giovedì 3 gennaio 2008

Il volo

Lasciare Dili e' stata un'operazione complicata. A modo suo, quasi come arrivarci. La scelta di partire all'alba del nuovo anno e' stata lungimirante come investire in borsa alla fine degli anni Venti: i mezzi pubblici cittadini non esistono, i taxi sono auto private che all'abbisogna espongono un cartoncino. Ma il primo gennaio non gira niente e nessuno, neanche i carri armati. Cosi' Henry aveva incaricato la sua assistente, Rita, che aveva girato a Mike la patata di accompagnarmi in aeroporto. Ma nonostante le sue rassicurazioni, una manciata di orette dopo esser tornati dalla festa di capodanno, il rasta austriaco e' talmente scollegato che non si sveglia neanche quando prendo a ginocchiate la porta della sua camera. Quando gli riverso un po' di sassi sul vetro della finestra finalmente mugugna una specie di ah-si'-scusa, poi si riaddormenta. Ma la questione e' gia' passata in secondo piano, perche' qualche genio ci ha chiusi dentro la struttura. Per uscire dall'ostello devo scavalcare un cancello, guadare una fogna e buttare giu' dal letto anche Rita. Una volta per strada sospiro. Ma alla prima frenata scopro alle spese dei miei pantaloni gia' molto vintage che la lattina di birra appoggiata sul cruscotto non e' vuota. "Non siamo andati oltre?" chiedo a Mike, dopo che abbiamo sorpassato un posto di blocco vuoto e un altro sorvegliato per nella circostanza da cinque teppistelli muniti di pietre. "Non lo so" mi risponde. E non e' tanto per dire. E' perche' Mike non sa dove sia l'aeroporto intitolato al presidente Nicolau Lobato. E alla rotatoria che alla periferia indica la direzione giusta, si e' infilato nell'uscita opposta. Me ne accorgo quando riconosco il tratto di costa assecondato dal mini bus che mi ha portato a Dili da Atambua. Ma da li' ad arrivare a destinazione ce ne passerebbe se l'unica ragazza in giro a quel giorno a quell'ora non lavorasse al Nicolau Lobato come commessa. Carla copre tutti i giorni a piedi il tragitto fra il suo villaggio natale e il duty free shop di un aeroporto fra virgolette internazionale dal quale decollano e atterrano tre voli giornalieri. Neanche sempre. E in cambio di un passaggio ci indica la via. Nel 2008 il primo timbro di uscita da Timor Est si abbatte su un passaporto italiano.

Il volantino della Perkins mi aveva tolto la prima notte timorese di sonno. Appeso nella bacheca della guest house suonava come un'appendice del motivetto che da qualche settimana chiunque mi cantava. "Keep the dream alive". Continua a sperare di poter proseguire il viaggio senza staccare i piedi da terra. Dalla Terra. Le navi della Perkins partono ogni settimana da Singapore e sostano a Dili - pubblicizzava il pezzo di carta ingiallito, appeso ad un pannello di sughero con due puntine viola - poi continuano per Darwin. "E' roba vecchia. Talmente vecchia che puoi tenertelo. Quelle portacontainers non vanno piu' su e giu' cosi' di frequente, e anche quando passano per Dili hanno il divieto tassativo di trasportare viaggiatori. Qualche anno fa un cargo era sul punto di affondare, e quando e' arrivato in Australia le autorita' si sono bevute il capitano perche' aveva dato uno strappo ad un paio di backpacker". Ripiegato il volantino su consiglio di Henry ero andato a dare un'occhiata al porto. Qualcuno mi aveva fatto il nome di un capitano russo. Me ne avevano parlano come di un tipo capace di scavalcare i regolamenti e di caricarsi qualche passeggero, soprattutto se suo connazionale. Ma adesso il russo e la sua nave erano a spasso per qualche mare. E visto che il tee tree oil, il potente antisettico che Luk ogni tanto distillava amorevolmente sulla mia ferita, aveva bloccato l'infezione del dito ma non era riuscito ad impedire che cominciasse a propagarsi al resto del piede, e che nell'unica clinica della citta' ci sono costantemente cento persone in fila, non avevo tempo da perdere. Cosi', stringendo una conchiglia bruna del mare di Timor ero andato nell'unica agenzia viaggi munita di terminale internet e mi ero procurato un biglietto aereo per Darwin, masticando il gusto inebriante della liberazione dalla schiavitu' dell'obiettivo, quello dolce di aver tentato il possibile e quello amaro del non esser riuscito ad andare oltre. Un gusto che aveva rilasciato nelle vene un senso piacevole di umana limitatezza. Che aveva sciolto i nervi come un massaggio vigoroso. Un sollievo un po' codardo.
Il velivolo semivuoto si stacca da terra alle nove del mattino. Alto 6 metri e mezzo e lungo 20, spinto da due motori turbo prop e omologato per il trasporto di 30 passeggeri ad una velocita' massima di 550 chilometri orari, l'embraier EMB 120 Brasilia e' il frutto del peccato. La virata sul mare e' appena iniziata quando spingo lo sguardo indietro, verso la statua del Cristo che domina il capo Fatucama, e la mente ancora piu' indietro. Per sei mesi, attraverso tutto il continente asiatico, sono stato prima di tutto un oggetto misterioso, un dono, un alieno, un pazzo, una speranza, un libretto di assegni, la proiezione di un sogno. E per sei mesi, ogni giorno, ho dovuto guadagnarmi il diritto ad essere considerato una persona. Ora sto per rimettere piede nel mondo dal quale provengo. Quello nel quale sei una persona, UNA delle tante persone, SOLO una delle tante persone. E finisci spesso per essere una delle tante persone che cercano di ritagliarsi uno spazio, di costruirsi un'identita' riconosciuta, a partire da una forma qualsiasi di eccezionalita'.

Per sei mesi sono stato perseguitato da film kitsch e dal rutto libero di chicchessia, ho mangiato riso in bianco con forchette dai rebbi mai troppo allineati e ho interiorizzato un rapporto fra spazio e tempo di matrice antica, quasi primordiale. Percio' coprire gli 850km fra Dili e Darwin - praticamente la distanza fra Aversa e Borgo Ticino - con un volo di un'ora e venti minuti, mi sembra un furto. E anche per questo atterrare e' un piacere.
p.s. le scarpe nella foto sono stato il mio regalo di Natale per un contadino di Flores. Sembrera' assurdo ma sono state apprezzate.

5 commenti:

zichichi ha detto...

Come non meravigliarsi per l'estremità infetta?

Anonimo ha detto...

Ahò la puzza de caciocavallo se sente fino a quà!

Remo ;-))))

Dario ha detto...

A Re', figurati mo' che le ho regalate ad un contadino di Flores ;)

Anonimo ha detto...

eheh! Terrà lontano le zaranze!

Remo.

paola ha detto...

forse si rimane nell'ansia di determinare LA propria identità eccezionale fra le tante fintanto che non si inizia a tentare di guardare gli altri come LE persone, ognuna con il suo bagaglio e con i suoi limiti (limiti che considero liberanti piuttosto che codardi), e a dedicare loro lo spazio e il tempo dilatati e "materiali" che conosce bene chi viaggia a piedi

P.S. bella idea quella di esportare la rogna nelle piscine australiane ;)