lunedì 27 agosto 2007

Bella e la Bestia II (Io so che tu sai che io so)

Dopo un mese e mezzo di benedetto anonimato e' dolce il suono del riconoscimento della tua identita'. Soprattutto se a chiamarti a sorpresa per nome e' una rassicurante signora sulla cinquantina, che indossa un ampio abito di cotone scolorito e di nome fa Gozel, che vuol dire Bella. E poco importa che sia lei la spia che il governo turkmeno ti ha messo alle calcagna come condizione necessaria ma non sufficiente per la concessione del visto turistico. Negli ultimi 3 giorni a Turkmenbashi non sono arrivati stranieri e Gozel non deve sforzarsi per capire che il giovanotto che sfoglia un libro sulla banchina in attesa dei controlli non puo' essere un suo connazionale. "Dario, finalmente sei arrivato! Ti aspettiamo dalle 2 di stanotte". Pesco nella mia, di memoria, e cavo qualche dato interessante pure io. Quattordici ore al porto di Baku, sedici per attraversare il Caspio, una abbondante per attraccare qui e due in attesa che qualcuno si degni di aprire questa stramaledetta porticina dell'ufficio immigrazione e ci risparmi almeno il sole del tramonto. Trentatre ore con una pagnotta, una banana, un pezzo di formaggio, una merendina, una specie di pate' al pollo e funghi e due litri di acqua. Piu' gli avanzi di Maxim e Andrei. Non ho finito di sentirmi un miracolato che Gozel mi interrompe. "C'e' un problema". Strano. Qualunque sia, non sara' mai grave come il mio principio di disidratazione. Scolata mezza bottiglia nonostante le proteste di un militare che per capire che non scherzava spara pure per aria, la sto a sentire. A Turkmenbashi la mia prenotazione risulta per domani, e oggi non ci si puo' dormire. Al mondo c'e' di peggio. Basta mettersi in macchina e infilare il deserto per tutti i 600km che separano l'ex Krasnovodsk da Ashgabad senza sbagliare troppe volte la strada, visto che lungo la rete viaria turcomanna non ci sono indicazioni. Dopodiche', lasciati alle spalle i cavalcavia fatti di oleodotti, un cammello appena investito da un camion, un cielo abbacinante e otto rigidissimi check-point, alle quattro e mezza del mattino Gozel e l'autista, Oraz, mi mollano nell'albergo piu' in di Ashgabad, quello di proprieta' del figlio di Niyazov ma gestito da un italiano che - si dice- glielo ha strappato vincendo a carte. Sono trascorse 44 ore da quando ho lasciato l'ostello azero. Negli stessi due giorni, per incontrare prima un capo di Stato e poi l'altro, Ahmadinejad c'ha messo 44 minuti.

Ashgabad e' la capitale di plastica di uno Stato sotto vuoto. I viali ampi sono superstrade lucide nel deserto. I centri commerciali e i parchi giochi sono inanimati come presepi di cartapesta. Le piazze invece di unire separano. All'ombra delle fronde non si accomoda nessuno. Nella hall dell'albergo gestito dal console onorario di Italia, oltre alla bandiera con i simboli dei cinque clan turcomanni c'e' quella dell'unione europea e il nostro tricolore. Nel sotterraneo spunta invece una discoteca, l'unica della capitale e presumibilmente l'unica dell'intero Paese. Il menù annuncia che una coca-cola costa 9 dollari. Bisogna avere un conto in banca pingue per invitare a bere le ragazze di origine russa che si appropinquano ripetutamente ai tavoli. Businessman, viaggiatori di alto lignaggio o cacciatori di prostitute, probabilmente ne hanno. Silenziosi, avveduti e letali come lupi solitari, consumano la ricca colazione senza mai alzare lo sguardo dal coperto, durante il giorno non ricambiano i convenevoli, di notte si aggirano circospetti. Oltre ad esser pieni di donnine, gli alberghi che l'apparato di Turkmenbashi mette a disposizione degli stranieri che riescono ad ottenere il visto sono infatti alveari disseminati di microspie. Nella mia stanza al quarto piano ce ne sono almeno due. Neanche il bagno ne e' sprovvisto. Ed e' probabile che sotto controllo ci siano i telefoni e l'unico computer collegato al resto del pianeta. Chi entra nel Paese lo sa. E sembra che assimili una diffidenza diffusa che contamina in fretta tutti i rapporti. Così nei cinque giorni in cui attraverso il Turkmenistan parlo con un numero ridicolamente esiguo di persone. Una donna nel mercato di Tolkuchka, un paio di receptionists dell'hotel, altrettante cameriere, due ex studentesse di Bella - ragazze cresciute all'ombra di Nyazov, alle quali mi risulta difficile spiegare persino cosa sia la liberta'. Il regolamento scritto prevede che io non lasci l'albergo senza che Gozel e l'autista mi vengano a prendere. Quello consigliato da Bella prevede anche che una volta tornato al Nissa, io non ne esca. "E' pericoloso" mi dice sibillina. Forse a parlare e' la parte di lei che ha aderito al sistema. O forse quella che non vuole problemi. O ancora quella che sa che ne avrei io, se uscissi. Ma non con la gente, con la polizia.
Un pomeriggio, mentre ammazzo in piscina l'arco temporale fra la gita diurna con Gozel e la puntata etnoantropologica in discoteca, tre tizi sovrappeso mi fanno cenno di raggiungerli. Sono seduti ad un tavolino a bordo vasca. Stanno prosciugando bottiglie di birra. "Non ho mai visto un iraniano nuotare cosi' bene" commenta l'unico che sa esprimersi in inglese. Ha 29 anni, un passato da calciatore semi professionista e un presente da poliziotto. I suoi colleghi lavorano 7 giorni su 7, ma lui ha gia' un'anzianita' tale da potersi permettere il rischio di un certificato medico fasullo pur di saltare qualche ora di servizio. Come lui, i suoi due colleghi. Alle domande di routine so come rispondere. Sono un turista che e' diretto in Uzbekistan, dove lo aspetta un amico. Poi tornero' a casa. A differenza di quanto avviene con Gozel preferisco non cedere alla tentazione della confidenza ad ogni costo. Una dittatura puo' portarti al delirio interiore, alla visione di rischi, nemici o spie dappertutto. Persino negli occhi del gatto siamese che ti ronza attorno mentre leggi su una sedia. Pur non credendo all'allarmismo di Gozel, pur dubitando che il filtro fra me e ogni fruttivendolo dal quale vorrei rifornirmi non sia solo un modo per evitare che mi spilli piu' soldi del dovuto (ma che sia un modo per evitare di essere riconosciuta come la guida che lascia lo straniero libero di muoversi fra il popolo), quando mi affaccio per le strade attorno all'albergo per scattare una semplice foto, mi sento sotto osservazione. Percio', quando il terzo uomo del gruppo, quello talmente ubriaco che non riesce a staccare la fronte dagli avambracci tramortiti sul tavolino, in un impeto di lucidita' stira il collo ed esclama: "Cercavamo proprio te... Proprio te!", la mia spina dorsale viene tagliata in due da una stalattite di ghiaccio paranoico. Talmente assurda che un attimo dopo mi viene da ridere.Con Gozel il rapporto e' invece franco. Sin dalla prima sera lei capisce che ad ogni sua risposta seguira' una mia domanda. Io capisco che se si fida di me, oltre a ricavarne informazioni interessanti sul Paese, riusciro' ad andare oltre. A farle dire cose che in pubblico non si concederebbe mai. Tipo ironie su una dittatura "assurda" e "folle", tipo sghignazzamenti alla faccia di Niyazov. Davanti a lei evito comunque accuratamente di prendere appunti. Lo faccio solo immerso nella vasca da bagno, in barba alla telecamerina che probabilmente arriva anche lì. Ma la mia figura e' indubbiamente sui generis, e in un paio di occasioni Gozel mi domanda se sia un giornalista. Le "guide" turcomanne sono di lingua inglese, francese o tedesca perche' gli italiani sono merce rarissima. E praticamente introvabile e' la categoria dello straniero solitario. Tanto piu' se e' arrivato in nave, riparte via terra, non viaggia in regime di pensione completa e percio' mangia due volte al giorno: fa un'abbondante colazione in albergo, mangia pesce o carne negli sporadici e anonimi ristorantini a gestione familiare, per cena di rimpinza di frutta recuperata qua e la'. E non si fa sfuggire l'occasione di bisticciare telefonicamente con la responsabile dell'agenzia tedesca che gli ha fornito il visto. "Signor Kastaldo, anzitutto siamo felici che lei sia arrivato sano e salvo in Turkmenistan - mi dice con frettolosa formalita' la donna, chiamando da Gozel nel giorno in cui lei mi invita semiclandestinamente a cena fra le quattro mura domestiche - ma il suo comportamento sta mettendo in difficolta' noi e loro". Per loro intende il governo turkmeno. Il mio arrivo nel Paese con un giorno di anticipo e il susseguente cambio di programma, infatti, non poteva essere indolore. Ma siccome la tariffa dell'hotel di Ashgabad e' esattamente la meta' di quella di Turkmenbashi nel quale non ho dormito, pensavo che per sistemare la mia posizione sarebbe bastato aggiungere un tot per il compenso della spia personale. Gozel guadagna 30 dollari al giorno, il conto era presto fatto. "...anche se non lo sfrutta deve includere l'autista... - insiste la donna tedesca, sempre piu' alterata - e le consiglio di non creare ulteriori problemi... Lei ha voluto andare li' in nave invece che in aereo... E ricordi che la sto chiamando in Turkmenistan". Faccio presente alla capa che se fossi venuto in aereo non avrei avuto bisogno della loro intermediazione col governo e che l'arrivo in nave costituiva la precondizione del nostro rapporto. Che sono stato costretto a richiedere il visto turistico invece di quello semplice di transito - replico scavando nei cunicoli tortuosi della cervellotica procedura che mi ha portato li' - perche' fra la mail nella quale invitavo l'agenzia ad inoltrare la mia domanda all'ambasciata di Berlino e l'avvio della mia pratica sono passate 3 settimane. Le faccio altresi' presente che il loro ritardo nella comunicazione dell'accettazione della mia domanda all'ambasciata turkmena di Yerevan mi ha obbligato alla procedura rapida per avere il visto in un giorno...il quale - a proposito dei costi della telefonata in Turkmenistan - costa esattamente il doppio di quella normale. Alla fine del battibecco siamo entrambi su di giri. Ma almeno ho risolto il problema della notte fra il 19 e il 20 agosto. La trascorrero' in un albergo di Merv, invece che sdraiato fra due frontiere. Per quell'esperienza c'è tempo...

Oltre al mercato di Tolkuchka, l'unico angolo della nazione con un'anima viva e attiva, Gozel mi porta a vedere i parchi, le statue e i memoriali della capitale, le enormi moschee e il mausoleo di Niyazov, le rovine di Nissa, la passeggiata della salute e i ruderi di Mary. Davanti ai connazionali il dittatore e' "il primo presidente", davanti a me e' "il matto". A bassa voce. Nei vari andirivieni, Oraz una volta viene multato perche' in curva sfiora il brecciolino al lato della strada, un'altra perche' non indossa la cintura di sicurezza. Cinque dollari sotto banco una volta, tre piu' un paio di sigarette un'altra. L'ultima notte, prima di perderci nelle strade senza indicazioni fra Turkmenabat (l'ex Charjew) e la frontiera uzbeka, e farci fermare sette volte in 50 chilometri per il controllo dei documenti, Oraz mi annaffia con la vodka locale, mi consegna grandi pacche sulle spalle e dolci sorrisi. Siccome lui non parla inglese, mi domando che rapporto intercorra fra lui e Gozel, fino a che punto siano complici, fino a che punto lui sappia o capisca la posizione di lei. E quale sia quella dell'uomo. "Certe domande non farmele mai in luoghi chiusi" mi ammonisce Bella, indicando una colonna accanto a noi dalla quale presumibilmente qualche marchingegno potrebbe registrarci. Stiamo consumando con le mani un pasto a base di carne secca, pollo e patate. L'ultima cena nell'hotel di Merv, nel quale siamo gli unici ospiti. "Ma...insomma, sei un giornalista?" mi chiede. "Te lo dico solo - le rispondo - se mi dici la verita'. Nel report che compilerai sul mio conto scriverai anche che ogni giorno prelevavo la frutta dal buffet dell'albergo?". Gozel sorride amaramente.





p.s. per proteggere le persone che lo hanno aiutato – i suoi referenti turcomanni – nel libro "Il cuore eprduto dell'Asia" Colin Thubron ha cambiato la loro identità. Per proteggere la propria, l’autore della Lonely Placet ha preferito rimanere anonimo. Fra un paio di settimane qualcuno faccia uno squillo a casa di Gozel per sentire come va…

venerdì 24 agosto 2007

Bella e la Bestia I (Il dittatore dello Stato libero...)

Il rossetto vermiglio brillante, coordinato con le venti dita affogate nello smalto acceso, con le scarpe aperte, con la gonna sopra il ginocchio, con il corpetto gonfiato e persino con l'orologio, la Jessica Rabbit di Turkmenbashi con l'accento sulla i affonda i suoi tacchi 9 nel linoleum flaccido della nave senza nome dopo che un gommone l'ha presa a testate mezz'ora per farla entrare in porto. I capelli appiccicosamente tinti sono tenuti a bada da un paio di occhiali da sole Dior. Rossi, naturalmente. Dicono che sia una dottoressa ed effettivamente indossa un camice. In base alle norme turcomanne dovrebbe visitarci prima di farci mettere piede a terra. Invece si limita a farci ripetere i dati del passaporto, poi ci chiede come ci sentiamo. Io bene e a casa anche, credo. Non ride. Poco male, tanto secondo una delle tante leggi partorite dai neuroni fusi di Niyazov, per sposare una donna del posto bisogna sborsare cinquantamila dollari.
Il fu presidente di questo parallalelepipedo di deserto appoggiato sulla Persia se n'e' andato il 21 dicembre scorso dopo 21 anni di nefandezze inaudite prodotte prima come capo del partito comunista e poi come plenipotenziario alla guida della neonata nazione di ex contadini seminomadi. Per i quali il concetto di Stato era inarrivabile, figuriamoci quello di democrazia partecipativa. Complice il disinteresse del mondo intero, il buon Saparmurat s'e' fatto prendere la mano, ha chiuso il Turkmenistan a chiave e ha riempito i vari vuoti identitari con l'unica ideologia a sua disposizione. Se stesso. Megalomane e visionario si e' ribattezzato prima Sua Eccellenza Turkmenbashi - ossia Padre dei Turcomanni - il Grande, poi pure l'Eterno. Quindi, dopo aver rimediato alle soglie dei sessant'anni una tinta nero pece per rifarsi il look, ha riscritto la storia della nazione e in eredita' le ha lasciato i pilastri di una dittatura tanto bizzarra e grottesca da sembrarne la parodia tragicomica ma tanto profonda da apparire ineliminabile. Tantomeno dall'ex delfino Gurbanguly Berdimuhammedou, l'uomo che a gennaio, dopo un'elezione fantoccia, ne ha preso il posto. E che non ha alcune intenzione di metter mano allo sfacelo di Niyazov e alle sue rappresentazioni. Fra le quali risultano particolarmente pittoresche:
- L'arco della neutralita'. Perche' il Turkmenistan e' fiero di annunciare al mondo che la sua scelta di non belligeranza, frutto della sua natura pacifica, lo portera' a non invadere nessun vicino. Per celebrare la storica decisione, il presidente ha fatto erigere un tripode, sul quale ha innalzato una mastodontica colonna. E in cima ha piantato 12 metri d'oro - si dice sottratto alle dentature dei defunti - che lo raffigurano mentre allarga le braccia nell'atto di raccogliere l'applauso del popolo. Un meccanismo neanche troppo ingegnoso fa ruotare la statua al ritmo del sole, cosi' il volto di Niyazov risulta sempre illuminato.
- La Ruhnama. Primo di cinque testi firmati Turkmenbashi The Great - ma si sostiene scritti da qualcun altro - la guida spirituale dei turcomanni contiene qualche approssimativa e discutibile ricostruzione storica, parecchie indicazioni moraleggianti sui comportamenti da tenere e un'accozzaglia di patetiche parabole il cui protagonista e' il buon vicino turkmeno. Scritta in carattere 16 e nello stile dei pensierini delle elementari, viene letta tutte le sere in un contenitore televisivo ed e' diventata materia di studio.
- Anzi, per la precisione e' diventata la PRIMA materia di studio. D'altra parte e' inutile spremersi troppo se basta la Ruhnama per apprendere il cosa e il come. Con la riforma del Primo Presidente, nelle scuole del Paese si studiano tre materie: una di indirizzo, la storia del Turkmenistan e la Ruhnama. Sulla quale c'e' anche un corso di Laurea.
- Abolita anche l'educazione fisica, per non lasciare che il popolo trascurasse la cura del corpo, Niyazov ha fatto realizzare due scalinate sul fianco della catena montuosa al di la' della quale si apre l'Iran. Una passeggiata di 8 e una di circa 35km che ogni turkmeno deve affrontare almeno una volta l'anno, partendo domenica mattina attorno alle 5 e portandosi l'acqua da casa, visto che in zona il Gatorade e' introvabile. Al supplizio erano sottoposti anche i suoi ministri, che poi lui riceveva in pompa magna arrivando in cima in elicottero.
- Fra la capitale e la passeggiata della Salute, Turkmenbashi ha preteso che ogni scuola, ministero, ufficio o societa' piantasse un abete. Cosi' alla periferia sud di Ashgabad, la citta' dell'amore, si intravede quella che nelle sue intenzioni sarebbe dovuta un giorno diventare la foresta di Babbo Natale. Di botanica capisco poco, ma le cronache sovietiche dicono che un giorno da queste parti la temperatura e' salita fino a 70 gradi. Qualcosa non torna.
- Nel teoricamente difficile equilibrio fra riscoperta dell'Islam e gestione del culto della sua personalita', Niyazov ha ricoperto d'oro la Bouyges per la costruzione di due gigantesche moschee (20mila posti nella prima e 9mila nella seconda, ma il mio sguardo ha contato tre persone) fra le quali brilla il suo mausoleo. Ora credo stia cercando di spiegare a Chi Di Dovere perche' ha tempestato i minareti con frasi tratte dai suoi testi e soprattutto il senso di una frase che compare all'ingresso di una delle due moschee e che recita: "Il Corano e' il Libro di Dio, la Ruhnama e' il libro Sacro".
- Rasa al suolo piu' di mezza capitale e sfrattati tutti i vecchi inquilini, da ex ingegnere il presidente s'e' sbizzarrito. Strade a scorrimento veloce e qualche piazza monumentale a separare decine fra musei, banche, ministeri, teatri, accademie e centri commerciali, tutti rigorosamente in marmo turco, realizzati dalla solita ditta francese e disperatamente deserti. Nel loro candore artificiale piu' che simboli di vita paiono sentinelle di un potere inumano. Ad Ashgabad c'e' anche uno stadio che e' la copia del S.Nicola di Bari ma per qualche motivo si chiama Olimpico, un canale artificiale con tanto di gondole veneziane e un parco giochi stile Usa, ma Niyazov ha fatto chiudere il circo, l'opera e il balletto perche' non rientravano nella cultura turkmena.
- Cambiati i nomi a se stesso, a tutte le strade e a tutte le citta' tranne un paio, Niyazov ha pensato bene di ribattezzare anche tutti i giorni della settimana. Oggi in turkmeno martedi' si dice giorno giovane, mercoledi' giorno della soddisfazione e giovedi' giorno delle buone azioni. Visto che c'era, l'Eterno ha modificato anche tutti i mesi. Gennaio si dice Turkmenbashi, perche' tutto comincia da e con lui, aprile ha preso il nome di mamma Gurbansoltan e settembre e' chiamato, guarda un po', Ruhnama.
- Non contento di essersi dedicato una citta', un aeroporto, un'universita' e decine fra accademie e musei, l'ex dittatore ha trovato anche il modo di comparire nel monumento alle vittime del terremoto che 60 anni fa distrusse la capitale e che causo' piu' di centomila vittime. Rifacendosi ad un mito, la statua raffigura un enorme toro che tiene la Terra sulle corna. E sopra la sfera scossa dal bovino, una donna mette in salvo un bambino tutto d'oro. E' il piccolo Suparmurat, cui nella circostanza ando' di lusso. Invece di ricordare i morti si esaltano i vivi. L'ennesimo modo di sputare su un popolo.

martedì 14 agosto 2007

Ferragosto sul Caspio

Vabbe' che mezzo miglio di shopping cosmopolita non si nega a nessuno, ma Baku esagera. Alle spalle della citta' vecchia si srotola una strada - chiamata kommerzialna perche' qui il rublo tira ancora - ovviamente pedonale, ovviamente senza l'ombra di un fruttivendolo, di uno straccione o di uno che venda braccioli e paperelle, dove le vetrine ti fanno sentire dappertutto e in nessun luogo. Benetton, Trussardi, Armani, Versace, Cavalli, Pal Zileri. Accosciati: Motivi, Dolce e Gabbana, Furla, Roccobarocco, Ermenegildo Zegna. A disposizione Miss Sixty, Emilio Guido, Marina Rinaldi, Berloni, Navigare, Pepe, Benetton due e Benetton tre. E poi la nazionale della moda francese, del casual inglese, del made in Usa, capitanato dal trafficatissimo McDonald's in cima ad una piazza nel cuore dello struscio. E' chiamata eufemisticamente delle fontane, ma al centro ha solo tre vasche che rendono varia la gimkana del passeggio e un paio di volte al giorno spruzzano fetidi getti in aria. Tra i fotografi muniti di polaroid che si appisolano sulle inutilizzate macchinine per bambini, manca solo il patibolo per Naomi Klein. Tutto questo ben di Dio e' destinato alle quattro graziose compagne di qualche mente superiore che se lo puo' permettere, mentre gli azeri continuano a preferire le polo di spugna e i sandali di pelle disegnati dal progettista delle museruole per doberman. Che fra l'altro gli donano e fanno pendant con la pupille spente e l'ottusita' degli sguardi. Se all'uscita dalla stazione chiedi da quale parte sia il mare e in due, mamma e figlia, non si capacitano del fatto che a Baku ci sia davvero il mare e se poi un ragazzo ti assicura che nessuna marshrutka passa per uliza Azerbaigian perche' non c'e' alcuna via con quello strano nome, mentre tu sei abbastanza convinto che sia la parallela del lungomare anche perche' ci hai dormito due notti di fila, allora gli indizi diventano due, tre e quattro. Non e' un problema degli azeri, e' che d'ora in avanti ci saranno barriere piu' alte di quella linguistica fra i miei bisogni, i miei interlocutori, e il buon esito della comunicazione.

La prima sara' quella burocratico-organizzativa. Ieri la babushka del porto ha fatto spallucce. Invece domani - cioe' oggi - la nave c'e', m'ha detto perentoriamente. Quella seguente forse parte per il ponte di Ognissanti. Percio' mi ha intimato di presentarmi stamane alle 9. E stamane alle 9 m'ha cacciato in malo modo perche' prima delle 14 non compila neanche i biglietti. Certo, il danno vero e' stato dover interrompere alle due di notte la conversazione con Nijna e Retta, le due finlandesi dell'ostello dove al terzo tentativo sono riuscito a trovare un letto, pero' il Ferragosto sul Caspio genera una nidiata di problematiche pratiche. Ovvero. Siccome per legge di Niyazov dall'altra parte della discarica degli olii usati mi attende una 'guida' per dopodomani, e' vero che sgattaiolare da sotto il naso di una spia turkmena vale un migliaio di punti esperienza, ma visto che nei prossimi mesi i brividi non mancheranno ho cercato di avvisare Turkmenbashi che probabilmente avrei anticipato di un giorno l'arrivo. Risposta ritardata, un po' burbera e assai vaga. Fra l'altro da parte di una fantomatica Yelena il cui indirizzo mail era nascosto. Nel dubbio, io oggi salpo. O almeno ci provo. E poi vedo anche di risolvere i vari intoppi che questo comporta. Tipo: approdando il 15 a Turkmenbashi (hotel Turkmenbashi, in ossequio alla cronaca e alla fantasia), il 19 agosto mi cacciano dal Turkmenistan. Ma il visto uzbeko decorre dal 20. Come e dove dormiro' quella notte per il momento non e' il primo dei problemi. Ma e' in agenda.
Passo e chiudo per un po'.


L'ultima idea-regalo della cassiera del porto e' il biglietto per la Professor Gul, non una nave qualsiasi. Chi sia lui non lo sa nessuno, quando parta lei neanche. Lo ignorano i sette che salpano col traghetto della mattina e stringono le spalle anche i nove imbarcati alle sei del pomeriggio. Non lo sa neanche il poliziotto che mi stritola il braccio quando cerco di aggregarmi alla comitiva di turcomanni. "Non gli stai simpatico, avrai problemi a partire" mi dice un sottoposto. Grazie per l'iniezione di ottimismo, dopo otto ore di attesa qualche dubbio m'era sorto. Considerando che l'acqua e' finita e i manat pure, se non fosse per Andrei e Maxim starei nei guai fino al collo. Turkmeni di passaporto, russi di etnia e azeri di adozione, arrivano al porto carichi di acqua, cibo e buone notizie. Pare ci sia una terza nave, e il fatto che nessuno sappia quando parta rientra nella stramba normalita' di questa penisoletta. Prendo tutto, a partire dal loro pallone. Per la Fifa la nazionale locale e' piu' scarsa di Saint Vincent e Grenadine, qui controllare cuoio e caviglie fra i crateri del molo vale piu' di una raccomandazione. Se non riesci a farli ragionare, falli ridere. Cinquantotto palleggi e missione compiuta. E anche se la Professor Gul continua a sbadigliare nel porto di Turkmenbashi, fra gli undici ex sovietici imbarcati alle 23 c'e' anche il futbalist. Il cui sorriso va a sbattere subito con una doganiera dal russo baritonale che non lascia intravedere la sedia sulla quale affonda le enormi natiche. "Quale valuta porti?". Euro. "Quanti?". Non lo so, giusti giusti quelli che mi servono per arrivare in Kazakhstan. "Fammeli vedere". Signora, mettiamo subito in chiaro che le faccio vedere solo i soldi. "Se sono piu' di mille c'e' una tassa sull'esportazione di denaro". Messa cosi', l'Italia mi avrebbe dovuto incarcerare da tempo. Lei conta, io prego. Novecentosettanta. Che bucio. Lei si aggiusta gli occhiali e riconta. Sempre novecentosettanta sono. Guarda il collega, io il soffitto. "Hai altro nelle tasche?". Si' questo orologio fermo e col cinturino rotto. Oddio, a dirla tutta ci sarebbe anche il portafoglio nepalese con sessanta dollari dentro. Ma nessuno sarebbe tanto idiota da conservare nella stessa tasca laterale tutti i danari e tutti i documenti. Io oltre che idiota sono tremendamente pigro. E preferisco il rischio di un furto onnicomprensivo alla certezza di farmi schiacciare dalla paranoia. E comunque immagino che estrarlo significherebbe girarle il contenuto, quindi facciamo che mento a fin di bene e che mentre sul Caspio si accendono le luci delle piattaforme io salgo su questa cassapanca vuota.
Per festeggiare cedo alla proposta di Kemal. E' il primo essere vivente che da un mese a questa parte sorprendo a leggere un libro. In piu' e' di Eco. E la coincidenza fa di Kemal anche l'unica persona che in tutta l'ex Unione Sovietica non associ l'Italia a Celentano, a Cutugno, a Felicita', a Del Piero o a Corrado Catania. Che poi sarebbe il commissario Cattani. Dieci dollari a te e a me una specie di cabina con doccia. E senza neanche uno scarafaggio. Prima di mezzanotte si parte per il Turkmenistan.


p.p.s. la foto e' di Batumi. Qui a contatto con l'acqua il pattino si scioglie.

domenica 12 agosto 2007

Due azero

Ieri la serata s'e' afflosciata ai margini della citta' vecchia, davanti ad uno spettacolo di suoni e luci. Una torretta posticcia, sistemata ai piedi di uno dei tanti sproporzionati vessilli azeri, proietta su una fontana alla merce' del vento un filmato di mezz'ora montato su note alla Vangelis e imbottito di ogni tipo di retorica. Da quella del padre della patria che non c'e' piu' (ma che ha lasciato le chiavi di casa al figlio, come in ogni oliocrazia che si rispetti) a quella del lavoro, da quella dello sviluppo economico a quella dei balli tradizionali, da quella della difesa a quella della mungitura della vacca. Lo spot nazional popolare va in onda a giorni alterni. Applausi.
La sensazione e' che qui il petrolio produca piu' soldi che sorrisi. Che gli azeri non abbiano ancora capito se sono turchi in terra tatara, musulmani all'acqua di rose in terra ex sovietica o semplicemente ex malcapitati sulle sponde dello sfiatatoio del globo che ora ne traggono immensi benefici. Economici, perche' l'aria che viene dal centro del continente e' ventilata ma sul naso ha l'impatto di certe latrine. Questo posto ha tante Bmw e pochissima personalita'. E poi nella Disneyland del Caspio si sono dimenticati di montare i cestini della spazzatura.
Anche per questo nel giro di 24 ore Baku ha perso Natalia, Lukasz, Caterina, Fabio e Fabio. I primi due avevano atteso troppo il visto azero a Tblisi, e avendo i giorni contati son tornati da dove erano venuti. I secondi, credo&spero, sono imbarcati su quella cosa piena di ruggine e senza neanche il portellone posteriore che alle 6 della sera s'e' allontanata lentamente dal porto. L'ultimo della lista era pure l'ultimo arrivato, ma era anche una vecchia conoscenza di Yerevan. Fabio Gigli da Todi e' apparso stamane e sparito stasera. Ha fatto in tempo a condividere pensieri e parole, a regalarmi un libro di Kapuscinski, a farsi venire il torcicollo a forza di guardare fronte-retro tutte le signorine che passavano e a salutarmi con una lacrima. Mi sa che gli ho riempito la capoccia di chiacchiere.

p.s. non sono salpato con i motociclisti perche' il mio visto turkmeno e' valido a partire dal 15. E l'idea di passare 2 giorni a mollo a Turkmenbashi senza poter metter piede a terra non mi sconfinferava.

sabato 11 agosto 2007

Uno azero

A Baku non s'e' trovata altra sistemazione, stanotte si dorme in stanza con Natalia e Lukasz ("gia', e' piuttosto diffuso fra quelli della mia generazione"). Alla frontiera fra Georgia e Azerbaigian io ho scoperto che hanno ventisei anni, sono dottorandi a Cracovia e hanno una bimba, Zuzana, di 12 mesi e 20 giorni. Loro hanno scoperto invece che l'italiano con la maglietta avariata era capace di sbraitare Dov'e' andato quel ciccione che s'e' preso il mio passaporto? in russo.
Nel pomeriggio, giusto per fare quattro passi, ho fatto un salto di qualche chilometro al porto. E sono tornato indietro senza biglietto, senza aver visto la nave e senza buone notizie. Ma avendo conosciuto Fabio e Caterina. Da Roma lui, da Benevento lei. Entrambi su una moto che ha fatto parecchi chilometri.
Con tutto che ieri non e' partito nessun traghetto, siccome di camion in coda ce ne sono una dozzina scarsa e vanno quasi tutti in Kazakhstan, il Caspio e' increspato e quattro anni fa e' affondata una bagnarola, finche' la situazione non si sblocca non parte niente e nessuno.
Al momento loro stanno peggio di me, perche' con il loro visto di transito se non approdano a Turkmenbashi dopodomani non riescono ad attraversare il Paese in 3 giorni.
Ma anche io il mio fiammante visto turistico valido una settimana e comprensivo di prenotazioni alberghiere me lo do in fronte se la babushka della cassa - perche' tanto e' lei che decide - non mi fa partire almeno una nave entro la prossima settimana.
Possibilmente con un minimo di preavviso...

p.s. il numero del porto (?) di Baku e' lo 00994 012 4939606 o 4477314
p.p.s. Grazie.

venerdì 10 agosto 2007

Woman in chains (Il gioco delle coppie)

A nord l'orizzonte e' spezzato da quattro mercantili imbalsamati, a sud da una ruota panoramica francese che deve ancora fare il tagliando. Al centro il reticolo grigio di Batumi, che sul biglietto da visita vanta un posto fra le cinque citta' piu' piovose d'Europa e il titolo di capitale dell'Adjara, una delle poche regioni georgiane insensibili ai ricatti del Cremlino. Nel 2003 la rivoluzione delle rose ha mandato definitivamente a casa Shevernadze e portato al potere tal Mikhail Saakashvili, un giovanotto con tanta iniziativa da sostituire la bandiera nazionale e con tanto autolesionismo da sfidare Putin nel tiro alla fune. Tu mi finanzi i secessionisti abkhazi perche' punti ai condotti fra il Caspio e il Mar Nero? Bene, io apro Tblisi agli investimenti occidentali. Tu mi accusi di trascurare le frontiere del nord est a beneficio della guerriglia cecena? E allora io strizzo l'occhiolino alla Casa Bianca, prometto basi militari agli Usa e intanto intitolo a Bush una strada della capitale. Tu spedisci al di qua del Caucaso 1700 indesiderati georgiani di Russia e 250mila profughi dall'Abkhazia? Non mi resta che rimandarti a Mosca quei 4 ufficiali che definisci funzionari ma che per me di mestiere fanno le spie. E cosi' via, finche' la corda si spezza. Ora un georgiano che vive in Russia per tornare a casa deve volare a Yerevan e poi sobbalzare per quasi 18 ore su un treno fabbricato nella DDR, e un daghestano che lavora a Tblisi deve passare per Baku. Tanto per far capire da quale parte pende il manico, comunque Mosca ogni tanto lo lancia, un missile. E poi nega.

A seguito di tutto cio' Batumi s'e' insomma trovata suo malgrado anche l'etichetta di localita' balneare piu' frequentata della regione. Perche' di fatto e' l'unica. Lei, che minimalista nel midollo abbonda di patetiche sale da poker vuote e agenzie di scommesse tappezzate con le gigantografie di Caracciolo e Zalayeta, che con i suoi due alberelli luminescenti - di quelli che bendano il continente fino a Chau Doc - e la gente accovacciata sui talloni comincia a odorare di Asia. Dove a chiacchiere il passatempo e' il sesso sulla spiaggia anche quando la spiaggia non c'e', anche quando al massimo ci si ciondola fino a mezzanotte sul lungomare con la maglia farlocca del Milan, anche quando non si hanno neanche i soldi per una Kasbegi. Questo spiega perche' sul bulevardi ancora tutti parlano del memorabile 22 giugno 2007, quando a Batumi si e' esibito Toto Cutugno in persona. Mentre ora una discoteca pompa per nessuno e da una balera rimbomba "...e' un bicchiere di vino con un bambino... nell'aria c'e' un braccio di sole". Felicita'.

Il genere femmina specie sofisticata finisce sempre con l'adorarmi. In verita' all'inizio mi giudica con un pizzico di comprensibile diffidenza. Non sono mai abbastanza tirato a lucido. Ma ogni volta basta qualche scambio di idee per farmi sentire profondamente apprezzato, deo gratias. Non sono insulso, tutt'al piu' dadaista. Troppo buona. Marina la sera stessa m'ha presentato Yulia. Io, mammeta e tu (e Ucha, non si scappava) a zonzo per Batumi. Che libidine. E entrambe devono aver concluso che appena metto la testa a posto finisce che faccio carriera come il babbo che e' diplomatico. Dopodiche' sono da sposare. M'hanno invitato a casa, a Yerevan, ora e sempre. Esame passato.
Il problema e' che a me il genere rimmel, borsetta e finalmente ti fai sentire, temevo che fossi sparito, ci vediamo appena esco dalla Dolce vita, e' il parrucchiere piu' in della prospekt, lo sanno tutti dov'e', e' l'unico che conosce i segreti dei miei capelli... ecco m'ha sempre fatto l'effetto del pasticcio di Faruk. Quando al bar dei musicisti di Yerevan, protetta dalla sua coca diet, Marina mi chiede di che segno sono, per un attimo penso che devo allontanarmi ancora un po' da Santa Maria di Leuca, poi rispondo. Divido il mondo in chi fa analisi etno-storico-socio-psicologiche e in chi legge l'oroscopo. Il mio obiettivo e' sterminare i secondi. Che pazzo, che sei. Comunque lo sai che che lo yogurt fa benissimo alla pelle? E tu lo sai che e' tardi?

Nel mezzo del cammin fra Echmiadzin e Zvartnots mi ritrovai in una dolce chiesetta di pietra. Lei attendeva lui all'altare. Lui arrivava trafelato, in maniche di camicia e con il cellulare attaccato alla cinta. "Sono seconde nozze" sussurrava Tamara, che fa si' la guida turistica ma che li' accompagnava amici: Sasha, che a San Pietroburgo disegna abiti, Dima e Evgenia, che sono etnografi e a dispetto dell'abisso anagrafico sono pure sposati, e Orvik, che fa il pr e parla esclusivamente francese. Stasera si esce tutti insieme. Sangue misto e occhi di gatto, laureata in filologia spagnola, attrice in un paio di film russi, Toma dimostra i suoi 32 anni solo quando rimugina fra i cento bivii che l'hanno portata nel buen retiro armeno e ci trova anche un matrimonio bruciato nel giro di un paio di Natali. La seconda volta usciamo da soli. Parliamo di figlie e nipoti, di comete e melograni. La terza mi regala un pendente simbolo della vita e mi presenta la bellissima Anastasia, la sua bambina di 8 anni.
Platone, affacciato al balcone, applaude commosso.

Almeno Maria mi dice che e' sposata prima ancora di invitarmi a bere a Tblisi.
E di scaricarmi al numero 19 di Ninoshvili, sede dell'Internazionale della promiscuita' bazzicata da estoni, polacchi e russi in incognito. Nella sua enorme abitazione al terzo piano di un palazzo ottocentesco senza luce, Irene ospita una ventina di viaggiatori al giorno. Ma ieri per il suo cinquantacinquesimo compleanno ce n'erano 47, e a mezzogiorno due lettoni ancora ciucchi mi danno il benvenuto con due birre e un liquore. Consigliandomi poi di non calpestare la ragazza che dorme per terra, fra uno slovacco e i resti di un cocomero, perche' e' la figlia della padrona di casa. Divido lo stanzone con una coppia israeliana formatasi in Uganda, una spagnola in bici e una olandese sui banchi di scuola. Con Jeroen e Inge vado pure in Ossezia, rimandando la visita della citta'.
Stalin era nato da queste parti, ma dell'ex Urss restano solo le placche sotto la metro e qualche vecchia bilancia che a chi passa da' il buongiorno il russo. Sotto le ferite la pelle e' dura, e sulle ossa ci sono i segni di un'identita' forte e fortemente difesa. Balconi in ruggine battuta, portoni aggrappati alla sorte, cortili e pergolati con ragnatele di fili per i panni, facciate cariche di orgogliosa decadenza, strade alberate, vicoli sonnolenti. Quando riesci a staccare gli occhi dalle buche sui marciapiedi, dagli ausiliari con i manganelli fatti in casa, dai ragazzi che sniffano colla nei sottopassaggi della metro e dai cani che ti inseguono, il carattere di Tblisi ti strega. E una volta che arrivi a Baku ti manca ancor di piu'.

domenica 5 agosto 2007

Casa Italia


Boom! E il copertone del camion si lacera. Terra e polvere. La gomma scappa via e sbatte sull'asse della marshrutka. Granita di sassi sui vetri e sul tetto. Il bestione sbanda e noi dietro a lui. C'e' anche una mucca in mezzo alla carreggiata. Escursione fuori. A me gia' veniva da vomitare prima. Pattinata, scodata, inchiodata. Imprecazioni in quattro lingue. Benvenuti in Armenia, il piu' antico Paese cristiano del mondo. Giustappunto.

Due frontiere chiuse, una per dignita' una per sicurezza, due rigide per abitudine. Difficile radicarsi un territorio tutto gole e valli conteso da un centinaio di minoranze. Quasi proibitivo sopravvivere se i vicini di casa sono gli zar, gli scia' e i sultani. Se poi neanche i compagni di sventura ci sopportano, la paranoia puo' diventare la specialita' della casa. Il XX secolo si e' aperto con un genocidio che ha spento un milione e mezzo di vite e ha allontanato 7 milioni di anime, e si e' chiuso con un paio di guerre e con una ripresa economica pilotata dall'esterno. Oggi gli Usa foraggiano, la Russia sorveglia, la diaspora garantisce, la Chiesa in qualche modo protegge. Una spiritualita' non ostentata, un orgoglio identitario che non puzza di nazionalismo e che non pretende di vantare crediti morali con la Storia tengono insieme la testa cosmopolita e il corpo ancora irregimentato. Yerevan e' un puzzle stranamente armonico di stili e direzioni. I ragazzi taroccati d&g, gli uomini col parrucchino, le donne con le extensions, i poliziotti coi cappelli a tese larghe, le Ziguli con l'arbre magique a stelle e strisce. Qui con i caffe' e le boutiques gioca a fare la Barcellona. Li' con la retorica dell'ideologia, i monumenti alla vittoria e i casermoni nelle varie tonalita' dell'angoscia sembra la piu' inquietante delle Novosibirsk. Sotto la metro l'afa dei suk mediorientali. In generale la Francia e' molto piu' vicina dell'Azerbaigian e dall'interno del baule di metallo si respira il mondo. E c'e' un insospettabile traffico di stranieri.

Dorota m'aveva preso per israeliano. Io francamente l'avrei presa e basta. Ma c'era Martin, che l'aveva accompagnata in autostop da Praga fino alla cima di Nemrut e potevo apparire scortese. Lei aveva studiato a Padova e lavorato a Taormina, io avevo dovuto fingere di accontentarmi di sgranchire il mio italiano anchilosato da un mese di ipocinesi cerebrale. Fino all'Envoy, il caravanserraglio all'angolo di via Pushkin, con le sue tre generazioni di avventori. Dove transita Lukasz di Wroclaw che lascia il posto a Lukasz di Varsavia, dove passa Karen - anche lei danese e anche lei antropologa - che va in Georgia a studiare una comunita' turcofona rientrata nella regione dopo le deportazioni di Stalin e intanto legge Maiali in cielo della Kingsolver, e dove c'e' Toshifumi, che un tempo si faceva impacchettare il tour italiano comprensivo di Nakata e ora attraversa Cina, India, Pakistan, Iran arrivando qui con una gran sete di alcool. E c'e' Mikhail, il moscovita che alterna monosillabi a sorsi di Ararat, quaranta gradi mattutini di cognac. Scatta foto e fa l'editore di se stesso, ma si limita all'occidente dell'ex Urss perche' a Groznij ha esperito incontri troppo ravvicinati quei "combattenti folli" dei ceceni. E dei musulmani non vuol sentir parlare. La pena, la vergogna o l'indignazione non rientrano nella parentesi sulla Politkovskaja. La stima poco. "Le torture dei soldati russi le hai viste?" "Si'" "E le hai documentate" "No". E c'e' Mara, mezza di Afragola e mezza di Palmi. Studentessa di arabo dirottata sul turco da un professore latitante e poi finita ad Istanbul fra le adorabili braccia di Rachid, per il quale ogni giorno che passa con il sole divento piu' buio. E c'e' la notizia che il compunto Maesano nel '99 si strafece di samagonas, la vodka artigianale lituana, altro che campo di volontariato. Il delatore e' Daniele Baglioni da ponte Milvio, il ciprologo autore della celebre Piccolo amore del Caucaso. E c'e' Fabio, che a Todi si divide fra l'arte del ferro battuto e i dagherrotipi e ora in mancanza di meglio viaggia col Geri Serbelloni Mazzanti vien da Milano. E c'e' la cucina. Che cerco di far saltare in aria preparando rigatoni Divella in salsa al tonno Agnesi nel bollitore elettrico. Per punizione lo staff mi fa dormire su una brandina. Per ripicca, al secondo tentativo cerco di far saltare me stesso. Ma la soda a contatto con l'acqua friccica un po' troppo. Dal terzo in poi mi dedico a l'unica cosa che so far bene fra i fornelli. Niente. Tanto a me pensano Tiziana e Stefania. Insegnante la prima, aspirante criminologa la seconda, Papa girls de sostanza, lazialotte solari con gli attributi e con un vuoto di monasteri da riempire, quando partono per il Karabakh mi lasciano pane, formaggio, pesche e un biglietto. "Ti auguriamo di trovare persone fantastiche la meta' di noi". Quantitativamente quasi scontato.

p.s. E c'e' infine l'agronomo di Lille, venuto a scoprire quale delle ventimila specie di patata e' la piu' adatta a questi terreni, che straccia il record di complimenti su due giri di luppolo e prima di tornare in campagna mi consegna una boite da 12 di Carex avvolta in una dedica. Firmata amicalement, Christophe.

mercoledì 1 agosto 2007

Io, la Nonna e il Nero

Secondo la guida, Batumi e' "il luogo perfetto per avere il primo impatto con la Georgia". Magari non alle 2 e 50 antimeridiane. Stavolta l'orologio non c'entra, e' colpa della prescia dell'autista del minivan. Trabzon-frontiera in due ore, la meta' delle 4 ("o cinque, o sei...") previste dall'ex militare di stanza a Livorno che m'ha venduto il biglietto.
Insonne per insonne, invece di trascorrerla in marshrutka passo la notte a spasso, a cercare un letto gratis. Figurati.
Davanti al David e all'Alik sfreccio senza riuscire a tenere il conto delle stelle. Al Bakhuri, al Beso, al Boni, al Lavro, al Lotos, all'Oscar, al Pyramid, al Prestige, al Tiko e in 3 o 4 gastinize - le abitazioni private - e' tutto pieno. O chiuso per sonno. O col cavolo che ti prestano una poltrona in attesa dell'alba. O semplicemente un salasso. Piuttosto mi allungo in spiaggia.
Che pero' e' una distesa di ciottoli grossi come bigne' che precipita in mare. Del resto non si puo' avere tutto. E io mi sento gia' un privilegiato, perche' alle 7 in punto e senza aver nemmeno dovuto schivare una coltellata, trovo il Bebo. Che sta per Nonna e il senso e' chiaro.
La struttura e' di legno ricoperto di lamiere di alluminio e l'insegna e' nascosta fra le erbacce. Al primo impatto e' accogliente come la casa di Misery non deve morire, solo che qui le Kathy Bates sono tre. E non mi viene in mente nessun motivo per il quale non mi dovrebbero trucidare a martellate seduta stante. Il "simpatico Darejan" che sempre secondo la guida lo gestirebbe, e' una delle megere. La meno isterica, per la precisione.
Quella che mi accoglie con lo scopettone in mano e mi avvisa che manca l'acqua calda.
Apprezzo l'onesta', signo', e soprattutto essendo 22 ore che giro con lo zaino per il momento posso farne a meno.
La nonna conviene. Ma omette altre mancanze della catapecchia.
Nell'ex deposito adibito a toilette alla turca, per esempio, non ci sono la carta, lo spazzolino, la luce e lo scarico. Fra i tuoi bisogni e il danno permanente c'e' un sottile confine fatto di fortuna, equilibrio e mira. E scarso senso del pudore. La porta e' infatti divelta e sfondata a picconate. Da dentro hai l'impressione che chi sta fuori veda tutto, da fuori l'impressione e' confermata.
Nella lavanderia trasformata in bagno effettivamente manca l'acqua calda. Come manca il piatto doccia, la vasca, la cipolla, il telefono, l'idromassaggio e l'elefante che spruzza a comando. C'e' un lavello con un rubinetto, pero'. E un tubo. Incrostato fuori, dentro probabilmente peggio. La pressione trascina un filo d'acqua - tiepidina - fino ad un metro dal suolo. Per gli altri 82 centrimetri e' questione di fantasia, elasticita' e tigna.
Dulcis in fundo la camera. La finestra non si chiude e lascia libero accesso alla guarnigione di zanzare allevate a steroidi, addestrate al poligono e capaci in una notte di inciderti l'orsa minore sull'avambraccio destro e ofiuco sulla schiena.
Tutto questo perche' ho la sfrontatezza di dormire sulle due dita che restano del materasso. Che reca seco una quarantina di macchie di (mi auguro) pomodoro risalenti all'elezione di Shevernadze.
Sebbene costi meno di 5 euro a notte, sono l'unico ospite del Bebo.

Ucha ha una personalita' patologicamente protettiva.
Credeva fossi arabo (crema solare dove sei...), e quando alla frontiera si accorge che mi intrattengo con due inglesi diretti in Mongolia su una vecchia Micra arancione mi arpiona e non mi molla piu'. Fino a ieri giocava a calcio nell'Ofi, ma in fondo ad una stagione di inattivita' e' stato rispedito alla casa madre Dinamo, dove con qualche santo in paradiso guadagnera' la meta' dei 600 dollari che ha preso in Turchia per ingrassare in panchina.
Ucha cammina tanto, parla poco e non fa domande.
Va fiero del fatto che il suo nome nel dialetto della Guria significhi nero e che come lui in Georgia si chiamino solo dieci persone, si accende al pensiero di Bob Sinclair e Robinho, quando ride gracchia raschiandosi la gola, con un'unica interiezione - ha ha - copre una gamma di espressioni che vanno dallo stupore alla rassegnazione e quando gli racconto la trama di Otar mi interrompe per chiedermi se risulta anche a me che Kaladze abbia avuto un flirt con la figlia di Berlusconi e con quella di Celentano.
Ucha non vede la madre, il fratello e la ragazza da mesi. Ora torna a casa, ma non lo sapra' nessuno fino alla tarda mattinata. Perche' quando la marshrutka ci pianta nel buio di Batumi stabilisce che in giro da solo non ci vado. Se gli chiedo perche' mi risponde come on, let's go.
Nel percorso fra una porta sbattuta e l'altra, alle 4 sostiamo in un supermercato per assaggiare il kachapuri, un tortino al formaggio che e' quanto di meglio la cucina georgiana proponga. Alle 5 pausa al porto per il pieno di Borjomi, un'acqua minerale extra carbonata e con tanto di quel cloro che quando si riscalda sa di piscina per bambini. Pero' piaceva a Kruscov. Alle 6 break sul bulevardi, il lungomare, per bagno suo e risistemazione della scapola mia.
Li' capisco che la zaccagnata non me la da' piu'.
Quando accetto il Bebo commenta "ha ha" e sparisce per 4 ore. Dal momento in cui riappare non me ne libero piu' per tre giorni. Nei quali mi presenta tutti i suoi amici. Due Irakli (ma solo uno guida il taxi ed e' soprannonimato Schumacher), un Kakaber, un Ramzi e due Gheorghi. Ma solo uno e' il cugino ventiduenne che per vivere gioca a basket in Iran.
No, amiche neanche a parlarne.

p.s. Il fatto che negli unici dieci minuti d'aria che mi concede, sulla battigia mi abbordi Marina, pianista armena abbindolata dalle strategiche tracce di Debussy e Prokofiev del mio mp3, lo allarma al punto che alle 4 di mattina di martedi' 31 luglio 2007, Ucha Sulava, di professione attaccante esterno, bussi alla mia porta. Alle 5 parte la marshrutka per Yerevan.


(il materasso del Bebo)