo come mio nipote di 4 anni?". "Nooo! Daiiii... Quella sulla base materiale dei rapporti, sulla reciprocita', sui... dai che non mi vengono le parole". "Jeff, digli che io gia' non capisco come faccia uno a preferire un corpo maschile ad uno femminile. Figuriamoci quando il corpo maschile e' il tuo".
Il giorno dopo le visite alle famiglie di Kupang raddoppiano. Tenendoci sempre abbondantemente sotto i 25 chilometri orari, rechiamo visita due volte ai Papaja, una ai genitori di Diana, una a quelli di Iman, una a quelli di Randy e finiamo anche per sgranocchiare riso in bianco e pollo fritto da una coppia di parrucchieri che vive in una baracca del campo profughi. Il giro di auguri e di chiacchiere natalizie, compresa una lunga e improduttiva dissertazione di carattere relativistico-ecumenico col nonno di Iman, finisce in piena notte, sotto il solito diluvio. L'indomani Jeff mi sveglia alle 4, un'ora prima del bus per Timor Est. "E' incredibile. Ne sai piu' tu di me..." "Falla finita, Jeff". "Dico sul serio... non capisco come si possa cambiare cosi' tanto la vita..." "Falla finita". "...di una persona in appena tre o quattro giorni". "Falla finita Jeff, tanto un bacio non te lo do".

lunedì 24 dicembre 2007

Wicked games

Strappando la plastica a protezione del mio ultimo libro, l'edizione francese di Voyage au bout de la nuit rimediata in un chiosco dell'usato di Banglamphu, Jean capisce che il mio sopracciglio vorrebbe una spiegazione. Prima pero' cerca un'ultima conferma. E la trova a pagina 367. "Ecco, e' proprio quello. E' proprio il testo che ho venduto io a meta' ottobre, nel giorno piu' brutto della mia vita". A Flores le scarpe sono rare quanto i telefoni e gli ombrelli. Le persone camminano per lo piu' scalze, e quando il cielo scarica i suoi pesanti acquazzoni si aggirano per ore scalze nel fango con le ceste poggiate sulla testa e il bestiame al seguito, riparandosi sotto foglie di banano lunghe e resistenti. Le strade di Flores sono asfaltate. Ma e' il territorio che e' cosi' selvaggio, ondulato e impervio da aver obbligato gli olandesi a disegnare curve cieche che risulterebbero difficili da domare anche per una vettura da rally. on esiste una strada costiera. Per coprire i 257 chilometri fra Labuhan Bajo e Bajawa ci vogliono piu' di nove ore. Per i 160 fra Bajawa e Moni, ai piedi dello spettacolare monte Kelimutu, circa sette. Ma per fortuna riesco a strappare un passaggio ad una coppia in auto, ne risparmio una abbondante e visito anche i villaggi di Bena e Wogo. I veicoli pubblici, i bemo, che scorazzano per l'isola indonesiana a maggioranza cristiana trasportano indifferentemente mucche, famiglie e aratri, sono compatti, colorati dagli adesivi che tappezzano i lunotti anteriori con nomi di sportivi (europei) e cantanti (americani) o con passi della Bibbia, ma sulla fiancata sono spesso marroni. Dettaglio che non dipende dalla pioggia torrenziale o dai frequenti smottamenti, ma dalla debolezza degli stomaci degli indonesiani. Per i quali l'insostenibile conato di vomito arriva sempre prima della busta di plastica. A Moni mi sistemo nella casetta senza luce e acqua di Maria, che oltre a me ospita un ragazzo francese che ha imparato l'italiano leggendo Dylan Dog. E che per questo mi racconta la sua storia in francese, dopo essersi rasato al buio ed essersi lasciato una voglia di barba a forma di vela fra il lato della bocca e il mento. "Avevo deciso di partire - la sfumatura marsigliese mi arriva all'orecchio mentre inzacchero l'infezione ad un dito del piede col Rivanol, l'unico rimedio che mi hanno saputo proporre su l'isola, un medicamento giallo paglierino con le stesse proprieta' curative dei prodotti di Vanna Marchi - percio' mi ero liberato del libro di Celine. A Bangkok avevo trascorso giornate indimenticabili in compagnia di una ragazza inglese di origine thailandese fumando yaba, una specie di anfetamina. Ma in quella sostanza ci dev'essere qualcosa che alla lunga ti rovina, perche' io la reggevo bene, mentre lei - che ne faceva uso da tempo - ogni tanto perdeva il controllo e si trasformava in una bestia in preda alla paranoia. Anche per questo avevo deciso di svignarmela senza avvisarla. Per la prima volta da quando ero in Thailandia ho chiamato un tuk-tuk chiedendo di portarmi in stazione. Ma il conducente mi ha scaricato invece all'imbocco di un vicolo cieco, dove sono stato aggredito e derubato da due malviventi che mi hanno portato via quasi tutti i contanti e mi hanno sottratto la carta di credito, forzandomi a ritirare tutto quel che potevo. E a darglielo. Frustrato e incazzato non mi e' rimasto che tornare in ostello. Dove lei e' uscita di senno: ha capito che me ne ero andato senza nemmeno avvertirla e dopo una discussione accesa ha cominciato ad incidersi le braccia con un coltetto da cucina minacciando di chiamare la polizia e di denunciarmi per quegli sfregi se non le avessi promesso che sarei rimasto a Bangkok con lei. Dopo averla rassicurata, e aver tamponato l'emorragia, sono riuscito a strapparle il coltello e a buttarlo dalla finestra e dalla reception ho chiamato un'ambulanza. Nel frattempo, pero', lei mi ha sottratto il passaporto e il bancomat. Il primo sono riuscito a recuperarlo, il secondo no. Ho dovuto aspettare 3 settimane in Laos che me ne arrivasse uno nuovo. Ma qui non funziona mai: in poche parole sto nella merde". A giudicare dallo stato del dito del mio piede e dall'incertezza sul mio futuro, potrei dire lo stesso di me. Da Bali in poi ho cercato inutilmente informazioni sulle navi tra Flores e Timor. Ma al telefono non ho mai ricevuto risposta. E di persona ho raccolto solo tante contraddizioni. Un presunto esperto mi ha parlato di traghetti programmati il martedi' e il mercoledi', un altro il giovedi' e il sabato, passando per Ende ho raccolto una voce che metteva in ballo anche il lunedi'. Secondo la guida il giorno giusto e' il venerdi'. Senza contare gli inguaribili ottimisti, secondo i quali di navi ce ne sono quante ne voglio e gli iperscettici che non prevedono piu' di un ferry ogni due settimane. Sulla durata della traversata si oscilla fra le 3 e le 30 ore, mentre sulla sicurezza dei mezzi in rapporto alla stagione delle piogge e ad onde che raggiungono gli otto metri di altezza, si va dal "vai tranquillo" all' "e' meglio se lasci perdere".
"Ho la soluzione per te" mi dice una voce, mentre non ho finito di avvolgere il dito in un kleenex e da Maria non e' ancora ritornata l'elettricita'. L'inglese e' sicuro ma imperfetto, il timbro e' profondo ma sul finire delle parole la voce si arriccia su un acuto lamentoso. E il tono e' reso leggermente ridicolo da una somma di difetti fonetici, e comunque a Moni la gente mormora parecchio. Jeff e' indonesiano di nascita, ma da un lustro vive a Gold Coast. Era tornato dall'Australia con l'intenzione di stabilirsi nella sua Timor ed aveva progettato una vacanza a Flores con un suo amico. Ma Erick all'aeroporto non si e' presentato. Cosi' a Jeff - che "non ha mai fatto un viaggio da solo" - avanza un biglietto aereo per tornare a Kupang, sull'isola di Timor. Se lo voglio e' mio. "Solo amico?". Gli chiedo, cominciando a prendere tempo gioca`ndo a completare il puzzle. "Cosa intendi?". "Flirtavate?". "E tu come lo hai capito...?". La proposta e' fortemente indecente, e l'offerta di Jeff mi tenta molto piu' di quanto lui vorrebbe tentare me. Forse non imparero' mai ad affrontare una situazione, un problema alla volta. Ma fra i tanti insegnamenti della maratona, quello piu' immediato e ricorrente e' che l'ultimo chilometro e' il piu' semplice. Di nave indonesiana ne manca solo una, che parte di domenica. Nell'unico giorno non quotato. Non so quanto duri la traversata dello stretto fra Flores e Timor. Oltre ad una serie di quarti d'ora sabbatici, nell'orologio uzbeko la tacca delle tre si e' spezzata e si inceppa fra le lancette. I locali consumano il viaggio impalati davanti ad un televisorino sintonizzato su SCTV che trasmette un telefilm nel quale il protagonista viene picchiato da due brutti ceffi poi viene infilato in un sacco e gettato in un fiume. Dove galleggia (...) finche' non arriva l'eroina (nel senso di eroe al femminile) a salvarlo. Segue il programma Kriminal e Selebriti, un contenitore sui vip indonesiani che infrangono la legge e finiscono dietro le sbarre. Quindi Crying Freeman, sottotitolo "piange quando uccide" - una pellicola nobilitata dalla performance di Mark Decascos. Infine una partita di calcio che seguo per 14 minuti, contando piu' di cento passaggi sbagliati e nessun tentativo di avvicinamento all'area di porta avversaria. Personalmente mi attira di piu' il cartello di fianco, su sfondo bianco con scritte gialle e blu e un'illustrazione in quattro fasi che spiega CARAMEN GENAKAN PENOLONG. Come indossare il life jacket.
"No water, no water". Che a bordo non ci fosse acqua, potabile o meno, lo davo per scontato. Quel che non immaginavo, avendo visto un sacco di gente sbucare da un angolo con la patta ancora aperta, e' che non ci fosse un bagno. Sulla nave si fa come come in un parco di Donetsk qualsiasi.
Qualsiasi cosa avessi deciso sapevo che il 24 dicembre, arrivando a Kupang, mi avrebbe aspettato Jeff col suo ciuffo avorio e verdeacqua. Quel che non potevo immaginare e' che Jeff sarebbe stato in compagnia di Andy, con la sua striscia blu sulla capigliatura, Randy, con un cespuglio ramato, e Iman, coi colpi di sole color carota. Quel che non sapevo, insomma, e' che avrei trascorso Natale coi Beehive di Timor.

giovedì 20 dicembre 2007

Born to be wild

Poggiato il piede sull'ultimo scoglio del porticciolo di Labuhan Bajo, un ratto lungo come uno yorkshire e veloce come una lepre mi sfila davanti ai piedi. Ma non riesce a farmi staccare lo sguardo dalla barchetta che mi deve portare a Rinca. Un vecchio fagiolino a doppio bilancere, largo un metro e interamente in legno, con un teloncino afflosciato sulla testa e un timone che si regola con una cordicella avvizzita. Non c'e' cabina, e le uniche parti metalliche sono costituite da una ventina di bulloni, dalla leva del cambio, dal vecchio motore, da un cacciavite infilato a mo' di perno per bloccare due assi e da una pinza per ogni evenienza. Tutto lungamente arruginito. Il terzo mondo andrebbe universalmente ridefinito come l'insieme di luoghi refrattari alla rottamazione, dove un attrezzo consunto non si butta e non si sostituisce ma si ripara, si ricicla, si riamina e si riutilizza, finche' nuovamente si sfibra, si sfinisce, si strapazza e il ciclo vitale di ogni suo componente si esaurisce definitivamente. Nel caso di una barca, il ciclo esaurisce quando affonda. Il molo di Labuhan Bajo e' pieno di imbarcazioni cosi', ma nessuna pretende di navigare per tre ore in mare aperto. Nessuna, tranne quella del capitano.
"Non c'e' il giubotto salvagente?" chiedo al figlio del pescatore che mi ha dato la sua disponibilita' quando ho cercato un passaggio per l'isola che ospita i draghi di Komodo. Le mini crociere che partono da Bali e Lombok non sono alla portata delle mie tasche e ancor meno delle mie intenzioni, mentre i tour di un giorno organizzati da Flores oggi sono a secco di turisti. "Perche', non sai nuotare?" mi provoca il ragazzino. Che poi, mentre salgo a bordo del natante zavorrato da tutti i miei averi, specifica: "...oggi e' anche una bella giornata!". A voler capovolgere il senso significa che i problemi sorgerebbero in caso contrario. Infatti, quando superiamo il primo promontorio, una perturbazione oscura il cielo. Nel volgere di pochi minuti raffiche di vento si alzano con violenza e increspano la superficie dell'acqua, la pioggia cancella ogni prospettiva visiva, il mare ruba la tonalita' agli abissi e le splendide colline di velluto beige si nascondono dietro una coltre di nebbia come fantasmi neri dietro una tenda impolverata. L'imbarcazione regge l'urto delle onde laterali, coi fasci di canne di bambu' che bilanciano l'arrivo della schiuma da destra come da sinistra. Ma quando la tormenta risucchia l'acqua davanti a noi, la poppa sembra sprofondare nella voragine, e ne esce indenne solo dopo aver imbarcato secchiate di mare e aver prodotto il gemito stridente della bestia maltrattata. "Some of this shaky and dangerous vessels have sunk, with tourists on board" racconta la guida, che altrove aggiunge: "...make sure the boat is not too small. There have been shipwrecks which the people on board were lucky to survive". Nella cronistoria di un affondamento, lo shipwreck e' il decorso del sink. L'istinto mi suggerisce di avvolgere soldi e documenti in una busta di plastica, la ragione di non dimenticare che se non e' incoscienza, il coraggio sta solo nella valutazione corretta del pericolo, nella determinazione ad essere piu' freddi della suggestione. E che quando non e' un indispensabile meccanismo di autodifesa, la paura e' soprattutto un vile cedimento dell'intelligenza. Oltre al fatto che le guide sono per deformazione obbligate ad elogiare il nulla e a seminare preoccupazioni su tutto. Guardo il capitano in cerca di risposte e lui - in un certo senso - me ne da'. Scoperchiando due listarelle il suo sorriso si trasfigura in una smorfia di preoccupazione. Il motore bofonchia, sommerso quasi per meta' da mezzo metro di acqua. Arrivata li' non so come, ma sicuramente troppa. Non so se dobbiamo salvare il motore o noi stessi, mi basta immaginare che le agenzie che offrivano "avventure" a 2 milioni di rupie non proponevano di ritrovarsi zuppi per la pioggia, sculacciati dalle onde e ridotti con un secchiello arancione col manico di alluminio a svuotare una stiva nella quale il pescatore aveva appena liberato la sua vescica. Poi una sassata, come un colpo di mazzafionda, ci distoglie dal lavoro di idrovore e richiama la nostra attenzione verso la prua. Alla vista del danno mi parte un sentito "Fuck me!". Alle parolacce altrui si ricorre quando non si parla la propria lingua da un bel pezzo o quando si sono esaurite tutte le scorte, comprese porca pupazza e mortacci stracci. Nel mio caso per entrambi i motivi. La stessa ondata che ha lacerato definitivamente il telo di protezione ha fatto saltare il cacciavite che fungeva da perno. Un'asse di legno sul fianco destro penzola verso l'interno della piroga come un cerotto usato. Adesso imbarchiamo acqua anche da li' e soprattutto tendiamo ad inclinarci verso quella canna, sempre piu' sfinita dal sovraccarico. Con la mano libera dal contenitore indico al capitano la costa, chiedendogli perche' mai non ci avviciniamo. I miei occhi sgranati urlano probabilmente anche l'intercalare cazzo. Senza offesa. La sua risposta e' negativa, quel tratto di costa e' piu' pericoloso del mare aperto perche' pieno di scogli affioranti. Rischiamo di andarci a schiantare. Non vedo la differenza, ma con le braccia irrigidite dal freddo, le mani indurite dalle ondate che si infrangono sulla schiena, i muscoli accaldati dall'adrenalina e la testa sollecitata dalla pena di far soffrire qualcuno, riempio e svuoto, svuoto e riempio. E forse da qualche parte, in qualche modo, prego. Riempio e svuoto, svuoto e riempio finche' il livello dell'acqua si riduce vistosamente e dopo trequarti d'ora di tormenta, dietro l'ennesimo promontorio, si snoda la baia di Rinca. Dove le onde sono carezze e la pioggia ci da' tregua. Da tempo assodato che i miei figli - se mai sarò tanto scellerato - in vacanza non andranno piu' in la' di Ladispoli, il giorno del mio onomastico stabilisco ufficialmente pure che durante le ore calde si torna a casa. E che se pranzano con piu' di un panino, per il bagno devono aspettare la fine della digestione. Le sei di pomeriggio.
Sara' l'aria particolarmente telegenica del sopravvissuto, sara' per non essere inferiori alla CNN o piu' banalmente perche' sono l'unico straniero sull'isola assieme ad un signore tedesco di nome Rudi, ma la troupe di TTV (dove la prima T sta per Trans, ma nel senso di transnazionale, la seconda T sta per Tele e la V per Visione) mi ingaggia per un'oretta. Dopo avermi intervistato ("Cosa pensi si dovrebbe migliorare sull'isola?", "Ripristinerei il traghetto di linea...") e ripreso mentre scalo un'altura, il pezzo forte di quel che devo fare me lo mostrano quando incrociamo un gruppo di draghi: un cucciolo, due giovanotti e uno grandicello. Anzi, spaventoso. Un cannibale di due metri e mezzo per un quintale di preistoria giunto fino a noi senza nessuna forma di rispetto o di timore nei confronti del genere umano. "Ecco, mettiti qui" mi propone la giornalista del gruppo, mentre un tecnico traccia con un bastone una linea a tre metri dai varani. Il 27 dicembre 2007, di prima mattina, vado in onda sulla tv indonesiana mentre zuppo di acqua e sbiancato dal pensiero di dover tornare in qualche modo a Labuhan Bajo fotografo quattro draghi di Komodo. Senza riuscire a scrollarmi di dosso il dubbio che quella linea sia troppo vicina, e che gli amici di TTV vogliano soprattutto procurarsi uno scoop. La diretta del bianco sbranato.

mercoledì 19 dicembre 2007

Message in a Tube

Dal momento che anche i lettori - amici, colleghi o passanti che siano - hanno un'anima... ecco il post che mancava! Se per questo Natale, e poco oltre, volete inviare auguri, messaggi, insulti, denunce, citazioni, proposte di matrimonio, videopoemi, scene di sesso spinto, strali, invettive, fatture, iettature voo-doo e quant'altro al Marco Polo de'Noantri... eccovi accontentati: inviate l'idirizzo web del video o mandate il tutto a info@dariodiviaggio.net e la nutrita redazione del celeberrimo sito provvederà alla pubblicazione!

Qualcuno ha già cominciato...


Message n.1 - From l’Ideologo, il Banale, Orazio Pennacchioni, Laura
O.P., Chiaretta & il Biondo


Message n.2 - From AlexByOne, Pippiano, Igor & il Panettone-Tettone


Message n.3 - From Federico, Ettorino, Luca, Alex, David,
Pippiano, Igor & Checco Brothers.


Message n.4 - From Dario e Alessandro.


Message n.5 - From Daniele e Riccardo.


Message n.6 - From Ilaria, Donato, Flora, Lele e Valerio alla ripresa in sensurrounding...


Message n.7 - From Antonio, Luce ed Allegra.


Message n.8 - From Qui, Quo, Qua & Sister

sabato 15 dicembre 2007

Smoke on the water

"I think it's the ocean... I love Biarritz when the sea it's so frightening that it turns people to stone. The Atlantic there is really unforgiving, and ruthlessly cruel. You can feel it calling you.... But people in Biarritz...nothing freaks them out...they're the most tolerant and easy going people in Europe ".
Gia', talmente easy going che la famiglia cui ero stato assegnato per quella vacanza-studio non si presento' in stazione a ritirarmi. Meglio dell'anno precedente, quando m'era toccato l'ubriacone inglese disoccupato che mi faceva morire di fame. Ma a ripensarci bene c'era quasi tutto, in quell'estate di mezza vita fa in Francia. Lo sciopero dei treni, la sistemazione di fortuna in casa dell'ultima coppia rimasta sulla banchina, due notti molto easy going sul tappeto della camera occupata gia' da un austriaco e da un milanese. E quella frequentazione con la tipa di Torino che non andava oltre la confidenza perche' - come mi ripeteva l'amica del cuore - lei era fidanzatissima. Salvo poi essere meno fidanzatissima quando si faceva sotto il moro di Rossano calabro. E poi il torneuccio di tennis, la maglietta-ricordo assegnata in qualita' di "piu' simpatico del gruppo", e soprattutto quella svizzera. Nella parabola di uno disperso in un labirinto di idee non c'e' nulla di piu' automatico di un'infatuazione. Arriva quando la solitudine ha esaurito la sua spinta inerziale, il cuore ha completato l'orbita attorno a se stesso e l'animo ha bisogno di nuove e piu' irraggiungibili ragioni per convivere con la purezza delle sue aspirazioni. E alimenta sogni a costo di produrseli da solo. Riemipimento coatto dei vuoti interiori. Espulsione dell'emotivita' in esubero. Autodifesa attiva e contrattacco puramente teorico. In piu', da Biarritz, all'inarrivabilita' del desiderio s'e' aggiunta quella costante estetica attorno alla sostanza immaginata. La cornice nera illuminata da due laghi celesti. Quando l'istinto chiama tanto spesso lo stesso numero non c'e' casualita': sara' che un tempo ero attratto dal confronto con la terra, ora sento il bisogno del complemento del cielo. E sara' pure il caso che mi schiodi da pagina 61, se no un libro che ne ha 930 mi invecchia fra le mani. "Siamo arrivati". Appena riaffondo le pupille su Shantaram, la ragazza che siede davanti a me, quella che per tutto il tragitto fra Denpasar e Ubud ha cercato di addomesticare la gonna imbizzarrita dal vento, mi trascina giu' dal bus con una nota transalpina. "Da dove vieni?". " Du sud-ouest, des Pays Basques... Tu connais Biarritz?".
I cercatori di onde hanno scoperto le spiagge di Bali trent'anni fa. L'isola a forma di pesce, di sottomarino o di impronta di scarpa da donna, abitata per il 94% da induisti, e' diventata in fretta la Mecca dei surfisti anglosassoni. E da paradiso della tavola, nel giro di un paio di lustri e' assurta al ruolo di frontiera esotica del turismo di massa. La gente del posto e' brillante ma cordiale, con quel foulard in testa pittoresca quanto serve, la storia ha lasciato tracce monumentalmente tangibili, il clima umido e' mitigato dai rilievi dell'interno, la varieta' dei paesaggi in rapporto alla superficie dell'isola e' impressionante. I suoi templi sembrano spuntare dalla vegetazione in uno sfondo di vulcani, risaie e canyon. Nel verde piu' scuro ma a pochi minuti da barriere coralline e coste bianche, lunghe e in qualche caso ancora sufficientemente immacolate. E poi - o meglio, per questo - c'e' un aeroporto internazionale che scarica stranieri da quattro continenti senza neanche pretendere da loro la fatica di uno scalo. "Fino ad oggi conoscevo solo un australiano che non c'era mai venuto - mi dice James di Perth mentre il ferry preso a Giava sta per attraccare nel buio di Gilimanuk - ed ero io". L'atmosfera di Bali e' meno sfacciata dei posti di mare thailandesi, ma l'evoluzione e' similare. Per le strade di Kuta, il centro della vita notturna degli stranieri a torso nudo, ad ogni passo ti senti proporre una cerbottana di Kalimantan grossa come un kalashnikov, un taxi, un cambio in nero, un massaggio, una donna o un allucinogeno, in un climax trasgressivo da liceo classico. E siccome il target di un posto si desume facilmente dalla mercanzia in vendita, non e' un caso che negli stand campeggino adesivi da attaccare su auto e moto australiane con messaggi di gran classe tipo "don't laugh - my other ride is your mother", "suck my cock - vomit", "lick my bucklet crueth", "tongue my ass" (quest'ultima un plagio della precedente) o "unless ur goin 2 lick it - get off my ass".
L'isola che se dormi poco assume addirittura le sembianze di una pistola laser, e' separata da Giava da uno stretto pari a quello di Messina, ma una cultura fortemente diversa e fortemente difesa, una frequentazione piu' eclettica e una fama planetaria ne hanno fatto un piccolo mondo a parte. Dorato ed esplosivo. Quel che Bali rappresenta ha irritato i soliti facili alla furia iconoclasta, che hanno fatto deflagrare due ordigni nel giro di tre anni e hanno mandato al rogo quasi trecento infedeli. Le bombe esplose a Kuta nel 2002 e nel 2005 (senza contare i 14 morti nelle Chiese di Celebes nella notte di Natale del 2000 e gli attentati nella capitale, al Marriott nel 2003 e all'ambasciata Usa nel 2004) hanno raffreddato i rapporti tra Jakarta e Canberra e spinto all'introduzione di misure come il controllo dei documenti e dei bagagli nelle porte di accesso. E anche nei luoghi del divertimento sfrenato hanno lasciato un'aria leggermente appestata dalla normalita' che non intende ritornare, della recessione turistica che sembra irreversibile, e ha lasciato una specie di stele che ricorda gli attentati. Invece delle loro vittime.
A Kuta arrivo dopo mezzanotte, spinto da Okil - che di mestiere fa il poliziotto e per hobby insidia le straniere - che mi promettere un documento "segretissimo" sulla conferenza sul clima che il giorno dopo trovo sulle prime pagine di tutti i giornali. Non avendo altri interessi nella zona di Nusa Dua, dove si discute e si protesta, dopo una breve notte proseguo per Ubud, la cittadina dell'interno famosa per essere la culla della cultura balinese. Quando le coste sono state assalite dagli stranieri, e' li' che si sono rintanati gli artisti, attratti dal fresco e da dintorni soavi che istigano alla pittura. Anche se la concentrazione di ateliers, boutiques, gallerie e cafe' e' sproporzionata rispetto al numero degi visitatori, Ubud mantiene uno stile dignitoso, prospero e curato. Forte del buon gusto che ammanta anche le copie delle statue rivestite di muschi, il santuario delle scimmie e l'ultimo cortile della piu' piccola guest house, e' diventata la seconda casa di tanti occidentali. Arrivando nella cittadina conosco Marine di Biarritz, che a Ubud lavora da poco ma ne sa abbastanza da proporsi come Cicerone fra i meandri di un museo annesso ad un resort cosi' di lusso che tre persone sono addette quotidianamente solo alla preparazione delle decine di composizioni floreali quadricrome disposte secondo i punti cardinali su una base fatta di foglie di gelso da offire agli dei assieme ad incensi e biscottini. Marine mi invita anche ad assistere ad una ipnotica rappresentazione teatrale nella quale solo l'unico ospite. Nella danza tradizionale balinese la musica e il corpo procedono a scatti, in un crescendo di pathos vagamente sconvolgente. Gli occhi, i piedi e le mani, tutte le estremita' corporee, si tendono come per percepire ogni piu' sottile vibrazione del mondo, ogni atto e' enfatizzato, i movimenti risultano allucinati, trasmettono l'angoscia dell'esistenza, succhiano positivita' ma rilasciano energie. Ma chiedere al coreografo e al direttore dello spettacolo dettagli sulla filosofia e la concezione della vita e della morte che ne stanno alla base o ragguagli sul rapporto fra lo spazio interiore ed esteriore, non fa che aggiungere un altro ramo all'albero delle domande appese. Senza che nessuno mi abbia ancora spiegato perche' mai davanti al Registan di Samarcanda sulle mattonelle della pavimentazione stradale sono incisi dei palloni da calcio. "Mi sa che ti devi comprare un libro" mi dice Marine, proponendomi di unirmi alla cena che segue lo spettacolo. "Mi piace il modo in cui partecipi attivamente a tutto" mi sento confessare durante l'aperitivo da Futu, il ragazzo che si oscura in biglietteria. Il fatto e' che sono talmente duro di comprendonio che non posso permettermi di essere anche disattento, gli rispondo. Perche' Futu non e' tipo da sorbirsi un trattato sul rapporto fra attenzione, considerazione, rispetto e memoria come Deth a Luang Prabang. E poi perche' gia' la pasta cucinata da Marine e' una colla scotta. Ci manca solo che ce la mangiamo pure fredda.

Ad aprile quelli del National Geographic andranno a Gili Trawangan. Un muscoloso fumatore londinese di nome Will Goodman provera' infatti a battere il suo primato di resistenza sott'acqua proprio nel braccio di mare che separa il piu' grande dei tre diamanti di sabbia a nord-ovest di Lombok dall'isoletta di Meno. Un chilometro nel quale spesso le correnti sono state piu' forti della stupidita' umana. Laggiu' Will trascorrera' quattro giorni interi. Ometto di chiedergli se il suo e' un nome d'arte - nel qual caso pecca di originalita' - e i dettagli delle eventuali evacuazioni solide. Ma lo riempio di domande sull'alimentazione, sulle conseguenze per l'organismo e sulla preparazione fisica e mentale. Cosa si fa da soli sott'acqua per quattro giorni di seguito? Ci si annulla, ci si concentra esclusivamente sull'obiettivo o si ripassa tutta la propria esistenza? "Si legge", mi dice. Non si finisce mai di imparare.
Sulle tre isolette di Gili mancano completamente i cani, l'acqua dolce e i poliziotti. Ne consegue che anche la sensazione di massimo pulito sia intaccata da una polvere di sale, che ci siano talmente tanti gatti da spingere i locali a periodiche sterilizzazioni e deportazioni e che la specialita' di Air, Meno e Trawangan siano i magic mushrooms. "Davvero non li hai mai provati? - mi chiede Chakdi - il piu' spiritato fra i ragazzi del diving center che mi adotta in virtu' delle mie valleitarie reminiscenze pallavolistiche. A Gili ce ne sono di due tipi: quelli che crescono sullo sterco di vacca e quelli che nascono sulla merda si cavallo. Questi ultimi sono altamente pericolosi per il loro impatto sul sistema nervoso, ma anche i primi non fanno esattamente bene. Entrambi si vendono sottoforma di frullati o di omelettes a meno di 4 euro. Per qualche minuto producono un'intensa sensazione di vomito impellente, superata la quale la scatola cranica sembra dilatarsi (o il cervello rimpicciolirsi, fluttuando al suo interno) ed ospitare immagini distorte, assurde e variopinte, cui segue uno stato di euforia e ipercinesi, di irrefrenabile ilarita'. Chakdi, come Bakri, Nash e la maggior parte dei ragazzi che si obbligano a mettere la testa a posto quando mettono su famiglia, ha fatto i primi soldi proprio grazie al giro di affari delle droghe rifilate ai turisti. Secondo una leggenda metropolitana, a Trawangan le piante delle cannabaceae vengono coltivate sulla chioma delle palme. Gli dico che per andare fuori di testa e poi sganasciarmi dalle risate mi basta leggere il giornale. Nonostante l'atteggiamento da bravo guaglione e un fondo cassa a secco, la storia del mio overland deve comunque conferirmi un'aria da avventuriero sufficientemente sbandato. O in fuga, o disilluso, o aperto. Perche' la sera in cui festeggiamo la fine della vacanzina, Erwin, il dive master, mi propone di trasferirmi li' e di entrare nel business del turismo. Di mettermi in affari con lui. "Qui ci sono prospettive di guadagno - mi dice - e una vita serena. E se poi vuoi scommettere anche di piu', io sto aprendo un centro immersioni in un'isoletta ad est di Lombok dove in passato sono venuti in elicottero fra gli altri Bill Gates e la principessa Diana". Gli rispondo che per gli affari non c'ho ne' fiuto, ne' testa ne' portafogli. Ma che in mancanza di altro potrei pure valutare. Sul molo dal quale l'indomani saluto Trawangan trovo Orry, un giovane professore di matematica che per per tre giorni e' stato mio vicino di stanza e compagno di cene. Una fusione splendidamente imperfetta di discrezione cinese e simpatia indonesiana. Quando la nazionalita' e' solo un fatto di passaporto. "Pure stanotte hai dormito giusto qualche ora - mi apostrofa come se leggesse uno scontrino - Da quando sei arrivato ti ho visto parlare con decine di persone di politica e sport, musica, economia e droghe, fare il periplo dell'isola sotto il sole, e poi fare snorkelling, scrivere, scattare foto, scherzare con una serie di sconosciuti, giocare quasi due ore al giorno a beach volley e poi uscire ogni sera coi tuoi amici fino a tardi. Sono quasi 6 mesi che fai questa vita e adesso vai fino a Flores in bus.... Mi spieghi dove le trovi, queste energie?". Questa e' facile, caro Orry. "Si chiamano attivita' di sostituzione. In pratica e' tutta libido inespressa".

lunedì 10 dicembre 2007

Java Script

Il 27 maggio 2006 è il giorno in cui il mio Samsung dismesso da Bersani ha opposto un silenzio cocciuto a tutti quei morammazzati che insistevano con gli auguri di buon compleanno. Senza fra l'altro spiegare cosa mai ci sarà di buono nel compiere 30 anni. Ed è quello in cui una scossa del sesto grado della scala Richter ha crepato le sculture di Prambanan, il complesso di cinquanta templi indù eretto quasi dodici secoli fa e che costituisce - con quello buddista di Borobudur - la perla architettonica del Paese con più musulmani sulla faccia della Terra. Nel 1985 l'insopportabile paradosso ha fatto svegliare qualche fondamentalmente sordo seguace del Profeta col piede sbagliato. E come corollario artificiale agli sciami sismici e all'opera di erosione della foresta, nove bombe sistemate a Borobudur hanno ricordato 15 anni prima di Bamyian che per i radicali interpreti del messaggio di Maometto la divinità non va rappresentata. Se poi è pure la divinità di altri va possibilmente distrutta. A Yogyakarta e dintorni l'Unesco fa più lavori di ricostruzione che di restauro, e alla lunga i turisti disertano: sei visitatori da una parte, gli stessi sei più una scolaresca di Soto dall'altra, nella mattina in cui mi spiegano che è bassa stagione e che in quella alta i turisti sono almeno il triplo. Appunto. Il terremoto del 27 maggio 2006 sarebbe in realtà passato inosservato, confuso fra i tanti, se non avesse rugato gli altorilievi con l'epopea di Rama e impegnato i beni culturali in un restauro che dopo un anno e mezzo è appena inziata. Perché se c'è un denominatore comune in una nazione minacciata da 127 vulcani attivi, sparpagliata su 17.508 isole - undicimila delle quali deserte - abitata da 230 milioni di persone di 300 etnie diverse, che comunicano in decine di idiomi, che sono spesso in lotta fra di loro e che si sono ritrovate unite sotto la stessa bandiera dalla ritirata dei colonizzatori olandesi, sono le calamità. Naturali e non. Congestionata e inquinata come la sua capitale da 10 milioni di residenti, ma anche dinamica e intraprendente come la sua gente, la quarta nazione più popolosa del mondo si appoggia infatti su una schiena fragile e minacciata da ogni prospettiva. Perciò ogni tanto si spezza. Dieci anni fa l'esplosione della bolla speculativa thailandese e il rinculo delle economie del sudest asiatico ha vaporizzato il 44% del valore delle Borse dell'area e ha bruciato 840 miliardi di dollari in 18 mesi. Ma chi - da Seul in giù - ne ha subito le conseguenze più devastanti, è stata proprio la nazione nata nel 1949 e guidata per mezzo secolo da Sukarno e Suharto e dai loro metodi autoritari. Il crack finanziario ha bruciato solo in Indonesia due milioni di posti di lavoro, ha ridotto la rupiah ad un fazzoletto di carta dal valore nominale 180 volte inferiore, ha fatto crollare il PIL del 14% e ha quasi triplicato il numero degli indigenti, affossando 40 milioni di indonesiani al di sotto della soglia di povertà. Oltre ai 15 che già c'erano, affossati. Quando il Fondo monetario internazionale ha concesso un credito da 35 miliardi di dollari ma di fatto voltando le spalle a Suharto, la più grossa crisi finanziaria contemporanea assieme a quella argentina* ha mostrato il suo rovescio positivo, la ferita aperta nel rapporto fra gli indonesiani e un potere corrotto e violento. Tremila studenti hanno occupato il Parlamento, l'esercito ha tentennato e a maggio '98 il generale è scappato con i suoi 15 miliardi di dollari di patrimonio nato dallo sfruttamento in prima persona (e tramite aziende intestate a membri della famiglia) delle enormi risorse forestali, al termine di 30 anni di finti complotti politici inventati e vere repressioni armate messe in atto. E ha lasciato in eredita' un buco da 150 miliardi di dollari. Lo scoppio della bolla ha insomma subito sollecitato un segnale di partecipazione attiva al processo di costruzione democratica dello Stato, ma alla lunga - complice una ripresa lenta e parziale - ha dato nuova linfa alle tensioni sociali, ha alimentato le istanze separatiste e ha dato nuovo impulso ai fondamentalisti di Jamaah Islamiya. L'Indonesia ha impiegato più tempo dei vicini a sollevare la testa dopo dalla tempesta finanziaria, gravata da problemi che le altre potenze emergenti della regione non conoscono - sacche di radicalismo islamico collegato ad Al Qaeda, perplessità degli investitori esteri, tragica sequela di disastri naturali, spinte secessioniste provenienti da Aceh e da Papua e, il tratto più evidente per chi attraversa il Paese, sovrappopolazione inaudita.


Al centro di quest'amaca sospesa fra Asia e Oceania infatti ribolle l'isoletta di Giava. Estesa quanto il regno delle due Sicilie ma popolata come i tre Stati a ridosso dei Pirenei, è la casa - a volte il tugurio - di centoventimilioni di persone. Milione più milione meno, la stima e' approssimativa e per difetto. Perche' in un arcipelago disteso da est ad ovest quanto tutta l'Europa, oltre la meta' degli indonesiani viene e va, finché non si ammassa in questa sottiletta di terra fra l'Oceano indiano e quello Pacifico, concimata a catastrofi naturali e disordini civili, frizioni sociali e accenni di modernismo. E pressoché insensibile alla politica della trasmigrazione, l'insieme di incentivi economici e lavorativi disposti dal governo in favore di chi si trasferisce su un'isola lontana da Jakarta: moltissimi giavanesi intascano l'equivalente di 400 euro, diventano proprietari di un appezzamento di terra, trascorrono il periodo stabilito nella sottopopolata destinazione remota e poi ritornano alla base. Portandosi spesso dietro qualche disperato di Celebes o delle Molucche. La conseguenza, in un Paese nel quale il 60% degli abitanti vive nelle campagne, dove nei soli mesi invernali la temperatura non scende mai sotto i 23 gradi ma piove un metro di acqua, è che ai lati delle strade lisce, intasate da motorini e camion che non hanno ancora avuto il piacere di conoscere la benzina verde, si alternano senza soluzione di continuità cittadine e risaie, insediamenti rurali e discariche, baraccopoli e centri commerciali. Il ritmo è di quasi 900 persone ogni chilometro quadrato. In termini di spostamenti sul territorio significa che l'incolonnamento e' perenne. E che puoi metterti comodo e fidarti dell'amico autista del bus di turno. Lui SEMBRA prendere rischi eccessivi quando sorpassa cinque camion in un un unico curvone o quando pennella gimkane fra le auto che trasportano motorini, motorini che trasportano bici e bici che trasportano materassi, ma in realtà sa quel che fa. E poi quando alla periferia di un villaggio un nugolo di gente soccorre i sanguinanti superstiti dello stesso modello di bus, della stessa compagnia di trasporti, finito con il muso dentro un fosso, lo capisce da solo, l'amico autista, che per un po' è il caso di rallentare. E accettare che su un tragitto di otto ore il ritardo salga a quattro.
Gli indonesiani sono fatalisti. E se per ridere alle mie idiozie bisogna essere un po' imbecilli e molto gentili, gli indonesiani lo sono parecchio. Quell'occhio vitreo, qualche volta cerchiato da una corona celeste, inquieta ma inganna: qui la gente è allegra e scanzonata. Sarà il pensiero che l'Australia è a vista ma se la son fatta soffiare dagli inglesi, ma sono persino autoironici. Come il signore sul bus per Probolinggo, che dopo aver sopportato a lungo gli effluvi dell'incontro ravvicinato fra la mia scarpa e un escremento mi ha chiesto se avevo fatto indigestione di nasi goreng, il riso fritto. E poi straparlano di calcio. Quando ne parlo con Cecile, uno dei sei visitatori di Borobudur, lei mi porge la sua polaroid per immortalarla in compagnia di un ragazzo in una sala di attesa di un terminal. Fra gli avvocati girondini di stanza a Lussemburgo un semplice gesto carino, fra i giovani indonesiani una chiara autorizzazione a procedere. Pertanto nel primo scatto lui le appoggia casualmente l'anulare su un capezzolo, nel secondo le affonda entrambe le mani su entrambi i seni. Gli indonesiani sanno prendere l'iniziativa. Non mi resta che andare a Bali per vedere se ho imparato la lezione.

* apro la parentesi cartoneros? :)

mercoledì 5 dicembre 2007

Crazy little thing called boh

"Allora tu cerca donna per chiavare?". Quando una discussione comincia in termini franchi, scambiarsi i nomi diventa puro formalismo. E ammesso pure che mi restassero bytes in memoria per incamerare altre informazioni, il vigilante dell'ambasciata spagnola di Jakarta non mi ha neanche dato il tempo di domandarglielo. Mi ha sbarrato il passaggio per attaccare bottone chiedendomi se ero olandese, portoghese o brasiliano. Il giochino è ricominciato. Quando ha provato con "indonesiano" gli ho confessato la verità. E lui mi ha apostrofato in apprezzabile toscano. Ma tanto prima o poi lo becco, lo italiano che esporta dapperutto questa immagine. "No, veramente cerco una banca che mi accetti la carta di credito, se no sto nei guai" gli ho risposto. "No money, no honey, eh?". L'argomento lo interessava, a costo di sembrare monotematico. "Il problema non sono le casse, è la capa". "Cioè?". "A Batam una tal Mary mi ha tagliato i capelli. Bene, fra l'altro. E mentre adoperava le forbici mi mormorava complimenti interessati dietro il lobo. Era disponibile per i supplementari". "Ci sei stato?". "No. Le ho detto che il giorno dopo mi dovevo svegliare presto. E che tanto in Italia non la portavo". "Sei gay?". "Per così poco? A proposito... ieri sera ingerivo un boccone quando sono stato avvicinato da Ricco e Lona. Lui effemminato parecchio, lei il giusto". "Interessati pure loro?". "Per niente, anzi. Due persone di spirito. Ci siamo fatti delle sane risate finché è venuto giù il diluvio e Ricco è tornato a casa". "E siete rimasti tu e lei...". "Fradici. Per questo Lona mi ha chiesto di farla salire in camera per darsi una sistemata". "E lì...". "Anzitutto s'è stupita che ci fosse un ventilatore direzionato verso l'alto al posto dell'aria condizionata. Ma per 4 euro cosa pretendi...". "E poi?". "Sulla toilette non ha commentato. Ma non trovando né lavelli né specchi e un foro nel pavimento al posto del wc, immagino abbia realizzato che non sono l'uomo della sua vita". "Peccato". "Comunque non rientrava tra i miei piani di viaggio fidanzarmi con una ragazza col mascara fucsia". "Mica l'avrai cacciata!". "Certo che no. Ma dovevo sciacquare i panni". "E lei ha aspettato?". "Sì, pioveva. Mi ha chiesto se sull'mp3 avessi un po' di hip-hop. Ha nominato quattro o cinque cantanti, ma a stento ho riconosciuto Usher. E solo perché quindici anni fa c'era chi mi obbligava a guardare Beautiful a pranzo. Non ce ne avevo neanche uno". "Deludi sempre così le donne?". "No, in genere lo faccio di proposito. Però mentre io scozzonavo i vestiti infangati da Sumatra, lei si è divertita ad ascoltare almeno tre volte Bring me to life degli Evanescence e I will survive di Gloria Gaynor. E quando le ho fatto ascoltare la versione dei Cake ha gradito". "E poi hai fatto strike?". "No, poi ho steso il bucato". "Non fare il vago". "Ma tu non devi lavorare?". "A quest'ora sarei l'unico in città. Spara". "Mi ha fatto un massaggio". "Lo sapevo!". "Una macellaia. Nulla di vagamente erotico. Tecnicamente pessimo, e neanche un filino sentito. Alché le ho dato una dimostrazione pratica. Un accenno solo, però, perché poi lo so che va a finire a schifìo". "Ma almeno si è sciolta?". "Sì, nel senso che si è commossa e mi ha parlato dei suoi tre ex, tutti stranieri. Mi ha raccontato soprattutto dell'ultimo, un americano che l'ha tradita e lasciata proprio mentre lei era in attesa del permesso di soggiorno per raggiungerlo gli States". "E tu l'hai consolata?". "Mica tanto. Le ho parlato di come il sovraccarico di teorie ingabbi e imbavagli l'azione, ma anche del valore formativo delle scelte che sembrano rinunce. Di come la forma possa influire sulla sostanza e di come il comportamento influenzi negativamente l'atteggiamento. Dell'ontologica inscindibilità di corpo e anima e astrusita' simili". "Non ti capisco". "Neanche lei. Per questo in sintesi le ho detto che per superare lo shock e metterci una pietra sopra avremmo potuto fare sesso tutta la notte. Ma che forse era meglio astenerci". "Avevi bevuto o sei cretino?". "Nessuna delle due. E' solo una tattica per salvare la faccia: quando hai l'impressione che lei non ci stia, buttala sul filosofico. Fai un figurone". "Mi prendi per scemo. Ma insomma, come ha reagito questa Lona?". "Mi ha chiesto quanto guadagnavo". "E basta?". "No, anche cosa cerco nella vita e nelle donne. Più facile rispondere alla prima che alla seconda". "Ti ha sputato in faccia?". "No, mi ha detto che se ci fossimo incontrati prima mi avrebbe proposto di andare a Bali insieme. Fra una settimana parte per il Giappone, va a fare la cameriera per sei mesi, e nel frattempo si è concessa una vacanza di qualche giorno. E' partita stamattina". "L'hai salutata?". "E' passata nella guesthouse e si è fatta accompagnare in stazione. Ma solo perché la valigia pesava". "L'hai baciata?". "Macché. Le ho dato la mail visto che me l'ha chiesta". "Tutto qui?". "No. Dopo sono andato a vedere la zona di Kota. Deludente. Meglio il porto di Jakarta. A parte il fatto che lì fra lo smog, la fogna e la baraccopoli costruita sulla discarica m'è risalito il gelato del fast food". "Quello all'angolo?". "Sì, perché hai presente la carta igienica vetrata che vendono nei supermercati? Nei bagni di McDonald mi avevano detto che c'era quella soffice. Te lo confermo, guarda qui". "Ladro! E ora?"."Vado a ritirare il bucato asciutto, torno a prendere lo zaino e stanotte parto per Yogyakarta. Ho trovato un passaggio su un furgoncino che oltre a me trasporta due indonesiani e il loro scooter". Tre uomini e una forcella. Proprio dietro la nuca.

Weblografia: Uomini e viaggio si incrociano... ed ecco una delle citazioni più simpatiche per il moderno Marco Polo de' noantri

lunedì 3 dicembre 2007

Welcome to the jungle

Il punto non e' la paura di volare. La prima volta che ho allacciato la cintura di un aereo ero talmente piccolo che dall'alto scrutavo le nuvole alla ricerca di nonno Paolo. Qualche anno fa ho pure tentato la scalata alla carriera di steward, ma mi hanno bocciato al colloquio. Maila, che fra un parto e l'altro farebbe l'assistente di volo, mi ha spiegato che sono un tipo troppo in gamba per gli standard delle compagnie aeree. Il che spiega solo che mia sorella oltre che un po' bugiarda sa essere affettuosa.
Insomma, il punto non e' che ho paura di volare. E' che le strade sono la cartella clinica di un Paese. Se le impari a leggere ti dicono piu' dell'albero genealogico, del conto in banca e dell'oroscopo. Attraversare una nazione via terra, abbracciare con gli occhi i campi coltivati, le piazzette dei paesini, le rive dei fiumi, i carretti trainati da buoi o da esseri umani, i ponti a sei corsie o quelli arrugginiti, le stazioni di servizio automatizzate o le baracche di legno che di giorno fungono da posti di ristoro e di notte sono il riparo di intere famiglie, significa osservare come e di cosa vive la sua gente. Ci sono mondi che ancora si fondano sul settore primario, nei quali la maggior parte della vita si svolge lontano dai centri abitati.
Percorrere le arterie automobilistiche significa anche toccare con mano le infrastrutture di un Paese e avere un primo assaggio del tenore di una popolazione. Dato il costo della manutenzione della rete viaria, lo stato del manto stradale e' spesso uno specchio delle disponibilita' del governo o del suo interesse per i cittadini. Dato il prezzo delle auto - equiparabile a qualsiasi latitudine - il parco macchine e' un riferimento parziale ma fedele del potere di acquisto dei salari. Tutte indicazioni che gli aeroporti e il centro delle citta', nella loro omologazione, raramente forniscono. Ma c'e' di piu'.
Lo stile di guida della gente ti racconta del senso civico, dell'osservanza delle regole, del rispetto per la vita altrui e del grado di attaccamento alla propria. Condividere i disagi della gente, infine, consente di andare anche oltre. Di sfiorare il modus pensandi. Ieri, alla trentunesima ora di un viaggio, ho chiesto ad un ragazzo se per caso il nostro bus fosse in ritardo. Mi ha risposto "su cosa?".
Perche' percorrere un Paese dal basso significa anche saggiare come viene percepito il rapporto fra spazio e tempo, fra ideale e reale. E poi come si interiorizzano le regole non scritte e ci si adegua. La base della mentalita' di un popolo, insomma. Viaggiare via terra ti regala questo. E poi paesaggi mozzafiato.
Per questo salire un barcone a Sekupang e ritrovarmi in un giorno a Jakarta mi sembrava un'occasione mancata. Di fronte, a 5 ore di mare, c'era Sumatra, un'isola estesa una volta e mezzo l'Italia. La sesta piu' grande della Terra. Cosi', mentre il battello attraccava a Batam, c'ho ripensato. Seduto ad una tavolino di plastica del porto ho scambiato qualche risata con quei bastardi di Nodin e Tagor e ho deciso di prendere l'Indonesia alla larga. Molto alla larga. Le scorciatoie stanno alle soluzioni complicate come il cioccolato al cacao. E' questione di gusti e di principio.
La prima cosa che ho capito di questo Paese e' che se dai credito a tutte le ragazze che ti definiscono handsome va a finire che ci credi. La seconda e' l'assoluta inutilita' della domanda : "A che ora arriviamo?". Ho impiegato un giorno per lasciare Nagoya e la sua aria da malsano posto di frontiera zeppo di gente venuta da Medan dietro il richiamo degli yen e dei dollari degli uomini di affari giapponesi e singaporeani in visita sessuale e poi costretta a bighellonare tutto il giorno perche' i pochi stranieri se ne stanno reclusi nei resort. Quindi ne ho impiegato un altro per andare da Sekupang a Bukittinggi. Al porto di Batam mi avevano garantito che sarebbero bastate 12 ore. Invece per attraversare i monti Barisan me ne sono servite 21. Eppure qualche buontempone in vena di eufemismi ha battezzato trans-sumatran highway quella timida colata di asfalto zigzagante che striscia nel cuore della giungla che ospita tigri, oranghi e tapiri, ampi fiumi marroni e palme alte come palazzi di cinque piani. Qui la natura non e' ne' salvaggia ne' lussureggiante. E' esagerata. Sull'isola piu' devastata dalla furia dello tsunami nasce un fiore - la rafflesia - largo come un 33 giri e spesso come un guanciale, sono stati trovati insetti lunghi cinquantaquattro centimetri, ha sede il lago Toba, la piu' grande caldera vulcanica del pianeta e, fra gli altri, abita il Krakatoa, la cui esplosione del 27 agosto 1883 fu udita fino a Perth e genero' un'onda alta 40 metri che fece vittime anche lungo le coste della penisola arabica. Tutti primati mondiali. A Sumatra la natura ha sempre qualche argomento contro il fondamento antropocentrico di questo globo. Percio', scendendo sotto la linea dell'equatore, io mi sarei umilmente accontentato di visionare il cambio di direzione nel risucchio dell'acqua negli scarichi. Ma a Bukittinggi ho trovato solo un bagno alla turca. E nella periferia di Pekanbaru, dove ho trascorso svariate ore in attesa di un bus di ricambio, i bisognini si fanno solo all'aria aperta.
A Bukittinggi piove che Dio la manda. E come in tutte le nazioni che non si decidono a percorrerla, quella famosa via dello sviluppo, qui dal cielo sembra che cada terriccio. Le strade si riempiono di pozzanghere di melma, figuriamoci i sentieri di collina come quelli che imbocco per andare al villaggio di Koto Gadang nonostante gli avvertimenti dei locali. Mi mettono in guardia, dicendo che e' pericoloso, nei fatti rimedio due strappi in motorino gratis e senza neanche domandarli. E poi li' conosco Imel. Il 5 novembre scorso, giorno del suo compleanno, l'epatite le ha portato via il fratello Roni, e quando mi saluta - Hallo mister! - come tutti i suoi connazionali, negli occhi ha ancora i segni della prima visita al cimitero. Imel mi invita a casa sua, per ripararmi dalla pioggia, per offrirmi un amaro te' al gelsomino e per presentarmi la madre, la zia, la nonna, la sorella minore e l'unico fratello rimasto. Di Roni mi dice che amava suonare la chitarra e che una volta ha lavorato presso un signore che nel cortile allevava un coccodrillo. Mi mostra anche la foto del rettile, il quale crescendo ha finito per mangiarsi il cane del signore. Poi guarda le mie foto, e quando ha esaurito gli oooh mi chiede di prometterle che quando tornero' a Bukittinggi andro' ospite a casa loro. Il massimo che riesco a dirle prima di commiatarmi e' insciallah.
In partenza il contachilometri del bus che intende portarmi a sud segna 697.400. E a giudicare dallo stato della carrozzeria potrebbe mancare anche un 1 davanti. Non c'e' il posto del bigliettaio, ma la somiglianza con gli Atac verdi degli anni Settanta e' impressionante, e anticipa che di sedili reclinabili e poggiatesta non se ne parla. Di un check-up prima della partenza neanche. Fra rottura (e riparazione) dei freni, della cinghia di trasmissione, di uno pneumatico maciullato e di qualche altro pezzo del motore, dopo 4 ore abbiamo macinato dodici chilometri. Nella lista delle cose che la strada insegna aggiungo la pazienza. Quando comincia a fare buio scopro con piacere che l'unica lucina che funziona e' quella sopra la mia testa. Il che e' un bene, perche' posso leggere fino ai primi accenni di voltastomaco. Ma e' anche un male, perche' proprio li' dove avevo progettato di appoggiare la tempia sinistra si intensifica il viavai di scarrafoni cornuti. E il cuscinetto gonfiabile s'e' bucato. Prima ancora che Sumatra cominci scorrere sotto le ruote del mio bus economi class ho l'impressione che posso estrarre dalla naftalina l'aggettivo allucinante.
Per andare da Windhoek a Maun c'avevo impiegato tre giorni. Ma li' il mezzo si era proprio scassato e, rintanato in una fattoria al confine fra Namibia e Botswana, mi ero almeno divertito a dar da mangiare carne di asino ad un leopardo, a stuzzicare un caracal e a intrattenermi di notte con i boscimani e le loro leggende. Qui invece gli intrattemimenti scarseggiano. E il tragitto dura 42 ore. Finche', nella migliore tradizione di Side, Batumi, Ashgabad, Samarcanda, Osh, Bangkok, Bukittinggi e compagnia, alle tre di notte il bus scarica me e i miei ossicini pronti per una partita di shanghai in un piccolo terminal alla periferia di Jakarta, la piu' caotica megalopoli del sud-est asiatico. E all'alba del centocinquantesimo giorno di viaggio, con sulle spalle circa 600 ore di spostamenti e uno zaino avvolto da una croccante crosta di fanghiglia rappresa, mi adagio su un lenzuolo bucherellato di Jalal Jaksa. Giusto in tempo per il muezzin delle quattro antimeridiane.

P.S. Aggiornato il file del dario-percorso con GoogleEarth, aggiunta una nuova performance del capitolo What's my name again?... ed altre piccole sorprese all'interno delle sezioni DarioTube, Dario Bazar, raggiungibili attrverso il link JourneyMen...

lunedì 26 novembre 2007

So far, so good

Il magheggio alla fine riesce. E in barba al rigido statuto nazionale l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur (per gli amici chei-el) mi rilascia il visto senza visionare la prova che non intendo trasferirmi a tempo indeterminato nel Borneo. Galeotto e' il pizzino abbozzato da un funzionario incrociato su una rampa di scale: quattro parole convincenti, una firma autorevole e a pagina 24 del mio passaporto si materializza l'autorizzazione a girovagare per il Paese musulmano piu' popoloso del globo per 60 giorni invece dei canonici trenta. Cosi', dopo aver sentito il giovane sostenere che il vecchio serve ancora meglio di lui, il vecchio sostenere che il giovane ha un flip di rovescio incantevole ed entrambi assicurare al Primo Ministro che in Malesia torneranno presto - anzi prestissimo - da turisti, invece che dietro lauto compenso, posso lasciare la capitale e proseguire verso sud.
"E' un peccato". La notizia rabbuia la giovane addetta stampa del clash of times. Alla fine della manifestazione Joyce si scioglie assieme al suo etto di trucco. "Domani torna una mia amica dal Belgio e diamo una festa!". Dimmelo piu' tardi... "E' stato un piacere lavorare con te". Veramente TU hai lavorato. Io mi sono spacciato per giornalista di Rete Sport e oltre a godermi Sampras-Federer ho scroccato tre bottigliette d'acqua, una cena calda che per una volta non sa di sciacquatura d piatti e pure una penna del Ritz Carlton. "Uno con il tuo charm...". Il mio che? "...farebbe impazzire la mia amica". Si', l'amica. "Ci sei su facebook? Allora segnati il mio indirizzo e-mail, quello msn e quello skype. E quando sei a Singapore chiamami, che' usciamo insieme e ti porto in un posticino carino". Ok, Joyce, a patto che mi stacchi dall'epidermide quegli occhi carnivori.
In mezzo alla marmaglia del Pudu, il giro di saluti include anche Dick Springer, l'inviato del Telegraaf di Amesterdam. Ogni anno trascorre venticinque settimane lontano dalla compagna e dal figlio seguendo la Formula Uno e il tennis ma evidentemente non ha fatto il callo agli addii. "Promettimi che torni a casa tutto intero" mi dice, salutandomi con un sincero abbraccio nato da 24 ore abbondanti di chiacchiere, una corsa in treno e una in taxi offerta dal suo direttore. "E tu che non aspetti che Haarhuis si bombi di nuovo per tornare a Roma".
Georgetown, Kuala Lumpur, Melacca. La costa occidentale della Malaysia e' stata terra di passaggio per i traffici provenienti da Giava e dalla Cina e terra conquista per portoghesi, olandesi e inglesi. Fra le indaffaratissime chinatown e le little india ancora strabordanti di Shiva, Ganesh e degli altri simboli del Diwali, il capodanno indiano, spuntano dappertutto i porticati con le colonne indaco squadrate e ammuffite, le persiane in legno essiccato, le grondaie accartocciate. L'architettura coloniale tipica dei Caraibi. Solo che qui l'umidita' mescola l'odore dolce del curry a quello stomachevole del Kentucky fried chicken. La Malaysia riesce nel doppio miracolo di trasformare cinesi e indiani in cittadini ordinati e in cuochi pessimi: l'unica volta che finisco davanti ad uno schermo, osservo un baldo giovane armeggiare una decina di munuti con un tagliere e una macchina del gas prima di mostrare orgoglioso il piatto del giorno. Le patatine fritte.
A Singapore invece di Joyce vedo Jason. Anzi, ri-vedo Jason. Componente malese della caverna dei quattro continenti nel Flintstones di Goreme, si ricordava perfettamente di come avessimo rischiato di essere i primi dispersi nella storia pigeons valley della Cappadocia per oki-colpa di oki-Tim. Percio' una sera di fine novembre mi propone un piatto di ravioli alla bolognese in cambio di una ventina di settimane di racconti. Mi sento citare Ucha, Niyazov e Saiytbek. Lo vedo strabuzzare gli occhi e lo sento ridere a crepapelle. Come lui Emma, Karl, Henning, Rob e Doni - un indonesiano che ha un passato da pizzaiolo ad Auckland - un terzo dei sedici occupanti della piu' abbordabile camerata del piu' abbordabile ostello cittadino. Fenomeno da baraccone, neanche avessi attraversato mezzo mondo.
La 'citta' del mare', fondata sull'isola di Temasek li' dove secondo la leggenda un principe di Sumatra vide un leone, sta alla Malaysia come Hong Kong sta alla Cina. Stessa parabola coloniale, stesso mosaico etnico (qui i cinesi sono pero' maggioranza col 76%), stessa struttura cittadina, stessa densita' claustrofobica, stessa simpatica e discreta affabilita' della gente, stessi centri commerciali glaciali. Con in piu' una spruzzata di ulteriore benessere, di cosmopolitismo, di gusto per il cibo e di emancipazione femminile. A nord di Johor Bahru le signorne indossano sovente il tudong, il velo. A sud si coprono con insensibili minigonne lunghe un palmo e sculettano senza ritegno.
Tutti gli indicatori socio-economici, dal reddito pro capite all'HDI - l'indice di sviluppo umano - confermano che nessuno Stato del continente puo' vantare il tenore e il ritmo di crescita della minuscola tigre asiatica. Il connubio fra competitivita' britannica e abnegazione cinese ha fatto poi di Singapore, dell'isoletta che fino a 40 anni fa era solo la quattordicesima provincia malese, la fucina dei migliori studenti mondiali nelle materie scientifiche. E non solo.
L'eccezione mi presta il suo cellulare per fissare l'appuntamento con Jason. "L'Italia sta da qualche parte fra l'Inghilterra e gli Stati Uniti?" mi domanda. Non proprio, quella e' l'Islanda. "Europa meridionale? Mediterraneo?!? Cioe' in Medio Oriente?". Tombola. Le corre in aiuto l'amica, che contrae la mano sinistra nel vuoto, indicando l'Asia, e poi le avvicina la destra, tracciando quella protuberanza informe che ne e' il vecchio continente. Ecco, l'Europa e' li'. La ragazza del cellulare si illumina. "Ma allora siamo vicini!".
Gia'. Illuso io, che pensavo di aver fatto un sacco di strada per arrivare fin qui.
ps. Inserite 2 nuove galleries: Laos e Thailandia... Aggiornato Journeymen

mercoledì 21 novembre 2007

Sultans of Swing

(of blues, of oil, of serve&volley)

La parlata di F.P. e' un frullato inacidito di veneto, ligure ed emiliano. Assieme alle tracce di quell'eroina di cui nella sua giovinezza veneziana faceva un uso disperato, nelle vene gli sono rimaste spruzzate dei dialetti ciancicati negli ultimi mesi italiani. F.P. ha lasciato lo stivale nel 2002, subito dopo essersi ripreso da uno spaventoso incidente d'auto e aver compiuto quaranta anni. Da allora ha bazzicato in autostop l'Indocina in compagnia di un compatto zainetto verde militare e dei due strumenti che gli danno da vivere. Un'armonica e un mazzo di tarocchi. Finche' il 31 luglio scorso la ruota e' girata. In fondo a Khao San road un gruppo di giovanotti thailandesi gli ha offerto uno spinello e F.P., che da ragazzo non disdegnava ("ero spesso fuori, in tutti i sensi"), ha accettato per goliardia e cameratismo ma non ha neanche aspirato. Si e' ritrovato fra le mani un mozzicone con 5 milligrammi di hashish aggrappati al filtro e subito dopo le manette ai polsi. Arrestato da una pattuglia di Bangkok, che gli ha sequestrato tutti i mille euro che aveva in tasca e lo ha sbattuto in carcere, lasciandocelo per un mese intero con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti e con le catene ai piedi. L'avvocato d'ufficio si e' volatilizzato dopo il primo colloquio, l'ambasciata italiana lo ha abbondonato ("in galera venivano pure i funzionari di quella nigeriana e ugandese; quella americana sostenta i propri concittadini con 10 dollari al giorno. A me hanno detto che la nostra era in una fase di transizione") e senza neanche gli spiccioli per acquistare caffe' o biscotti allo spaccio della prigione, dopo due settimane di brodi vegetali F.P. ha cominciato a svenire ad intervalli regolari. La sorte gli ha strizzato l'occhio quando un giudice magnanimo ha riconosciuto la marginalita' del suo caso e lo ha liberato allo scadere del primo mese di cella, altrimenti la legge thailandese avrebbe previsto il trasferimento in un penitenziario temporaneo, dal quale sarebbe uscito solo pagando. Ma F.P. non aveva piu' un soldo in tasca. E forse neanche un amico. Spedito di nuovo per le strade di Bangkok, ha ripreso ad unirsi a gruppi blues, a suonare l'armonica nei pub e a leggere le carte ai viaggiatori, ma i dollari raggranellati da settembre in poi sono affondati una notte di novembre su una spiaggia malese. Il portafoglio gli e' scivolato dalla tasca ed e' sparito nella sabbia davanti all'oceano indiano. F.P. mi racconta la sua storia dopo aver chiesto 5 dollari a Simon - un timido assistente sociale tirolese - per leggergli il presente attraverso gli arcani minori e maggiori. Poi aggiunge che cerchera' di salire su un volo per Bangalore, poi forse andra' a far soldi suonando l'armonica negli Usa e infine svernera' in un atollo polinesiano. Forse scrivendo un libro. Ma che non ha intenzione di tornare in un Paese culturalmente schiavo della Sinistra. F.P. mi spiega anche che la droga fa meno male dell'alcool e che sono i pedinamenti di quelle "vere merde" dei carabinieri a spingere gli eroinomani al suicidio. Io non gli nascondo che le nostre vite non saranno mai diverse quanto le nostre certezze.

Anche Joseph ha fatto la valigia dopo aver spento quaranta candeline. Cosi' come quattro generazioni fa un suo antenato era partito da Madras e si era stabilito in Malaysia per lavorare nelle piantagioni di barbabietole da zucchero, lui non si e' accontentato della sua vita di camionista. Ha dato un bacio di arrivederci alla moglie ed e' volato a Southampton, si e' messo a sudare sulle carte universitarie ed e' tornato a Kuala Lumpur con una Laurea e un Master. Oggi fa il professore universitario, insegna lingua inglese e il suo viso tamil scuro e raggrinzito si distende volentieri in risate tenere e coinvolgenti. Joseph concorda che un ristorante indiano non sia degno di tal nome se non ha il naan, e quando mi sente protestare bonariamente con un cameriere mi invita a sedere e mi offre una cena spartana servita su una foglia di banano. Poi mi lascia cosi' come mi aveva trovato, mentre mi lagno con lo stesso cameriere, che' se in tutta la locanda non c'e' un coltello io il pollo affogato nella salsa di cumino e coriandolo lo spolpo pure con le mani. Ma se poi non mi rimedi neanche un fazzoletto e dal rubinetto non esce l'acqua, mi costringi a pulirmele sui pantaloni. Pero' dubito che siano meno impiastricciati delle dita.

Qualsiasi cosa i tarocchi abbiano detto a Simon, lui alla fine da' retta a me e al signor Bavaria. Dopo la terza mezza pinta prende in considerazione l'ipotesi di non tornare in Austria e di raggiungere Jules in Australia. Dopo la sesta invia una mail a casa e una alla sua bella inglese. Ad ogni modo anche lui il giorno dopo impacchetta e se ne va. A Simon succede Akiko. Ad Akiko Frederic. A Frederic Stephan. Poi Rosie, Noel, Mikela, Pat, Sam, Mike e Rachel che inciuciano fino in fondo. Il mio ritmo di viaggio e' costantemente fuori tempo. Quando parto non ce n'e' mai uno che vada nella mia direzione, quando resto sono gli altri che passano di corsa. E a Kuala Lumpur resto una settimana. Per due motivi.
Il primo e' pratico. La frontiera marittima indonesiana rilascia visti solo dietro presentazione del titolo di viaggio che attesti l'intenzione di lasciare l'arcipelago entro un mese. Ma il biglietto non ce l'ho, ne' lo avro' quando mi imbarchero' da Singapore. Percio' non mi resta che addentrarmi in quella foresta di grate che e' l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur munito di una collaudata faccia da gnorri e di una versione triple face da sfoderare in base alla malleabilita' dell'interlocutore. C'e' quella "Certo che il tagliando ce l'ho. E' in ostello e lo esibiro' alla frontiera", quella "Non sapevo ma provvedero' appena sapro' quando entrero'" e soprattutto quella "Intanto di grazia favoritemi il visto, che' senza la certezza di entrare in Indonesia cosa lo compro a fare il biglietto per lasciarla?".
Il secondo e' futile. E attiene indirettamente al fatto che il 31 agosto 1957, esattamente 50 anni prima che F.P. fosse scarcerato a Bangkok, a Merdeka square - l'ombelico verde di Kuala Lumpur - veniva ammainata l'Union Jack e issata per la prima volta la bandiera malese. L'ex colonia si affrancava dalla corona britannica e dichiarava un'indipendenza che per un decennio abbondante sarebbe stata macchiata dal sangue degli scontri fra le tre etnie che arricchiscono in parti quasi uguali la nazione che somiglia ad un bocciolo sul punto di sbocciare. Oggi con la sua prosperita', il suo tasso di crescita annuo vicino all'8%, la sua stabilita' e la sua pacifica convivenza fra cinesi, indiani e malesi, la Malaysia festeggia il primo mezzo secolo di fiera e sobria liberta'. Il che, per un Paese che si ciba di sport ma da Atene 2004 non ha cavato neanche un misero bronzino, per uno Stato che fra regate internazionali e circuito di Sepang ha capito che investire negli eventi sportivi costituisce una vetrina per l'esterno e - finche' i tassisti che guadagnano 250 euro al mese non si ribellano - un motivo di vanto per gli abitanti, equivale ad organizzare una manifestazione memorabile. E per chi ha fame di sport ma si nutre di idoli altrui, il massimo della libidine e' una partita fra i due sovrani del tennis, due signori che insieme hanno vinto ottanta milioni di dollari di soli montepremi, 117 tornei, 26 titoli del Grande Slam, 12 degli ultimi 15 Wimbledon. Quando comincio' il loro regno sull'erba londinese al Quirinale c'era Cossiga. Pete Sampras e Roger Federer oggi parlano, domani - nel palazzetto di Shah Alam - giocano. Una prestigiosa esibizione, uno show di lusso. Sostanzialmente una fesseria. Ma dopo averne fatte tante, perche' negarmi proprio questa.

p.s. nel titolo c'e' anche il salto dal regale inquilino di Bandar Seri Begawan. Ottantamila abitanti affabili e indolenti e un unico bar aperto tutta la notte, quella piovosa di Scozia-Italia. Che i disponibili proprietari proiettano solo per me. Gli altri tredici frequentatori del locale che serve esclusivamente te', caffe' Illy e cioccolata calda sono inebetiti davanti ai loro laptop. Io mi inebetisco non meno di loro davanti ad una partita di calcio. Non ne guardavo da piu' di cinque mesi. Alla fine torno nell'unica, deserta, blindata guesthouse della cittadina. Commentando fra me e me. Panucci 6: mezzo voto in meno per il gol divorato al minuto ottantasette. E mezzo voto in meno per aver portato la Francia agli Europei.

giovedì 15 novembre 2007

What's my name, again?

Come ti chiami. Da dove vieni. Dove vai. Un fiorino. Panettieri o viaggiatori, albergatori o scansafatiche, ogni benedetto giorno non si scappa da questa sequenza di domande. Che se per difetto me le hanno rivolte una decina di volte al dì, staremo a milleecinquecento recite del copione. Ogni tanto rispondo che vengo dal Turkmenistan e che vado dove mi porta il vento, ma il più delle volte faccio il bravo. Dopodiché, quando l'interrogatorio preliminare è finito, o l'interlocutore si è dimenticato il mio nome, oppure - visto che all'orecchio asiatico deve suonare strano come Tuvshinghargal - me lo storpia, me lo strapazza o me lo ingentilisce. E giusto come curiosità, un paio di volte m'è capitato di chiedere di ripeterlo davanti alla Lumix. Ma questi qui sono fenomeni di bravura.

4. Performance di Monixo (Bukittinggi, Indonesia - 01.12.2007)

3. Performance di Mister Low (Georgetown, Malaysia - 14.11.2007)


2. Performance di Keo, monaco buddhista thailandese (Vientiane, Laos - 29.10.2007)

1. Performance di Igor (Kadji Say, Kyrgyzstan - 12.09.2007)

martedì 13 novembre 2007

De bich

Immagina un mondo a parti invertite. Le coste europee, da Santorini a Saint Tropez, da Torremolinos a Torre a Mare, invase da orde di asiatici, dalla creme del coattume spendaccione di tutto il levante. Vacanzieri famelici, superficiali e un po' maleducati, che convergono da ogni angolo di oriente con i loro pitoni tatuati sul deltoide e 24 ore su 24, 7 su 7, 365 giorni l'anno, si riversano in massa negli stabilimenti mediterranei assetati di svaghi, carichi di soldi e di desideri da esaudire. Metti che il primo sia che il posto che li accoglie somigli a quelli che hanno lasciato a casa. Metti che la necessita' e l'impreparazione prima, la connivenza e la mancanza di responsabilita' poi, indeboliscano l'istinto di conservazione della propria identita' di chi li ospita e col tempo trasformino dalle fondamenta le localita' balneari europee secondo le direttive e le inclinazioni degli ultimi arrivati. Metti che alla fine l'imperativo categorico diventi di assecondarne le richieste perche' o cosi' o pomi'. Come effetto di queste tensioni centrifughe spariscono gli alfabeti latino e greco e ovunque spuntano insegne, pubblicita', prodotti e menu esclusivamente in ideogrammi o roba simile. Poi gradualmente le balere arrivano a suonare solo buona musica vietnamita, i bar a trasmettere i match clou del campionato di cricket pakistano, i chioschi a preparare leccornie cinesi come gli spiedini di scorpione e le zuppe di zampe di gallina. Perche' i turisti orientali sono abituati a questo, pretendono questo, e nessuno ha la voglia di sottrarsi all'imposizione dei loro costumi o ha la forza di combattere le leggi del mercato. Va a finire che per campare, nelle localita' di mare europee manipolate come pezzi di pongo, le anziane sono obbligate ad indossare abiti folkloristici e a far gracidare rospi di legno pur di attirare l'attenzione degli stranieri per vendergli qualche ammennicolo strambo, le donne si piegano a fare massaggi ai piedi di bofonchianti panzoni cambogiani e nepalesi, gli uomini non fanno altro che propinare souvenir, magliettine, scarpe e pantaloni falsi ma pari pari agli originali di moda cingalesi e iraniani. E le ragazze e i ragazzi vendono semplicemente il loro corpo. Phuket e' cosi'. Al contrario, ovviamente. Perche' attualmente il mondo gira in questa direzione.
Sulla battigia thailandese gli stranieri sono arrivati in massa una ventina di anni fa. Hanno cominciato in punta dei piedi, chiedendo l'usufrutto di spiagge candide e larghe, quindi le hanno attrezzate con i loro passatempi e infine si sono appropriati del manico. Per le loro serate hanno consigliato ai locali di seminare trappole per lo shopping convulso ogni metro quadro, per le loro notti, visto che c'erano, hanno chiesto e ottenuto che il Paese offrisse sesso facile a prezzi modici. Hanno investito. Tutto e tutti. E di fronte al dilagare della contaminazione, l'unico Stato del Siam mai occupato da una potenza coloniale ha detto si', si' e ancora si', consegnandosi alla masnada che si muove da casa solo a patto che il diverso non sia troppo diverso, che la globalizzazione sia all'insegna dell'occidentalizzazione, che il terzo mondo scimmiotti se stesso, si faccia addolcire da un paio di palline Haagen Dasz e si prostri davanti agli sghei. Ringraziando, pure. E la Thailandia ha ringraziato. Khawp khun (ka').
Figa - pensa qualcuno - naturale che vada cosi': noi siamo forti, intraprendenti e civilizzati. Loro sono succubi, disponibili e sostanzialmente pirla.
Figa - penso io - per produrre una siffatta aberrazione culturale e umana bisogna essere in due, infatti.

Viaggiare da straniero nel Paese che da piu' di sessanta anni e' governato da Bhumibol Adulyadej, un monarca in rosa sempre piu' incartapecorito e sempre meno rappresentativo, e' difficile muoversi senza ritrovarsi un adesivo sul petto che dica a chi di dovere dove ti deve portare. Ed e' impossibile capire di cos'altro vivano i thailandesi se non degli introiti derivati dall'afflusso scomposto di 12 milioni di turisti all'anno. Qui si vende tutto, e quello che non si vende si affitta: una barca, un paracadute, una moto d'acqua, un buggy, un paio di mani delicate. O una spiaggia teoricamente protetta. Quella di Maya bay, in uno spicchio della piu' piccola delle due incantevoli isole di Phi Phi, e' stata chiusa per quasi un mese, nel 2000. Danny Boyle e la sua produzione di Hollywood hanno preso spunto dalla omonima novella di Alex Garland e si sono installati in un parco naturale, dove hanno ripreso il faccino di Di Caprio e il faccione di Carlyle nel film The Beach, una pellicola dalla quale risulta che i viaggiatori indipendenti siano membri di una setta di invasati antropofagi. "Quando se ne sono andati avevano modificato per sempre il profilo della spiaggia", si lamenta una signora che mi affitta maschera e boccaglio per lo snorkelling. Pero' adesso il numero di chi va a vedere quella distesa di sabbia e' quasi raddoppiato. E allora va bene cosi', perche' e' il risultato che conta.
E a giudicare dalla rapidita' con la quale si e' ripresa dalla devastazione del 26 dicembre 2004, l'isola che penzola come una goccia di terra nel mare delle Andamane ha imparato a perseguirlo senza troppi scrupoli. Progettata come un parco giochi per turisti poco abbienti, col tempo e' diventata il Bengodi degli acquisti e la Las Vegas della lussuria. Una volta che hai partorito un posto cosi' e' difficile tornare indietro, e' indispendabile andare avanti ed e' consigliato accelerare, perche' chi si ferma e' perduto e chi rallenta si fa scavalcare in un baleno. L'ovest sforna dissociati a iosa, e se Phuket dovesse arrestarsi davanti a qualche rimorso di coscienza o dubbio esistenziale, spunterebbe certamente qualche altra spiaggetta, qualche altra comunita', disposta a mettersi in mutande. E poi a togliersele davanti ai soldi stranieri.
Percio' quando cala la sera, l'isola da' il meglio di se'. Davanti ad ogni bar, anche il piu' periferico e pudico, spuntano una mezza dozzina di signorine che ti invitano a bere. Non mordono, ma garantiscono quella compagnia che la maggior parte di chi e' volato fin qui non disdegna. E che a Phuket e' il minimo sindacale per sopravvivere alla concorrenza. Li' dove invece il gioco si fa' piu' duro, a Bangla', in una costola di Patong, proliferano i banana e i ping pong show, i locali dove pulzelle succinte ballano su una passerella finche' non arriva il turista di turno che per una cinquantina di euro se le porta un'oretta nell'hotel di fianco. Per strada si moltiplicano le avances delle meretrici, le occhiate spermatozoiche dei lady boy e le proposte di massaggio. Ai piedi, alla testa, su tutto il corpo, con olio o "sportivi", quelli con gradita sorpresa finale. Il mare e' un accessorio, le giornate scivolano veloci verso la loro consacrazione. E siccome nell'hard discount della depravazione si respira polvere di viagra, l'identita' di ogni avventore pare marchiata a fuoco dalle sue abitudini sessuali, etichettata dalle finalita' della sua visita. Allora noti centinaia di lui bianco e lei thai, decine di lui bianco canuto e lei thai giovane, di lui bianco con un lui thai che pero' si sente una lei thai, di lui bianco con un lui thai che si sente un lui thai, di lui bianco venuto a cercare una lei thai, di lui bianco venuto a cercare un lui thai, di lui bianco venuto a prendere quel che offre la piazza. Se sei a corto di fantasie sessuali, fai una passeggiata per Patong e alla fine ne saprai piu' di prima. Tanto tutto si svolge en plein air, dalle proposte verbali alle carezze sullo scroto. Sara' un caso, forse una forma di prudenza, spero non una conseguenza di altro, ma a Phuket quasi non si vedono bambini. "Io vengo qui due volte l'anno - mi dice Uwe, un quarantreenne tedesco - passo un po' di tempo a Patong e un po' a Pattaya dalla mia ragazza. La quale (ride) e' sposata con un italiano che la mantiene a distanza girandole 300 euro al mese". Mi ricorda un'altra storia. Quella che che fini' con una ragazza peruviana sposata col gestore di un bar di Pavia che in una discoteca di Arequipa mi pianto' cinematograficamente un dito sullo sterno e mi disse: "Non sai quello che ti perdi". Sbagliato. Con uno sforzo di immaginazione ci arrivavo, invece.
Per questo, per evitare che anche Uwe mi pianti un dito al centro del petto e mi dica che non so quel che mi perdo, non glielo confesso che per la seconda volta me ne vado dalla Thailandia senza scopatine all'attivo. E non gli dico neanche che a Phuket non ho comprato una t-shirt una, e che i miei unici souvenir sono una contusione al polso sinistro, una al ginocchio destro, una all'anca e due ecchimosi grosse come ricciarelli sugli avambracci. Non mi ha mazzulato nessuno, e' solo overdose di beach volley. L'unica cosa che mi manca della Thailandia quando martedi' sera, dopo 13 ore di trasferimenti, arrivo a Georgetown, in Malaysia. Un altro mondo.

venerdì 9 novembre 2007

Un po' dolce, un po' salato...

Un piccolo salto all'indietro per inaugurare la playlist di mini-video by DariodiViaggio.net... una piccola testimonianza della colonna sonora che ha accompagnato il passaggio attraverso il Kyrgyzstan a bordo dell'auto del buon Aleksej.



p.s. 2 nuove gallerie di foto nel RTW Overland 2007: Kazakhstan e Kyrgyzstan

martedì 6 novembre 2007

Corsi percorsi ricorsi concorsi

"Ciao bello, io sono Patty". Buongiorno, Patty, il piacere e' mio ma soprattutto del mio amico Neil di Kilkenny. Che poi e' un amico in senso molto lato. Fino a dieci minuti fa io non sapevo neanche come si chiamava, lui e' ancora convinto che io sia svizzero. Pero' gli sono debitore, perche' prima di infrangere tutte le basilari regole della prossemica fra sconosciuti e sistemarti quella mano sulla coscia, mi ha offerto una Tiger. All'alba. Per quel poco che ti interessa devi sapere che tre anni fa sempre un irlandese mi allungo' la stessa birra, sempre alle sette di mattina, sempre nella stessa strada, sempre nello stesso pub, sempre allo stesso tavolo. Dove io arrivo sempre sfatto di sonno e dove trovo sempre frotte di ragazzi piu' sfatti di me, anche senza una nottata in bus sulle spalle. Il caso sa scadere nella prevedibilita' piu' della routine. Sembra che sulla Terra nessun posto come Khao San road centrifughi le tappe dello sviluppo dei figli del primo mondo in un ciclo e riciclo di dinamiche immutabili e ripetititive. Nella strada 'del riso macinato' si arriva con la puzza di latte e si riparte con quella di marijuana, si celebrano i riti di passaggio ad un'adolescenza quasi matura con una trafila di manifestazioni apparenti e di battesimi - gli henne', i dreadlocks, i tatuaggi, i piercing, sesso droga e rock&roll - conferiti in catene di montaggio sui marciapiedi, qui la dipendenza dai genitori viene soppiantata da quella dello specchio del gruppo, qui il tempo libero comincia a far rima con consumo. Ma siccome gli altri centri di gravita' permanente del movimento turistico di Bangkok - Patpong, Soi Nana e Soi Cowboy - sono autentici puttanai per signori con la bavetta alla bocca e il portafoglio pieno di solitudine, fra i due tipi di squallore dolciastro preferisco questo. Per lo meno spensierato e innocuo, anche se la miscela con Halloween e' micidiale. Oh Neil, oh Patty, se i miei appesantiti e boriosi brusii cerebrali non interferiscono col vostro pomiciare, io resto qui a sorseggiare la mia birra mentre finisco la colazione che mi ha offerto quel francese, Julien. Anzi, scusatemi se ci sto mettendo piu' del dovuto. Ma e' piu' di un mese che non maneggio una forchetta.
"Non sai quanta patata c'e' in giro". Se e' per questo non parlo italiano da sessanta giorni. Ma ricordo abbastanza da riuscire a penetrare i meandri del gergo di Vittorio, che si materializza nel pub quando le Heineken di Neil e Patty - strisciati nell'hotel di fronte - sono ancora fredde. A naso Vittorio intende che l'approccio con una nazione nuova di zecca talvolta puo' essere reso meno traumatico dalla massiccia presenza di ragazze avvenenti, disponibili o avvenenti E disponibili. Vittorio si definisce affascinante, gentile, garbato ed educato. Sotto dettatura aggiunge figlio di. La differenza fra di noi sta negli input visivi assorbiti sin dalla tenera eta': dal suo terrazzo si ammira San Pietro, dal mio balcone la cucina dei Manelli. Apprensivo intraprendente, affettuoso bastardo, goliardico edonista con venature teo-con, torello con un accenno di pancia da commenda, e' venuto in Thailandia con un programma preciso: niente visite alle citta' del triangolo d'oro - Chiang Mai, Chiang Rai e Sukhothai - perche' delle infognate clamorose (nel gergo di Vittorio: "destinazioni di difficile approdo per via della dislocazione remota"), ma una gita ai ruderi di Ayuthaya, per evitare che la vacanza assuma i contorni della papponata (nel gergo di Vittorio: "un'esperienza improntata alla esclusiva soddisfazione degli istinti primordiali - mangiare, bere, dormire, magari fare selvaggiamente all'amore - con atteggiamento da colono") e poi tanto mare con l'obiettivo di conoscere - possibilmente in modo biblico - un numero nutrito di fisicate (nel gergo di Vittorio: "signorine talmente apprezzabili dalle caviglie al collo che tutto quello che sta sopra e sotto e' trascurabile"). E con una tecnica affinata nel rimorchio: "Ormai sono un ghepardo - mi dice - e sono infallibile: quando je parto o ci stanno o mi pisciano". Lo pisciano una russa, un'americana, una svedese e una odiosa hostess ceca.
Alla fine sulla sabbia argentata di Koh Samet si fa cosi' soprattutto la conoscenza di Shannon dal Colorado e Damien da New York, due reduci dal campo base dell'Everest dove una organizzazione non governativa statunitense ha confezionato il concerto piu' alto del mondo per sensibilizzare i nepalesi e raccogliere dei fondi da dirottare nella lotta al cancro. Nonostante la sfacchinata, lei ha ancora la forza di respingere gli assalti di tutti i bonzi da spiaggia che le capitano a tiro, lui di strimpellare fino a notte fonda il suo repertorio Settanta che va da Battisti a Warren Zevon. Barba, baricentro basso, movimenti scattosi e raschio alla Joe Cocker, Damien e' titolare di due aziende imprecisate ma e' anche autore di canzoni calde e orecchiabili, e all'indomani di un due di picche pubblicamente ricevuto da una diciottenne dello Jutland, aspirando un cannone compone una melodia ("Oh sweet Marie-what have you done to me, oh sweet Marie-would you marry me, oh sweet Marie-my danish ba-by...") che si candida a colonna sonora dei falo' del futuro. Forse.

In tutto questo - che poi e' questo al cubo - io non fatico a trovare hobby alternativi. Se attorno al mio ego straripante non succede niente vado anche a stanare i crotali, ma se succede un troppo che mi ripugna osservo, pontifico e poi mi rintano nelle mie abitudini da vecchio giovane. Passeggio, fotografo, gioco a beach volley, rimpinguo il parco-bandierine di tessuto, leggo tre libri in sei giorni e ne compro altrettanti nel buco pieno di primizie gestito da Wa Li, un giulivo thailandese di origine cinese cui rifilo anche una lonely planet di quarta mano e dal quale acquisto due chili di carta di qualita'. Celine, Haddon, Houellebecq, Hosseini, tutto quello che cercavo, tutto in lingua originale. Gli lascio solo un libro di Simenon in italiano, e solo perche' mi dissuade Vittorio. "'L'uomo che guardava passare i treni' e' una palla - mi assicura - E' la storia di un uomo che guardava passare i treni e che ogni tanto dice: 'Toh, e' passato un treno!'". Il mio sguardo di traverso e' divertito, lui si scioglie e spiega. "Se ultimamente sono peggiorato e'... perche' sono migliorato". Nel gergo di Vittorio: un'infognata clamorosa nella papponaggine che si estrinseca davanti a tante patate fisicate. Credo.