domenica 28 ottobre 2007

Paranoid androids

Sullo schermo la Thailandia, la Malesia e Singapore sono imbiancate, Papua e le isole indonesiane tinte con un giallo pallido. La chiazza rossa, effettivamente, veste il resto dell'Indocina, dallo Yunnan alla Cambogia, dalla Birmania al Vietnam. "Guarda il Laos - Mathieu, un mansueto barbuto di Lilla, mi ferma sulla porta dell'ostello di Kunming per mostrarmi un sito internet francese - e' giusto al centro della zona ad alto rischio malarico. Hai fatto la profilassi?". Ovviamente no. Primo perche' non ne sapevo nulla, e secondo poi perche' io e le malattie abbiamo un rapporto di reciproca indifferenza: io non mi preoccupo di loro, e loro mi lasciano in pace. "Tu hai voglia di scherzare. Ce l'hai il repellente antizanzare?". Quello si'. "Beh, non ci fai niente". ... "Fidati, andare in Laos senza precauzioni e' un azzardo". Ti ringrazio per l'appello accorato, Mathieu, ma per deformazione caratteriale gestisco meglio i guai che le paranoie. "Aspetta qui, ho una cosa che ti salvera' la vita". Se e' una scatola di preservativi, me l'ha gia' regalata un tuo concittadino tre mesi fa. Ed e' ancora incellophanata. "Tieni". Neanche il tempo di dileguarmi, che Mathieu riappare con il suo zainetto, occupato per un quarto da un contenitore della Tupperware da pic nic di Pasquetta. Solo che al posto dell'insalata di riso ci sono medicine a sufficienza per un reparto del Gemelli. Mancano solo quelle contro l'ipocondria. Dal mucchio ne estrae una confezione di Lariam 250mg e me la porge. "Prendi una compressa subito. Poi le altre ad intervalli di tre giorni". Ti ringrazio, ma mi risulta che queste ti scassino lo stomaco e che il morbo sia resistente al principio attivo. "Forse, ma e' l'unica cosa che puoi fare per limitare il rischio. Stai per andare incontro al paludisme". Veramente neanche in Botsw... "Se ti viene la febbre, corri subito all'ospedale". Ho capito va, grazie mille Mathieu. "Se non ce sono nei paraggi, consulta almeno un medico". Afferrato, grazie per le pillole. "Se la febbre non accenna a diminuire, continua a prenderne ad intervalli sempre piu' brevi, fino ad una pasticca ogni 6 ore". Si', mo' me lo segno. Grazie anche per le informazioni. "Dopodiche', se non le usi tutte, riconsegnale alle farmacie munite di contenitori per la raccolta di medicinali scaduti, con i quali...". GRAZIE, MATHIEU. Ma se non mi lasci prendere quel bus, in Laos neanche ci arrivo.Per una volta che il visto e' puntuale, il torpedone e' pieno. La soluzione diventa lo spezzatino fai da te. Sette passaggi, a partire da quello di un esuberante cinese che mi scorta di corsa al terminal recitando in un mantra tutte le marche di auto (Audi-Honda-Wolksvagen-Ferrari-Benz-Toyota-Opel-Bmw-oh-Bmw, ohi-ohi-ohi) che sogna di guidare, e in stazione ho giusto il tempo di risucchiare gli ennesimi noodles istantanei salendo in corsa sul bus per Mengla'. Ultimo biglietto utile, posto numero 33, proprio in fondo, dove i sedili sono lettini larghi 40 centimetri, lunghi meno del necessario, incavati nel solito cupolino porta-gambe, appiccicati e appiccicaticci. Il famoso genio dell'incastro ne ha ricavati dieci in un volume di due metri per due metri per due metri scarsi, ma la struttura scricchiola terribilmente ad ogni sobbalzo. Per entrarci bisogna contorcersi e incassarsi, per stendercisi bisognerebbe staccarsi le braccia, e compresa nel prezzo di ogni curva c'e' la ginocchiata del vicino che russa con le scarpe vicino alla testa. Nell'antro della promiscuita' confluiscono gli umori da usura del tempo, il tanfo dei calzini bucati, l'afrore dei vestiti mai troppo lavati. E non arriva un filo d'aria. In compenso dal motore salgono zaffate bollenti di olio bruciato che squagliano le scapole e amalgamano le puzze con maestria. L'effetto nel naso e' quello della spazzatura cotta al sole. Cerco disperatamente il bottone per spegnere la funzione olfattiva, poi provo a darmi il colpo di grazia con la discografia di Pino Daniele. Ma di prender sonno non se ne parla. E mentre ai lati della gabbia sfilano le ombre del Xishuangbanna e dei suoi contadini attrezzati con torcette frontali, alla quindicesima ora di sbatacchiamenti, inchiodate e gomitate, sentendo il richiamo del mio bistrattato apparato immunitario, inghiotto una compressa di Lariam. Per noia.

A Mengla' il bus arriva col buio. E sempre con l'oscurita', piu' di un'ora dopo, un furgoncino mi deposita a Mohan, il villaggio fantasma di frontiera. Dove aspetto le otto e mezza per la cerimonia di apertura del varco: tutto l'organico al completo, present arm, marcetta, sistemazione delle divise, passo dell'oca, alzabandiera e inno nazionale. La scenetta, immersa nella bruma dell'alba tropicale, andrebbe immortalata. Ma e' assolutamente vietato usare digitali e derivate. E poi riavvolgo il nastro degli ultimi due mesi: dall'Uzbekistan sono uscito col visto scaduto, in Kazakhstan sono entrato scavalcando una recinzione e ne sono fuoriuscito dichiarandomi un terrorista armato, in Kyrgyzstan sono arrivato e partito scattando foto ed esibendo visti approssimativi, in Tagikistan ho combinato di peggio. Almeno stavolta e' il caso di non insistere nella caccia ad un paio di manette. E poi la Cina ha gia' dato. In cima ad Irkeshtam, al di la' della sbarra di confine, invece di un cartello, di un segnale o di un semaforo, mi aveva accolto un militare. Bardato, infreddolito e ritto su un piedistallo da pizzardone, al mio passaggio aveva sollevato di colpo una bandierina verde, indicandomi il container del controllo passaporti (non che mi fosse sfuggito, essendo l'unica traccia della presenza umana nel raggio di cinque miglia) e intimandomi di riporre la macchina fotografica. Avevo obbedito a parole. Nei fatti lo scatto alla cieca inquadra sia il playmobil sia la bandierina. Salutata la Cina, un tuc-tuc mi scorta a Boten, sul lato laotiano del confine. I doganieri qui sono appena nove, e in una bacheca sfoggiano con orgoglio le istantanee di un'amichevole di calciotto con i dirimpettai. Solo che i cinesi sono quarantacinque. E della partita non si riporta il risultato.
Da Boten a Udomxai la strada e' spesso virtuale. Il limite e' fissato sui 30 orari, ma il problema e' avvicinarsi a quella velocita', non superarla. Mika aveva provato a convincermi che fosse una sciocchezza. Finlandese suburbano, con quelle guance rigonfie, il doppiomento, le narici larghe, il setto schiacciato e le labbra siliconate sembrava un suino albino. In realta' era soprattutto un cretino. Che nel Cloudland di Kunming mi aveva dato del quarantenne ("Sara' la barba". Si', oppure che sei un beota) dopo avermi mostrato una cartina del Laos, aver preso approssimativamente le misure della scala fra pollice e indice, allargato il compasso percettibilmente e posizionato le dita in linea retta fra la frontiera e Luang Prabang. Come se ci andassi in funicolare. "Sono 100km scarsi, ci vogliono un paio d'ore" la sua profezia. I chilometri sono 300 e le ore di viaggio 9 e mezzo. Durante le quali, fra un posto di blocco e l'altro, dalla vegetazione saltano fuori alcune bisce, parecchi camion disposti a frontali vincenti e una miriade di villaggetti identici: un pugno di palafitte col tetto spiovente di paglia, maialini che grufolano, uomini che trasportano fasci di legna sulla schiena, ragazzine con le sporte legate in fronte, donne che ruminano spighe di orzo, bambini che interrompono il gioco per correre sul ciglio a salutare il passaggio dei pickup, sciami di motorini tutti diversi, talmente piccoli che sembrano fatti in casa. E che si guidano con una mano, mentre l'altra tiene un ombrellino, una gallina o un neonato. Fra le palme e i banani le carnagioni si fanno ambrate, gli occhi si riprendono parte della forma tondeggiante, i sorrisi tornano a splendere, la quiete a regnare e soprattutto, come per miracolo, riappare il sole.
Ventotto ore dopo la partenza da Kunming, in qualche modo, arrivo a destinazione. E durante le operazioni di cambio incrocio un omino sulla sessantina. Tarchiato, con la testa ovoidale, un accenno di pappagorgia, gli occhi piccoli resi ancor piu' minuti dagli occhiali spessi e una buffa maniera di guardarti dal basso verso l'alto, inclinando indietro tutto il busto. Ha la silhouette inconfondibile della vecchia conoscenza, se non ricordo male si chiama Jean-Yvon. Ci siamo intravisti una mezza dozzina di volte, in passato, l'ultima quasi sei anni fa. E in sua assenza, nel suo disordinatissimo appartamento di Suresnes, alla periferia ovest di Parigi, ho trascorso settimane indimenticabili a base di frustrazione, alienazione e molto meno sesso di quanto avrei voluto. "Buongiorno zio, si ricorda di me?". "Ah... l'italiano... il giornalista... il fotografo... il viaggiatore". Si', tutto e niente, sono io. "...allora quando torna in Francia mi saluta sua nipote Carole?". Che sta in Tanzania. A proposito di coincidenze e mezze Delusioni.

Adagiata con i suoi 32 templi sulla penisoletta fra il Mekong e la docile sinusoide di un suo affluente, il Nam Khan, Luang Prabang e' patrimonio dell'umanita' che vive di turismo. Ma che appoggiandosi sulla gentilezza non smaliziata dei suoi abitanti non ha ancora perso l'ingenuita' della fanciulla acerba. Ex capitale del regno, e' una cittadina rilassata, garbata e tranquilla, che pero' in questi giorni e' agitata da un fermento positivo, da un fremito di gioia collettiva. Il 27 ottobre si celebra infatti il lai heau fai, una ricorrenza buddista che coincide con la festa per la luna piena piu' importante dell'anno, la prima che cade dopo la stagione monsonica. Quella che segna la fine delle piogge e il ritorno del sereno. Per tre giorni i monaci e gli abitanti preparano grandi barche di cartapesta, dispongono in ogni angolo candele e foglie di gelso inghirlandate con fiori arancioni, fanno le prove di effetti speciali con miccette e fischiabotti, assistono tifando a gare di canoa fra villaggi, sbattono piatti e suonano tamburi. Sono le prove generali della grande processione in abiti tradizionali che si conclude nel tempio principale, il Wat Xieng Thong (pron. Uat-scien-ton: quando un monaco m'ha chiesto se ci ero mai stato ho attaccato con Chicago e San Francisco, prima di arguire che avevo sbagliato strada...) mentre le barche vengono affidate alla corrente del poderoso Mekong. Tre giorni giovani giovani in una guesthouse profumata, in compagnia di Taylor la bionda, Christina la mora e Tierney la rossa - aspiranti fattone dal sangue anglosassone allungato col brunello di Montalcino - e di una biciclettina rosa, col cestino e senza freni, sulla cui sella appuntita metto a repentaglio reputazione, potenzialita' riproduttive e noce del capocollo fra le piste di campagna. Poi, quando della festa resta solo la cera rappresa sui marciapiedi e mi incammino verso Vientiane, lo rivedo. Mika, il finlandese dei 100 chilometri, delle 3 ore e dei 40 anni. Indossa un paio di anfibi e una tuta mimetica con striature ocra e sta sferzando l'aria con un arnese simile ad un manganello retrattile. "Mi alleno all'autodifesa attiva". Autoche? "Questo l'ho preso in un mercatino cinese, ma ho anche un coltello. Mi premunisco contro ogni pericolo". Nel Laos? "Certo. L'Indocina e' piena di rischi!". Come no. A proposito, Mika, tu l'hai fatta la profilassi antimalarica? No? Tieni, allora. Ne manca solo una...

mercoledì 24 ottobre 2007

Somewhere over the rainbow

Caro diaro,
stanotte si va in Laos. Che messa cosi' pare una passeggiata. In realta' tocca prima tornare al Consolato di Kunming, ritirare il visto alle 16 e catapultarsi alla stazione dei bus, sperando di arrivarci per il torpedone delle 17. Mi dicono che il sovrapprezzo di 4 Yuan sul biglietto non garantisce l'arrivo a Muang Xai o a Luang Prabang, ma solo il risarcimento in caso di danni permanenti. E dato che l'assicurazione non copre le psicopatologie acquisite, e' una fortuna aver rimediato un libro. Altrimenti per ammazzare 30 (trenta) ore di strada dissestata avrei avuto la tentazione di evirare me stesso o il mio vicino. Mi dirai che per preservare la propria sanita' mentale ci sono letture piu' indicate dell'autobiografia di Jodorowsky. Ma qui l'alternativa era quella di Rooney.
Comunque si', hai capito bene, ho detto Laos. Si', lo so che e' un deja'-vu. Si' lo so che un collezionista di timbri non rimette piede due volte nello stesso Paese, che quando e' capitato e' stato per gioventu', per necessita' o per due minuti. Ma, sai, forse c'e' solo una calamita che mi attira piu' dell'ansia di novita'. E' la possibilita' di imboccare strade cariche di simboli. Lo so, e' una penosa scorciatoia per indirizzare le scelte, un righello di freddo metallo sullo scorrere della vita, un patetico artificio che estende sul presente la dimensione mitizzata del passato. Ma ne subisco quella musicalita' che al caso, a priori, manca. Insomma, prima che in Myanmar scoppiasse il bubbone, il percorso l'avevo immaginato cosi'. Perche' quell'assaggio di Laos e' stato pieno di appunti scarabocchiati dal destino che per ignoranza chiamo coincidenze. Pregno di memorabilia che volevo rievocare. O onorare, fai tu.
Lungo quel bagnatissimo ovale indocinese, io e Stefano c'eravamo affacciati fra i canali di Bangkok, avevamo tagliato in barca la Cambogia, navigato il Mekong e risalito la costa del Vietnam fino alla baia di Ha Long e Hanoi. Per me un farmaco generico contro l'ultima mezza Delusione, per lui un casto e scapestrato addio al celibato. Io sono ancora convalescente, lui s'e' sposato con Roberta dieci giorni fa, tre anni dopo quel viaggio invernale.
Nella capitale del nord avevamo vissuto una vigilia di Natale anomala ed esuberante: famiglie di 3 elementi aggrappate alla stessa bici, gruppi di 4 o 5 ragazzini incollati su ciclomotori fumanti, affamati di strada e di marciapiedi, a menare col clacson prima di affluire in piazza, nelle vie, nei locali o attorno al laghetto per festeggiare rumorosamente vestiti da Santa Claus, mescolando sacro e profano, trombette e Madonne, foto-ricordo e veglie di preghiera. Il quadro somigliava piu' ad un carnevale, ad un capodanno, alla vittoria di un campionato di una squadra biancorossa, che ad una celebrazione religiosa. Poi all'una tutti a casa. La sera seguente, dando retta al calendario gregoriano il 25 dicembre, un minivan ricolmo di pacchi ci doveva portare in Laos attraverso la notte e le montagne dell'interno, assecondando il ritmo sincopato imposto dall'asfalto sconnesso. Era la prima volta che ci allontanavamo dall'acqua. E li'.

Salendo sulla corriera, una riflessione di Susan Sontag mi invadeva la mente senza chiedere permesso e si accomodava fra le righe del mio quaderno prima che le buche mi obbligassero ad attappare la penna e a penetrare le pagine di un romanzo francese. Che divoravo finche' una frase stuzzicante mi suggeriva di sequestrare il cellulare di Stefano per inviare a tre amici lo stesso sms. Conteneva una fregnaccia pseudo psicologica a sfondo autoironico, e precedeva un breve sonno funestato da un'onda gigante che riuscivo paurosamente a domare surfando sulla cresta. Io che a stento sollevo una vela.

L'indomani pomeriggio, arrivati a Vientiane, ingurgitando un piatto innominabile in un locale semideserto, ci imbattemmo in un televisorino che mostrava immagini indecifrabili, apparentemente di archivio. Sembrava un documentario sul mare, che in Laos non c'e'. In realta' era un servizio del tg. E anticipava che il mondo s'era svegliato nel lutto e nel terrore: vicino a noi s'era abbattuto lo tsunami. Sul telefonino di Stefano, spento, stavano arrivando decine di messaggi allarmati. "Comunicateci subito la vostra posizione" il telegramma di mio padre. "Qualsiasi cosa stia accadendo sulla costa riguarda noi come la neve di Stoccolma riguarda voi" la mia risposta. Che se formulata vis-a-vis lo avrebbe spedito in galera per lo strozzamento del figlio. Solo due giorni dopo, rientrati in Thailandia, avremmo preso piena coscienza della portata della tragedia che ci aveva sfiorato. La sera stessa, a New York, la Sontag si spegneva a 71 anni. (e a 'sto punto fossi in Simon Leys partirei con gli scongiuri).
Ah, il libro era di Picouly, un regalo di Piero. E la frase stuzzicante parlava del rapporto fra la mente umana e la paura della catastrofe. L'avevo piegata a uso e consumo del tragitto notturno sul furgone vietnamita, ma quel messaggio Paolo non lo ricevette mai. Avevo sbagliato un numero. Antonio invece rispose subito. Alberto tre minuti dopo, con una fiocina delle sue. E nel post scriptum citava Cassano. Rispondeva sempre, Alberto. Perche' c'era, sempre. Qualsiasi cosa gli proponessi ti infilzava con una stilettata piu' acuta. E quando cominciava lui, stargli dietro era una fatica corroborante. Sapeva stimolarti e pietrificarti, coinvolgerti e esaltarti, usando lo stesso tono, la stessa ironica intelligenza, lo stesso stile di essere. Quello che generava identificazione, ammirazione, sete. Alberto dava dipendenza, mai assuefazione. Piu' che un amico, una speranza. Una presenza costante, ingombrante, necessaria. Evidentemente gia' all'epoca. E da allora, quando era a corto di cartucce, Alberto tirava fuori quell'sms dalla strada verso il Laos. Un piccolo manifesto della frequentazione che era diventata condiscendenza, che era diventata considerazione, che era diventata confidenza, che era diventato affetto, che era diventata complicita'.

Per questo, a chi mi domanda cosa mi manca in questo viaggio, oppongo un imbarazzo triste dal quale esco con una verita' parziale. Perche' e' piu' facile parlare di nipotini e di abbracci fraterni che spiegare chi era Alberto. E se la risposta sarebbe secca come il dolore che provoca, circoscriverla a questo concentrato di emotivita' itinerante sarebbe un'offesa al vuoto che quella notte di dicembre ha creato tutt'attorno. Sono trascorsi 10 mesi e piu', non so quanto ci voglia per elaborare furti del genere. Ma ogni ricordo ficca ancora un ago in fondo ai polmoni, ogni pensiero scatena ancora una vertigine che semina nella testa tanti maledetti perche'. E gonfia ancora gli occhi di lacrime grosse e dolci.
Ecco. Mi manca quel cuore che ha deciso di fermarsi, quella vita che ha smesso di correre, 320 giorni fa, in beata solitudine. Ma nel dubbio che sia solo un brutto sogno, stasera, sulla strada verso il Laos, io ci riprovo. Perche' Alberto c'e' sempre. E un'occasione cosi' per sparare un colpo dei suoi - per prendermi per il culo - non se la fara' mai scappare.

Eccomi nell'abituale tenuta da combattimento per il varco della frontiera...

domenica 21 ottobre 2007

Lacina

Verso il decimo giorno abbiamo iniziato a metterci d'accordo almeno sul concetto di railway station. E' vero, io avrei potuto imparare subito a dire huoche' zhan, ma confidavo nell'insegna che sovrasta l'ingresso di ogni scalo ferroviario cinese. E mi illudevo che quei caratteri cubitali aprissero crepe di luce anche nelle scatole craniche piu' sigillate. Macche'. Per cinque settimane comunicare e' stato come andare in salita col cambio inceppato e le ruote sgonfie. Se non ti dispiace scendo e spingo, che faccio prima. Ce l'ho anche con te, prototipo del venditore di bevande. Sarebbe interessante sapere perche' si smerciano contenitori da 596ml o se quest'acqua sgorga da una sorgente tibetana o e' fiume Giallo purificato, ma ti assicuro che se sventolo le banconote e abbozzo ghirigori con la mano e' solo per sapere quanto cacchio costa questa bottiglietta. Nient'altro. E anche con te, proprietaria della drogheria che ovviamente non capisci la parola deodorant. Possibile che il mio mimo, il gesto di strofinarmi le ascelle con uno stick, ti faccia venire in mente, nell'ordine, un rasoio, un pettine e un pacco di assorbenti interni? Tu non ridere, oh gioviale uomo della strada, che ti avvicini disponibile e poi ti fai attanagliare da un timor panico che ti secca la gola e l'inglese: se la domanda che ti rivolgo e' introdotta dagli avverbi where, when o what, e' inutile che mi rispondi yes, yes, perche' io non ho bisogno di una conferma, ma di un'informazione, cribbio. Chiaro? Ooohhh.... yes, yes, yes! D'altra parte vai a farti intendere a gesti, quando qui il numero uno si indica sollevando il mignolo, per il due si aggiunge l'anulare, per tre il medio, per il cinque c'e' chi apre tutte le dita e chi chiude il pugno e per il dieci si incrociano gli indici disegnando la X latina. E se fin qui ci si puo' pure arrivare, la vicenda si complica col sei, che si fa stendendo oltre al pollice anche il mignolo, col sette e il nove, uncini pressoche' identici con gli indici, e con l'otto, quel segno che per i nostri bambini indica una pistola e per i nostri bassi un manifesto consolatorio. Stando cosi' i numeri, figuriamoci i contenuti. L'incomunicabilita' deflagra nello scontro di etnocentrismi idiosincratici al relativismo culturale. Rinchiuso nella mia angusta forma mentis, per esempio, io c'ho messo sei viaggi asiatici per capire che la maniera orientale di sedere sui talloni non ha nulla a che vedere con l'elongazione del quadricipite femorale. Serve a garantire l'equilibrio quando si caca nei cessi alla turca.

"Il fascino unico che la Cina esercita su coloro che l'avvicinano puo' essere paragonato all'attrazione fra i sessi - ha scritto il sinologo belga-australiano Simon Leys - ... (a differenza dell'India)... la Cina rappresenta il polo opposto dell'esperienza umana...e' l'indispensabile altro che l'Occidente deve incontrare per prendere davvero coscienza del proprio Io culturale". Ecco, il mio Io culturale (che davanti a quei pezzi di cadavere a mollo nel Gange non s'era comunque sentito fra due cuscini) c'ha messo tutta la buona volonta' per abituarsi al sottofondo musicale, quella nota di risucchio collettivo con parcheggio del catarro nella cavita' orale, quella rullata da sistemazione della saliva sulla lingua e quell'acuto da feroce espulsione del composto che scandisce una normale giornata cinese. Ma lo spartito fatica a fare breccia e a provocare un senso di limitatezza nel mio Io culturale. Tanto piu' che se papa' sputacchia, l'erede al trono piscia. I vestitini per bambini in Cina incorporano uno spacco sotto il cavallo, un lasciapassare per l'evacuazione seduta stante che rende superflui i pampers. Basta arrivare all'eta' della parola e dire "mi scappa", che la mamma ti prende in braccio, ti solleva le gambe, ti allarga il pantaloncino e te la fa fare dove capita. Quando cala la sera, fra composti organici di varia provenienza, sulle piastrelle delle sale d'attesa delle stazioni si stratifica una patina di fluidi collosi, una polpa di umori rancidi. Se ti si slacciano le scarpe e' consigliabile lasciarle cosi' per sempre.
Man mano che obbligavo le mie giunture a sopportare strizzate da 26 ore su brandine rigide larghe 50 centimetri e le papille gustative a reggere l'ustione degli spaghettini istantaneamente piccanti, l'interazione e' comunque progredita. Nel raggio di un sorriso si materializzava sempre un volontario disposto a capirmi, un gruppetto di ragazzine vogliose di praticare l'inglese o un bambino col desiderio feticistico di farsi immortalare con uno straniero coi peli sulle braccia e la barba di tre giorni. Ma da li' a evadere un po' di questioni in sospeso ce ne passa. Avrei voluto per esempio domandare ad una donna incinta con quanta malinconica intensita' si vive la gravidanza, un evento che nella Cina del terzo millennio e' doppiamente unico. Mi sono consolato pensando che in Asia non ho mai cavato nessun ragno da nessun buco. Che fosse futile ("Perche' in Libano tante auto hanno l'adesivo CH?" "Quale adesivo?" "Questo, ce l'hai anche tu!" "Ah, questo... boh!"), contorta ("Come vi rapportate in Mongolia con l'anomalia che difficilmente vedrete mai il mare, l'elemento preponderante sulla Terra?" "Io l'ho visto, e' sporco") o sostanziale ("Cosa spinge un bambino a farsi monaco buddista?" "I genitori") la mia curiosita' e' sempre andata a sbattere contro un muro di commovente naivete'. Questo e' solo un altro piccolo dubbio da appendere all'albero degli interrogativi irrisolti.
Perche' a quasi 30 anni dal varo della campagna 'Uno va bene', il titanico programma di contenimento demografico e di controllo della nascite a base di disincentivi sulla pelle degli eventuali secondogeniti, la pulce piazzata davanti alla locomotiva in corsa sta cominciando a generare i suoi effetti quantitativi - la popolazione cinese diminuira' a partire dal 2040 e il Paese perdera' il primato mondiale a favore dell'India - ma sta gia' provocando i primi scompensi qualitiativi. Un tempo fondata sul rispetto per gli anziani, la Cina e' oggi uno Stato asservito all'idolatria dei bambini. Cento milioni di piccoli Imperatori, figli unici nati all'alba del boom economico, viziati nella culla e cresciuti come spietati arrivisti laddove un tempo si onorava la famiglia e si veneravano i suoi membri piu' attempati.
Quattro anni fa, di Pechino mi aveva impressionato l'ottimismo acritico della gente di fronte al vortice del modernismo, una superficialita' inquietante perche' fatta di ignoranza ma trascinante e coinvolgente, perche' fatta di fiducia e di uno strato di umilita' e deferenza che condiva anche i rapporti con lo straniero. Spesso trattato come un capolavoro da fotografare. Attraversando una buona fetta del resto del Paese, oggi ho fatto il pieno di ammiccamenti e sguardi curiosi, ma quel trasporto e quel riguardo l'ho appena subodorato.Nulla a che vedere con le paventate forme di nazionalismo xenofobo, ma se all'epoca della febbre aviaria i pechinesi mi avevano avvolto in un alone magico, adesso mi devo accontentare di suscitare interesse. Sorpresa, non piu' meraviglia. E se da una parte pesa il consolidamento del benessere e la maggiore consapevolezza di se', dall'altra si percepisce un atteggiamento meno scanzonato e piu' egocentrico nei confronti della vita e degli altri. Me lo hanno confermato - da Jay a Paul - alcuni cinesi emigrati all'estero, che tornano a casa ogni anno e ogni anno trovano "un Paese che cambia". Economicamente in meglio, umanamente in peggio. Uno Stato nel quale il crollo delle ideologie ha creato un vuoto morale riempito alla rinfusa da valori protoborghesi e da Starbucks, anche nella Citta' Proibita. Nel giro di tre decenni, la Cina e' passata da importatore a produttore, da consumatore a investitore, e lo sviluppo e' andato di pari passo con il cambiamento di stili di vita e di mentalita'. La nazione rurale e patriarcale ha lasciato spazio a quella utilitaristica, che ha replicato il salto compiuto dall'Europa in tutto il Novecento nello schiocco di in una sola generazione. E la prossima si trovera' a vivere in un Paese tre volte piu' ricco degli Stati Uniti. Fra i problemi che pone il futuro, i miei soci apocalittici inseriscono ai primi posti la scarsita' di risorse, l'impatto ambientale, la gestione delle disuguaglianze e della previdenza. La legge del figlio unico sta causando anche un inarrestabile invecchiamento della popolazione. Quelli che esagerano, poi, aggiungono l'ordine sociale. Nella storia dell'umanita' le guerre sono esplose quando sistemi chiusi hanno smarrito il loro equilibrio, e la Cina dei 125 uomini ogni 100 donne (molte, ormai, single per scelta) sembra condannata ad allevare eserciti di pericolosi onanisti frustrati che pagano la vecchia e aberrante pratica dell'infanticidio femminile. Ma con uno sguardo gettato dal treno, le spalle del regno di mezzo sembrano solide e in grado di sopravvivere ad ogni urto: il Paese dei parchi zeppi di gente che gioca a domino e a morra, che pratica il tai chi, che improvvisa orchestrine e che blatera ininterrottamente per ore, mi ha sbalordito per le sue bellezze naturali, per la sua storia millenaria e per la sua capacita' di organizzazione e di controllo dell'intero meccanismo, per quell'ordine e quella relativa pulizia che sono i fiori all'occhiello del Partito e fanno alzare la voce ai bellimbusti iper-integrati, i sostenitori dello status quo. Della teoria per la quale un Paese cosi' grande e popoloso non puo' rischiare di incastrarsi nelle farragini della democrazia partecipativa e del multipartitismo, non puo' fermarsi a mettere in discussione il proprio autoritarismo e il rispetto dei diritti umani. Perche' la Cina ha fretta di riprendersi la leadership del pianeta. Negli ultimi 5000 anni i periodi in cui non lo e' stata rappresentano l'eccezione, e il secolo appena cominciato non fara' che rientrare nella norma. L'Occidente scoprira' forse che il capitalismo selvaggio, la produzione di massa per la massa senza frontiere protezionistiche e alla merce' del dumping - la concorrenza al ribasso - e' davvero il sistema che premia il piu' forte. Solo che questo non e' necessariamente il migliore, ma semplicemente il piu' numeroso. Se alla sicura supremazia economica domani si aggiungera' quella probabile militare, alla Cina non restera' che cercare di rimuovere i vecchi stereotipi per porsi come modello di riferimento, come Paese capace di imporre mode e stili, e allora anche l'ultimo tassello della sua rincorsa alla cima del mondo sara' sistemato. Insomma, chi vuole puo' cominciare a preparare le lettere di protesta e a mettersi l'anima in pace: siamo nati americani e invecchieremo cinesi. O tutt'al piu' indiani.

giovedì 18 ottobre 2007

L'isola che non c'è

Quell'acronimo - ADA - ci aveva incuriosito. Sinistramente ripetuto ad ogni angolo di Rocinha, suonava minaccioso e sapeva di losco. Non si scrive nulla per caso sui muri della favela piu' estesa e malfamata del Brasile, uno slum con una sua banca che fra le mura delle catapecchie ha generato milioni di affamati e migliaia di delinquenti, ispirato libri e film. "Significa Amigos dos Amigos - ci aveva spiegato il responsabile dell'asilo nido che stavamo sostentando - ed e' il nome Matt e Antheadella fazione che controlla il territorio". Per la precisione di un clan criminale che organizza ronde in motorino, gestisce una sottospecie di ordine pubblico parallelo, ad ogni incrocio dispone di vedette che comunicano in codice usando walkie talkie e che non gradisce le incursioni dell'antidroga. Anzi, le combatte a colpi di pistola. Come fanno intendere altri graffiti, i suoi vicoli purtidi demarcano la linha da morte. Matt e Anthea li ho conosciuti cosi', saltellando fra rivoli di fango e imboccando un gruppetto di bambini di Rio de Janeiro, cuccioli privilegiati in un contesto di degrado e violenza. Del Kent lui, di Sydney lei, sposati da tre anni, avevano deciso di riflettere sul loro futuro lavorativo in un ballo sudamericano lungo due mesi. Poi, a maggio, la mail illustrata che annunciava: '...fra l'Inghilterra e l'Australia abbiamo optato per Hong Kong, dove Matt lavorera' come analista per gli americani della Morgan Stanley e gestira' portafogli clienti da 10 milioni di dollari. P.s. Ti sei fidanzato?'. No, Anthe', no...

Il signore che ha progettato i bus notturni cinesi e' un piccolo genio. Ha coniugato la tradizione egiziana dei sarcofagi a quella russa del tetris per ideare un acuto gioco di incastri salvaspazio. Ai piedi di ogni letto le gambe del viaggiatore si infilano in un vano rigido che fa da basamento alla testa del letto anteriore. Parecchio ingegnoso, vagamente claustrofobico e inesorabilmente a dimensione di cinesino. Io ci provo per un po' a chiudere la tibia a libretto, ma alla fine desisto. Li' non c'entro.E sul bus che mi raccatta a Yangshuo non dormo un secondo. Ma e' un bene. Primo perche' ho la fortuna di ammirare la celebre alba di Shenzen, il regno del falso, la cittadina con la qualifica di prima zona economica speciale che a partire dagli anni Settanta ha raggranellato 30 miliardi di dollari di investimenti di aziende estere attratte dall'escamotage della delocalizzazione della produzione e si e' allargata fino a diventare la dimora di 8 milioni (e trecentomila) anime e l'icona dell'espansione urbanistica legata all'impennata econonimica della Cina. E poi nel corso della notte ho pure la possibilita' di avvertire un tizio di Guangzhou che sta inavvertitamente scendendo dal bus con le mie scarpe in mano, 'sto sbadato.

"WOW, allora vieni a stare da noi!". Quando due giorni prima avevo comunicato le mie intenzioni, la replica degli Whitehead era stata istantanea e entusiasta. "P.s. Ti sei fidanzato?" No, Anthe', no... Superata la frontierina sotterranea ("Senta, onorevole doganiere hongkonghese, mi fa il favore di apporre il timbro in quell'anfratto li', che' cominciano a scarseggiare le pag... Come non detto, buona giornata") non mi rimane che seguire piu' o meno fedelmente le indicazioni: trenino fino a Kowloon Tong, metro verde fino a Mong Kok, metro rossa fino alla fermata Central e ('Buongiorno, sir tassinaro, quanto costa una corsa fino al 62 di Robinson Road? Arrivederci, grazie') scarpinata a piedi fino ai piedi del picco Vittoria. Dove arrivo zuppo. Matt e Anthea sono in ufficio, il portiere in livrea ha le chiavi di una casa minimalista e sfacciatamente sbrilluccicante. "Tenga, signor Castelle" (zitto va, che con una maglietta cosi' e' meglio nascondere l'identita'), "L'appartamento e' al trentesimo piano". "L'ascensore funziona, vero?".

Protetta da uno statuto speciale venduto al pubblico dietro lo slogan approssimativo 'Un Paese, due sistemi', a dieci anni dall'annunciato, sofferto e incompleto ritorno alla madrepatria cinese, Hong Kong resta un chicco di occidente alla cantonese. Un granello di cosmopolitismo e senso civico all'inglese nell'area piu' economicamente in ascesa del pianeta. Primo porto mondiale per traffico di navi portacontainer e prima borsa dell'Oriente, la citta' vale piu' oro di quanto pesa la sua dislocazione strategica che spinse l'Inghilerra vittoriana a cercare un pretesto per scatenare le guerre dell'oppio pur di assicurarsi lo scalo migliore per la Compagnia delle Indie. Oggi, appesa ad un limbo istituzionale e identitario, di britannico gli e' rimasta l'organizzazione del lavoro, la guida a sinistra e una spolverata di boria da centro del mondo, anche se tutto attorno c'e' il mare. Che si vede - quando va bene - salendo oltre il ventesimo piano dei grattacieli del potere economico e della finanza speculativa. panorama dal 30° piano di Robinson Road   Fra qui e Shanghai centoventi anni fa fu fondata la banca HSBC, il cui logo compare sui dollari locali e sulla cui affidabilita' punto' anche Saddam Hussein, quando nella filiale di Amman decise di versare i risparmi di una vita. Qui il sindaco e' definito chief executive, la locuzione con la quale altrove si designa l'amministratore delegato di un'azienda. E sempre qui si stanno allungando gli appetiti di Pechino. Risanato lo strappo con il Partito dopo la vicenda della Sars - che qui ha lasciato una proliferazione di mascherine, guantini e precauzioni assortite - oggi il destino di Hong Kong sembra segnato. Non sventolando le velleita' indipendentiste di Taiwan, l'isoletta non verra' ricondotta all'ovile patrio con la minaccia delle armi ma fagocitata col potere dei soldi. Gia' oggi la Cina incentiva le sue societa' a legarsi all'Hang Seng, a quotarsi presso la borsa di Hong Kong, e un accordo bilaterale facilita l'ingresso dei facoltosi cinesi con voglie di shopping d'alto bordo. Cosi' come a Macao affluiscono in massa quelli affetti dalla sindrome del gioco d'azzardo. Come conseguenza di questa reciproca attrazione fatale, di imperfetto oggigiorno ad Hong Kong c'e' anzitutto la democrazia. Il Parlamento e' eletto solo in parte dal popolo, il resto e' espressione di corporazioni di lavoratori e di uomini di affari sui quali gravano sempre di piu' l'ingerenza, le intenzioni e soprattutto i metodi di Pechino. Liberticidi e intimidatori.Guarda, questa è Hong Kong! "Guarda,
questa è Hong Kong!", mi urla una no global locale che protesta davanti alla sede dell'autorita' monetaria. In tutto sono otto. Meno dei poliziotti e degli steward che impediscono il passaggio e l'esposizione di cartelli che rivendicano la cancellazione del debito dei Paesi poveri, lo stop delle privatizzazioni dei pubblici servizi e dei progetti distruttivi per l'ambiente. Il tutto contenuto in una missiva indirizzata a mister Olaf Unteroberdoerster, il rappresentante del Fondo Monetario Internazionale residente nella suite al settantanovesimo piano del grattacielo al numero 8 di Finance Street, lo stesso dove lavora Amaury, l'enfant prodige della BNP che a ventisette anni ne ha gia' alle spalle due di esperienza a Taiwan, uno qui e soprattutto due giorni a Dunhuang con me.

"Ciao, io mi chiamo Lucky e anche tu sei fortunato" (simpatico, ammazza). Poco dopo, un cupo ragazzotto del Punjab mi avvicina mentre sto archiviando l'insostenibile leggerezza su una panchina del porto, dalla quale i contorni della penisola di Kowloon e la sagoma di quel che sara' il terzo edificio piu' alto del mondo sono sfumati dietro una foschia che peggiora col passare delle ore. "Posso sedermi?" (certo, fratello). "Tu hai un grande cuore e una splendida testa"(si', per non parlare delle qualita' nascoste). "Sono uno studente di scienze astrologiche" (medicina no, eh?). "Questa e' la foto del mio padre spirituale" (quanto costa al grammo, quella roba?). "LuckyIo vedo l'aura di fortuna attorno a te" (e' pure pesante, allora...). "Sei una persona che vive amando; e di notte il tuo cervello non risposa ma si libra come una farfalla" (facciamo un caterpillar). "Sei fidanzato?" (Moretto, ti manda Anthea, vero?). "No?!? E' perche' ti piacciono gli uomini?" (Ho capito, ti manda Lo Monaco...). "Io vedo che c'e' una donna che ti pensa intensamente, giorno e notte" (Dev'essere mia madre, soffre di insonnia). "Che troverai l'amore e avrai tanto successo e denaro" (questo e' il futuro, invece nel presente quanto vuoi?). "Vedo dalla linea della vita che vivrai 85, forse 90 anni" (con quello che me sto a mangia' se arrivo a 70 e' grasso che cola)."E che nel prossimo mese la tua vita cambiera' con tre avvenimenti eccezionali". Questo lo so pure io: a Bangkok arriva Manu' con quattro libri, le infradito da spiaggia e il mio deodorante preferito. Non chiedo altro.

domenica 14 ottobre 2007

In the mood for love

Che Pablo Escobar intrattenesse rapporti col presidente Uribe sinceramente mi sfuggiva. E ancor piu' sinceramente dopo 4 giorni ininterrotti di viaggio e 20 ore di digiuno me ne fregava pochino. Ma Gustavo da Cali aveva tanta voglia di parlarmene, ad una boccata di castigliano fuori stagione non si puo' dire di no, ed e' assolutamente inutile cercare di imporre il silenzio ad un pensionato colombiano che viaggia da solo e adora Fellini, Pasolini e piazza Navona. Anche se tutt'attorno si dischiudono i panorami piu' poetici della Cina meridionale. Appena a sud di Guilin sfilano infatti le risaie, i boschi di bambu' e i fantastici pinnacoli che nei secoli hanno ispirato gli artisti con gli occhi a mandorla: le grotte, le caverne e le strette colline coperte da alberi che spuntano dalla pianura come effetto dell'erosione del mare e che culminano in prossimita' di Yangshuo nel picco del loto verde e in centinaia di prodotti della fantasia creativa sviluppata dalla natura in 300 milioni di anni. Un incanto nel quale il forestiero in bermuda viene attirato, abbindolato, imboccato e poi spennato. In buona compagnia, visto che non c'e' luogo in cui i cinesi siano in minoranza. In cittadine come questa - viuzza pedonale stile Playa del Carmen da percorrere fino all'infiammazione dei tendini - l'industria del turismo si sbizzarrisce cosi' poco che a qualsiasi longitudine il risultato e' sempre pateticamente lo stesso: un remoto profumo di incenso, un flauto sempre vispo, le insegne fosforescenti dei pub, lo struscio frenetico fra le processioni di bancarelle affollate di mercanzia presunto-tradizionale, finto-alternativa e global-kitsch. Dalle collane delle donne Miao agli accendini a forma di teschio, dalle candele profumate ai cappellini degli Yankees, dal gatto dorato di plastica che ti fa ciao con la zampa alle magliette con le effigi di tutto l'idolatrabile, Che Guevara e Yao Ming in testa. E poi i braccialetti in argento tibetano (mi raccomando), il tuo nome scritto su un osso di yak tibetano (ci tengo), i portamatite in rigoroso legno tibetano (ma che me stai a piglia'...?). Manca il tizio che fa le treccine con la fascia in fronte e la canna stritolata fra le labbra, ma e' solo questione di tempo. O di spazio. Dal Mekong in giu' sara' l'eterno ritorno dell'identico scempio. Quello che sfocia sempre nei ristorantini dal menu perverso. Ne apro uno a caso e leggo. Espresso e cappuccino; colazione all'inglese, all'americana, all'olandese e alla scandinava; caffe' brasiliano, irlandese, colombiano, messicano e dello Yunnan; muesli statunitense, omelette alla spagnola, riso alla thailandese, alla giapponese e all'indonesiana, verdure alla canadese, insalata all'israeliana e all'hawaiana, sandwich alla pakistana, toast, patatine e maiale stufato alla francese, hamburger all'italiana, pollo alla viennese, bistecca alla neozelandese, salmone alla norvegese, borsch all'ungherese e alla russa, fajitas e le immancabili pizze Magherita, Vezuvio, Cappricosa, Prima Vera e Italian (tomato sauce, cheese, bacon, ham, onion e green peppers) . Non manca neanche la rinomata zuppa di coda di bue alla francese. E per gli amanti del genere c'e' il serpente in cinque salse, il cane fritto a 4 euro e mezzo, e il seasonal mouse ("scusi, qui manca una S o...?"), perche' qui i topi si riproducono a multipli di nove. E se conservati a lungo in frigo perdono le preziose proprieta' organolettiche e quel certo nonsoche' tutto loro. Viva la bettola che tre strade piu' in la' ti propone due piatti con quattro ingredienti. Perche' usciti dal circolo vizioso delle trappole per inguaribili boccaloni, i dintorni di Yangshuo sono una delizia. Basta arrampicarsi sul biliang feng o montare in sella e pedalare oltre le ultime case per trovarsi avvolti nella quiete e circondati dalle muse degli acquarellisti cinesi. Le anse del piccolo e fortunato fiume Li che si aprono in paludi circondate da composizioni decorative di roccia calcarea, formazioni carsiche rivestite di piante di cassia, centinaia di pani di zucchero che addolciscono il cielo e offrono di che vivere a uccelli, farfalle, anatre, libellule, anfibi. A bufali al guinzaglio di anziane, a uomini piegati sotto il peso dei sacchi di riso, a contadine con le cortecce di bambu' sulle spalle e le ceste appese alle estremita', agli imperterriti parassiti che pescano con i cormorani. Tutti coperti dai cappelli di paglia, conici o a cupola. E, qualche chilometro ad ovest, all'etnia Yao, le cui donne sono note al Guinness come le portatrici sane dei capelli piu' lunghi del mondo - li tagliano solo a 16 anni, in vecchiaia le chiome nere raggiungono il metro e ottanta - ma ancor piu' famose per il costume di pizzicare il didietro degli avventori. E a quel musone che agita pericolosamente le forbici sbraitando senza sosta con i suoi compari. Mi domando sempre di cosa diamine straparlino tutto il giorno i paesani che non hanno accesso a giornali, libri, radio e tv e che vivono e condividono le medesime esperienze tutti i mesi della loro vita, ma nella fattispecie il tema era probabilmente il seguente: "perche' mai un italiano va in mountain bike fino al villaggio di Fuli e sgancia 25 centesimi di euro per farsi dare una spuntatina alla zazzera?". Intanto a Yangshuo la giostrina continua a girare, gli stranieri e i cinesi ad andare e venire, i pittori ad essere ridotti a caricaturisti e gli scrittori a estensori di testi per le t-shirt. Fino a mezzanotte, quando il circo va a nanna e a spasso restano solo un paio di figuri che si avvicinano di soppiatto al masculo solitario e gli sussurrano qualcosa intingendo l'indice destro nell'incavo dell'altra mano. Non mastico ancora bene l'idioma del posto ma propendo per l'interpretazione maliziosa. "Ti sembro uno che deve pagare per andare con una donna?". Non e' presunzione - quella, semmai, e' etica, non certo estetica - e' paraculaggine. Ai fantocci non resta che lasciarmi in pace o offendermi. E spesso, nel dubbio, quelli continuano ad offendere. Interrogata sull'argomento, Kelly dichiara che sono il suo mito, Shelley dice che me la gioco con Bob Marley, Anne e Debbie che non sono state loro a decidere di venire a Yangshuo perche' e' stato il Dio della Bibbia che le ha portate qui (non c'entra niente, ma non e' colpa mia se non parlano di altro), mentre Justine non si pronuncia ma lascia parlare i fatti. Unica inglese purosangue in mezzo alle succitate cinesi angolofone, in perenne equilibrio dinamico fra le radici veraci del Dorset e la fragranza posh della City, mi importuna con una scusa risibile, si fa dare una stanza vicino alla mia, mi trascina ogni sera a cena nell'osteria a gestione familiare che ha individuato di giorno, propone supplementari a base di birre e gelati per prolungare le disquisizioni su Gordon Brown e David Cameron, sulle scommesse e sugli sviluppi sostenibili, sulle maratone e sui dritti lungolinea. Sostiene che pensiamo in modo simile ("comincia a escludere Christina Aguilera e quella storia dell'oroscopo"), rimanda di un giorno la sua partenza da Yangshuo e mi chiede di raccontarle le mie storielle sull'Africa e sull'India. Perche' sua madre ha vissuto in Rhodesia e il boyfriend e' originario di Delhi.

giovedì 11 ottobre 2007

Finché la barca va

Il rumore e' quello assordante dell'ingorgo come regola di vita. Nella quale il martello pneumatico firma a ripetizione patti faustiani col progresso. Il colore e' il verde scuro della vegetazione fitta, umida e coperta da una cappa cinerea anche in piena estate. L'odore non lo so, che' un acquazzone mi ha centrato a zonzo in maniche corte, e quando serve l'ombrellaio non c'e' mai. Rotolare verso levante equivale ad una discesa inesorabile verso i gironi piu' malsani dell'inferno metropolitano cinese, in fondo al quale ti aspettano i forconi roventi di Pechino e Shanghai. Molto prima pero' c'e' il Sichuan. Bagnato da ottanta corsi d'acqua e sospeso fra l'altopiano tibetano e la pianura modernizzata, e' provincia di contrasti ed esagerazioni. I suoi menu propongono la cucina piu' speziata dell'est, i suoi depliant turistici offrono la visita del Buddha piu' grande del mondo (una scultura, realizzata alla confluenza di tre fiumi e scavata sul fianco di una montagna, talmente alta che il solo alluce e' piu' lungo di una cinesina media) o una passeggiata nell'habitat di quel viziato del panda gigante, l'animale piu' schizzinoso e simbolico fra le 5200 specie viventi a rischio estinzione. E in quanto a dimensioni non scherza neanche il ratto che ogni notte sorveglia il bagno pubblico dell'hutong del Settecento nel quale mi sistemo a ChengDu. Da queste parti veniva anche Mao, il gatto, il leader che con le sue politiche dei cento fiori, le sue crudeli rivoluzioni culturali e i suoi balzi in avanti e' riuscito a far piombare il Paese nel punto economicamente piu' basso della sua storia plurimillenaria. L'uomo del tardivo e stonato "arricchirsi e' glorioso", che in attesa di improbabili revisioni storiche continua a riposare imbalsamato nel mausoleo di piazza Tienanmen, a prestare il volto a tutti gli Yuan e ad essere strumentalizzato a fini governativi da una nomenklatura di partito ipocrita, illiberale, oligarchica e deideologizzata, a ChengDu viene commemorato pure con una statua. Che benedice una piazza illuminata dall'insegna di Cartier. A tre ore di treno in linea retta verso oriente comincia la periferia di Chongqing. Ancora un'ora e si entra in stazione. Un'altra di autobus e si arriva in centro. Tanto e' tutto uguale: un tetto compatto di smog, saliscendi impervi per le biciclette, nugoli di scaricatori per via del porto, altoforni impazziti e alveari umani a perdita d'occhio. La densita' e' a livelli bengalesi, con un solo battito di ciglia lo sguardo abbraccia le anime di un capoluogo europeo. Gli abitanti dichiarati sono quasi 10 milioni, piu' 5 dell'hinterland, piu' il doppio se si include il resto dell'omonima municipalita': per disperazione il governo qui ha bandito l'uso del clacson. A dieci mesi dall'accensione del braciere olimpico di Pechino, nel suo medagliere la Cina gia' vanta 7 delle prime 10 e 16 delle prime 20 citta' piu' inquinate del pianeta. E nella graduatoria Chongqing e' davanti a tutte. Piu' ancora delle auto, infatti, il primo produttore mondiale di beni agricoli e industriali sconta le conseguenze dell'abuso del combustibile piu' tossico, il carbone. Estratto in 28 mila miniere, corresponsabile diretto di seimila decessi l'anno fra i lavoratori del settore e indiretto dell'abbassamento dell'aspettativa di vita nei grandi agglomerati urbani, fornisce oltre il 70% dell'energia necessaria a far funzionare un Paese dall'aria irrespirabilmente fuligginosa. Dal primo gennaio al 31 dicembre, ogni cinese ne consuma in media una tonnellata a testa, che moltiplicato per un miliardo e 300 milioni di cittadini fa una cifra attorno al fantastilione di chili. Devastantemente inquinanti. Un terzo della Cina e' sciacquato da piogge acide, le particelle di zolfo corrodono le vie respiratorie (fornendo, fra l'altro, una sorta di giustificazione al fenomeno dello sputo dove capita, meglio se sulle scarpe del vicino di bus, ancor meglio se straniero) e le polveri sottili sparate dalle ciminiere viaggiano cosi' lontano che hanno provocato le rimostranze ufficiali di Corea e Giappone e vengono inalate tanto sulla costa est degli Stati Uniti quanto su quella ovest del vecchio continente. In sostanza dappertutto. Oltre al piacere sadico di intaccare vita natural durante i propri bronchi, a Chongqing si va per immergersi non solo figurativamente nell'emblema del dramma dell'ecosistema cinese, per solcare il suo simbolo piu' tristemente noto, il Chang Jiang, il grande fiume, lo Yangtze. Esperienza catartica preceduta dalla solita contrattazione. Una, lunga, infruttuosa e a gesti, con due operatori del porto, seguita da una piu' breve, telefonica, con una signorina munita di un inglese meccanico. E che alla fine per un prezzo da pensionato di Nanchino cede una seconda classe su un ammaccato barcone per turisti locali - sveglia alle 6, cessi alla turca, refettorio inavvicinabile, quattro blatte come compagne di cabina - tirando il fiato. "Oh...You are very smart!". Grazie, che fai stasera?

Originato a 5300metri di altitudine da un ghiacciaio pre-himalayano, terzo solo al Rio delle Amazzoni e al Nilo, lo Yangtze scorre per 6380 chilometri, bagna una dozzine di province, fertilizza 2milioni di km quadrati di campi e sfama (e in qualche caso disseta) quattrocento milioni di persone. In un continente che ha sempre eletto i suoi fiumi a vie di comunicazione privilegiate con l'aldiqua e l'aldila', l'agnostico Chang Jiang trasporta 100mila navi, raccoglie gli scarichi fognari di 40 citta' e quelli industriali di 400 fabbriche e riversa nel Pacifico 3 miliardi di tonnellate di acque putride. Ogni anno. Eppure sa fingersi placido, innocente e persino immacolato quando le sue acque color smeraldo si insinuano fra le tre silenziose gole minori e si distendono fra le tre maggiori, a tratti squarciate da raggi di sole. In realta' l'inghippo e' appena piu' a valle, alle porte di Yichang, dove l'ingegneria ha sposato la megalomania per piegare la natura alla sete di energia idroelettrica. Con un fronte di due chilometri e un'altezza di 300 metri, l'imperiosa diga delle tre gole verra' completata nel 2009, sara' il doppio di quella di Assuan e con le sue turbine produrra' l'energia di una quindicina di centrali nucleari, altrimenti necessarie per trainare lo sviluppo dell'entroterra agricolo. Costera' 60 miliardi di euro - ma una nazione che risparmia sulla schiuma da barba e sui pannolini per bambini se li puo' permettere - e intanto e' gia' costata la casa a due milioni di abitanti delle sponde del fiume, sfrattati con le buone o costretti con le cattive. Il livello dello Yangtze infatti si sollevera' per 550km, sommergera' 8000 siti di interesse storico e archeologico e ha gia' cominciato a ridisegnare la mappa della regione, inghiottendo 1500 fra citta' e villaggi e facendo scomparire parte della fauna - come il delfino d'acqua dolce - teoricamente protetta e oggettivamente inadatta a sguazzare nella piu' grande latrina del mondo. Ma oltre all'impatto sul martoriato ecosistema, qualche protestuccia degli ambientalisti e un lieve ma inevitabile depauperamento del fiume a valle ("qui l'acqua la purifichiamo e la beviamo" mi ha detto nella stazione di Wuhan un ricercatorte universitario, mentre un pupo ci faceva la pipi' e la pupu' sui piedi), la diga dovra' soprattutto contenere il peso dei liquami artificiali, del fango e dei detriti trascinati dal fiume. Una valanga da 530 milioni di tonnellate annue che ha gia' costretto i progettisti ad inventarsi un sistema di prefiltraggio con contrafforti autopulenti la cui efficacia sara' l'ulteriore scommessa della piu' grande costruzione dell'uomo dai tempi della muraglia. Dal 1949, anno della fondazione della Repubblica Popolare di Mao, in Cina sono crollate 300 dighe. E se qualcuno pensa che quello era un altro Paese, prima o poi dovra' finire per ammetterlo.

n.b. A beneficio degli amici della censura di Pechino, ci tengo a sottolineare che ovviamente questo post e' stato redatto da un mio ignoto amico. Del resto, essendo questo blog inaccessibile come altri 2000 siti internet, come avrei potuto aggiornarlo personalmente dalla Cina? D.C.

mercoledì 10 ottobre 2007

Di tutto... di più!

Viste le molte richieste fornite attraverso i messaggi nei post e via e-mail e, soprattutto, grazie al suggerimento e all’accurata ricostruzione dell’amico Filippo (Fulippo)… Dariodiviaggio si dota da oggi di un nuovo utile strumento per visualizzare e seguire le tappe raggiunte dal nostro viaggiatore di riferimento!
Molti di voi avranno sicuramente dato un’occhiata o installato quella straordinaria applicazione chiamata Google Earth... ancora no? Fatelo ora! Basta cliccare sull’icona qua sotto per scaricare la versione attualmente disponibile in rete:

Dopo l’installazione sarà necessario effettuare il download del file (dariodiviaggio.kmz) che vi permetterà di visualizzare a volo d’uccello il percorso e le tappe raggiunte dall’ottimo Dario attraverso le mappe satellitari di Google. Anche per questo… sarà sufficiente cliccare sull’icona in basso:

Dopo il click si aprirà una finestra di dialogo attraverso la quale sarà possibile eseguire direttamente l’applicazione o salvare il file sul proprio pc per una successiva esecuzione.
Una volta aperta la schermata di Google Earth, nella colonna di navigazione posta a sinistra, nella sezione Luoghi, comparirà la cartella Luoghi temporanei e il file dariodiviaggio.kmz… basterà espanderla con un doppio click per visualizzare tutte le tappe e dare avvio all’esplorazione… il resto verrà da sé.

Ed ora qualche utile consiglio per una ottimale navigazione all’interno del tour. Impostare attraverso il menù orizzontale di Google Earth i seguenti parametri:
- tramite l’opzione Visualizza: selezionare
Barra di stato+Planisfero+Atmosfera
- tramite l’opzione Strumenti selezionare Opzioni>Esplorazione: de-selezionare “Mostra fumetto” e impostare il parametro “Pausa tour” al valore 1.0
Nella colonna di navigazione a sinistra, sotto la sezione Livelli: de-selezionare tutto tranne Luoghi abitati.
L’attivazione di queste semplici funzioni contribuirà a rendere la navigazione più snella e veloce evitando il caricamento di molte funzioni complementari offerte dall’applicazione.

Sarà sempre possibile scaricare il file dariodiviaggio.kmz attraverso il menù del Blog e lo stesso sarà tenuto aggiornato, compatibilmente alle notizie inviateci da Dario.
L’attuale percorso è stato desunto cronologicamente dalle località menzionate nei singoli post ed è pertanto suscettibile a variazioni successive ad opera dello stesso Dario e di noi tutti.

Buon volo!

venerdì 5 ottobre 2007

Sweet dreams (are made of this)

Reggiseni abbandonati sul pavimento, toppini risicati appesi ai pomelli, mutandine merlettate aggrappate ad ogni spigolo. Il profumo di gelsomino no, deve essere suggestione, perché la 209 dell'ostello di Xi'An e un incrocio fra il set di una candid camera e le fantasie di Gigi la Trottola. Solo che invece di Annina spunta Stephanie con i suoi piercing. "Oh Gesu', scusa il casino!". Figurati, quando vuoi. Neozelandese, bionda, atletica, è la mia compagna di stanza per cinque minuti. Il tempo per lei di tornare dalla doccia, infilare la biancheria umida nello zaino, sigillarlo con un lucchetto e volatilizzarsi alla volta di Lhasa assieme alla miniatura di Lou Ferrigno. E poi di tornare indietro per darmi appuntamento "al Bondi Iceberg bar di Sydney". Sì, fra quattro mesi. Molto piu facile incontrare Christin a Chongqing. In mezzo a 15 milioni di cinesi intossicati che ci vorrà mai a rintracciare un metro e settantacinque di ingegnere civile con gli occhi color grano che sta per reinventarsi consulente sessuologa. Cool, poi insieme si potrebbe scendere lo Yangtze in barcone e andare pure a Yangshuo! Giusto perché insisti. Ok, adesso chiamo il mio ragazzo nel Colorado e glielo dico... sai com'è, non vorrei che pensasse male. Ci mancherebbe, non lo vorrei neanch'io. Tanto poi Liz mi aspetta a Singapore e Jessica a Hong Kong. Nella peggiore delle ipotesi a Bali. O a Melbourne. Forse. E' una vita che ho futuro da paura. E' il presente che continua ad essere la solita chiavica.
Per farla breve anche a Xi'An ballo da solo.
Mille anni fa, quando l'insediamento era chiamato ancora Ch'ang An, dalla porta di Giada si mettevano in marcia le carovane dei mercanti che sfidavano il Taklamakan, rischiando a sud - Golmund, Hotan - la siccità, e a nord - Dunhuang, Turpan, Kucha - le scorribande dei cavalieri nomadi, sulla strada verso l'oasi di Kashgar. Da dove tentavano di valicare il Pamir e il Tian Shan per poi sostare a lungo nelle ricche città di Osh, Khokand, Samarcanda, Bukhara. E Merv, oggi in Turkmenistan, che prima di essere sbriciolata da Gengis Khan era abitata da genti che parlavano 17 lingue e professavano tutto il professabile: cristiani e musulmani, ebrei e buddisti, confuciani e zoroastriani. Perché oltre a far conoscere all'Oriente i metalli e le pietre preziose, il vetro colorato, la lana e il vino, e all'Occidente la porcellana, le spezie, il thè e quel tessuto lucente, morbido e resistente, la via della Seta fu un efficace canale per la trasmissione di scienze e tecnologie, per il confronto delle idee, per la condivisione delle arti e delle credenze. Superati i deserti dalle sabbie rosse, ai commercianti non restava che aggirare il Caspio e piegare verso la Persia, Baghdad e Aleppo per puntare verso i porti del Mediterraneo come Antiochia, o attraversare il Caucaso per imbarcarsi dai moli del mar Nero, come Trebisonda, o scheggiare l'Anatolia fino ad Istanbul. Forte del suo glorioso passato di capitale e protetta da una massiccia cinta muraria di dodici chilometri, oggi Xi'An ha conservato un'impronta che nelle altre metropoli cinesi le ruspe hanno abbattuto nel volgere di qualche notte. Due pagode, altrettante torri, il quartiere islamico con la moschea e quell'indicibile accozzaglia di chincaglieria contraffatta che può essere solo un mercato, musulmano, notturno, in una città, di sette milioni di abitanti, cinesi. Dal poggia-bacchette designed in Italy ai valigioni Samsonite, tra i vicoli si trova di tutto. E di originale spesso non ci sono neanche le banconote. In un posto così, di memorabile c'e' anche la coda da selezioni del Grande fratello per salire sul bus numero 5306 con destinazione l'esercito di terracotta, l'incredibile fatica realizzata ventidue secoli fa da anonimi scultori a protezione del sonno eterno di Shin HuangDi, capostipite della dinastia imperiale dei Qin (che si pronuncia Cin...), il primo condottiero a sbaragliare la concorrenza dei feudi rivali e ad unificare il Paese. Circa settemila soldati, tutti diversi, dalle acconciature alle armature, dai baffi alla scanalatura delle suole, disposti coi loro cavalli (e, prima che venissero trafugate dai tombaroli, con lance e balestre) a protezione del sepolcro del Primo Imperatore.
Un'opera mastodontica, considerata la scoperta archeologica del XX secolo perché gli abitanti dello Shaanxi l'hanno lasciata gradualmente affogare nell'oblio e affondare nel terreno, da cui e' stata estratta solo a partire dal '74 dopo un ritrovamento assolutamente casuale. La consapevolezza del valore storico e artistico è un prodotto culturale europeo post illuministico -neanche i contadini eredi degli Incas che bazzicavano le rovine di Machu Picchu erano consci del peso archeologicamente specifico delle mura che usavano come stalle - ma nel caso dell'esercito di terracotta resta imperscrutabile la curva del tempo che ha fatto perdere la memoria di un monumento tanto simbolico. E bello.
Poi la sera mi tocca tornare allo Xiangzimen, l'ostello a due passi dalla porta meridionale con la sua squadra di ragazzine tuttofare venute dalla campagna per 80 euro al mese, i due ritratti politicamente necessari di babbo Zedong, la sveglia suonata con lo zufolo degli Intillimani che c'entra come i cavoli a merenda, il biliardo, il maxischermo, la serata ravioli al vapore, i poster dei calciatori inclinati di 10 gradi perche noi giovani siamo anticonformisti, la colazione a base di bacon e uova strapazzate, le Heineken, i tavoli di legno modello irish pub, le lanterne rosse che fanno etnico, la new generation sino-glamour alla prova dell'anglosassone sbarbato e i muri da inzaccherare con frasi tipo se per il mondo non sei nessuno per qualcuno sei il mondo. In questa fucina di futuri laburisti ma non troppo, la musica è affidata al ciuffo biondo e al database da tremila brani di Patrick. Senza spremersi troppo le meningi, ma almeno omettendo 'ndarare 'nderera, otto anni fa ha scritto il testo di Promised Land, la hit house con la quale lui e i suoi Typhoon hanno venduto 300mila singoli salendo al primo posto delle classifiche in Spagna. "All'epoca non lo sapevo, ma ero giapponese dentro". Cosi', messo via il sintetizzatore, Patrick s'è trasferito a Kobe, dove a 34 primavere lavora come ragazzo alla pari presso una facoltosa famiglia tedesca. Per il momento insegna olandese al rampollo, ma domani aprirà un ristorante belga. Dice che ce l'ha dentro.

Ps. Con la dipartita di Stephanie, per la 209 passano un paio di coppie simpatiche, Tetsuya con i suoi raggi fotonici e infine un bavarese, ingaggiato da una ditta di Shanghai per esportare un po' del know-how teutonico in materia di impianti fotovoltaici e energie pulite. Volker è una persona a modo ma ha un difetto. Passi che mi chiama Tario, passi che mi pone un sacco di domande e passi pure che si rivolge a me alzando minacciosamente la voce. Ma che lo faccia mentre dorme è francamente troppo. Se non scappo a Cheng Du, una notte di queste mi prende un coccolone.

lunedì 1 ottobre 2007

Invito a cena con delitto

Un periodo più sfigato per metter piede in Cina non potevo trovarlo. Il primo ottobre il calendario propone le solenni celebrazioni per la festa nazionale, e per una settimana fabbriche, scuole, uffici e caserme sciolgono le righe. Un paio di miliardi e mezzo di gambe sono libere di mettersi in moto, e un numero incalcolabile di mandarini prende il suggerimento alla lettera. Considerato che all'estero volano appena 21 di milioni di persone – più dei famosi giapponesi con la macchina fotografica ma meno dello 0,2% della popolazione della repubblica popolare – che l'auto si usa per insudiciare l'aria della propria città ma non si scomoda per i lunghi tragitti, che il rapporto fra il PIL e il costo della vita già oggi rende i cinesi il secondo esercito mondiale di consumatori potenziali e che queste sono le uniche ferie di cui dispongono i nipoti di Mao, ne scaturisce un ferragosto romagnolo gonfiato e dilatato fino al delirio collettivo. Pensare di ritagliarsi uno spazietto in mezzo a tale migrazione di massa con effetto domino sulle settimane che precedono e seguono è roba da autolesionisti. Infatti eccomi.
In questo mega ponte, di ostico come salire su un treno c'è solo l'acquisto di un biglietto. La coda è burrascosa ma rapida, perché una volta conquistato il plexiglass hai 20 secondi per realizzare che la lingua parlata é inservibile, per comunicare alla signora in divisa dove vuoi andare e quando vuoi partire e per farle capire che siccome c'è il tutto esaurito anche un sedile duro quando dice lei va bene, prima che un'alitata alla nocciolina piccante ti scaldi la basetta. Indica che quello dietro ti sta per scavalcare. Kashgar, Turpan, Dunhuang e dintorni. In una settimana abbondante, al ritmo di un bancomat vanamente interpellato e di un francese al giorno, attraverso lo Xinjang, il turkestan orientale, la provincia più estesa e più autonoma del Paese, dove nessuno sa con esattezza a che ora è la fine del mondo e dove la maggioranza turcofona uigura trasmette alle città connotati mediorientali, con centri storici simili a medine, volti e zucchetti mediterranei, indicazioni stradali in arabo e tanto di tv locale. Seduto sui miei angusti seggiolini non mi perdo un centimetro del Taklamakan, un deserto grande come l'Italia e la Svizzera messe insieme, con una pletora di compagni per poche ore visito il minareto di Emir, le preziose grotte buddhiste di Mogao, le montagne di sabbia che cantano, il lago della luna crescente, la pagoda della grande e della piccola oca selvatica, le montagne fiammeggianti, la dagoba (sarebbe?) del cavallo bianco, e faccio pure la conoscenza della signora Zhou, una pensionata cinquantanovenne che col suo cognome pesante e la sua biciclettina da passeggio da 5 anni pedala una croce sull'Impero di Mezzo, dalla Manciuria al Tibet prima, dal nord-ovest all'isola di Hainan adesso. Tutto più che discreto, tutto più che organizzato, tutto più che pronto per fare della Cina la prima destinazione del turismo mondiale entro il 2020.

Tutto inquadrato, fuorché il mercato del bestiame di Kashgar, uno dei luoghi più polverosi, puzzolenti, pittoreschi e fotogenici della regione. Autentico nella misura in cui è difficile vendere un cammello battriano ad uno straniero, anche se beve come Marcel. Elettrico e appassionato capomastro di Lucerna, a dispetto del nome non parla francese, la sua biografia riporta una coltellata in Malawi, sei visite a Varanasi per testare se prima o poi il voltastomaco non viene e tredici capatine in Cina. Col risultato che ora non si ricorda più dove è andato e dove no ("Secondo te e' normale?" "Temo di no"). Il suo alter ego è Christian, che a dispetto del nome è assolutamente ateo, regola le luci di un teatro della banlieu parigina ("Come Fo!" miracolo sulla trentaquattresima), non sa l'inglese ed è così timido e compassato che quando un motorino lo investe è lui a chiedergli scusa. Cent'anni tondi in due, si amano in differita grazie alle mie traduzioni simultanee. Esattamente come Dominique e Malcom con le gambe a X a Turpan. Al termine del trattamento intensivo, Martine e Isabelle mi prendono per marsigliese. Non trovando l'argentina sperduta ma trovando un sedile per la 24 ore e 24 minuti da Dunhuang a Xi'An proprio alla vigilia dell'esodo, mi adatto a quel che passa il convento. Un po' alla volta saluto tutti e proseguo. E in avanscoperta sul convoglio finisco nel vagone ristorante, dove tre cinesi in borghese mi accolgono con lo stupore di chi constata in tarda età la veridicità di quella leggenda sentita da giovane. Vuoi vedere che quattro quinti degli abitanti di questa Terra sul serio non sono di etnia Han? Per festeggiare la scoperta, i tre mi offrono una birra a temperatura ambiente che rifiuto perché ho già la mia. Nello scambio che segue, uno mi mostra il distintivo della polizia, io mostro un testo in ideogrammi che recita: wo' xue' le si' ga yu' yan le keshi wo' yi' ge zhong wen hua' dai' bu' hui shuo'. I tre si sganasciano, anche se manca il finale "... tu potevi fare lo sforzo di imparare almeno un po' di inglese, diamine" perche' Amaury, il francese traduttore e traslitteratore del mio messaggio alla Nazione, non l'ha aggiunto per evitarmi qualche cinquina.

Alla stazione successiva, fra le montagne del Zhangye Danxia, i due si alzano, e una frizione metallica attira il mio sguardo sul pavimento: uno dei tre, il tipo con gli occhiali, ha una catena serrata alle caviglie e viene trascinato via per il bavero dal collega del macrocefalo che resta seduto ad aspirare le briciole di otto portate. A gesti gli chiedo se è una pantomima. A gesti mi risponde di no. Anzi, abbassa il cranio e col medio si traccia una linea orizzontale sulla nuca. Il treno riparte sotto il ticchettio di una pioggia che bagna gli ultimi chilometri della via della Seta assieme alla piccola speranza che fosse solo un'iperbole di pessimo gusto. In Cina sono 68 i reati per i quali e' prevista la pena di morte. Le esecuzioni annualmente censite da Amnesty sono meno di duemila, ma secondo stime di giuristi locali sono almeno il quintuplo quelle eseguite, per iniezione o per fucilazione. Talvolta pubblica.