giovedì 24 gennaio 2008

Against all odds

Ho visto cose che voi romani non potete neppure immaginare. Rafael Nadal - che al Foro ne ha vinte 18 su 18, una coi crampi, una annullando due match point e le altre sostanzialmente passeggiando - raccogliere 7 games contro il trentottesimo giocatore del mondo, schiantato 6-2 6-3 6-2 in 117 minuti, sballottato qua e la' da Jo-Wilfried Tsonga (che fa pure rima) con i suoi 17 aces e i suoi 49 colpi vincenti. Insomma, ho visto un nero qualificarsi per una finale del grande Slam. Ma tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia...

Perche' poi ho visto di peggio. Dopo 10 finali consecutive negli Slam, a Melbourne Federer si e' impantanato in semifinale contro Djokovic (7-5, 6-3, 7-6). Non ha sfruttato il vantaggio di 5-3 nel primo set e due set point nel terzo, e dopo 2 ore e 27' se n'e' andato mestamente a casa. Erano esattamente tre anni che nella finale di un major non ci andavano ne' lui ne' lo spagnolo.
Prima di essere costretto a volare in economy fra Singapore e l'Europa perche' l'aereo era pieno, davanti ai microfoni Nadal si e' consumato il mignolo e il medio mangiucchiandosi le unghie. E rispondendo in castigliano ("cada punto era pam-pam") ha detto che Tsonga non puo' giocare sempre cosi'. Federer dal canto suo ha confessato che non ha nessuna intenzione di cercare un televisore per guardarsi la finale di domenica.
Secondo qualche malalingua dove passo faccio danni. Vuoi vedere che...

p.s. Vincono Maria Sharapova e Novak Djokovic. Ma anche Erlich e Ram, le sorelle Bondarenko, la coppia Sun-Zimonijc, i piccoli Bernard Tomic e Arantxa Rus. E l'inviato della Prealpina, Gianluca Peron, che dopo 16 notti all'Hilton nello stesso giorno rimorchia una ragazza sul tram e una in spiaggia.


Aggiornamenti in WMNA?

sabato 19 gennaio 2008

L'idiota

Sull'otto pari al quinto Rino s'è addormentato in tribuna. La delazione mi fa andare di traverso un tortellino alla panna, mentre spiego ad un distinto signore con la polo griffata Eurosport che chi gli ha raccontato che sono arrivato a Melbourne a piedi ha usato un'iperbole. E che non mi sento in grado di scrivere un libro. L'iperbolico Gianni avalla, mi sussurra che l'interlocutore si chiama Frew McMillan e ha vinto qualche Wimbledon in doppio (tre: nel '67, nel '72 e nel '78 nda), poi risponde al delatore che non è una novità, che Rino si sia abbioccato.
Il fatto resta però giornalisticamente rilevante, visto che ci stavamo giocando Roger Federer. Perso il primo set dopo aver esser stato avanti 5-3, perso il terzo dopo aver sciupato due set point, nel quinto il maestro dal capello sempre in ordine aveva dovuto inseguire tal Janko Tipsarevic, ventitrenne serbo, numero 49 del mondo, famoso non tanto per aver vinto qui da junior nel 2001 o per aver consumato oggi un gelato accanto a me, quanto per quel tatuaggio sull'avambraccio che recita "la bellezza salverà il mondo", l'iperinflazionata verità del principe Myskin. Federer l'aveva dovuto inseguire fino all'8-8 40-0. Poi, dopo aver corso 4 ore e 27 minuti e aver recapitato 39 aces alle statistiche, lo svizzero ha portato a casa anche questa. 6-7, 7-6, 5-7, 6-1, 10-8 (altrimenti Maccheroni dice che devo fare lo scrittore, non il giornalista).

In conferenza lo sconfitto, figlio di un insegnante di Belgrado, ha confessato di consacrare alla lettura una parte del tempo libero. Al momento è impegnato nella rilettura - la terza - dell'Idiota di Dostoevskij. Il vincitore, che oggi ha eguagliato Borg nel numero di partite vinte in uno Slam, ha ammesso invece di non avere la più pallida idea di cosa si stesse parlando.
"Ed è per questo che ha vinto" ha biascicato malizioso l'iperbolico Gianni.

p.s. ...poi Baghdatis ha annullato un match point a Hewitt nel quarto set. Dice e chissenefrega... E no, perché stavolta avevo deciso di restare per il match serale, iniziato alle 23.48 locali. Così quando Rusty ha vinto (4-6, 7-5, 7-5, 6-7, 6-3, sempre per la gioia di Maccheroni), il Rolex ufficiale del torneo indicava 4 ore e 45 di gioco, ossia le 4.33 del mattino australiano. Pertanto se due giorni fa s'è registrato il primato di presenze in una giornata di tennis (62.885) nella storia degli Slam, oggi s'è ritoccato pure il record di ritardo della fine di una sessione (sarà italiano?). Buona notte da Melbourne, per una volta andiamo a dormire tutti insieme.

mercoledì 16 gennaio 2008

Absolute beginners

MA 'NDO ABBITI, AHO'?
"La Ivanovic e' come la fica della porta accanto" (anonimo anonimo)

RIFARSI GLI OCCHI
"Da qualche tempo quando mi guardo allo specchio mi vedo piu' bella" (Francesca Schiavone)

FAMO A CAPISSE
"Il piu' grosso complimento che posso fare ad una donna e' dirle zoccola" (S.S.)

SONO UN RAGAZZO SCAPESTRATO
"Rimpiango il fatto che da junior ero un po'... cazzone" (Fabio Fognini)

CRODINO TZIGANO
"Il pelo biondo fa girare il mondo" (constatazione di L.M., uno che sul cellulare conserva la foto delle sue abbondanti feci newyorchesi dopo 5 giorni di stitichezza)

QUANDO C'E' LA STOFFA
"La Chakvetadze e' da pigggiamino de saliva" (anonimo monteverdino)

I MEZZI GIUSTIFICANO IL FINE
"Per Adorno il denaro si insinua in tutte le relazioni umane. Tanto vale farlo palesemente" (anonimo benefattore che mi ha portato in Australia un chilo e mezzo di libri)

MASTURBAZIONI MENTALI
"Non vedo l'ora di tornare a casa. Sapete, dopo un mese senza..." (sempre Francesca Schiavone. p.s. non ce l'aveva con la pastasciutta)
Il sindaco di Melbourne ha un nome inglese - John - ma una faccia e soprattutto un cognome - So - cinesi. John Chun Sai So e' nato a Shuan nel 1946, ha trascorso l'adolescenza ad Hong Kong e a 17 anni si e' trasferito in Australia. Intrapresa la carriera politica, nel 2001 ha vinto le prime elezioni a suffragio popolare, e nel 2004 gli abitanti della capitale dello stato di Victoria gli hanno rinnovato la fiducia. Nel 2006 ha anche vinto il premio di miglior primo cittadino del globo. John So e' stato eletto e rieletto sindaco perche' Melbourne e' una citta' dalla spina dorsale multietnica e dalle vertebre cosmopolite, dove piu' della meta' della popolazione non e' di origine anglosassone.
Da venti anni, da quando ha l'impianto di Kooyong e' stato declassato, il Melbourne park ospita nelle ultime due settimane di gennaio la prima prova del Grande Slam di tennis. Stretto fra l'Australia day e il capodanno cinese, e sistemato nel periodo piu' caldo del calendario, il primo dei quattro tornei piu' importanti della stagione diventa per gli abitanti della citta' un pretesto per organizzare una sfilata delle identita' contrapposte, un'esibizione del variegato di etnie, una rivendicazione dell'appartenenza nazionale che durante il resto dell'anno e' sottaciuta, se non addirittura nascosta. Greci, cileni, ucraini, cinesi, italiani, argentini, cechi, israeliani, spagnoli, libanesi, polacchi, indiani, bulgari, macedoni, bosniaci, croati e serbi. Figli di o nipoti di, si pennellano il volto con le bandiere degli avi. Spesso non parlano la lingua della nonna, quasi sempre non sanno neanche da dove venisse. Ma per qualche giorno si divertono a rappresentare in modo colorato le loro radici. Aggregati ai turisti nordamericani e agli studenti fuori sede nordeuropei, e uniti agli aussies purosangue nella voglia di partecipare in modo chiassoso, nei viali compresi fra la Rod Laver (omaggio alla storia) e la Vodafone (omaggio al presente) Arena animano un carnevale mondialistico, che per una volta da' ragione allo slogan della manifestazione: "Where the world comes to play".
Questa convivenza, annaffiata da spuma di Heineken da mezzogiorno a mezzanotte, in altri contesti potrebbe coltivare i germi del rischio. Qui, invece, fa notizia che gli uomini della security debbano penetrare all'imbrunire sulle tribune dello stadio intitolato a Margaret Court e intervenire con gli spray urticanti per tranquillizzare una dozzina di greci esagitati dalla prestazione del loro Economidis contro Fernando Gonzalez, finalista nel 2007. Come gli ellenici rumoreggiano parecchio i bosniaci, che riadottano Delic (eppure gioca per gli Usa), gli olandesi, che dimentichi di quando Krajicek vinceva Wimbledon si agitano per il secondo turno del giovane Haase, gli australiani, che scesi sulla terra si esaltano per gli ottavi di finale di Hewitt e di Casey Dellacqua (senz'apostrofo) e soprattutto i serbi con quelle tre dita senmpre troppo nazionalisticamente tese. Con quel popo' di tennisti che si ritrovano, arrivano al 27 gennaio senza voce. Qui e li' spuntano bandiere dell'Irlanda, della Corea del Sud, della Norvegia, del Messico. A prescindere dai tennisti. Gli oriundi italiani sono una minoranza silenziosa e disorganizzata. E per sostenere Simone Bolelli da Budrio contro l'americano Ram nella periferia del campo 11 assoldano un gruppetto di bulgari. Tanto i colori della bandiera sono identici. Il frastuono e' alimentato da un Pistolesi versione Abatantuono, e l'effetto acustico e' esilarante ("UNO BolellE, c'e' solo UNO BolellE...!") ma nel suo piccolo efficace. Prima di essere ripassato nel secondo turno da Djokovic, BolellE vince la sua prima partita della carriera al quinto set. E se davanti ai giornalisti si dichiara soddisfatto, off record mi dice che saro' pure un grande ad esser arrivato fin qui. Ma che "non vale" perche' ho preso un volo. "Mo' te ce mando, Simo'...".

I giornalisti accreditati per la manifestazione sono 1654. Ma ce se ne accorge solo alle 5 de la tarde, quando su tre tavoli della sala stampa compaiono per miracolo bicchieri di vino bianco e rosso e vassoi gonfi di pizzette, rustici, tortine salate, tramezzini e persino pezzi di pollo. Offre l'organizzazione. Il fermento inizia verso le 16.30, la fila comincia a formarsi un quarto d'ora dopo. Allo scoccare delle cinque e' un serpentone da ufficio di collocamento. Se ti fai distrarre dalla conferenza stampa di Serena Williams o dal match di Nalbandian e sbuchi in sala stampa alle 5 e 5 minuti, sono rimaste solo le briciole e le salsette che sanno di vegemite.
(to be continued)

p.s. auguri all'unico intrepido che ha avuto il coraggio di venirmi a cercare negli ultimi 200 giorni... Felice compleanno, Antonio!

domenica 13 gennaio 2008

Melbourne story

"Salve, e' la Rotopress per il Corriere dello Sport. Chiamavo per sapere il risultato del derbyssimo degli esordienti Rebibbia-Kolbe Ponte Mammolo. Sa mica quanto e' finito, signor Nucciarelli? Ah si chiama Nuccitelli, scusi ci dev'essere un errore sull'agenda. Si', attendo mentre chiede in giro... dunque, c'e' chi dice zero a zero e chi dice tre a uno per loro... Ho capito... Visto che ci siamo, per caso sa cosa ha fatto la seconda categoria a Borgo Sabotino? No, eh? E chi posso contattare? Il bar di chi...? Il bar della signora Maria all'angolo con via dei Fiorentini... ce l'ha il numero? Non c'e' problema, chiamo il 12... si', e poi chiedo del cognato Sergio che sta sempre li' a gioca' a carte e 'ste cose LUI le sa. Molto gentile, buona domenica".
La mia fulgida parabola giornalistica e' cominciata cosi'. Precipitando cinque anni dopo, quando chiesi a Massimo Perrone, il caporedattore, se proseguendo per quella strada sarei mai stato inviato ad un torneo del Grande Slam. Che ne so, gli Australian Open. "Non credo" mi rispose schietto, realista e un po' dispiaciuto. Ovviamente dall'anno seguente la persona che mi sostitui' se li fece tutti. Parigi, Londra, New York e pure questo qui.
Perciò, appena ritirato uno dei 664 accrediti rilasciati dall'organizzazione ai giornalisti stranieri, ho mandato una mail al vecchio capo: "...e visto che negli ultimi otto anni non mi ci ha mandato nessuno, ci sono venuto da solo".

p.s. quando l'ufficio stampa mi ha richiesto una foto per l'accredito ristagnavo nello Yunnan. Gli ho risposto che potevano recuperarla dal sito. E depone a loro favore il fatto che non abbiano scaricato quella col cappello turcomanno.

venerdì 11 gennaio 2008

Alive & (relativamente) kicking

(sottotitolo: l'ho sempre saputo che ero uno tignoso)

Quel che trovo rassicurante nei medici è che ne hanno viste di tutte i colori, e nel loro essere difficilmente impressionabili sanno trasmettere un certo senso di sicurezza a chi ne ha tendezialmente bisogno. Perciò quando Jodee, un'infermiera con un passato al servizio dell'esercito australiano in Cambogia, ha adocchiato il mio piede destro strepitando: "Oh my goodness!", ho avuto la certezza che quella visita al Royal Melbourne hospital non era stata una perdita di tempo.
Adelaide e' una citta' senza aborigeni. (to be continued), o forse non ne vedo perche' lascio l'ostello solo per zoppicare verso la farmacia piu' vicina. Mezz'ora per coprire un chilometro di marciapiedi. Ne esco con una boccetta di acqua ossigenata, una garza e la previsione della dottoressa - "se non curi subito l'infezione te lo dovranno tagliare" - che mi spinge a trascorrere altre 24 ore sotto la doccia calda, a pulire e disinfettare. Ne esco solo per scambiare qualche chiacchiera con Brad, un affascinante surfista di San Francisco in fuga dalla ragazza che da lui vuole un figlio. Lei ha quaranta anni e ne ha ben donde. Lui ne ha 36 ed ha ancora troppa voglia di avventure. In seguito alle quali e' diventato professore in capovolgimento di frittate telefoniche: "Guarda, cara, che io per quelle con cui faccio sesso non provo niente. Sei tu quella che si invaghisce dei tizi che le fanno la corte...". Al biondo profeta californiano chiedo la differenza fra questo Paese e il mid-west americano, che dopo una decina di giorni mi sembrano parenti piu' vicini di quanto potessi immaginare. "Effettivamente sono simili - conviene Brad - ma negli Stati Uniti la vita scorre piu' velocemente. Da quel punto di vista qui sono indietro. Sono tutti piu' tranquilli e rilassati. Mi sembra di vedere l'America di 50 anni fa". Cioe' quella di Happy days. Il giorno seguente lui e Hilse, una ragazza olandese con il disco bloccato sulla prima persona, mi trascinano in auto fino a Barossa, la valle nella quale si producono i migliori vini australiani e cantine rinomate come Jacob's Creek, Wolf Blass e Yalumba offrono visite e assaggi del nettare dei loro vitigni. La speranza e' di lenire il dolore con sette, otto, nove giri di cabernet sauvignon, riesling, merlot e shiraz, ma alla fine della gita non solo il dolore resta li', ma neanche la sovraesposizione enologica riesce a farmi dormire sul bus che prendo a stomaco vuoto. Per di piu' in piena notte quel balordo dell'autista del Firefly per Melbourne mi rifila un calcio di punta proprio sotto la pianta del piede malato. Sostenendo che intralciava il corridoio.All'alba impiego quindici minuti per arrivare al King St backpackers. Considerando che di mezzo c'era giusto un isolato, anche le correnti di pensiero piu' ostinate convengono che sia giunto il momento di affidarmi a strumenti piu' adatti della mia acqua ossigenata. Per non sapere ne' leggere e ne' scrivere, la foto con tutte le dita al posto originale l'ho scatta a Flores.
Presentando sull'ultimo numero di rosso&giallo l'intervista a Byron Moreno, il directeur sottolineò che l'avevo strappata grazie a tanta tenacia. Una roba piu' sofferta e meno cieca della testardaggine, qualcosa di piu' ostinato della perseveranza, di piu' ragionato dell'insistenza. A Roma si chiama tigna. E' grazie a quella che negli ultimi 190 giorni ho ingoiato 30 mila chilometri e 800 ore in movimento su ogni mezzo di trasporto, superato 25 frontiere col passaporto incollato con la Pritt e uscito col sacro graal dall'ambasciata turkmena di Yerevan, quella cinese di Tashkent, quella laotiana di Kunming e quella indonesiana di Kuala Lumpur. E' grazie alla tigna che ho sopportato tre settimane l'infezione, sono arrivato in cima a Uluru e fino alla fermata del tram di Elizabeth street direzione Royal Melbourne hospital. Pare che li' abbiano una convenzione con i cittadini italiani, ma quando la dottoressa tedesca smentisce la chiacchiera ormai è tardi. Mi sono già tolto il calzino, Jodee s'è già messa le mani tra i capelli e da bravo codice rosso indosso un camice celeste senza maniche, sono seduto sul lettino numero 3, ho ruminato un pasto freddo e ho i piedi macerati a mollo in una soluzione di betadine sciolta nell'acqua bollente, un ago mi inietta nelle vene dosi elefantiache di antibiotici e tre lastre stanno cercando di far capire ai dottori se la degenerazione dell'infezione ha inattaccato qualche osso. "Dovrai restare qui almeno un paio di giorni - mi dice Jodee -... ce l'hai l'assicurazione intenazionale?". "Ehm...no". "Una polizza infortuni?". "Si'... forse... credo, ma non ho il numero". "La carta di credito?". "Di debito...". Alle 15 e 15 dello stesso giorno, i sanitari dell'ospedale mi fanno pagare 7 euro e mezzo di medicine. Poi mi dimettono.

giovedì 10 gennaio 2008

Here comes the sun

(pure troppo)

Con quella testa pelata a forma di cono gelato, quei 104 chili distribuiti a casaccio, la camminata da cyborg, l'occhialetto rotondo sempre appannato e quei cinque - non uno - yeah! sempre piu' strillati prima di ogni risposta, Karl mi fa sbellicare. E' capace di parlare per intere mezz'ore col piu' volgare accento aussie, gonfiando e strapazzando le vocali e ciancicando tutto il resto. Poi ogni tanto si arresta su qualche passaggio banale. "Do you understand 'boiled water'?" "...'istinct'?"... "'road train'?". Abbastanza.
Nato quarantacinque anni fa sulla costa sudorientale del Paese da una famiglia di origine tedesca, da alcuni mesi si e' trasferito a Darwin per lavoro. Karl fa l'elicotterista. Trasporta ingegneri ed operai a sulle piattaforme petrolifere che per conto delle compagnie australiane estraggono greggio e gas naturali a largo di Timor Est. E dall'attimo in cui attacco bottone, sulla pista dell'aeroporto di Dili, contrae lo stesso virus che aveva colpito Ucha e Jeff. Per Karl sono quasi tutti bloody idiots. Tutti tranne la moglie, incinta della primogenita, e il sottoscritto. Lei e' my little sausage, la mia salsiccetta, con le varianti saussy o lil soss. La salsiccetta al momento e' in vacanza dai suoi genitori, a Newcastle, nel nuovo Galles del sud. E Karl fa di tutto per nasconderle la mia presenza. "Non ti posso ospitare - mi dice prima ancora di sapere come mi chiami - perche' se mia moglie lo scopre chiede il divorzio". In compenso mi accompagna in giro per la citta', mi abbevera, mi porta in piscina, mi aiuta a cercare un ostello e un ufficio cambi aperto, fa il giro di sei ferramenta per trovare un adattatore, e di varie piazzole di sosta per un tir disposto ad accompagnarmi a sud. Un paio di volte mi porta anche a casa sua, dove mi fornisce il necessaire per un pediluvio grezzo a base di acqua e sale e una confezione maxi di betadine. Non prima di aver chiamato la sua salsiccetta per chiederle dove fossero le medicine, inventandosi di essere sbucciato un ginocchio a Timor. Solo quando mi invita a cena in un ristorante vietnamita, stanco di farmi cenno di stare zitto ogni volta che il suo telefonino squilla, le racconta la verita'. "... No salsiccetta mia, ti giuro che non e' un backpacker come quelli che vediamo in centro.... No, ti giuro che non dorme da noi... No, saussy, ti giuro che non gli ho comprato il biglietto del bus per Alice Springs...".
Karl al contrario fa di tutto per non costringermi a prenderla, la greyhound. Trovata truck city, la stazione di servizio nella quale si riforniscono i camionisti prima di puntare verso meridione, appende a tutte le pareti un annuncio a mio nome. Scritto in un inglese discutibile e con un contenuto involontariamente ironico, sul pezzo di carta io parlo di me stesso in terza persona. Mi definisco un viaggiatore molto povero ma con tante storie divertenti. Dopodiche' chiedo ad un autista generoso se ha voglia di dividere una camera con me. Neanche a dirlo, in due giorni non chiama nessuno.
Come Ucha e Jeff, Karl e' infettato dal morbo della generosita' che genera imbarazzo. Prova un irrefrenabile istinto protettivo, servizievole e quasi caritatevole. Come gli altri, non mi pone mai una domanda personale, non mi stuzzica mai su massimi sistemi, non mi solletica mai l'autostima con una forma di riconoscimento intellettuale. Mi piace pensare che mi legga negli occhi, ma non basta. Perche' dall'alto di una razionalita' raffreddata, ne' con lui ne' con gli altri dimostro fino in fondo la riconoscenza che la loro disponibilita' gratuita meriterebbe. E se non apprezzo del tutto probabilmente sbaglio. Perche' fra le cose che il viaggio insegna quasi quotidianamente c'e' anche l'afflato a prescindere dalla conoscenza. Una tensione che al contrario non la richiede affatto, la conoscenza. Un tipo di spontaneismo acritico e unidirezionale. Forse la chiave di ogni rapporto umano. Invece che la sua fine.
La mattina del 3 gennaio Karl mi viene a prendere in ostello, mi affida un panino con uova e bacon e due barattoli di noci e pezzi di cioccolata e poi mi deposita all'imbocco della Stuart Highway, l'autostrada che taglia in verticale l'Australia seguendo il percorso della vecchia via telegrafica. Dieci minuti dopo, Tom, un elettricista nato a Perth, mi offre un passaggio per una cittadina vicino a Pine Creek. Dove un violento acquazzone e l'assenza di ripari mi consigliano di optare definitivamente per l'autobus di linea. Per coprire i 1500km fino ad Alice Springs sborso l'equivalente di una settimana in Laos. L'indomani mi sono lasciato fra i ricordi la trentesima notte insonne del viaggio e le piogge che mi perseguitavano da Singapore. Nel deserto australiano c'e' il sole. E il termometro sale sopra i 45 gradi.

Sul retro di una cartina della citta' di Darwin, la Ocean Exposure pubblicizzava il suo centro - l'Aquascene - dove l'attivita' principe, quella piu' esaltante, consiste nel fish feeding, nel dar da mangiare ai pesci. A Gumeracha, nei pressi di Adelaide, c'e' invece la opportunita' unica di ammirare il rocking horse, il cavallo a dondolo, piu' grande del mondo. Il trafiletto sul giornale spiega che si puo' anche scalare. E per chi non coglie subito la portata del divertimento, c'e' anche un punto esclamativo. E' uno degli aspetti che il terzo mondo non invidiera' mai al primo: la sua capacita' di vendere aria fritta alla gente. E soprattutto di fargliela pagare cara. Arrivando ad Alice Springs, percio', la pessima notizia era stata che i bus pubblici per l'Ayers rock erano in programma solo una volta a settimana. E che uno era partito ieri. L'unica opzione per ammirare il piu' grosso monolite del globo, ma soprattutto per ficcare il naso nel deserto piu' antico della Terra, per strofinare il muso nella cultura aborigena dei kaititj, e' insomma unirsi ad un gruppo organizzato da un'agenzia. A mali estremi, evito accuratamente qualsiasi compagnia si autoproclami adventure qualcosa, ma non riesco ad evitare che il leader, un ragazzone di origine abruzzese che si chiama Domenico Di Lallo, si fa chiamare solo Dom e non spiccica una parola di italiano, sia una di quelle persone che hanno la forza per guidare il furgoncino, il cuore per far da mangiare a tutti, il carisma per raccontare storie e l'entusiasmo per motivare un gruppo sostanzialmente apatico, ma che per deformazione mentale passano meta' del tempo a dire che l'esperienza sara' fuckin' awesome e per contratto a dire che tutti i clienti sono stati fuckin' great. In gruppo siamo una quindicina. Per due sere accendiamo un fuoco e per altrettante notti dormiamo in sacchi a pelo adagiati sulla sabbia, circondati dal pensiero dei dingo e dei goanna e sovrastati da una volta di galassie. La terza mattina arriviamo ai piedi di Uluru, il sasso sacro, e quando Dom domanda chi abbia intenzione di provare a scalarlo, titubo.
Negli ultimi giorni il piede e' peggiorato a vista d'occhio. Non solo l'infezione si e' estesa ad altre tre dita e ha coinvolto anche il sinistro, ma soprattutto sotto la pianta sono spuntate delle bolle che sembrano di aria o di acqua, ma che invece contengono di peggio. Tutto sul mio piede destro. Quello della "tallonite" che col tempo si era rivelata una frattura mai curata. Quello dell'infrazione al sesamoide, che col tempo era diventata un callo osseo e infine un'operazione da 12 punti di sutura - 11 estratti, uno ancora li'. Quello della cesura a spirale del perone all'altezza del malleolo e del gesso tanto stretto da farmi sfiorare la tromboflebite. Ora quello dell'infiammazione rimediata a Bajawa che era diventato lo squaraus di Alice Springs. Il mio piede destro. Quello che a quasi venti anni dall'ultima partita con Totti e dalla prima contro Nesta e' l'ultimo angoletto della mia persona che ricorda quello di un calciatore. Solo che le punizioni a foglia morta gli riescono peggio.
"Allora... chi vuole salire?". Di fronte alla domanda di Dom, io alzo la manina. Timidamente. Lo vedo passare in rassegna gli altri, alle mie spalle, e lo vedo concludere. "Due, allora. Dario e Yuko". Questo perche' oltre a vendere aria, nel mondo civilizzato si vendono avventure in tutta sicurezza. Quindi Dom ha il compito di avvisare il gruppo che nel salire sull'Ayers Rock sono decedute una sessantina di persone. Per ultimo un attempato signore tedesco, un esperto scalatore, che alcuni mesi fa e' precipitato scendendo. Pensava che il suo pullmino lo stesse abbandonando e s'e' messo a correre, perdendo fatalmente l'equilibrio. L'ossessione per la sicurezza piu' il dovere morale e professionale di avvertire del rischio fanno strike. Cinque tedeschi - un paio dei quali intraprendenti ventenni - cinque inglesi - due dei quali ultras dell'Everton da quaranta lattine di birra al giorno - un francese e tre svizzere, restano a terra. Sale solo la giapponese, che della spiegazione non ha capito nulla. E io. Che ripongo sempre una fiducia sconfinata nella capacita' del mio corpo di perdonare la mia mancanza di rispetto verso di lui. La salita e' stancante ma accessibile, in cima il vento e' impetuoso ma rinvigorente (mi reinvento intervistatore dei turisti orientali che arrivano in cima, spacciandomi per giornalista della Bbc e cooptando Yuko con la sua videocamera), in discesa le punte dei piedi battono dolorosamente sulle scarpe. Ma ne esco meglio di un giapponese che si rompre entrambe le caviglie e viene giu' di culo. "Mi hai fatto morire di paura - mi dice Dom, quando finalmente arrivo nel piazzale, abbracciandomi con la foga inconsolabile di chi se l'e' vista brutta - ...You're REALLY fuckin' awesome, my friend!".

giovedì 3 gennaio 2008

Il volo

Lasciare Dili e' stata un'operazione complicata. A modo suo, quasi come arrivarci. La scelta di partire all'alba del nuovo anno e' stata lungimirante come investire in borsa alla fine degli anni Venti: i mezzi pubblici cittadini non esistono, i taxi sono auto private che all'abbisogna espongono un cartoncino. Ma il primo gennaio non gira niente e nessuno, neanche i carri armati. Cosi' Henry aveva incaricato la sua assistente, Rita, che aveva girato a Mike la patata di accompagnarmi in aeroporto. Ma nonostante le sue rassicurazioni, una manciata di orette dopo esser tornati dalla festa di capodanno, il rasta austriaco e' talmente scollegato che non si sveglia neanche quando prendo a ginocchiate la porta della sua camera. Quando gli riverso un po' di sassi sul vetro della finestra finalmente mugugna una specie di ah-si'-scusa, poi si riaddormenta. Ma la questione e' gia' passata in secondo piano, perche' qualche genio ci ha chiusi dentro la struttura. Per uscire dall'ostello devo scavalcare un cancello, guadare una fogna e buttare giu' dal letto anche Rita. Una volta per strada sospiro. Ma alla prima frenata scopro alle spese dei miei pantaloni gia' molto vintage che la lattina di birra appoggiata sul cruscotto non e' vuota. "Non siamo andati oltre?" chiedo a Mike, dopo che abbiamo sorpassato un posto di blocco vuoto e un altro sorvegliato per nella circostanza da cinque teppistelli muniti di pietre. "Non lo so" mi risponde. E non e' tanto per dire. E' perche' Mike non sa dove sia l'aeroporto intitolato al presidente Nicolau Lobato. E alla rotatoria che alla periferia indica la direzione giusta, si e' infilato nell'uscita opposta. Me ne accorgo quando riconosco il tratto di costa assecondato dal mini bus che mi ha portato a Dili da Atambua. Ma da li' ad arrivare a destinazione ce ne passerebbe se l'unica ragazza in giro a quel giorno a quell'ora non lavorasse al Nicolau Lobato come commessa. Carla copre tutti i giorni a piedi il tragitto fra il suo villaggio natale e il duty free shop di un aeroporto fra virgolette internazionale dal quale decollano e atterrano tre voli giornalieri. Neanche sempre. E in cambio di un passaggio ci indica la via. Nel 2008 il primo timbro di uscita da Timor Est si abbatte su un passaporto italiano.

Il volantino della Perkins mi aveva tolto la prima notte timorese di sonno. Appeso nella bacheca della guest house suonava come un'appendice del motivetto che da qualche settimana chiunque mi cantava. "Keep the dream alive". Continua a sperare di poter proseguire il viaggio senza staccare i piedi da terra. Dalla Terra. Le navi della Perkins partono ogni settimana da Singapore e sostano a Dili - pubblicizzava il pezzo di carta ingiallito, appeso ad un pannello di sughero con due puntine viola - poi continuano per Darwin. "E' roba vecchia. Talmente vecchia che puoi tenertelo. Quelle portacontainers non vanno piu' su e giu' cosi' di frequente, e anche quando passano per Dili hanno il divieto tassativo di trasportare viaggiatori. Qualche anno fa un cargo era sul punto di affondare, e quando e' arrivato in Australia le autorita' si sono bevute il capitano perche' aveva dato uno strappo ad un paio di backpacker". Ripiegato il volantino su consiglio di Henry ero andato a dare un'occhiata al porto. Qualcuno mi aveva fatto il nome di un capitano russo. Me ne avevano parlano come di un tipo capace di scavalcare i regolamenti e di caricarsi qualche passeggero, soprattutto se suo connazionale. Ma adesso il russo e la sua nave erano a spasso per qualche mare. E visto che il tee tree oil, il potente antisettico che Luk ogni tanto distillava amorevolmente sulla mia ferita, aveva bloccato l'infezione del dito ma non era riuscito ad impedire che cominciasse a propagarsi al resto del piede, e che nell'unica clinica della citta' ci sono costantemente cento persone in fila, non avevo tempo da perdere. Cosi', stringendo una conchiglia bruna del mare di Timor ero andato nell'unica agenzia viaggi munita di terminale internet e mi ero procurato un biglietto aereo per Darwin, masticando il gusto inebriante della liberazione dalla schiavitu' dell'obiettivo, quello dolce di aver tentato il possibile e quello amaro del non esser riuscito ad andare oltre. Un gusto che aveva rilasciato nelle vene un senso piacevole di umana limitatezza. Che aveva sciolto i nervi come un massaggio vigoroso. Un sollievo un po' codardo.
Il velivolo semivuoto si stacca da terra alle nove del mattino. Alto 6 metri e mezzo e lungo 20, spinto da due motori turbo prop e omologato per il trasporto di 30 passeggeri ad una velocita' massima di 550 chilometri orari, l'embraier EMB 120 Brasilia e' il frutto del peccato. La virata sul mare e' appena iniziata quando spingo lo sguardo indietro, verso la statua del Cristo che domina il capo Fatucama, e la mente ancora piu' indietro. Per sei mesi, attraverso tutto il continente asiatico, sono stato prima di tutto un oggetto misterioso, un dono, un alieno, un pazzo, una speranza, un libretto di assegni, la proiezione di un sogno. E per sei mesi, ogni giorno, ho dovuto guadagnarmi il diritto ad essere considerato una persona. Ora sto per rimettere piede nel mondo dal quale provengo. Quello nel quale sei una persona, UNA delle tante persone, SOLO una delle tante persone. E finisci spesso per essere una delle tante persone che cercano di ritagliarsi uno spazio, di costruirsi un'identita' riconosciuta, a partire da una forma qualsiasi di eccezionalita'.

Per sei mesi sono stato perseguitato da film kitsch e dal rutto libero di chicchessia, ho mangiato riso in bianco con forchette dai rebbi mai troppo allineati e ho interiorizzato un rapporto fra spazio e tempo di matrice antica, quasi primordiale. Percio' coprire gli 850km fra Dili e Darwin - praticamente la distanza fra Aversa e Borgo Ticino - con un volo di un'ora e venti minuti, mi sembra un furto. E anche per questo atterrare e' un piacere.
p.s. le scarpe nella foto sono stato il mio regalo di Natale per un contadino di Flores. Sembrera' assurdo ma sono state apprezzate.

martedì 1 gennaio 2008

Il buono, il brutto, il cattivo (Capodanno a Timor Est)

Il fuggitivo ha la risata arrochita da quaranta Winfield al giorno e liberata da ogni paura di rischiare. In 43 anni Ludwig detto Luk ha fatto di tutto, dal meccanico all'editore di riviste di cultura, finche' la madre si e' ammalata di alzheimer. Scoraggiato dai costi delle case di cura tedesche, Luk e' partito per Bali con una valigia appesantita da 14 mila euro e dalla necessita' di trovare una sistemazione adatta all'anziana donna. Ma a Bali ha incontrato una ragazza di Timor che l'ha trascinato in fondo ad un mare di guai.
Steve ha sessant'anni tondi tondi. Al mattino strofina un'ampolla piena di cristalli energizzanti attorno ad una bottiglia di acqua di rubinetto. E la beve. Poi incrocia le gambe sul letto, assume la posizione del loto - la padmasana - sfogliando un sussidiario di yoga taoista, distende il corpo e si dedica all'autoshiatsu e ai massaggi ayurvedici. Quando ha completato tutte le operazioni, comincia ad interagire. "Conosco gente con la meta' dei miei anni che non riesce a fare questi esercizi". Lo ripete una dozzina di volta al giorno. Almeno nei cinque che trascorriamo nella guest house accanto al campo profughi di Dili, la capitale di Timor Est.
Il tenente Batista Travolta non e' abituato ad incrociare stranieri. Sfodera l'aria da duro, intuendo che sto spolverando l'obiettivo Leica per prepararmi ad usarlo, e si mette in posa, con il suo fucile, accanto alla struttura di legno sotto la quale due suoi colleghi controllano le borse degli avventori senza l'ausilio di un metal detector. Quando gli chiedo se e' possibile fotografare la frontiera fra Indonesia e Timor Est, scruta il panorama alla ricerca di una risposta. Attorno a noi il mare e' pacifico, la terra bruciata, le palme abbattute. La radura tace, sembra stordita, sotto l'effetto di una tempesta di napalm. Nessuno obietta, posso scattare.
Nell'autunno del 1999, proprio in questo territorio, le milizie paramilitari di Jakarta massacrarono decine di migliaia di timoresi. Il 30 ottobre, in un referendum dall'esisto plebiscitario, gli abitanti della ventisettesima provincia indonesiana occupata da Suharto nell'agosto del '75 a costo di 130mila vittime, si erano espressi contro la concessione di uno statuto speciale e per l'indipendenza dell'oriente dell'isola. La volevano il 79% dei nove timoresi su dieci accorsi alle urne. La forza multinazionale che con ritardo colpevole e strategico si inseri' nella contesa fu costretta in un primo momento a ripiegare a Darwin, in Australia. Per pacificare la situazione ci vollero mesi di sangue, per la proclamazione della repubblica democratica e il riconoscimento internazionale del nuovo Stato si dovettero aspettare quasi tre anni, il 20 maggio 2002. Oggi normalita' significa convivere con 1100 militari australiani e neozelandesi e 1600 poliziotti spediti in questo mignolo di mondo da Filippine, Senegal, Bangladesh, Malaysia e altri 35 nazioni e coordinati da militari portoghesi. Significa partecipare ai Giochi del sudest asiatico, dove la Thailandia conquista 400 medaglie, le Filippine oltre 200, e persino il minuscolo Brunei vince un oro e tornare a Dili senza l'ombra di un riconoscimento. La popolarita' degli australiani, che pure avevano scavalcato l'immobilismo statunitense per sostenere la causa nazionale timorese, ora e' in calo. A meno di cento chilometri a sud dalla costa le piattaforme di Canberra estraggono e sfruttano petrolio e gas naturale, al governo di Xanana Gusmao - l'ex capo della guerriglia arrestato dagli indonesiani nel '92 - arrivano briciole da 300 miliardi di dollari. E agli abitanti di Timor est neanche quelle. Ma la tensione e' anzitutto e soprattutto un manufatto interno: il Parlamento e' frammentato - il partito di maggioranza relativa ha appena il 18% dei consensi - il governo e' debole e gli scontri fra fazioni, etnie e citta' ha portato piu' volte Timor Est sulla soglia della guerra civile, l'ultima nella primavera del 2006. Per il palazzo di vetro questo resta un Paese a rischio cosiddetto arancione. Appena sotto l'Iraq. E proprio gli uomini deputati a mantenere l'ordine pubblico, ad addestrare un esercito e una polizia nazionali e quella ragnatela di organizzazioni non governative accorse a portare assistenza sanitaria e logistica, sono i destinatari del nuovo livore collettivo. Si esprime con sassaiole ai cortei di Land Cruiser dai vetri oscurati che quotidianamente sfilano lungo le strade dissestate di Dili, e si acuisce il venerdi' sera, quando l'alcool fa sembrare il mondo al di la' del mare ancora piu' colpevole di voler sfruttare la situazione, invece di voler contribuire a migliorarla.

Luk non sapeva neanche dove fosse, Timor, prima conoscere quella cantante a Bali. E anche dopo averlo saputo non rientrava nei suoi piani andare fino a li'. Ma la notte in cui invito' la ragazza in stanza per fumare un sacchetto di erba, comprese che aveva sbagliato a fidarsi di lei. E del manager dell'albergo di Kuta cui aveva parlato dei 14 mila euro. Alla sua porta si presentarono sei poliziotti in borghese, ai quali Luk oppose resistenza perche' quelli non avevano un mandato di perquisizione. Nella migliore delle ipotesi erano degli ufficiali corrotti, nella peggiore dei millantatori. Ad ogni modo sapevano che quel tedesco stava facendo uso di sostanze stupefacenti, e gli intimarono di pagare proprio quattordici mila euro. Altrimenti lo avrebbero obbligato ad una confessione. Oppure ad un'analisi del sangue che lo avrebbe spedito in carcere prima ancora di un regolare processo. L'editore di pax et gaudium e di pax geschichte cedette, venne a patti con i sei uomini, gli promise 1.500 euro e tutti e sette si incamminarono nel buio di Kuta. Non c'erano uffici cambi aperti, e quando dopo l'ennesima discussione Luk realizzo' che nessuno degli indonesiani che si erano spacciati per poliziotti indossava un distintivo, decise di opporsi al sopruso e di affrontare la faccenda in modo piu' risoluto. E piu' pericoloso. Scappo' di corsa, dietro l'angolo sali' su un taxi e semino' gli inseguitori, trovando riparo a casa di un suo vecchio amico europeo. Prima dell'alba torno' in albergo, ricompose la valigia, recupero' i contanti dalla cassetta di sicurezza e se ne ando', incrociando due voltanti della polizia che andavano - probabilmente - a prendere proprio lui. La situazione si era fatta delicata. Prima detenzione e uso di droga (scovata dai sei uomini in un cassetto della sua stanza), quindi resistenza a pubblico ufficiale. Ora anche la fuga davanti ad un arresto. Luk doveva scappare sul serio, fino in fondo. E senza lasciar tracce. Cosi' si imbarco' su un traghetto per Lombok, da Mataram prese l'autobus che attraverso uno stretto, un giorno e una notte, lo porto' a Sape, il porto piu' orientale della brulla isola di Sumbawa. Quindi un altro ferry, per otto lunghissime ore, fino a Flores. E ancora da li' in nave fino a Kupang, infine via terra a Timor Est. Il piu' lontano possibile dalla polizia indonesiana. Ludwig non pensava, arrivato a Dili, che ci si sarebbe stabilito per piu' di un mese.

Da quando ha perduto la moglie, Steve ha divorziato dallo stile di vita occidentale che non faticava a condurre da importatore di vini. Quell' esistenza e' arrivata al capolinea quindici anni fa, quando si e' ritrovato solo e deluso, ha venduto la casa e la macchina e senza piu' ancore ha lasciato l'Inghilterra e ha cominciato a navigare per il mondo, mantenendosi grazie ad un fondo pensionistico che gli garantisce 800 euro al mese. Rispetto a Luk, Steve e' a Timor per il motivo opposto: vuole tornare in Indonesia, raggiungere anfratti piu' remoti dell'arcipelago, ed ha bisogno di un nuovo visto. Negli uffici di Dili, pero', le pratiche burocratiche sono particolarmente rallentate, soprattutto fra Natale e Capodanno. Ma Steve sa aspettare. Trascorre le giornate eseguendo gli esercizi di yoga davanti al suo libro con la copertina rosa, e quando ha ristabilito l'armonia fra corpo e testa, dispensa perle di saggezza con fare consapevole, vaticinante, atarassico e logorroico. Se lo interroghi su un accordo musicale, dopo venti minuti ti accorgi che sta rievocando ancora una volta Stefania, il suo vecchio amore italiano con il quale ha vissuto "il rapporto piu' profondo che un uomo e una donna possano vivere", dopo mezz'ora sta ripassando il suo soggiorno a Goa, dopo quaranta minuti sta parlando del suo dentista di Bucarest e dopo un'ora, perso chissa' in quale delta della memoria, e' arrivato a raccontare di come gli aborigeni australiani non nominino le stelle ma lo spazio blu fra i puntini celesti. E che in uno di questi vedono un emu'. Finita la girandola di argomenti, Steve prende la sua chitarra e suona. Riadattando la stessa melodia e le stesso testo al richiedente di turno. Basta cambiare il nome della ragazza cui dedicare una canzone.

La guest house di Dili, di proprieta' di un ex camionista australiano di nome Henry, e' infatti un'oasi nella quale confluiscono i percorsi piu' disparati. C'e' annesso un ristorantino indiano dove si rifocillano molti dipendenti delle Nazioni Unite, e c'e' un bancone sul quale si incrociano i destini di stranieri e locali. Uomini e donne. A Ludwig la dimensione non dispiace. In un mese ha avuto modo di soddisfare i suoi appetiti sessuali con piu' di una ragazza timorese, finche' una non e' diventata la "sua". Dopo ogni visita, la sua ragazza viene ringraziata con un paio di birre e con un paio di biglietti da 20 dollari. E per ringraziarlo a sua volta, ogni tanto lei si presenta con sua sorella. Cosi' Luk e' diventato un affare di famiglia. Steve no. Lui ama confrontarsi, con me come con le signorine venute a cercar gloria e cotillons nella guest house di Henry. Spiega loro che l'amore e' soprattutto un fatto spirituale, ma che se si abbattessero certe convenzioni culturali le ragazze non si troverebbero a disagio nell'abbracciarlo o nel dargli un bacino. Loro pero' continuano a trincerarsi dietro le loro convenzioni culturali. Steve aggiunge allora che ci sono ragazzi con la meta' dei suoi anni che non riescono a fare gli esercizi yoga e, dopo aver raccontato di Stefania, di Goa, del suo dentista di Bucarest e degli emu', si esibisce in una canzone d'amore - sempre la stessa - scritta appositamente per la ragazza di turno. Infine, nonuncurante delle mie orecchie biforcute, tenta l'ultimo assalto chiosando con un epitaffio, citando i classici della musica pop. A modo suo. "Cara mia, come dice quella canzone... Everybody gets hurted sometimes ...percio' Listen to your heart when it's knocking on your door". Si', buonanotte.

E' con Luk e Steve, in un'atmosfera da sopravvissuti ad un naufragio, da reclusi su un'isola deserta, da membri di un microcosmo eterogeneo ma profondamente complice, che trascorro gli ultimi giorni del 2007 parlando di politica ed economia, di costume e societa', di libri, viaggi e amori. Ho sempre pensato che esiste una nazionalita' trasversale a coloro che viaggiano, ma forse c'e' di piu'. Negli uomini, cosi' come negli uccelli, ci deve essere qualche meccanismo che favorisce la cooperazione e la coesistenza fra i migratori. Lo stormo di Dili si arricchisce, poco prima della mezzanotte, quando arrivano un austriaco, Mike, una coppia di svedesi - Johanna e Mattias - un canadese, Dave, e una taiwanese, Ching. Ludwig svergina un litro di whiskey scozzese al 59 per cento e ci obbliga a scolarlo. Quindi sequestriamo il pick up di Henry, e sotto un diluvio impietoso girovaghiamo per le vie cupe di Dili trovando asilo nella festa di Mario, che viene dalla Guinea Bissau, fa il consulente per il ministero dell'agricoltura e della pesca, e impacchettato nella sua tunica porpora con ricami argentati organizza un party per lavoratori africani.
Quando torniamo fra gli scrosci di pioggia, la guest house e' allagata.