lunedì 1 dicembre 2008

A spasso con Mustafà

La fettuccia rossa serpeggia anarchica sul linoleum prima di incocciare un cubo di formica, opaco come la vetrata che svela la notte di Beirut. Nessuno straniero in fila. Il doganiere sfoglia il mio passaporto, sbadiglia, e mormora qualcosa al collega. “Dove vai?”. “A casa di un amico”. “Come si chiama?”. “Mustafà”. “Mustafà… E poi?”. “Boh… Mustafà”.. All’ufficiale scappa un ghigno e non riesco a dargli torto. Là fuori ci saranno decine di migliaia di Mustafà, ma purtroppo l’unica cosa che so dell’uomo che mi aspetta nel parcheggio è il nome di battesimo. Che poi chissà se si dice battesimo, trattandosi di un musulmano. Il cognome avrei dovuto chiederlo a Bassam, l’omino olivastro che a metà giugno aveva scavalcato la finestra della mia camera e si era messo a scavare tracce sulle pareti, blaterando che se volevo conoscere il Libano lui sapeva chi faceva al caso mio. Suo suocero Mustafà - all’occorrenza sindaco, coltivatore terriero e accompagnatore di businessmen sauditi - aveva un tetto da offrirmi. Il muratore non aveva finito di formulare la proposta che avevo accettato. E un mese dopo ero atterrato all’aeroporto. “Sai almeno dove abita?”. Con lo sguardo minaccio il doganiere di raccontare i dettagli dell’antefatto. In un attimo mi ritrovo fuori. Mustafà è il pater familias di una dinastia che abbraccia tre generazioni di cugini coniugati coi cognati e di nipoti sposati coi vicini di casa. Più che un albero genealogico, una matassa di parentele intrecciata con divorzi, affidamenti e convivenze a distanza di oceani. Ogni mattina la stirpe si riunisce davanti ad un piatto di manaish con zatar e si cimenta in tenzoni a base di uova sode – tanto vince sempre il nonno - poi s’incastra nel furgone di famiglia. E io mi accodo.
Con 730 auto ogni mille persone, il Libano è lo Stato col più alto numero di vetture pro capite al mondo. E con 358 abitanti per km2 su una superficie pari a quella dell’Abruzzo, è anche il più densamente abitato del Medio Oriente. L’incrocio dei due dati genera un traffico selvaggio, scandito da regole che col codice stradale c’entrano poco. Al volante ci vuole pazienza e fatalismo. Virtù endemiche in una regione che è stata nel mirino di fenici e francesi, passando per assiri, persiani, greci, romani, arabi, ottomani ed inglesi, e connaturate ad una Repubblica che riconosce 18 confessioni e in Parlamento ne rappresenta la metà. Insomma, armato di pazienza e fatalismo, fra un cocomero e un sorpasso avventato, un check-point, un’esercitazione siriana nella valle della Bekaa e un raid aereo a sud*, Mustafà mi guida alla scoperta dei patrimoni dell’Unesco del Paese. Byblos, che già nel neolitico era un villaggio di pescatori e che con i suoi 9 millenni di storia è la più antica città del mondo abitata con continuità, le meravigliose rovine di Baalbek, quel che resta dei cedri di Bcharré - culla e tomba di Kahlil Gibran – e i monasteri maroniti della valle di Kadisha. Ma anche del porto di Sidone, del suk di Tiro, delle grotte di Jbail, di un trapezio di cemento zeppo di carri armati sovietici chiamato “monumento alla pace”, e della Corniche di Beirut, il lungomare che fra yacht club, luna park e alberghi di lusso ospita anche il bar più microscopico della Terra: una capanna abbarbicata di fronte ai faraglioni che incorniciano la discesa del sole nel Mediterraneo e gestita da tal Abdallah. Infine, all’alba del quinto giorno, proseguo verso la Siria. Mustafà mi lascia davanti alla grande moschea di Tripoli, e bofonchiando un saluto affettuoso mi propina l’ennesima anguria. Riparato dalle fronde di un sicomoro lo ringrazio con un timido shukran e ingurgito controvoglia. In tutto questo tempo non c’è stato verso di fargli capire che il cocomero mi fa proprio schifo.
(tratto da Ulisse n.292 - Dicembre 2008)

*per le due o tre persone alle quali non ho ancora raccontato la storiella delle bombe, l'appuntamento è con il libro prossimamente in un uscita nelle migliori salsamenterie.

sabato 1 novembre 2008

Mediterraneo

In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare (Henri Laborit)

Il boato scuote l’aria, il bastione di Santa Barbara e la volta calcarea del Victoria Gate, la più antica porta d’accesso alla Valletta, color miele come ogni costruzione nata nelle cave di Birzebbuga ed eretta a Malta sin dall’età del bronzo, quando gli abitanti dell'isola veneravano la Dea della fertilità. Cerco un volto scosso almeno un terzo del mio, ma nessun inquilino del Grand Harbour mi asseconda. Mi guardo il polso, è mezzogiorno. In un Paese che ha imparato a convivere col vuoto azzurro che lo circonda e col pericolo delle incursioni nemiche ma non con le proprie superstizioni (il diavolo s'inganna costruendo sugli edifici due orologi dalle lancette in perfetto disaccordo, la malasorte s'allontana disegnando un occhio sui luzzi, le tipiche barche di legno), lo scorrere senza intoppi della vita si annuncia con fragore, non con un cucù. Almeno è una fortuna che il compito non tocchi al cannone che punta il mare da Fort Rinsella, penso: con la sua canna di 10 metri sparava colpi a 3 miglia di distanza, con 100 tonnellate di peso è – nel suo genere - il pezzo di artiglieria più grande del mondo. Un suo segnale orario sbriciolerebbe il tempio megalitico di Ggantija e obbligherebbe la pro-loco a trovare un nuovo appellativo per Mdina, l’ex capitale barocca, la “città del silenzio”.
Spuntata arida e rocciosa dalle viscere del Mediterraneo, ultima traccia dell’istmo che un tempo collegava la Sicilia all’Africa, Malta sorge esattamente a metà del cammino fra Gibilterra e Libano, al centro dell’ombelico salato del pianeta. Su questi scogli benedetti da Eolo si è sistemata ogni sorta di stirpe, si sono incrociati ordini monastici e associazioni esoteriche, commercianti e massoni, l’evangelista Luca e l’apostolo Paolo hanno seminato una religiosità fiera e arcigna, esibita in 365 chiese spettacolari, Caravaggio ha trovato la libertà, l’ispirazione e la prigione, i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni hanno resistito all’assedio dei turchi, Napoleone ha dato prova della sua astuzia e gli Inglesi del loro potere d’attrazione imperiale, spezzato solo 40 anni fa dal referendum che ha preceduto l’ingresso nell’Europa politica e monetaria. E sempre qui, secondo Omero, la ninfa Calipso ha amato Ulisse, offrendogli invano l’immortalità. Arcipelago sempre conteso fra fedeli e infedeli, esposto alle intemperie della storia e del clima, bagnato dal sole anche a Natale, spazzato dal vento anche a Ferragosto, l’eclettica e multiculturale Repubblica di Malta oggi punta forte tanto sulla storia quanto sulle potenzialità glamour: i wine bar trendy lungo la passeggiata del porto, le discoteche di Paceville, i ristoranti chic e i casinò frequentati per ragioni araldiche anche dai nobili del continente, attirano ogni anno centomila italiani, duecentomila tedeschi e mezzo milioni di britannici. E ancora, l’affascinante contrasto fra i campi da golf di Marsa e il mercato del pesce di Marsaxlokk, fra la rotunda di Mosta, una delle cupole più grandi della cristianità, e le immersioni nei fondali turchesi, fra le guide multimediali ai musei archeologici e il teatro di strada, fra il soggiorno nelle farm-house di Gozo e i set cinematografici di Troy, Braccio di Ferro e Il Gladiatore, tutto produce l’effetto del dado nel brodo di un’industria, quella turistica, che costituisce il 24% del PIL nazionale e che dà lavoro a 27 maltesi su 100. Così, al calar del sole, le anime dell’arcipelago si svelano in tutta la loro inafferrabilità: mentre gli ultimi Ford Plaxton, i caratteristici autobus gialli, scorrazzano per le cittadine, i veicoli del ministero delle infrastrutture puliscono le vie della capitale, i punti di ristoro per gatti si riempiono di felini e Gigi D’Alessio si esibisce in una piazza, Paul Oakenfold, Erick Morillo e i dj di fama internazionale richiamano 3000 ragazzi sulla pista dell’Axis Megaclub. Da una parte la musica trance e hip hop pompa sotto le luci laser fino all’alba, dall’altra le scintille purpuree dei fuochi di artificio delle feste patronali solleticano il cielo. E a mezzanotte si spengono con discrezione.
(tratto da Ulisse n.291 - Novembre 2008)

p.s. Poi ci sarebbe la storia di George, sopravvissuto ad orfanatrofi, salvation army e guerra delle Falkland, e vivente in cicatrici, tatuaggi, crocifissi e una serie di disgrazie familiari che neanche dolce Remì.

n.b. non si fece ricorso ad alcun filtro.


...e c'è un nuovo DarioTube

domenica 5 ottobre 2008

Balkan Express

I ricordi erano le immagini surreali di un incubo. Il buio sfumato da una lunetta impertinente, il rauco sferragliare del treno sui ponti, il binario 4 della stazione, l’insegna Бeoгpaд, l’intervento della milizia, il fermo. Poi l’accusa, l’interrogatorio, le minacce, i fucili. Fino a Dimitrovgrad, frontiera bulgara. Era una sera d’estate del ‘95, il mondo non conosceva ancora l’orrore di Srebrenica, ma per l’Occidente Belgrado era già l’unica responsabile di un’orribile guerra fratricida. Per me - da allora – era stata soprattutto un rischio più grande dei miei 19 anni. Così ora, dopo il settimo smembramento territoriale della ex Jugoslavia, ora che l’ex città-guida degli slavi del sud si è riscoperta una metropoli sempre meno sostenuta dalla Russia, ora che la capitale del Paese non allineato e della Terza Via si limita a trascinare uno staterello che non vedrà mai più il mare, era il momento di tornare all’ombra della Sveti Sava, la cattedrale ortodossa più imponente del mondo. Dove temevo di trovare una Belgrado rabbiosa e impotente, svuotata di energie e di speranze. E dove invece ho trovato l’orgoglio dell’ennesima rinascita. E tanta bellezza. Fondata 2500 anni fa da una tribù celtica, gli Scordisci, conquistata da romani, bulgari, unni, ostrogoti, ottomani, austro-ungarici e nazisti, distrutta 40 volte e battezzata in 13 versioni diverse, la città bianca del III millennio è un salotto accogliente di giorno e un turbine di vitalità di notte. Subito ti sorprende. Poi, lentamente, ti seduce. Solo 15 anni fa il costo della vita cresceva 2.839 volte al mese, e per tenere testa al più grave fenomeno inflazionistico mai registrato si stampavano banconote da 500 miliardi di dinari; oggi la Banca Mondiale scommette su un potenziale di crescita tremendous. Solo dieci anni fa, 80 giorni di bombardamenti della Nato sventravano il quartier generale delle forze armate di Milosevic e scavavano cicatrici sulla pelle dei serbi; oggi il Financial Times la elegge città del futuro dell’Europa meridionale. C’è chi la definisce la nuova Praga, per le 13 gallerie d’arte, per i caffé dei borghesi bohémiens di Skadarska, per i 9.000 fra concerti, mostre, spettacoli e opere teatrali che organizza annualmente, per la vitalità di Kneza Mihailova, la strada pedonale dello shopping e delle birrerie, dei gelati e dei pop-corn, per la fortezza Kalemegdan, dalla cui altura si scorgono le acque della Sava confluire nel Danubio. E per le discoteche, i pubs, i ristoranti dai nomi singolari come “?” e le decine di musei. Belgrado ne dedica uno ad Ivo Andric, il poeta nazionale premio Nobel nel ’61, e uno al maresciallo Tito, Josip Broz. Bosniaco il primo, figlio di un croato e di una slovena il secondo, come se la storia recente non fosse riuscita a tranciare il cordone ombelicale con i vicini. Sloveni, croati, montenegrini, bosniaci e macedoni rappresentano il 40% degli stranieri che annualmente visitano Belgrado (seguono gli italiani, con 20.000 arrivi e il 6% del totale), la cui presenza aumenta del 20% ogni stagione. Per riceverli, in città sono spuntate decine di strutture alberghiere e trenta nuovi ostelli. Uno sorge proprio davanti alla stazione ferroviaria, dove mi affaccio per dare un calcio a quei ricordi lì e dove un poliziotto mi blocca, proprio sul binario 4. Vuole spiegazioni. Ho la coscienza limpida, stavolta. Eppure estraggo i documenti teso come un lampione. L’uomo in divisa mi domanda perché parlo russo, perché scatto foto, qual è il mio lavoro, perché ho tutti quei timbri sul passaporto e soprattutto dove vado. “In Kosovo” rispondo. “Quello non è un posto per stranieri” replica secco. Poi solleva il berretto dagli occhi e ridacchia: “Non è mica come Belgrado”.
(tratto da Ulisse n. 290 - Ottobre 2008)

domenica 21 settembre 2008

Quattro matrimoni e un funerale


"...e domani sereno
volerò in braccio a Dio
tra papaveri e treno
perché là è il posto mio".
(Stefano Rosso)

venerdì 1 agosto 2008

A kind of magic

Quella mattina Atene si svegliò sotto una cupola di nuvole bluastre, freddata da uno strano scirocco e sciacquata da una pioggerellina molesta. Lasciai lo zaino nel deposito dell’aeroporto, sincronizzando l’orologio con quello sistemato accanto al countdown dei Giochi. Nei miei ricordi la capitale greca era sì il simbolo e il museo della cultura occidentale, ma anche e soprattutto un cantiere aperto, costantemente picchiato dal sole e condannato a inalare smog. Prima del rientro in Italia avevo tutta la giornata e tutta l’intenzione di integrare l’immagine della culla della filosofia e della scultura, della letteratura e della democrazia con qualche input alternativo. Ma il piano crollò miseramente sul bus che scivolava verso il centro, quando una giovane donna con la chioma increspata, la tinta innaturalmente vermiglia e lo sguardo spiritato elemosinò un’informazione prima di presentarsi. “Sono Vanessa, in arte Jadestar”. “Quale arte, se posso?”. “Leggo le carte e le sfere di cristallo, predico il futuro, guarisco con le mani e lotto contro gli spettri”. Poi aggiunse qualcosa di poco intellegibile sui transformational week-end.
Viaggiare significa incrociare orde di figuri stravaganti, ma Vanessa Buss da Città del Capo era una spanna avanti a tutti. Quel 25 dicembre 2002, poi, era sola, spaesata, con un contatto incerto, il portafoglio secco secco e tanti, troppi bagagli. L’identikit di chi ha assoluto bisogno di compagnia. “Ti dispiace aiutarmi?”. Appunto. Le mie spalle orfane dell’Invicta viola costituivano un bocconcino irresistibile per il suo sovraccarico di ammennicoli: mi ero liberato del mio fedele compagno di viaggio per finire schiavo di due borsoni zeppi di abiti neri, tarocchi e altre amenità. Quando scesi davanti al milite ignoto di piazza Syntagma ero già diventato mio malgrado il portantino di una sudafricana che sul biglietto da visita aveva fatto scrivere ‘Credo in Dio, negli Angeli e nella Reincarnazione’ e le cui attività spaziavano dai filmini dei matrimoni all’house cleansing, la bonifica delle case infestate da malocchio e spiritelli. “Dove ti accompagno?” le domandai. Vanessa si strinse nelle spalle. Con il numero di telefono di un conoscente di terzo grado che non intendeva disturbare prima di sera e un budget di una manciata di euro, a lei non restava scelta. Per la proprietà transitiva ero incastrato. L'unica attività che potevamo permetterci era camminare per le strade dell’agglomerato che ospita un terzo della popolazione greca, fradici come pulcini e zavorrati come portacontainer. Sperando che in quella mattina acerba, in cui Atene era ancora intorpidita, almeno il cielo fosse clemente. Macché.

Fra un mugugno mio e un improbabile resoconto suo sfioravamo la zona di Plaki e affondavamo nel quartiere di Monastiraki - le aree abitate più antiche della città - trovando gli unici segni di vita solo nelle chiese bizantine, dove i fedeli ortodossi si riversavano per le prime Messe natalizie. Di fronte alla cattedrale del XIX secolo, Vanessa assestava il colpo definitivo alle mie velleità: “Prima di cercare un hotel voglio vedere l’Acropoli, mi accompagni?”. Se non ci fossero stati la notte insonne sul volo da Johannesburg, i borsoni e la pioggia, l’idea non sarebbe stata neanche malvagia. Solo che, oltre a tutto questo, il monumento che 25 secoli fa Pericle aveva eretto in onore della grandezza della polis, era chiuso ai visitatori per le feste. La scarpinata era stata vana, e al di là della cancellata, due custodi ci vennero incontro per confermarcelo. La donna fulminò il primo dei due. “Tu hai un problema al ginocchio e al piede”. Il tizio, leggermente sorpreso, sorrise sotto i baffi. “E’ vero, anni fa ho avuto un incidente…”. “Avvicinati e fermati!” lo interruppe lei. Con gli occhi serrati e le mani tese in avanti, Vanessa cominciò a scorrerne il corpo, mantenendosi ad un palmo di distanza. Il guardiano greco sbirciò attorno con sospetto, e con incredulità ammise di sentire il calore emanato dalla guaritrice. “Ecco, adesso il dolore è sparito” concluse lei dopo qualche minuto. Una certezza senza un punto di domanda. “Ora ci fai entrare?”. Nonostante l’imbarazzo, l’uomo ci accordò lo sfizio. E per qualche istante potemmo gettare uno sguardo sui fregi bagnati del Partenone e sulle korai umide dell’Eretteo, evitando di entrare nel cono di luce delle telecamere a circuito chiuso e soprattutto di avvicinarci ai cani da guardia.
Sulla scia del successo, con lo stesso stratagemma Vanessa si assicurò anche un tramezzino in un bar e lo sconto in un alberghetto nel quale aveva infine deciso di ritirarsi. Prima di tornare all’aeroporto, la mia curiosità vinse la punta di vergogna e il mix razionale di scetticismo e diffidenza. Chiesi a Jadestar di mostrarmi quelle capacità che lei continuava a chiamare poteri. Sul viso, sul torace e sulle gambe, la vampata sprigionata dalla sua concentrazione allenata era percettibile. “Sento un problema agli occhi - mi disse senza che le avessi accennato alle varie operazioncine cui mi ero sottoposto negli ultimi mesi – ma ora è risolto, superato”. Infine consultò le carte e aggiunse: “Nel tuo futuro vedo un lungo viaggio in treno”.

Il dottor Ricci ci mise un po' a trovarli. Poi confermò che fra palizzate e bave di lumaca, la mia retina era sempre bucherellata come uno scolapasta.

Ma almeno sei mesi dopo partii per la Transiberiana.
(tratto da Ulisse n. 288 - agosto 2008)

mercoledì 9 luglio 2008

La polveriera

Questa gente ha sofferto troppo per l'anarchia, i soprusi, le ingiustizie e si è troppo abituata a sopportarli con silenziosa rassegnazione (che) ci si chiede se lo spirito dell'uomo dei Balcani non sia avvelenato per sempre e se potrà mai far altro che sopportare la violenza, o metterla in atto. (Ivo Andric)

Nuovi aggiornamenti in WMNA e DarioTube
Nuova gallery in SCATTI DI VIAGGIO: Est Express 2008
Eppoi, una chicca tutta giallorossa, una Pizzeria berlinese

mercoledì 25 giugno 2008

Blitzkrieg

"Il problema dell'italiano è che bisogna trovare un modo più breve per dire doppiovù". Io pensavo al conflitto di interessi, ma siccome a forza di studiare la comunicazione fra neuroni Antonio ha conseguito lo status di cervello in fuga, do' per scontato che lui si ponga domande più serie delle mie. E che grazie a queste poi giunga a conclusioni più fondate. Tipo "il vero miracolo tedesco sono le stanghe con le tette grosse appese". E io che pensavo alla ripresa postbellica.
Con tredici anni di ritardo sul programma originario, dopo qualche giorno a zonzo per Kreuzberg abbiamo sconfinato in Pomerania. Siamo partiti a bordo di una Panda blu elettrico che avrebbe fatto la felicità di Filippo (è la sua Fiat preferita, dice con quel retro squadrato è adatta al carico e al trasporto di cassette di frutta. A dire il vero Filippo lavora in banca, ma se faccio troppe obiezioni passo per rompicoglioni). Ci siamo accomodati in tenda equipaggiati alla bene e meglio con due colibrì e un materassino e dormito fino alla sigla di testa del Tg1, fatto 20km in kayak (30, considerando gli zigzag) sui laghi Masuri e scovato il quartier generale di Hitler, visitato le città storiche di Gdansk e Torun, la chiesetta di Swieta Lipka e il monumento alla patata di Biesiekierz. Poi ci siamo messi in una fila per lavori sulla via del ritorno, senza neanche ritrovare uno di quei panini stantii grossi come teste di vitello. In una settimana abbiamo guidato per 1798,3 chilometri (prima della partenza ne avevo valutati 1800, ma ho evitato di vantarmene perché lui aveva smesso di sopportarmi molto prima del nono giorno insieme) e abbiamo rimesso piede nel Brandeburgo giusto in tempo per la festina dei tedeschi e la festona dei turchi.
A Berlino siamo andati nella pizzeria 'A magica e in un pub con un altarino eretto in onore di Rudi Voeller, abbiamo mangiato come a Damasco (un couscous, due felafel, quattro fra doner, shawarma e kebab), fatto una puntatina la fete de la musique e soprattutto frequentato le sue ex. Perché dove c'è Antonio ci sono le sue donne. Attualmente la capitale tedesca ne ospita quattro. A volte capita che sei circondato - come durante Spagna-Italia - a volte le vedi singolarmente. E da solo. Come quel pomeriggio in riva alla Sprea, quando Daniela mi ha trascinato in una discussione di tre ore su montatori di maiali (Schweinsteiger ndr) e farfalline nello stomaco. Finché una signorina trafelata ci ha interrotti, eruttando frasi su frasi senza che sul suo sguardo comparisse mai l'ombra del dubbio che io non afferrassi una ceppa.
E' perché col tempo ho affinato la tecnica di tre espressioni facciali: l' "ah-ma-davvero-non-mi-dire", utile per non rovesciare disprezzo su chi mi racconta il suo viaggione a Sharm-El-Sheik; il "già-sono-incazzato-di-mio-se-ti-avvicini-ti-spiezzo-in-due" escogitato quell'indimenticabile primo dì a Johannesburg, e il "hmmm.. davvero-interessante" spendibile con chiunque e ad ogni latitudine. Visto il mio interesse, insomma, quella ha continuato.
Solo quando la giovine ha finito, Daniela ha replicato qualcosa. Alché lei è sparita.
"Cosa ha detto?" ho domandato allora alla ex numero tre. "Mah, niente... c'è un gioco televisivo su una rete stupida... voleva sapere se eri disponibile per un blind date con una ragazza che ti ha visto e ti ha indicato alla produzione... Se avessi accettato sareste andati in giro, poi a cena insieme in un hotel a quattro o cinque stelle e tu avresti vinto un viaggio. Poi potevi decidere se farlo con lei o da solo. Ma io le ho detto che non parli tedesco... così resti qui con me".
Tanto col culo che mi ritrovo vincevo al massimo un viaggio a Borgo Ticino.

domenica 8 giugno 2008

Puci per sempre

Marco e Chiara si sono sposati con rito civile officiato da amico detto 'Il Pera' in chiesetta sconsacrata e con ricevimento equo-solidale. Puci e Donedo hanno affittato pullman, parcheggi e hotel, occupato la chiesa degli Artisti, celebrato in due lingue e sparato fuochi d'artificio a Villa Miani. Il mondo è bello perché è vario. E io sto spesso in mezzo. A parte rispettare i tre appuntamenti per i quali ero rientrato dal periplo del globo - il terzo era quello ravvicinato col cordolo di via Marmorata - in un mese ho cercato chi mi offrisse una cena (con risultati decenti), cercato un lavoro (con risultati discutibili) e cercato una ragazza (con risultati disastrosi). Poi ho conosciuto Paolo Sorrentino e Alex By One, ho parlato con Riccardo Cucchi e Max Leggeri e ho fatto gli auguri ad una trentina di amici. Negli anni Settanta i gemelli andavano di moda e i figli si concepivano solo a fine agosto. I tre Massimiliano si sono guardati bene dall'organizzare qualcosa, mentre Fiorella ha fatto festa al Circo Massimo, Millo a Trastevere, io in un locale pieno di falcette, carrom, jianzi e martellini, Fulippo in quello del fratello che s'era pure dimenticato la ricorrenza e Lidia a casa sua. Dove siamo rimasti fino all'alba a scomporre e ricomporre inutilmente il concetto di viaggio. Avendo sull'argomento le idee ancora confuse, io riparto. Per un trasferimento che potrebbe estendersi ad una gita, quindi ad una visita parentale e magari anche ad un viaggetto.

giovedì 15 maggio 2008

Rehab



...è uno sporco lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo!


creata una nuova galleria di foto di viaggio assortite e stravaganti... RTW Overland 2007-2008): Album di Viaggio

lunedì 12 maggio 2008

L'étranger (Comme un roman)

Aujourd'hui, maman est morte. Mezza riga di Camus e ho telefonato a casa. Dall'estero avevo chiamato due volte negli ultimi dieci anni: la prima per annunciare di aver visto un jet sganciare tre bombe nei pressi della mia testa, l'ultima per denunciare la sparizione della compagnia aerea che doveva riportarmi da Pechino. Infatti prima del punto interrogativo mia madre non c'ha messo un come stai, ma un cosa è successo. Ero nel terminal di Denizli, in Turchia, e non era successo quasi nulla. Era sera, avevo lo stomaco vuoto, le vertigini da salto nel vuoto e leggevo, in attesa di un autobus. Poi ne ho presi un centinaio. E una ventina fra navi, traghetti e barchette. E una dozzina di treni. E una mezza dozzina di aerei. I chilometri percorsi non li so, le ore passate in movimento sì. Mille, tonde tonde. Immancabilmente in compagnia di quadernetto di appunti e libro di turno, passaporto sfregiato e i-pod con auricolari tarocchi, fotocamera incerottata e portafoglio sbrindellato made in Nepal, fregola, impertinenza, curiosità, batticuore, insonnia e sete.
Trecento giorni dopo, sono tornato nel Paese di partenza. E con lo zaino ancora sulle spalle ho sentito Cesara Buonamici. "All'abitudine un po' snob di andare a lavorare in bicicletta, il neo sindaco di Londra ha preferito la vettura con autista". Delle due l'una: o l'aver ascoltato 53 volte Boys Don't Cry mi ha defintivamente rincitrullito o in alcune tv di questa singolare nazione le attribuzioni vengono distribuite - come dicono a Timor Est - a cazzo di cane. Pur di fuggire a Uomini e Donne versione CULT ho trascinato giù un nipote a caso. E dietro l'angolo un cartellone pubblicitario sotto l'indicazione stradale per Agrate Conturbia mi ha informato che il Gabibbo era atteso al Gigante di Varallo Pombia domenica 11 maggio. Che poi è il giorno in cui l'Inter FC ha conquistato finalmente il suo primo punto da quando sono rientrato in Italia. E in cui Rino mi ha accolto con un ghigno, esclamando: "In settantasei campionati di calcio a girone unico è la venticinquesima volta che lo scudetto si assegna all'ultima giornata...".
Già. Mi sono seduto sulle scalette e ho riaperto quell' Ombre sulla via della Seta che Lidia mi aveva regalato dieci mesi fa. "Cento motivi reclamano la partenza. Si parte per entrare in contatto con altre identità umane, per riempire una mappa vuota. Si ha la sensazione che quello sia il cuore del mondo. Si parte per incontrare le molteplici forme della fede. Si parte perché si è ancora giovani e si desidera ardentemente essere pervasi dall'eccitazione, sentire lo scricchiolio degli stivali nella polvere; si va perché si è vecchi e si sente il bisogno di capire qualcosa prima che sia troppo tardi. Si parte per vedere quello che succederà". Tornato a casa mi sono sistemato davanti ad un computer che ancora non riesce a smaltire 4000 mails in coda. E di fronte al candore del motore di ricerca, ho digitato Madagascar.
p.s. mi scuso per il ritardo con A.A. (che tanto da dicembre in poi ha avuto altro cui pensare), Fabiana (che subito dopo è sparita) e gli altri amici che mi hanno chiesto quale libro stessi leggendo. E' che ne ho letti tanti. Alcuni lungamente attesi, altri incontrati per caso, alcuni portati da casa, altri comprati strada facendo o prestati o regalati. Alcuni classici, altri a tema, alcuni in lingua originale, altri tradotti in lingue terze. Alcuni illegibili, altri da leggere ancora e ancora. Ne sono rimasto sprovvisto solo nei primi due giorni di Melbourne, quando l'unico testo stampato a mia disposizione era il referto del Royal Hospital. "Examination revealed tinea infection on both feet and a swollen inflamed third toe right with some swelling on the dorsum of his foot. Also tinea infection on the sole of the right foot...". Lo conoscevo a memoria. In dieci mesi ho letto Camus (Lo straniero), Zola (La bestia umana), Sontag (Sulla fotografia), Politkovskaja (Proibito parlare), Terzani (Buonanotte, signor Lenin), Landolfi (Cancroregina), Kapuscinski (In viaggio con Erodoto), Thubron (Il cuore perduto dell'Asia), Garcia Marquez (Cent'anni di solitudine), Rampini (Il secolo cinese), Kundera (L'insostenibile leggerezza dell'essere), Jodorowski (La danza della realtà), Bettinelli (In vespa), Levi (Se questo è un uomo), Grisham (Fuga dal Natale), Dostoevskij (L'idiota), Hosseini (The kite runner), Brown (The Da Vinci code), Haddon (The curious incident of the dog in the night time), Tertrais (Asie Sud-Est: enjeu regional ou enjeu mondial?), G. David Roberts (Shantaram), Céline (Voyage au bout de la nuit), Chatwin (Le vie dei canti), Houellebecq (Le particelle elementari), Musil (L'uomo senza qualità), Ammaniti (Fango), Blissett (Q), Woolf (La signora Dalloway), Leila (Murata viva), Rees (La casa dei desideri), Wells (El viaje del hombre), Follett (il pianeta dei bruchi), Levy (Dove sei?), e Pennac (Comme un roman). Avrei voluto sfogliare anche Salinger e Buzzati, Neruda e Pamuk, Eco ed Hemingway, Pasolini e Calvino, Woody Allen e Gian Antonio Stella. Ma tanto prima di trovare lavoro ho tempo...
nuove galleries RTWO (2008): Guatemala 1, 2 e Belize
aggiornata la pagina DarioTube

giovedì 1 maggio 2008

Blowing in the wind

Se trovero' le parole comincero' dicendogli che tutto, dalla fede all'amore, si fonda sulla conoscenza. Gli diro' che il cibo della conoscenza e' il confronto col diverso. Perche' e' cosi' che si scoprono i propri limiti e si estendono le frontiere del reale. Che conoscere i vari modi di essere uomo intanto allarga le proprie. Che includere altri mondi nel raggio del possibile aggiunge il sale della scelta autentica alla via che si percorre. Che ogni sistema, ogni societa', soffoca le potenzialita' degli individui coi suoi schemi identitari e i suoi modelli di riferimento ristretti. Che ogni esistenza ha bisogno dell'ossigeno dell'autodeterminazione libera e consapevole. E possibilmente dei colori della vita vera. Mattia ha 7 anni ed e' molto intelligente. Una sera di quattro anni fa mi domando' se anche io ero stato piccolo. Ma a questo punto della mia requisitoria sara' scappato in stanza a giocare con le figurine di Dragon Ball, rimpiangendo il momento in cui aveva chiesto allo zio come era andato il giro della Terra. Allora prendero' da parte Carolina. E lei fara' finta di non conoscermi, solo perche' l'unica volta che mi ha visto aveva 28 giorni. Le diro' che nel suo primo anno di vita mi sono voluto fare un regalo. Che il viaggio e' il punto in cui s'incontrano storia, geografia, antropologia e tante rogne. Che e' il luogo in cui il guascone e l'eremita, il buffone e l'idealista, lo spregiudicato, lo sfacciato e lo scellerato che sono in ognuno di noi si danno appuntamento per andare a bere una birra. Che a Roma direbbero che ho cercato di farmi passare la sete col prosciutto. Dopo aver finto anche che 13 mesi siano pochi per capire cosa sto blaterando, a quel punto Carolina ronfera'. E sotto mano mi restera' solo Andrea. Gli confessero' che sono un po' frastornato. Perche' per Hegel (o era Aristotele o Darwin o Marx o Levy-Strauss?) l'uomo e' un animale storico, mentre per Baglioni la vita e' adesso. Per il papa' di Bambi invece un principe non guarda mai indietro. Con tutti questi punti di riferimento e' inevitabile un po' di confusione. Andrea capira' perche' non ha visto cuginetti neanche col binocolo e raggiungera' Mattia. E come tutti i bravi squilibrati io continuero' a parlare da solo. Come del resto ho fatto negli ultimi dieci mesi.
Rileggendo quella frase - chi non viaggia non conosce il valore degli uomini - sull'aereo saro' tornato con la mente a Orion, Fabio, Blaz ed Ernesto, a Tamara, Eva, Justine e Jessica, a Marcel e Christian, Raina e Marine, Martin e Sara, gli Whitehead e gli svizzeri. Agli amici che hanno fatto tanta strada per accompagnarmi. Ma soprattutto agli Tsachouridis, a Mustafa', a Faruk, Ucha, Gozel, Aleksej, Sayitbek, Jason, Erwin, Jeff, Karl, Tom, John, Mutasem, Alain, Nixia, Roger, Lupita e a tutte quelle persone che fra la Grecia e lo Yucatan hanno offerto un letto, un passaggio, un pasto, un appoggio e tanto altro ad uno sconosciuto un po' invadente. Per accorciare l'Atlantico mi saro' gingillato davanti a 1300 foto, godendone al tatto neanche fossero monete antiche. E le avro' pure ripercorse una ad una, come se non le conoscessi gia' a memoria. Finche' - ancora una volta - non avro' capito se il cuore pulsa o boccheggia, se stringe forte perche' stracarico o perche' eccitato. Se mi chiede emozioni o mi prega di andarci un po' piu' piano.

Il fatto è che esperienze così ti dicono che non sei un'entità estranea al mondo. Ti spiegano che il tuo corpo è tramite, non confine. Ti insegnano a non vivere sulla difensiva. A non provare mai disgusto o fastidio. Quasi mai paura. Vivi, capisci, accetti, ti integri. O ci provi, che è già qualcosa. Quando infine hai realizzato che l'essere umano è un animale inoffensivo, senti che puoi finalmente cominciare a correre senza freni. Ad amare. Kapuscinski sostiene che il viaggio insegna l'umilta' perche' ci mette di fronte alla nostra ignoranza. Vero. Le domande che restano appese sono sempre piu' delle risposte che suggerisce. Infatti a me restano un sacco di dubbi. Chissa' se qualcuno ha ritrovato la Professor Gul, per esempio. O chissa' se hanno allargato quella porticina fra Uzbekistan e Kazakhstan. E chissa' se il capitano di Labuhan Bajo ha rottamato la barca o c'ha messo un altro cacciavite. Chissa' se nel frattempo l'impiegato della banca di Dunhuang s'e' accorto che sopra la sua testa c'e' scritto Western Union e s'e' fatto spiegare cos'e'. Chissa' se nel motel di Comayagua, quello col murales di una coppia inciuciante dipinta in un cuore, hanno realizzato che chiamarlo Mi segunda ilusion porta quantomeno sfiga. Chissa' se quegli sticchi del Chilly Willy's l'ultima sera non si sono neanche avvicinate perche' tanto ce l'ho scritto in fronte. Poi, quando l'aereo avra' rimbalzato sulla pista, i pensieri saranno stati cancellati da quell'applauso. Inconfondibile. In Italia - solo in Italia - pare che il comandante si esibisca in un triplo axel invece di fare il suo dovere. E allora saro' sceso sul pratico. Come sara' presentarsi senza dire "...come Mario con la D" e facendo cadere l'accento sulla vocale giusta. Come sara' usare gli euro dopo aver maneggiato altre 25 valute. Come sara' dormire su un letto mio dopo aver trascorso le notti in 150 posti diversi. Quanti sampietrini bagnati prima di volare giu' dal motorino. Come sara' la scossa degli abbracci. E alla fine di tutto mi sara' rimasta una domanda. Una sola. Quella che mi tormenta da mesi. E alla quale non importa quanto legga, ascolti, cammini o pensi, non riesco a trovare la risposta giusta. Una domanda sola... Ma quale cavolo era il PIN del mio cellulare?

lunedì 28 aprile 2008

Il padrino

Il soffio delle lenzuola fresche di bucato picchia sulle narici come una madeleine sparata da una balestra. Una tazza di caffe' per il tarlo del manierismo. Quel piccolo, fottutissimo, borghesuccio parlante esce dal letargo. Basta un passo in un appartamento che sembra davvero un appartamento, che improvvisamente la barba di sei giorni diventa sciatta, la maglietta sgualcita, i pantaloni impolverati, le scarpe impresentabili. Il tutto oggettivamente. Bentornato nel mondo dove una patacca sui bermuda e' peggio di una macchia sulla fedina penale, Dario. Il vantaggio dovrebbe essere una doccia calda, ma per non farmi abituare subito a certi lussi nel quattro stelle della cosichiamata Riviera Maya proprio oggi il signor Caso ha deciso di farla mancare. E per la precisione si dorme sul divano. Al secondo passo mi accuccio e mi faccio precedere dal cuscinone di Hello Kitty. Jamila lo afferra con riluttanza. Rompo il ghiaccio. "Ciao, figlioccia!". Lei si copre mezzo volto con un braccio, poi si volta verso la madre. E le consegna uno sguardo che e' una domanda inequivocabile. "E mo' chi e', questo?".

p.s. la timidezza e' durata poco.


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giovedì 24 aprile 2008

Club Tropicana (on the edge of heaven)

Lo sguardo fotografa subito due famiglie di protestanti mennoniti dagli occhi celesti sgranati e dai volti diafani e diffidenti, un nucleo cinese con figliolata qui ancora legale, un campesino meticcio col cappello da cow-boy, una ragazza indiana, alcune donne maya e una coppia di antropologi dell'Universita' di Topeka, nel Kanas. Tutti gli altri occupanti dello scuola bus che lascia Punta Gorda verso il centro del Belize sono creoli o garifuna. Nello spazio di un corridoio si parlano cinque lingue e si professano una mezza dozzina di confessioni: un crogiuolo di etnie meraviglioso, impensabile neanche in Uzbekistan, Malesia, Hong Kong o Melbourne. Una signora morena con la testa piena di bigodini rosa mi da' pure il benvenuto chiamandomi sweet mango (l'appellativo con cui qui si indica lo straniero e col quale probabilmente si sottolinea la sua mollezza - della serie mi ti ciuccio come...), poi l'incantesimo della concordia universale viene frantumato dal mio vicino.
"Voi di Roma siete la rovina del mondo". Il rasta che si siede accanto a me si e' svegliato col piede sbagliato. Ma prima di dargli del malato di mente chiedo lumi. La risposta e' una pioggia di conoscenze storiche mescolate ad minchiam. Il tizio sparacchia nell'ordine le Crociate, la Santa Inquisizione e Pio XII. Quando provo a scaricare il barile su Belgio, Olanda, Francia e compagnia coloniale per vedere l'effetto che fa, lui mette sul tavolo pure Mussolini e l'Etiopia. Al Concilio Vaticano II e alle scuse di Giovanni Paolo II replica accusando la Chiesa di vendere falsi idoli invece del vero Dio. Quando gli faccio notare che parla con la superficialita' qualunquistica dell'occidentale islamofobo e che fra maglietta di Bob Marley, bandiera giamaicane e catenina con la foglia di marijuana neanche lui scarseggia a idoli, il tizio profetizza bruscamente. Un giorno l'Africa will wipe off - spazzera' via - l'Occidente. Per mia fortuna prima di cominciare personalmente lui partendo di capoccia sul mio zigomo, arriviamo ad Indipendence. E lui scende.
Al suo posto si sistema Bernard Linarez. E' creolo, ha 22 anni e viaggia con una borsetta blu scura dalla quale estrae un paio di scarpini amaranto di Ronaldinho e la maglietta numero 14 della nazionale del Belize. Bernard dice di averci giocato 10 volte ("o forse piu'"), di aver segnato contro Panama e di esser diretto a Belmopan dove e' in programma il raduno di preparazione alla sfida contro il Messico valida per le qualificazioni mondiali. Si gioca a Houston il 16 giugno. "Forse".
Mentre Bernard mi racconta che ricopre il ruolo di esterno sinistro ("qualche volta difensore, qualche volta centrocampista...ma se c'e' bisogno MI METTO anche al centro"), che guadagna 750 dollari al mese per giocare nel Texmar ma sogna la lega statunitense e mi da' appuntamento a Johannesburg perche' il Messico e' forte, ma se loro hanno una giornata-no e il Belize evita i soliti cali di concentrazione... alle nostre spalle si espande un odore di sterco. Un meticcio brillo se l'e' fatta addosso. Il bus inchioda dalle parti di Mango Creek, e il colpevole viene trasportato fuori con la forza dal secondo dell'autista, un ragazzone a forma di armadio con le treccine.
Vedere una pletora di luoghi aiuta a relativizzare il proprio punto di vista, orizzontalmente. Tornare negli stessi a distanza di tempo consente di farlo verticalmente.
Il Belize non e' cambiato molto. Io, un po', si'.
(continua)

p.s. sto per fare una cosa che mi mancava da tempo immemore. Una cosa che avevo fatto dalle Galapagos a Piazza Tien An Men passando per il Guatemala, la Tunisia e l'Ungheria. Quella cosa che non si limita a caratterizzare un viaggio o una vita ma defisce l'essere umano di sesso maschile tout-court. Finalmente sto per giocare a pallone.

lunedì 21 aprile 2008

Amarcord

Ben e Sarah hanno quei problemi di comunicazione che si superano brillantemente con la pensione di lui e alla quinta di lei. Ben e' danese e fino a sessant'anni ha fatto il veterninario. Poi, quando ha smesso di curare gli animali, si e' infilato un orecchino e ha cominciato a solcare il mondo in barca a vela. L'attivita' e' stata talmente di suo gradimento che neanche tre giorni a biscotti e acqua piovana su un gommone alla deriva nel Pacifico prima di essere salvato da un mercantile neozelandese tra Fiji e Tonga gli hanno fatto passare la voglia di continuare. In Brasile Ben ha acquistato una nuova barca, il Tico Tico, quindi si e' trasferito a Cartagena e s'e' messo con Sarah, che e' colombiana, ha 40 anni meno di lui e a differenza di lui non hai mai lavorato.
Bene direbbe che lui e' un pazzo furioso e lei una mignotta.
Perche' Bene e' un po' perentoria e per lei le cose sono sempre due.
Per esempio se le raccontassi di Baxter, un arzillo vecchietto di Washington venuto al mondo un anno prima che Einstein pubblicasse la teoria della relativita' e le raccontassi che anche lui gira l'America in barca, Bene direbbe che a 94 anni il nonnetto e' un pazzo scatenato o cioe'-non-lo-so, un gran fico.
Se invece le raccontassi di Adi, un'israeliana che mi ha seguito tre giorni e che gia' la prima notte voleva che la riscaldassi per aiutarla ad addormentarsi, Bene direbbe che le cose sono due: o lei e' una cozza o io sono un coglione.
Alche' proverei a raccontarle di
Onan, un guatemalteco che vive vendendo collane con pietre preziose, ha trascorso una sera e una mattina a fumare e offrirmi mota, che nelle ultime 18 notti ho dormito in 17 posti diversi o della buena onda dei Garifuna - i discendenti degli schiavi africani che abitano da queste parti - i quali hanno tentato di convincermi che se sei febbricitante un buon rimedio e' la cocaina. Tutto inutile, Bene direbbe che le cose sono due. Ma il punto e' che sono uno sfigato.
Ora, siccome i miei ricordi del Belize sono i seguenti:
- la signora che rigetta NEL bus
- il vomito che va su e giu' sul pavimento
- il percorso fra Orange Walk e Belize City con le gambe rannicchiate sul sedile e gli zaini addosso
- i ristoratori che col buio si barricano dentro
- il granchio mannaro
- 2 notti insonni su un'amaca
- 52 punture di zanzara SOLO sulla schiena
- 28 ore di digiuno non voluto

...se le dicessi che domani o dopodomani prendo una lancha da Livingston a Punta Gorda, e ci torno, in Belize, Bene direbbe che non sara' mai come quando ci siamo stati insieme ad Anto e Bela. Io lo spero.

giovedì 17 aprile 2008

Ordinary world

In un decennio, l'ultimo, la popolazione del Guatemala e' cresciuta (numericamente, non in altezza) del 40%. E' come se nel 2018 l'Italia si ritrovasse a sfamare 80 milioni di bocche e la Cina quasi due miliardi. Secondo un dato piu' ufficiale della mia memoria, il 44% dei guatemaltechi ha meno di 15 anni. Quando i nuovi arrivati non salgono tutti e contemporaneamente a bordo del blue bird sul quale gia' divido un sedile da due con una famiglia di cinque componenti - fagiani eslcusi - dormono sotto un tetto. Immagino sia per questo che Ciudad de Guatemala ha superato i 3 milioni di abitanti e Los Encuentros da incrocio stradale con sette tende e' diventata una cittadina con tanto di cavalcavia. In dieci anni in Guatemala hanno imparato pure a fare le signorine, a contrattare duramente e ad attirare investimenti stranieri nel settore del turismo. Percio' tornare ad Antigua e' come rivedere dopo dieci anni una fiamma dell'adolescenza che ricordavi dolce, ingenua, angelicata e scoprire una giovane donna affascinante, elegante, sofisticata, pienamente consapevole della sua incredibile bellezza. E che l'ha data un po' a tutti.

Sulle strade, che da mucchi di pozzolana sono quasi dappertutto diventate piste di asfalto, sfrecciano mini-van allestiti da centinaia di agenzie viaggi a beneficio degli stranieri convinti che due ore in piedi su un chicken bus non insegnino poi molto. Quetzaltenango e' stata scelta come centrale per gli americani smaniosi di apprendere lo spagnolo e che dopo un mese si arrampicano su un ¿cuanto cuesta? con lo stesso sforzo con cui scalerebbero l'Aconcagua. Attorno al lago Atitlan, Maximon e' diventato una specie di personaggio dei fumetti, San Pedro e San Marcos due piccoli eden di hippies. Piu' commerciale il primo, piu' spirituale il secondo. A San Pedro spuntano ad ogni angolo i reggae bar e i ristorantini vegetariani, a San Marcos dall'hotel Las piramides in giu' e' tutto un proporre corsi di metafisica, meditazione, cabala, yoga e massaggi. Ma anche di lucid dreams e astral travelling. Davanti alla sala giochi che spara a tutto volume Cindy Lauper, Berlin e Duran Duran, incontro Rafael, un madrileno che in Chiapas ha imparato a fare sandali con strisce di cuoio e Gabriel, un simpatico roscio dell'Illinois che e' venuto a girare un documentario sul 2012. Mi spiega che per alcuni hippies quell'anno accadra' qualcosa di catastrofico. Tipo la fine del mondo.
Alle pendici del quartierino esoterico, trovo posto nella sistemazione piu' economica del paesino, una guest house lontana dall'esser completata e che porta il nome - Panabaj - dell'insediamento attorno al lago sepolto da una frana provocata nell'ottobre del 2005 dall'uragano Stan. Sull'instabile veranda di legno, Carlos mi fa assaggiare un panino preparato dalla moglie. Poi mi racconta che il ciclone si è abbattuto anche su San Marcos, e che in qualita' di architetto al servizio di un'associazione di volontariato lui e' stato chiamato a supervisionare i lavori di ricostruzione delle 17 case crollate. E' sul crollate che la veranda gia' agitata da folate di vento viene scossa da una raffica decisamente piu' robusta delle altre che fa traballare anche il ripieno dei panini. Sotto i nostri sederi è appena passata l'eco di un terremoto del 6o grado della scala Richter. Altro che 2012.
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lunedì 14 aprile 2008

Lullaby

N.b. Non e' un fotomontaggio, ne' devo i diritti a nessuno. L'immagine e' una delle dieci che prima di partire ho conservato nella memoria della fotocamera. Scattata nei pressi di viale Mazzini per prendere dimestichezza con l'apparecchio, l'istantanea risale a 14 mesi fa. Ai tempi della calata dei Lanzichenecchi. O degli Unni. O dei marziani. Non ricordo.

mercoledì 9 aprile 2008

Il gatto e la volpe

La strada che cerco e' chiusa dai bomberos. Al quinto piano del palazzo all'angolo divampa un incendio che ha trascinato sul marciapiede tre file di uomini col mento in su e le braccia conserte. Faccio dietrofront, ripassando nel portico sotto il quale poco fa due ubriachi bisticciavano. La prima volta mi hanno ignorato, la seconda no. "Miren, yo no soy gringo. Soy mas latino que vos!". Calco l'accento argentino, come ogni volta che qualcuno mormora quell'epiteto spregiativo. Di solito il provocatore passa dalla baldanza del revanscismo verbale da strada alla contrizione di chi e' colto in fallo due volte. Talvolta si schernisce, se mi va bene ride pure. Ai due ubriachi invece viene solo voglia di saperne di piu' sul mio conto. Accelero il passo verso plaza Morazan, il parque central, dove un omino in giacca grigia regola i conti con una prostituta matura che gli ha appena rotto il naso con una borsettata. "L'altro giorno mi ha rubato il cellulare e 500 lempiras!" grida rivolto a me, sanguinando, per giustificare il malrovescio col quale fa rotolare la donna in un'aiuola. Sono appena arrivato e non ho ancora trovato una bettola aperta. Ma ho gia' capito che di notte a Tegucigalpa non ci si annoia neanche un po'.
Isaia Contreras ha una voglia triangolare alla radice dell'occhio destro. Se non impugnasse uno dei fucili a pompa usati dall'esercito statunitense nelle Filippine lo paragoneresti a Pierrot. Probabilmente ha solo uno zigomo maciullato. Isaia da una parte sorveglia uno dei venti negozietti di ciambelle del centro, dall'altra i giornali appesi all'espositore di fianco. Quando serve, col braccio libero li distribuisce. Isaia e' convinto che in tanti si fidino di lui perche' in 55 anni non ha mai sgarrato. E perche' quando viene la Settimana Santa e i giovani assaltano gli esercizi alla ricerca dei soldi per andare al mare, lui spara. In Honduras ogni anno ci sono piu' di 3500 omicidi. Al di la' dei tre squallidi ponti su una fogna spacciata per fiume, l'atmosfera della capitale honduregna e' ancora piu' trash. Dai machete in su, fra le bancarelle di un mercato perennemente aperto circola una quantita' inusitata di armi. Le donne si dividono in chi allarma e in chi e' allarmata. Non ce n'e' una che si senta libera di passeggiare parlando al cellulare, non una che non ti consigli di uscire in fretta dal quartiere di Comayaguela. Peccato che da li' partano tutti i mezzi, cittadini e non. E infatti proprio li', sul bus per Cerro Grande, due simpatici ceffi allestiscono il comitato di benvenuto per Giancarlo. Pensano di farci cosa gradita togliendoci il fastidio di caricare zaini, fotocamere e soldi. Giustamente.
(prosegue, forse)

p.s. Sul primo bus salvadoregno siamo stati rimorchiati dalla signora Guadalupe Santamaria detta Lupita e dalla sua amica Flor de Maria Neves detta Florcita. Invece di cercar guai fra i maras di Las Aguilares abbiamo vinto una notte gratis in una casa di San Salvador coi letti duri come tombe. L'unico cuscino l'ha preso Giancarlo, che e' costipato e c'ha la schiena a pezzi . Io invece fischio. Per l'occasione dopo 4 giorni lui si e' anche tolto la maglietta con su scritto: "Perche' agli uomini piacciono tanto i pompini?".

nuova gallery RTWO (2008): Nicaragua

mercoledì 2 aprile 2008

Da uno a cento

Sotto Natale Daniel aveva tempo da perdere. Me lo immagino a Tel Aviv, seduto ad un tavolino, armato di atlante, pallottoliere e buzzo buono. Di sicuro poi mi ha inviato una mail di congratulazioni "ammirate e invidiose". Quando mi sono deciso a rispondergli, ho scritto che non basta partecipare al Sei Nazioni di rugby per esserlo, una Nazione. E che percio' dalla lista poteva tranquillamente eliminare Galles, Irlanda del Nord e Scozia. Per ora. Poi ho aggiunto che lo stesso discorso valeva per Gibilterra, Hong Kong e Polinesia francese. Idem come sopra. Nel post scriptum ho aggiunto che non millantavo di esser stato in posti dei quali conoscevo a malapena gli aeroporti, tipo Etiopia o Emirati Arabi. E che sebbene la Transinistria batta moneta e abbia una polizia che ti impedisce l'accesso nel territorio - a meno che non allunghi una mazzetta da dieci euro alla pattuglia della stazione di Tiraspol -, finche' le Nazioni Unite non la riconoscono, ufficialmente e' solo una bizzosa costola russofona della Moldova. Ho insomma ringraziato Daniel per l'interessamento, ma ho rispedito al mittente i complimenti per aver raggiunto la "fantasmagorica cifra" di cento Paesi visitati con zaino in spalla e spiccioli in tasca. Da allora considero Daniel un po' imbecille. Ma a forza di incontrare fanciullini sbalestrati fra horror vacui, ansie di possesso e malformazioni da Risiko che indicano cento Paesi come l'obiettivo di una vita, ho accettato la classificazione statistica come una delle componenti accessorie del viaggio. Forse la piu' deleteria. Basta vedere l'effetto che ha avuto su tre morigeratissimi rampolli della Lucerna bene. Fino ad una settimana fa completamente a digiuno sull'argomento, Jan, Dario e Samuel ci sono entrati con tutte le scarpe. E hanno modificato varie volte il loro percorso centroamericano per arrivare alla frontiera fra Nicaragua e Honduras assieme ad un italiano incontrato ad Ometepe. Pare, se nel frattempo il Sudafrica non ha annesso lo Swaziland, che li' il suddetto italiano arrivi proprio quota cento.
p.s. Mattia! Visto che sono impossibilitato a chiamare, fai da parte mia gli auguri a quella polpetta della sorellina e a quello sciancato del nonno? Se lo senti un po' alterato, e' perche' il nonno e' insensibile agli anni che passano ma non ai buchi difensivi di Panucci.

lunedì 31 marzo 2008

El carretero

Perche' ci sono scuola bus americani degli anni Cinquanta arlecchinati con icone religiose e altri rigorosamente gialloneri, conservati come quando uscirono dalle fabbriche Ford, con ancora le targhe degli Istituti dell'Alabama e il mocciolo di Forrest Gump? Perche' entrambi alternano melasse melodiche a base di sufrimiento alla colonna sonora di Robin Hood in versione spagnola ("...todo lo que hago, lo hago por ti") a Yo no te pido la luna in ritardo di un quarto di secolo? Perche' nella libreria Don Quijote di Leon non c'e' nulla di Cervantes (e di Garcia Marquez, e di Neruda, e di Galeano) ma c'e' La signora Dalloway di Virginia Woolf, in italiano? Si possono ravvisare gli estremi della concorrenza sleale fra le tre roulottes specializzate nei perros calientes di fronte alla chiesa di San Juan, visto che una si chiama Toto, una Tato e una Tito? Perche' l'aggettivo carretero mortifica il giovine che esagera con le avances ma non si usa per le ragazze che dopo 4 minuti ti dicono che sei perfecto, dopo 8 che sei so insightful, dopo 12 che sei intellectuel e dopo un quarto d'ora ritengono i tempi maturi per il primo bacio? Perche' nel raggio di cento metri c'e' l'impresa di pompe funebri El rosario, la clinica veterinaria La confianza, lo studio dentistico La porcelana, la farmacia El calmante e il manifesto politico che promette Hechos, no palabras ma nessuno si sogna di portare Costantiño in tv? Perche' infine c'e' qualcuno che scrive sui muri avvertimenti come quello della foto? Ok, nella sostanza non c'e' niente di eccezionale; in India sono diffusi e puntualmente disattesi, anche perche' li' non si minaccia l'arresto e poi perche' quando arriva arriva. Premesso che e' sconveniente e financo disgustoso e che a Donetsk ho rischiato per molto meno, quel che non capisco e' l'uso della verbo riflessivo. Cos'e', uno non e' piu´ libero di farsela addosso?

lunedì 24 marzo 2008

99 Luftballons (Pasqua a Ometepe)

Ieri ho imparato una cosa. In occasione delle feste comandate e´meglio restare a casa che presentarsi alla frontiera nicaraguense. Auguri dalla cistifellea di un lago grosso il doppio del Molise, in fondo al quale due vulcani emersi hanno generato un'isola.

WMNA: Siamo a 12
e anche nuovi video su DarioTube
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sabato 22 marzo 2008

Ovosodo

Mentre cerco di disincagliare le palpebre improvviso un giochino. Indovina chi ha appena accomodato il suo sedere sul mio materasso. Nel dormiveglia ricapitolo la composizione della stanza. Vicino alla porta c'e' Ronny, l'israeliana che nel dopo cena ha mostrato all ostello di Quepos il costumino per via del quale s'e' scottata l'interno cosce. No. Accanto dorme Gal, israeliana pure lei. In confronto Ronny disquisisce come la Montalcini. Neanche. Il letto a castello di fianco al mio ospita una coppia di diciottenni di Aspen: quella sopra dorme con l'orsacchiotto, quella sotto ci somiglia. Neppure ciucche. In fondo c'e' Carolina, la tanghera colombiana trapiantata a San Telmo. Lo escludo, il ragazzo ronfa nel dormitorio attiguo. Di lato le sta Cloe, l'olandese appena arrivata. Manco fosse la festa mia. "Ti dispiace se mi sdraio accanto a te?". Figurati se non e' Francie. La sociologa di New Orleans. Lesbica. Anzi bisessuale, perche "trova sempre piu' desiderabile il corpo maschile". "Si', Francie, mi rovini la piazza".
(continua...)
p.s. auguri dal trespolo di Liberia, Costa Rica. Il commento di Inter-Juve su Rai International era di Cerqueti. A parte tal Alexis non ci sono testimoni oculari di aeroplanini al gol di Camoranesi e capriole a quello di Trezeguet.

lunedì 17 marzo 2008

Qualcuno volò sul nido del quetzal

Di giorno Martin Rozporka lavora in un negozio di antiquariato al numero 8 della viuzza pedonale che sbuca su Karluv most. Di notte Martin Rozporka ripara motociclette nel suo garage alla periferia di Praga. Quattordici anni fa Martin Rozporka si era appena diplomato, ancora non nutriva un'avversione cieca per il matrimonio ma gia' vomitava bile al pensiero del regime, della leva e dell'Unione Sovietica. Quattordici anni fa Martin Rozporka era disposto a tutto pur di non regalare due anni di gioventu' alla Cecoslovacchia socialista. Uno zingaro gli disse che per evitare il servizio militare avrebbe dovuto fingersi pazzo. E Martin segui' il consiglio alla lettera. L'internamento in manicomio duro' undici mesi e tre giorni.
(segue, forse)

Pubblicata nuova gallery: Panama

martedì 11 marzo 2008

En el muelle de San Blas

Senza acqua, luce, gas, lenzuola da cambiare, pavimenti da spazzare, fogne da spurgare e toilettes da pulire, nei villaggi Kuna dell'arcipelago di San Blas il condominio si paga con una stretta di mano.
(continua)
p.s. cara ET (Einaudi Tascabili, se ce l'avevo con l'Extraterrestre scrivevo "Caro", sebbene il sesso fosse perlomeno ambiguo), non avendo lo scontrino dubito che ricevero' la sostituzione del secondo volume de "L'uomo senza qualita'". Ma visto che sul tomo in mio possesso mancano le pagine dalla 1233 alla 1264, me ne spedirebbe gentilmente almeno una sintesi? (data l'andatura della storia non dovrebbe essere molto corposa)
Aggiunta gallery: Polinesia in RTWO2007-08
Aggiornato Journeymen e What's my name...

mercoledì 5 marzo 2008

Californiquasication


"Vi devo dire una cosa". A nove anni ho scoperto una valanga di cose: la differenza fra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, quella fra socialisti e socialdemocratici, tra pentagono e pentapartito. Colpa di una faticosa lezione di mia madre, al termine della quale a domanda: "Cos'e' lo Stato?" mi son sentito rispondere "Lo Stato siamo noi". E poi la vera identita' di Babbo Natale, che per entrare allo stadio gratis avrei potuto puntare a fare il giornalista. E che il primo problema con l'altro sesso ero io...
(continua)

lunedì 3 marzo 2008

L'isola del giorno prima

Nel mio primo 28 febbraio 2008 divido con un taiwanese che dorme in camicia azzurra un bugigattolo maleodorante, con la finestra bloccata, zeppo di bottiglie piene di alcol e scarpe usate senza proprietario, nel sottoscala di un alberghetto di Auckland. Nel mio secondo 28 febbraio 2008 risulto l'unico occupante del volo Air Tahiti che non viene accolto con una collana di fiori, intrattengo un'australiana con origini polacche e una tahitiana con gocce di sangue cinese quindi prima di piegarmia libretto su una panca di legno dell'aeroporto di Papeete confermo: le unioni miste sono la via piu' corta per far collassare i matrimoni e migliorare l'estetica della razza. Poi dormo ininterrottamente dalle 2 alle 6. Nel mio primo 29 febbraio 2008 mi imbatto in una monumentale drag queen al check-in del pink flight, il volo che annualmente l'Air New Zealand dedica a kiwi che partecipano in varie vesti al gay pride di Sydney. Nel mio secondo 29 febbraio 2008 incontro invece Ernesto, uruguayano con nonni veneti e un nome non casuale, visto che il padre si chiamava Marx Lider. Ernesto lavora nel call center per la clientela italiana della British Airways e che per qualche motivo e' ubicato a Brema. In passato ha fatto il cuoco, ma per due sere di fila al posto dell'olio versa nella casseruola del detersivo liquido. A 39 anni canta in una band di metallo pesante, consapevole che da un giorno all'altro si scoprira' ridicolo. E siccome su un bici ha sempre fatto di tutto "fuorche' scopare e cacare", sulle strade di Moorea arranco con la lingua felpata.
Da meno di tre settimane la Polinesia francese sta tirando la corda della pazienza di Sarkozy. Gli autonomisti del Tahoera'a huiraatira e gli indipendentisti dell'UPLD sono stati sconfitti nelle elezioni politiche, ma si sono coalizzati contro il To Tata Aia, le parti Pour notre Pays, la formazione che e' uscita dalle urne con la maggioranza relativa ma senza i voti necessari per sostenere da sola un governo unitario. Nelle isole dell'arcipelago le bandiere dei nazionalisti che ritengono i tempi maturi per la secessione da Parigi sono cosi' spuntate come funghi carbonari. A breve le elezioni municipali potrebbero sancire la spaccatura di un Paese di appena 250mila cittadini ma che da ovest ad est si estende quanto l'Europa. E di fronte ad un'acclarata ingovernabilita', il signor Bruni potrebbe decidere di invalidare le elezioni per il Parlamento locale. Per questo, il 2 marzo Papeete ospita la piu' grande manifestazione di stampo politico che si sia mai vista in mezzo al Pacifico. Stretti fra il fuoco della richiesta unilaterale di un'indipendenza prematura e quello altrettanto deleterio di un'ingerenza dell'Eliseo (il palazzo gia' marchiato di infamia per i 193 esperimenti nucleari effettuati a Mururoa fra il '66 e il '96), i moderati scendono in piazza. Per mostrare che la maggior parte dei polinesiani non vuole far degenerare la situazione.
Non essendo stato avvisato, pero', rimango a Tahiti il tempo di stiracchiare il collo, chiedere perdono all'ileo, appostarmi sulla strada, salire su un bus per Papeete e aspettare il primo traghetto per Moorea. Un'ora dopo, nella vana ricerca di una mappa che mi spieghi come e' fatta l'isola, perdo l'unico bus che la circumnaviga e mi incammino con lo zaino verso sud. Dopo qualche sudatissimo chilometro il mio pollice sollevato richiama l'attenzione di una Dacia. "Conviene che ti riporti indietro al porto" consiglia il ragazzo al volante. , che salutandomi mi affida un'enorme papaya come premio per l'audacia. E' la mattina del 29 febbraio. Ma se non me l'avessero detto avrei pensato che fosse il primo marzo. Con questa storia del viaggio verso oriente Phileas Fogg vinse 20mila sterline. Io mi accontento di guadagnare 24 ore. E di immaginare come sarebbe una vita che funzionasse allo stesso modo. Se ogni giorno si potesse godere almeno un paio di volte.
(continua...)

sabato 1 marzo 2008

Il GIRO del mondo in 300 giorni

Cliccando sulla foto è possibile scaricare la pagina, in formato pdf, relativa ad un articolo comparso il 7 febbraio 2008 sul IL GLOBO, Quotidiano Italiano d'Australia a grandissima diffusione. Un breve riassunto del DariodiViaggio, scritto a pochi giorni dal congedo dall'Australia.

giovedì 28 febbraio 2008

It's the end of the world (as we know it)

La foto ricordava il manifesto di un candidato al consiglio comunale. Posizione a trequarti, braccia conserte e ghigno da assessorato promesso stappando un Brunello. Il titolo pero' cozzava di brutto: "Irlandese colpito da un fulmine". Minchia! Appena espulso dall'aeroporto di Christchurch, il primo giornale capitato fra le mani mi faceva presagire catastrofi naturali propinate come notizie all'ordine del giorno. Talmente comuni da esser trattate senza un velo di tatto. Il fatto e' che in realtà Jimmy Keogh, protagonista di foto, titolo e articolo, e' vivo. Vivo e abbastanza sano da raccontare che il battello sul quale stava risalendo il Mekong e' stato colpito da un saetta mentre lui si arrotolava una canna sotto coperta. A pagina 5 della stessa testata, Jimmy consiglia a tutti i giovani sintonizzati di usare gli ultimi 10 euro della vita puntando sul nero alla roulette. "Perche' il nero vince sempre". Jimmy insomma sta bene, purtroppo.
Mentre dall'altra parte del mare di Tasman l'Australia piange Heath Ledger e chiede definitivamente scusa agli aborigeni per le atrocita' del passato, in Nuova Zelanda la copertina e' occupata da tal Antonino Salamone, un figliuolo dello Stivale che assieme a due riccioluti olandesi di nome Bart e Johan ha simulato il furto dei suoi beni nel camper affittato. Scoperto dalla polizia, Antonino e' stato rispedito a Melbourne dopo sputtanamento televisivo in prima serata con tanto di reprimenda "per aver sporcato l'immagine del popolo" e corrispettiva sanzione pecuniaria. Due giorni dopo, infine, il quotidiano di Taupo brucia la concorrenza pubblicando in prima pagina la foto di Jason Owens, uno dei 120 marines australiani venuti nell'isola settentrionale per sottoporsi ad un addestramento intensivo, mentre si tuffa con una coda elastica. Nel tempo liberato dai superiori, dice il sommario, Owens ha scelto il bungy. Alcuni suoi colleghi invece il paracadute. Dopo due settimane mi assale potente la sensazione che in Nuova Zelanda non accada mai un piffero.

Eppure il Paese e' stato il teatro della piu' formidabile esplosione vulcanica della storia del nostro astro. Di quel botto e' rimasto proprio il lago Taupo, che oltre ad ricoprire il ruolo di occhio del leggendario pesce acchiappato da Maui, ospita una buca da golf galleggiante. Con una ventina di dollari compri un cesto di palline, e oltre all'innegabile esperienza di vita, se ne infili una accanto alla bandierina vinci anche un sacco di bei premi. E comunque sia contribuisci alla creazione della figura professionale del recuperatore di palline in fondo al lago.

Come non bastasse, fra i tanti "piu'" che fanno l'identita' di una nazione, la Nuova Zelanda espone al mondo intero Taumatawhakatangihangakoauauotameteaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenakitanatahu, uno scioglilingua maori da 80 lettere che indica una collina di 305 metri col nome piu' lungo della Terra. Io mi fiderei ciecamente - soprattutto perche' il primato non aggiunge molto alla comunita' e toglie pochissimo al mio ego - ma visto che gli stessi kiwi definiscono Invercagill la citta' piu´a sud del mondo verrebbe voglia di cercare un po' in giro. Non e' escluso che oltre ad Ushuaia e ad una mezza dozzina di cittadine patagoniche piu' vicine all'Antartide saltino fuori pure nomi piu' lunghi di Taumatawhakatangihangakoauauotameteaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenakitanatahu. Tanto loro, i neozelandesi, si consolerebbero con la sky tower di Auckland, ovverosia l'edificio piu' alto di TUTTO l'emisfero meridionale. Sulla cui simbolica grandiosita' non si puo' proprio eccepire. Anche perche' in cima ai suoi 328 metri puoi fare una serie di attivita' fichissimissime tipo lo sky jump e lo sky walk. Per tutto questo la Nuova Zelanda e' un postone. Nel quale e' inevitabile che quando suonano i Chemical Brothers negli ostelli non rimanga un solo letto libero, e che dopo vari giri io sia costretto a dividere una stanza con un elettricista di Goteborg. Robert ha grosse difficolta' con l'inglese, un culo anticostituzionale a briscola ed e' testimone della mia liberazione dal giogo del letto a castello. Nei sessanta giorni fra Australia e Nuova Zelanda mi aveva risparmiato solo nel deserto, nei bus o sulla moquette dell'aeroporto di Christchurch. Cioe' quando lo avevo rimpianto. Invece per colpa dei Chemical Brothers l'ultima notte dormo su una superificie tutta mia. Salutando il commonwealth britannico con la sensazione che le due nazioni siano cugine, con genii e principii comuni, ma aspetto e carattere distinti. E che calamitino le speranze dei giovani globali riempiendole di un giovanilismo alla lunga, probabilmente patetico.
In due mesi ho parlato con Philip di Cina, con Lonneke di Parkinson, con Simon di Asia centrale, con Fabiana e Juliana di Brasile, con Thomas di politica, con Steven di Timor, con Omer di Israele, con Sonia e Paolo di me, con Natasha di noi, con Nicola di lei, con Robert di niente. Scogli in un mare di birra. E ho parlato nel senso che ho parlato. Io. Poi l'ultima mattina incontro Zahra e il suo inglese indurito dalla radice pashtun. Ex insegnante a Kabul venuta alla luce a Jalal-Abad, gestisce senza trasporto uno stand del mercato di Auckland. Fuggita dall'Afghanistan occupato dall'Armata rossa nell' '82, dopo un anno a Delhi e' stata trascinata da un parente in Nuova Zelanda. Arrivata al momento del bilancio, Zahra abbassa leggermente la voce. "Da 26 anni sono in prigione". "Si parla tanto dei talebani - aggiunge - ma mia nonna, mia madre ed io il burka lo abbiamo sempre indossato. E sapessi quanto male hanno fatto i russi! Seminavano giocattoli esplosivi nel Paese; coi miei occhi li ho visti rinchiudere ragazzini nelle scatole di cartone dei televisori e giustiziarli a freddo. Ora vorrei tornare - mi spiega tornando al tono colloquiale - perche' qui l'istruzione e' migliore che negli Usa e la gente e' meno razzista che in Australia. Ma poi senti di essere circondato dal mare, lontano da tutto. E non succede mai niente. La Nuova Zelanda e' un posto noioso, noioso, noioso". Torno a raccogliere il mio zaino, che a forza di ingurgitare libri pesa 3 kg piu' di 3 mesi fa, e all'ingresso dell'ostello ritrovo il sorriso da giovane diessino di Jimmy Keogh. Irishman struck by lightening dopo tre settimane sta ancora li'. Il discorso di Zahra non fa una piega.
p.s. Secondo l'ennesima selva di frecce chilometriche, Auckland e' piu' vicina a Londra che a Parigi. Oltre alla remota possibilita' che i kiwi siano confusi per natura, la spiegazione puo' essere la seguente: per andare a Londra si fa prima a proseguire verso est, per Parigi e' viceversa appena piu' conveniente tornare indietro. Visto che secondo le stesse frecce Roma e' a meta' strada fra le altre due capitali, la risposta e' non lo so. So pero' che con 4 pagine rimaste libere sul passaporto e' meglio proseguire verso oriente. Ci sono tante onde e poche frontiere.

ps. è on-line la nuova gallery NZ