mercoledì 23 dicembre 2009

Arabia Felix

Con l'augurio che nel 2010 non si ritrovi una democrazia esportata a colpi di bombe all'uranio impoverito, ecco le foto scattate ad inizio dicembre. Yemen 2009
Altri aggiornamenti post Yemen:
WMNA - Episode 16
DarioTube - Allah Superstar
Il Compagno di Viaggio

martedì 17 novembre 2009

Train de Vie

Dopo cinque giorni di richieste, l'ufficio relazioni esterne delle ferrovie di Buenos Aires mi spedisce l'accredito per salire sul tren blanco, il convoglio che la TBA mette a disposizione dei cartoneros per andare in città a riempire i carrelli di materiale riciclabile. Spetta poi a loro rivenderlo alle cartiere per continuare a mangiare. In America Latina il fenomeno dei cartoneros non è nuovo, ma l'aumento esponenziale di chi si è ridotto così è una fra le conseguenze più dirette della crisi economica. Trovare il modo di vederli all'opera e sentirli di persona era tra le priorità della mia venuta in Argentina. Riuscire a consacrare loro qualche scatto decente era l'unico modo per infarcire la tesi fotografica di testimonianze forti. Come preannunciato dal responsabile delle ferrovie, sul foglio è specificato che posso filmare, fotografare e intervistare i cartoneros. E considerando che nei prossimi giorni ho l'agenda piena come era un tempo la mia pancia, decido di andare oggi stesso. Mi vesto di tutto punto: maglietta grigia col buco sotto l'ascella destra, jeans mangiucchiati da un cagnaccio di Avellaneda e Asics bruciate dalla marmitta del Sì di Ilario Melis, ergo datate 1992. Così passo inosservato sia alla stazione di Retiro sia sul treno che porta a José Leon Suarez, il sobborgo di Buenos Aires dal quale i 400 cartoneros della baraccopoli di Carcoba si riuniscono ogni sera alle cinque e mezza per "andare a lavorare'' - come dicono loro - nelle zone più benestanti tipo Colegiales. Che poi è benestante un corno.

Sceso dal treno regolare, attraverso i binari, mi presento ad uno dei poliziotti messo lì per evitare disordini, sfodero il passepartout e mi tuffo tra i cartoneros. Cerco Daniel, il protagonista di un reportage di Raitre, per portargli i saluti di Stefano Bianchi, il giornalista che lo aveva seguito per un giorno, e soprattutto per pararmi il culo. "Daniel è a casa con l'appendicite" mi dicono la moglie Norma e la figlia, che rispetto al servizio andato in onda ha la pancia di 5 mesi. Non so quanti anni abbia, la ragazza, ma visto che i genitori hanno trent'anni, lei deve essere una precoce. Abbandonato a me stesso, mi incammino sulla banchina finché un tipetto sdentato come tutti gli altri, con il cappello calato sugli occhi come tutti gli altri e appestato come tutti gli altri mi prende sotto il braccio e mi spinge da una parte, non prima di avermi mostrato una tessera della TBA. Falsa. "Con questo - fa sornione, aprendo il mio passepartout e leggendo la mia autorizzazione - sali sul treno. Ma per scendere, devi collaborare".

"Vuoi che carico un carrello pure io?" rispondo.

Certe volte il silenzio è d'oro. E questa era una di quelle. Roberto Carlos (a meno che non mi ha preso per i fondelli pure lui, si chiama cosi') mi mette una mano sul petto e aggiusta il tiro. Quiere plata. Il fatto che sia al verde lo autorizza solo ad alzare il tiro. Così chiudo il sipario sulla versione sfacciata e inauguro la sceneggiata napoletana. Protagonista unico è uno studentello squattrinato in cerca di documentazioni e che non è lì per lucrare sulle disgrazie altrui. Del resto non sono mica più idiota di quanto il fatto che mi sia messo in questa situazione possa far intuire: già ho combattuto con me stesso (e con tutti gli argentini dell'ostello, per l'esattezza) la battaglia della ragione per andare a Leon Suarez e per portarmi dietro la macchina fotografica. Mica vado a portarmi pure i soldi. Le tasche vuote testimoniano in mio favore. Roberto Carlos alza bandiera bianca e mi passa prima a Christian El chino e poi a Miguel, gli altri capobranco. Ma il trattamento del gruppo è sempre lo stesso, anzi peggiora. Alla prima domanda ''Puedo sacarve una foto?'' invece di replicare con un garbato, semplice e monosillabico ''No'', due ragazzi appoggiati ai loro carrelli si alzano in piedi e mi fanno assaggiare il loro alito miasmatico. Quando mi stanno per stampare la meritata pizza in faccia, Miguel li ferma garantendo per me. Sono 'roba' sua.
Il treno parte puntuale da Leon Suarez verso Colegiales e il ritornello ricomincia."Vuoi fare una foto?" riprende Miguel. "Be', insomma... sai com'è... siccome di economia non capisco una mazza, sulla tesi di laurea devo almeno metterci qualche foto per dimostrare che la mia ricerca sul campo l'ho fatta". La versione della storia è talmente vicina alla realtà che quasi quasi Miguel la beve. "Sappi che quelli che sono venuti qui prima di te hanno dato almeno 100 dollari'' risponde.

Lo so bene, pure il giornalista della Rai ha fatto così. Ma io non ho niente. E per dimostrarlo faccio per spogliarmi. Oltre allo zainetto con la macchina fotografica, addosso ho la tessera studentesca, una penna, un block-notes, 20 pesos scamuffi e il biglietto da visita dell'ostello, per il rimpatrio della salma. Miguel prima si commuove, poi mi chiede tutti i 20 pesos, che sono sempre meglio della macchina fotografica."E poi in ostello come torno?" obietto. Lui ci pensa su e chiude per dieci pesos. Sono 3 euro e spicci. Valgono bene qualche osso intero, ci posso stare. Però il punto da superare è sempre quello di partenza: per scattare foto ho l'autorizzazione scritta della TBA e quella verbale di un delegato del treno, ma i cartoneros a bordo continuano a farsi prudere le mani solo all'idea. Eccetto due simpaticoni - sdentati pure loro - con i quali riesco persino a parlare di politica e di calcio. Ma a parte Marcelo e l'amico suo, gli altri quierono la plata sin compromiso.

Tutto quello che riesco a scattare è una specie di visione panoramica del vagone, e visto che ho montato una pellicola da 3200 ASA, non disturbo neanche con il flash. Ma siccome gli argentini sono logorroici e chiacchieroni, qualcuno fa la spia e un tizio nerboruto - che nella suddetta foto scattata con l'obiettivo 28 occupa con la sua capigliatura nera su sfondo nero un millimetro quadrato tra un carrello e l'altro - si fa largo tra il bordello, e invece di farmi assaggiare l'alito si rimbocca le maniche e mi attacca al muro spingendo il suo carrello con una scarica di forza bruta. Prima che ribadisca il concetto, Miguel mi trascina lontano dalla portata delle sue nocche e cambiamo vagone. Che è meglio.
Da quel momento, quando Miguel mi richiede se voglio scattare foto o l'oggetto è un placido carrello inanimato o la mia risposta è una specie di pernacchia. Per nulla offensiva, comunque. Hai visto mai... Anche perché i passatempi del secondo vagone sono tre: giocare a carte, dire ''no'' alle mie richieste di foto e prendersi a cazzotti finché uno cade a terra e consente al vincitore della contesa di mollare un calcio sulla testa a mo' di chiosa. Insomma, meglio parlare di politica, di disoccupazione, di piqueteros e di planes trabajadores con gli altri delegati del treno. E contare i secondi che ci separano da Colegiales.

Per fortuna sono pochi. Esco dal convoglio stretto fra due carritos, con un dito di terra sui pantaloni e lividi ben distribuiti su tutto il corpo. Sulla banchina della stazione, un signore sgrana gli occhi e mi intercetta mentre scatto verso la biglietteria per cambiare i 20 pesos in due pezzi da 10. Mi mette una mano preoccupata sulla spalla, lo sguardo spiritato, la voce allarmata. Sibila: ''?Donde te vas, loco!!!".
Già. E' una domanda che mi sono posto una mezza dozzina di volte solo negli ultimi 25 minuti. Allungo la banconota da 10 pesos e saluto Miguel, ma lui mi cinge col braccio e mi propone di seguirlo per scattare foto ("tranquille", sottolinea) mentre rovista nell'immondizia.
Sto per dirgli di no quando realizzo che tutto casino dovrà pur servire a qualcosa. Sto per dirgli di sì quando realizzo che fino ad un minuto fa mi stavo cacando sotto e non sarebbe il caso di rimettermi in situazioni per così dire scomode.
Mi esce fuori una specie di 'Ni'' che lui interpreta a modo suo, trascinandomi per un paio di isolati mentre il sole è bell'e tramontato. Siamo circondati da spazzatura, carritos e cartoneros al lavoro. Qualcuno beve, altri fumano, tutti mi sguardano storto.
Confermo di essere idiota, ma solo fino ad un certo punto. Farfuglio qualcosa, tipo che non mi va di ritrovarmi a girare da solo con il buio per Colegiales, e Miguel si mette l'anima in pace. Fa per salutarmi pure lui quando compaiono Norma e la sua bimba incinta, e i tre elaborano un invito per domattina nella villa miseria di Carcoba per assistere - e ''fotografare'' (ormai Miguel ce lo aggiunge sempre) - alla suddivisione del materiale recuperato durante la notte. Se voglio, posso pure fermarmi a pranzo. "Domani cuciniamo asado'' mi fanno, sorridendo.
Farfuglio un altro ni e salgo sul primo treno per il centro. Domani pomeriggio ho in programma di andare all'assemblea di quartiere di quegli schizzati della Boca, che hanno occupato una vecchissima sede del Banco d'Italia e per far capire da che parte stanno hanno dipinto l'effige di Che Guevara. Fra l'altro un paio di isolati più in là il Boca e San Lorenzo giocano alla Bombonera per il campionato di clausura e l'aria si prevede incadescente.
Comunque vada, l'asado potrei essere io.

(tratto dalla mia inutile tesi di Laurea, AD 2003)

sabato 17 ottobre 2009

L'arbitro

(omaggio la neonata Rivista Romanista col mio contributo all'ultimo numero della sua progenitrice, Rosso&Giallo)

Lunedì 22 luglio 2002
La caccia a Byron Moreno comincia al di là del puente Rumichaca, la colata di cemento tra la Colombia della guerriglia in vacanza e la repubblica del dollaro imposto agli indigeni. Appena metto piede in Ecuador, cerco "el que saco Italia del Mundial", come dice la signora sul bus per Ibarra prima che l'aiuto-autista mi scarichi in mezzo alla strada perché non ho il biglietto. Qui lo conoscono bene, Moreno l'intoccabile: il Governo ha preso ufficialmente le sue difese contro le critiche italiane e ne ha fatto un simbolo dell'orgoglio del primo produttore mondiale di banane. Me lo dicono anche i poliziotti che esplorano ogni anfratto del mio zaino alla ricerca di polverine colombiane da esportazione. E che invece trovano solo mutande sporche.

Martedì 23 luglio
Il calzolaio di Ibarra e la fruttivendola di Otavalo confermano che il rigore per la Corea e l'espulsione di Totti erano sacrosanti, che Moreno è un ottimo arbitro oltre che una persona squisita e che è stata l'Italia a sbagliare l'approccio alla partita. Sarà. Ma in mezzo a tante certezze, non ce n'eè uno che mi sappia dire dove viva. Così mi devo rivolgere alla federcalcio ecuadoregna, la FEF. Sull'elenco di Guayaquil compaiono due pagine di numeri con un trappolone a monte: dalla pubblicazione del tomo è cambiato il prefisso - da 04 a 042 - e senza la rivelazione di un dipendente dell'ufficio postale di Ibarra potrei continuare a provare per giorni senza ricevere risposta. In realtà basta perdere un'altra ora per capire che il problema non è neanche il prefisso. E' proprio il numero ad essere sbagliato. Per scovare quello buono mi rifugio nell'unica officina Andinatel di campagna, lungo la salita che porta a La Esperanza. Dalla FEF locale - stato Imbabura - una signorina mi detta il numero di Guayaquil, quello giusto. Chiamo una, due, tre volte. Niente. Il telefono potrebbe essere staccato o spento. O semplicemente occupato. O è il numero ad essere inesistente. Non lo sanno nemmeno loro: in tutti i casi il segnale è identico.
Mercoledì 24 luglio
Il mercatino di Otavalo è una meraviglia di colori, ma ho capito che se voglio trovare Moreno devo andare a Quito. Ivan, un ventenne che trascorre metà della sua vita attiva alla reception dell'ostello Selva Alegre - 5 dollari al giorno per letto, doccia quasi sempre calda e vista sul Cotopaxi innevato - dice che Moreno vive a Quito ma che adesso è a Guayaquil per ricevere un premio. Del resto è stato l'ecuadoregno che ai Mondiali ha fatto più strada e se lo merita. Ivan aggiunge che da quando è rientrato dall'Oriente, Moreno chiede 5000 mila dollari per rilasciare interviste. Scrivo al direttore: "Mi sono rimasti 73 dollari, ti puoi occupare del resto?".

Giovedì 25 luglio
Quito è forse la più bella fra le capitali sudamericane, ma dopo una giornata in centro sono costretto a tumularmi nell'Andinatel più vicina all'ostello. Che poi proprio vicina non è. E comunque il telefono della FEF di Guayaquil e di Quito continua a rispondere col solito tono sordo. Cambio strada. Sull'elenco di Quito figurano sei Byron Moreno. Quello che cambia è l'appellido - il cognome materno. Li annoto tutti. Garcés, Herrera e Sevillano rispondono gentilmente "esta equivocado", Luna è uno studio medico, Calvache e De la Torre squillano a vuoto. Cacchio. Dove andrebbe a parare lo scaltro reporter rampante in una situazione del genere? Boh. Forse si aggrapperebbe al dogma della solidarietà fra colleghi. Corro fuori e chiedo in prestito la prima copia di Ultimas Noticias che trovo in un negozio. Cinque minuti di attesa e poi... "Parla Santiago Estrella, redazione sportiva. Darìo Castaldo? Sì, mi pare di aver già letto il tuo nome (sì, sì...). Segnati il cellulare di Mauricio Muñoz, addetto stampa della FEF a Guayaquil e chiamami quando vuoi". Seguro. Prima però chiamo Muñoz. "Buenas tardes - gli dico dopo aver atteso che uscisse dalle acque del Pacifico e prendesse il telefonino dalla mano della moglie - sono un giornalista italiano e sto cercando Byron Moreno". Moreno rientra a Quito domani sera, Muñoz promette di contattarlo e di chiedergli se è disposto ad incontrarmi. Domani mi farà sapere. Bene. Intanto salgo sull'ultimo bus per Baños e me ne vado con gli amici a sfidare pioggia e sterrati preamazzonici in mountain bike. E a scoprire che in Ecuador non ci sono solo Andinatel. Sul bus conosco Jaime, che ha studiato in Italia e Francia, si dice appassionato di archeologia e sostiene che Rimini sia più bella di Roma, e il suo compare Fernando, sociologo, che appunta su un biglietto da visita il nome di un suo amico che potrebbe aiutarmi. Si chiama Juan Leo Reyes e fa il giornalista a Radio La Red.
Venerdi' 26 luglio
Lo scenario è magnifico ma la bici è difettosa, e il pranzo a base di banane fritte e mais tostato lascia una sete immonda che placo solo con un boccale di acqua torbida presa da un rubinetto di campagna. In compenso anche a Baños spendo mezza giornata in un'officina Andinatel. Muñoz si fa un po' desiderare, poi al quarto tentativo conferma di aver contattato Moreno e passa la palla a Luis Castro, il suo braccio destro a Quito. Castro ha il cellulare costantemente staccato, ma alla fine mi perfora il timpano con la sua vociona rauca. Ribadisce che Moreno arbitra domenica il big match Nacional-Barcelona e che già domani sera potrebbe essere a mia disposizione. La conferma me la può dare solo domani nel tardo pomeriggio, ma siccome comincio a crederci, decido di mollare gli altri e di ripartire nella mattinata verso Quito, con la benedizione di Antonio, Daniele e Giancarlo e con la camicia blu del Bela, l'ultimo arrivato.

Sabato 27 luglio
Ivan mi accoglie raggiante. Sono l'unico ospite del Selva Alegre e se sono tornato a Quito significa che posso intervistare Moreno e rimediare quella dedica che garantirà a lui un montòn di turisti e a me un piatto di ceviche offerto dal ritorante vicino. Esco dal Selva Alegre mentre il sole tramonta e in un vicino comedor divoro il solito pollo con riso e patate. Il cellulare di Castro è sempre spento. Quando finalmente lo accende mi dice che per oggi non si fa niente ma che domani - dopo la partita - Byron Moreno è disposto ad incontrarmi. Posso buttarmi nella lunga notte di Quito. Domenica 28 luglio
Arrivo allo stadio Atahualpa con un bel cerchio alla testa e con una tessera da pubblicista che per la perizia con cui viene controllata potrebbe essere anche quella dell'Atac. Nella cabina di Hoy la Radio va in onda una specie di Tutto il calcio minuto per minuto. Conduce Vicente Salgado, che annuncia la presenza in tribuna di Darìo Cristaldo, periodista español. Ogni tre minuti lo interrompe tal Miguel, che arrota l'ugola per citare a manetta tutti gli sponsor della trasmissione, dalla catena di fast food "Mr. Pollo" alla Hyundai. E siccome due cartelloni della casa automobilistica coreana troneggiano pure a bordo campo, indago e scopro che da quest'anno le auto in questione sponsorizzano buona parte dei club ecuadoregni, versando nelle casse di ognuno la bellezza di 40mila dollari. Che qui significa un quinto del monte-stipendi. Intanto arriva Castro, vecchia volpe del giornalismo locale con qualche problema di memoria. Mi devo ripresentare. Poi scendo in tribuna: Moreno è al rientro dopo i Mondiali e si becca l'ovazione dei 14mila presenti. Non fa danni e il primo tempo finisce 1-0 per gli ospiti di Guayaquil. Nell'intervallo vengo rimorchiato dall'inviata del giornale Hoy ai Mondiali. Martha Cordova mi corrompe con un panino e una coca e ascolta i miei dubbi su Fifa e arbitraggi. Poi scrive tutt'altro. Cioè, a meno che non fossi ancora sotto l'effetto della vodka della sera precedente, 'Byron Moreno es el personaje mas popular de Italia' io non credo di averlo mai detto. Eppure lei c'ha aperto il pezzo. La chicca gliela fornisco comunque ad inizio ripresa, quando l'ala del Nacional si tuffa in area e l'arbitro nemmeno lo ammonisce. Scatto in piedi. "Perché non lo ha espulso come Totti?" chiedo in giro. Lei sghingnazza e prende appunti. Alla fine il Nacional pareggia e Castro mi conferma che alle 5 chiamerà in ostello per comunicarmi l'ora dell'appuntamento con Moreno. Poi mi mostra il probabile luogo dell'incontro: uno stanzione dello stadio che somiglia tanto ad una sala delle torture. "Darìo!". Appena ne esco, mi ferma l'ennesimo giornalista. "Sono Juan Leo Reyes - mi fa - dopo che vi siete incontrati sul bus per Baños il mio amico Fernando mi ha parlato di te e mi ha detto che oggi ti avrei trovato qui". Accipicchiolina come è piccolo il mondo. Grazie per la disponibilità - gli dico - ma per l'intervista ormai non dovrei più aver problemi.

Come torno nella cabina di Hoy la Radio, Salgado mi mette una cuffia in testa e un microfono in mano. E' uno dei pochi anti-moreniani in circolazione e con una mia testimonianza in diretta va a nozze. Tant'è che mi intervista in chiusura di trasmissione per un quarto d'ora, durante il quale si infervora per la scarsa tolleranza e per i metodi stupidamente duri di Moreno. Poi mi chiede il numero di cellulare e mi propone di intervenire dall'Italia come opinionista per un contenitore calcistico che comincerà ad autunno. Intanto accompagnami in ostello, ché mi hai fatto perdere un sacco di tempo. Salgado esegue e salutandomi mi dà il suo numero. Non lo dice chiaramente, ma sull'affidabilità di Castro mi sembra scettico. Siamo in due. Infatti alle cinque non succede niente. Né alle cinque e dieci. Né alle cinque e un quarto. Dall'ostello non si posso chiamare i cellulari, non mi resta che correre all'Andinatel. Castro risponde e mi dà il numero di casa Moreno. Non ha interceduto. Figuriamoci. Mi dice di contattarlo personalmente ed eseguo. Ma Moreno non risponde. "Sta guardando il posticipo pomeridiano - mi rassicura Castro - chiamalo a fine partita".

E' il quinto minuto del secondo tempo, mi dice Pietro Marsetti - di padre italiano - che a 35 anni ha quasi concluso la carriera da calciatore professionista e si è messo a gestire un'officina telefonica. Odia Moreno, che pompando un referto gli ha fatto saltare quasi una stagione per squalifica, e possiede un televisorino col quale segue la partita e mi aggiorna sul conto alla rovescia. Quaranticinquesimo. Ore 18.15. Chiamo casa Moreno. Niente. Niente. Niente. Telefono a Castro. Risponde una voce di donna. "E' in riunione, può richiamare tra... 40 minuti?". Porca puttana, Castro s'è dato. Cazzo. Chiamo Salgado. Non puo' fare niente, mi consiglia di chiamare Roberto Machado, uno dei trenta giornalisti che in mattinata ho incrociato allo stadio. Bene, dopo però. Prima provo con Radio La Red. Cinque minuti di pubblicità al telefono, poi ottengo il numero di Juan Leo Reyes. Per fortuna è a casa. E ha il cellulare di Moreno. Lo scrivo a caratteri cubitali. E digito. Dall'altro capo del filo una vocina pigola: "Ah, sì, buonasera, molto piacere. Aspettavo una chiamata del signor Castro alle 5 (Anch'io...), purtroppo ormai sono fuori città. Domani mattina mi devo sottoporre alle visite mediche, ma ci possiamo incontrare alle 16 nella sede dell'associazione arbitri. Due ore possono bastare per l'intervista?".

Lunedi' 29 luglio
"Darìo, telefono". Alle 6 Ivan bussa alla mia porta. Stanotte in teoria ho il bus per Guayaquil perché domani si parte per le Galapagos. E io sono sparito da tre giorni... saranno i miei amici che si chiedono che fine abbia fatto, penso. Macché. E' Radio La Red. Il prezzo da pagare per il cellulare di Moreno è un'intervista di venti minuti all'alba con Pablo Montenegro, prolisso e ingessato pro-moreniano che introduce ogni domanda dicendo: "Que pensa Darìo Castaldo, de la revista rosso i gallio - rojo y amarillo - ...". Darìo Castaldo pensa anzitutto che i muri di Quito chiacchierino un po' troppo, visto che Montenegro sa che alle 4 incontro Moreno. Poi pensa che è meglio tenere la parte del farlocco buonista, per evitare che Moreno ascolti e ci ripensi. Darìo pensa che la storia che l'Italia ce l'abbia con l'Ecuador è un'interpretazione volutamente vittimistica della vicenda, che in discussione non sono i limiti tecnici della nostra Nazionale ma gli errori e la malafede arbitrale. E che infine può rappresentare un pretesto per l'uditorio, ma siccome Darìo Castaldo de la revista rosso y gallio non è nessuno e sta esternando in calzoncini e maglietta dalla reception di un ostello da 5 dollari alla periferia ovest di Quito, interpretare il suo castigliano autodidatta come sentimento del popolo italiano rischia di craere un falso stico. "Hasta luego a todos los ecuatorianos". Chiudo. Quindi infilo per il terzo giorno di fila la camicia blu del Bela ed esco per accaparrarmi una copia di Hoy. Altro che citazione: Martha Cordova se n'è fregata della partita e ha incentrato su di me titolo, sommario e pezzo - dalla prima all'ultima riga - sulla partita di calcio più sentita del Paese. E ha storpiato completamente un grappolo di frasi.
Giornalisti...



L'omelia di Byron Moreno Ruales inizia alle 16.30 in una stanzetta dell'associazione arbitri dello stato di Pichincha, in un edificio gialloazzurro all'incrocio fra Avenida Universitaria e Avenida Bolivia. El justiciero parcheggia la sua Opel Corsa bianca e arriva accompagnato da Alison, la maggiore delle figlie, vestito con una polo bianca a strisce orizzontali verde-blù, dei mocassini lucidi e un paio di pantaloni verde pisello con l'orlo che lascia scoperti i calzini bianchi. Stringe mani ma non sorride a nessuno. Il mese di vacanze fra New Jersey e Miami e le abbuffate di hamburger gli hanno messo addosso altri due chili. Si siede ad un tavolo di vetro, tra quattro mura di un celestino sporco interrotto solo da una bacheca con alcune coppe. Sotto la finestra, un divano con le gambe rotte. Mentre gli squilla il cellulare, prende in mano una copia di Hoy, il giornale sul quale Martha Cordova confronta la simulazione di un giocatore del Nacional di Quito - che ieri Moreno non ha neanche ammonito - con la caduta in area coreana di Totti, espulso con la stessa accusa. Chiusa la breve chiamata, Moreno spegne il telefonino e si mette in posizione. Mani giunte, dita incrociate, gomiti sul tavolo, palpebre abbassate come le saracinesche dei negozi alle otto meno dieci, sguardo torvo, occhi puntati di fronte a sé che attraversano l'interlocutore come fosse etereo e labbra semichiuse, che ad ogni accenno di risposta schioccano.


Le piace il soprannome di giusiziere? Gli chiedo.
(ci pensa su a lungo)... Direi di sì. L'arbitro è soprattutto un giudice.

Appunto. Il giudice applica in modo imparziale e possibilmente onesto i principi di una legge uguale per tutti. Il giustizere è l'esecutore violento di una legge che spesso si è fatto da solo.
Beh, messa così no, non mi piace.
Si vede che l'inizio non è stato di suo gradimento. Prende in mano la copia del giornale e contrattacca.
La critica non regge, sono due situazioni molto diverse. Ieri non ho visto bene l'azione - in area c'erano parecchi giocatori - così ho chiesto al mio assistente e lui ha indicato il corner. A Seul invece ho visto benissimo: Totti ha cominciato a tuffarsi prima del contatto col difensore coreano. A termini di regolamento, l'espulsione è ineccepibile.

In Corea era a più di 20 metri dal pallone eppure è scattato come se il dubbio non l'avesse neanche solleticato. Non avrebbe comunque dovuto chiedere il parere dell'assistente?
Ero a 15 metri e non ho chiesto l'opinione del guardalinee perché non avevo nessuno davanti ed ho visto perfettamente.
In un'intervista, Szekely (l'assistente ungherese dell'incontro) ha ammesso che non si trattava di simulazione e che Totti non andava espulso. Ha aggiunto che ha provato a richiamare la sua attenzione con il beep.
Mi stupisce che Ferenc abbia detto cose del genere. La macchinetta ha funzionato benissimo durante tutta la partita. E comunque dopo il match abbiamo rivisto il vhs fino alle 3 di notte e ci siamo trovati d'accordo su tutti gli episodi. Anche il nostro supervisore ci ha fatto i complimenti per la gestione dell'incontro.
Per curiosità, chi era?
Garcia Aranda.

Non è il caso di fargli sapere che il personaggio è in questione è lo stesso arbitro che nel 2000 trasformò il rigore di Liverpool in un calcio d'angolo. E rivedendo l'azione che ha portato al cartellino rosso non ha avuto dubbi?
Nessuno. Il giocatore comincia a lasciarsi cadere prima dell'intervento del difensore e secondo regolamento va ammonito. La Fifa sta portando avanti una campagna radicale contro la simulazione. Di Livio ha giurato sui suoi figli che era rigore ma io sono stato irremovibile. E la conferma che avevo ragione me l'ha data indirettamente proprio Totti, che ha accettato la decisione senza replicare. Se avessi sbagliato, lui avrebbe protestato faccia a faccia. Qualsiasi calciatore reagisce se subisce un'ingiustizia.
Non le è sembrato piuttosto allibito e frustrato?
In campo si ha sempre una percezione diversa di quel che accade. Io ho avvertito chiaramente che Totti volesse buttarsi. Dico di più: la gomitata che gli è costata il primo cartellino giallo poteva essere da espulsione, ma siccome ho avuto la netta sensazione che le sue intenzioni non fossero quelle di far male all'avversario, mi sono limitato al giallo.
Cosa sapeva di Totti prima del match?
Quasi nulla. Mi avevano detto che era la stella dell'Italia, ma degli Azzurri conoscevo solo Maldini, Vieri e Del Piero. Non lo avevo mai visto giocare, non guardo molto il calcio.

Quindi nessun pregiudizio.
Non sarebbe etico.
Le sue uniche parole prima di partire per le vacanze sono state 'ho la coscienza pulita'. Perché non ha sbagliato o perché se ha commesso errori lo ha fatto in buona fede?
Solo i morti non sbagliano. A posteriori mi sono accorto che nel secondo tempo avrei potuto ammonire un coreano per un fallo, mi pare su Zanetti.

E il fuorigioco di Tommasi?
Le nuove direttive Fifa tendono a dare maggiori responsabilità ai guardalinee. Ho fermato il gioco perché il mio assistente mi ha segnalato l'off side.
Che non c'era... Ma parliamo dell'atteggiamento: all'Italia intera il suo ha dato molto fastidio.
L'arbitro non è tenuto a parlare con i giocatori, deve solo interagire col capitano.

L'arbitro è anche tenuto a garantire il buon andamento di un incontro. Non ha sentito che il clima particolarmente teso richiedeva un atteggiamento diverso?
La partita era tranquilla. Gli italiani non mi sembravano più nervosi dei coreani, e se lo erano può darsi che sentissero solo la pressione di dover vincere a tutti i costi.
Oppure che la direzione della partita lasciava spazio a timori.
Quando ho visto che parlando con i giocatori le cose miglioravano, ho provato a dialogare con Vieri e Del Piero. A proposito... gran giocatore: intelligente, tranquillo e sempre lucido con il pallone tra i piedi. L'Italia ha perso perché è uscito lui.
Grazie per la disamina. La designazione di Collina per Giappone-Turchia serviva a tranquillizzare i turchi. A Seul invece prima quell' 'Again 1966', poi l'ammonizione di Coco e il rigore per la Corea in 5 minuti: l'impressione è gli italiani avessero validi motivi per non sentirsi sufficientemente tutelati.
Il rigore c'era, e se il fallo di Coco lo avesse commesso un coreano l'avrei ammonito ugualmente. Dico di più: se il colpo di testa di Vieri non fosse entrato avrei fischiato rigore per l'Italia, visto che era stato trattenuto.
Cosa ha pensato prima della partita?
Che era importante come tutte le altre.
Era teso?
Para nada. Prima del Mondiale ho arbitrato qui a Quito l'amichevole fra Ecuador e Brasile e al 90' ho annullato il gol del 2-2 agli ecuadoregni. La gente e i giornali locali mi hanno dato addosso perché quella decisione aveva negato al Paese un giorno di festa. Ma io vado per la mia strada: l'unica cosa che conta è il mio onore e l'onore dei miei figli.
Perché dopo quella partita è tornato a casa? Una bocciatura della Fifa?
No, già lo sapevo. Al mio primo Mondiale non avevo le credenziali del colombiano Oscar Ruiz e del brasiliano Carlos Simon, i miei colleghi sudamericani.
Assumendo la buona fede e limitandoci ai fatto, non ritiene che il livello degli arbitraggi al Mondiale sia stato scadente?
No, penso che la quantità di telecamere a disposizione abbia reso più evidenti gli errori commessi, che sono stati nella media.

E alle critiche per il sistema di selezione dei fischietti, come risponde?
Posso rispondere per me. Mi sono preparato al Mondiale con uno psicologo, un fisioterapista e un dietologo pagati di tasca mia. Posso dire che non ero nervoso, che mi ero preparato con tecniche di rilassamento e di respirazione, che ero tanto concentrato da non sentire neanche le grida del pubblico. Che ero al massimo delle mie potenzialità.

Il che non è garanzia di qualità. Ma comunque... non pensa che la capacità di essere più forti delle pressioni di acquisti solo con l'esperienza internazionale nel calcio che conta?
Sì, ma chi dice che nella Copa Libertadores ci siano meso pressioni che in Europa? Cinque anni fa, in pieno conflitto fra Ecuador e Perù, fui scelto per arbitrare un incontro tra il Cruzeiro e una squadra di Lima. Altro che tensioni!

Cosa mi dice di Spagna-Corea?
Che i coreani si erano spremuti contro l'Italia e correvano la metà.

E dei due gol annullati alla Spagna?
Errori umani, non potrei pensarla diversamente. L'arbitro Ghandour viene continuamente preso ad esempio nelle riunioni Fifa per la sua bravura, e il guardalinee aveva due Mondiali alle spalle.
Che coincidenza: la Hyundai sponsorizza il Mondiale e la Corea, che fino a ieri non aveva mai vinto una partita in una Coppa del Mondo, arriva in semifinale, lasciando Portogallo, Italia e Spagna con la certezza di aver subito dei torti. A voler pensare male ci si potrebbe azzeccare senza far peccato.
Ogni evento sportivo ha bisogno di sponsor. Non si può dubitare del risultato di una manifestazione partendo dalla nazionalità di chi la finanzia. E poi se fosse così determinante, gli Usa avrebbero dovuto vincere nel '94 grazie alla Coca Cola.
A differenza del suo omologo coreano però il presidente della Coca Cola non è anche il presidente della federcalcio Usa e un esponente di spicco della Fifa.
Quello che posso dire è che nessuno ha mai provato a corrompermi e soprattutto che nessuno può dubitare della mia onestà. Non c'è denaro al mondo che possa comprare la coscienza di un arbitro.
Cosa regala la Fifa agli arbitri designati per i Mondiali?
Praticamente niente. Un portapenne e il pallone ufficiale, oltre alla divisa di gara.
E il compenso economico?
Ogni partita viene rimborsata con 22.500 dollari per ogni arbitro e 17.500 per ogni assistente. Più 200 dollari di diaria per ogni giorno trascorso in Corea e Giappone.

Il punto è questo. Una cifra del genere rappresenta un vitalizio per chi vive in un Paese come l'Ecuador, nel quale gli stipendi medi raggiungono a stento i 200 dollari al mese. Con una somma del genere in ballo non c'è bisogno di corrompere nessun arbitro. Ogni direttore di gara sa che se sbaglia contro chi conta, rischia di compromettere il Mondiale successivo e la pensione integrativa. E ai Mondiali, Corea e Hyundai contavano.
Continuo a pensare che gli arbitraggi siano onesti e che la Fifa si impegni a garantire la regolarità dei suoi tornei. Inizialmente ero alloggiato nello stesso hotel degli italiani, il Riviera. In una circostanza ho anche incrociato Vieri. Poi mi hanno fatto spostare in un altro albergo. E prima della partita, l'unico dirigente con cui ho scambiato due chiacchiere è stato Carraro.

Può negare che anche solo a livello inconscio l'ambiente e i rapporti di potere abbiano influito?
Nel calcio ci sono gli errori, ma non c'è la mafia. Credo ciecamente nell'onestà e nell'integrità morale degli arbitri e il mio obiettivo nella vita è consegnare ai miei figli un cognome di cui andare fieri. Le accuse di corruzione sono assurde e la delegazione italiana ha commesso un grave errore quando ha insinuato che ho ricevuto dei soldi e un'auto da quella coreana. La mia unica auto è quella parcheggiata qui fuori.
Il cancro sta a monte. Da noi gli arbitri ricevono settimanalmente telefonate da parte di dirigenti - federali e non - e abbiamo anche imparato che per indirizzare un torneo non c'è bisogno di corrompere un arbitro. Si chiama sudditanza psicologica. L'equilibrio del sistema si regge su ricatti morali e sottintesi. In questo caso, 'se non fai bene il tuo dovere, il prossimo Mondiale te lo scordi'. Il gioco è sottile ma semplice, soprattutto quando sul piano economico una Coppa del Mondo ti cambia la vita e quando chi non deve essere danneggiato ha nome, cognome e nazionalità ben noti.
Non posso parlare di cose che non conosco. La storia delle telefonate mi suona nuova, visto che in tutta la Coppa del Mondo non ho ricevuto chiamate dai dirigenti della Fifa né ho avuto contatti con alcun esponente della federazione coreana.

Non trova strana la coincidenza che da quest'anno proprio la Hyundai sia diventato sponsor di molte squadre del campionato ecuadoregno?
E io che c'entro?
Non lo so. Ma sembra un favore in cambio di un favore.
Non credo che si debba pensar male.

Mi dica almeno cosa pensa del fatto che il numero uno dell'azienda che fa da mainsponsor del Mondiale sia anche il presidente della federcalcio del Paese ospitante.
Come arbitro non posso.
E come uomo?
(lunga pausa)... Non voglio.
Ha interrotto gli studi di Giurisprudenza per dedicarsi alla carriera arbitrale. Sa già cosa farà da grande, signor Moreno?
No. Mi piace vivere alla giornata, non pianificare. Arbitrerò finché potrò. Almeno altri 10 anni.
Che Dio ce la mandi buona.

P.s. Quella sera consegnerò ad Ivan l'autografo di Moreno, mentre lui - dimentico del giorno di chiusura del ristorante - mi lascerà senza ceviche e senza cena. Quella sera, il digiuno e lo stress accumulato mi faranno venire un capogiro prima in tram e poi nel cesso della stazione. Quella notte, mi passerà in bus grazie ad un'infermiera ecuatoriana diretta a Guayaquil. L'indomani, stramazzerò comunque sui sedili dell'aeroporto e non mi riprenderò prima dell'atterraggio alle Galapagos. Nei giorni seguenti, rinuncerò a vendere il servizio tenendolo in caldo per Rosso&Giallo, scenderò veloce verso il Titicaca e risalirò in un sol colpo da La Paz a Lima per anticipare di qualche giorno il ritorno a Roma. Quindi, 48 ore prima dell'uscita in edicola, quando la rivista sarà già andata in stampa, il Corriere della Sera pubblicherà la 'prima intervista' a Byron Moreno dopo il Mondiale nippo-coreano. Rosso&giallo chiuderà. E io mi attaccherò al piffero.

P.p.s. Pochi mesi dopo l'intervista, Byron Moreno è stato radiato dall'associazione degli arbitri di Pichincha.

giovedì 10 settembre 2009

Firmino

Talvolta mi viene da pensare che tutto quello di cui si ha bisogno nella vita è una quantità considerevole di popcorn e un po' di Bellezze (Sam Savage)

"Eh, caro mio... questo è il classico disturbo professionale. Voi della radio maltrattate le corde vocali ed è normale che la gola vada in fiamme. Ti consiglio antibiotici, gargarismi e una settimana di pausa". Il dottore ignora che nutro per le farmacie una repulsione paragonabile a quella per il bloody mary e chi lo beve. Ignora che per senso del dovere sono andato in onda anche con faringite e 38.5 di febbre. Ignora che per indolenza e contratti da far rivoltare nella tomba Ned Ludd non ho mai preso un giorno di malattia. Ma soprattutto ignora che sono in pausa dal primo settembre. Oddio, non che nel frattempo abbia smesso di chiacchierare a manetta. Vai a spiegare a chi ti considerava un incrocio fra lo spazzolino da denti e il santino sul cruscotto perché non assolvi più il tuo ruolo di sveglia animata. Però almeno le requisitorie non cominciano alle 6. Il che non mi ha impedito di perdere l'uso della voce, ma almeno è un piccolo passo verso la normalità.


E comunque non mi lamento. Anzi, nel recinto dei parenti di primo grado mi va di lusso. Mia sorella s'è rotta un dito e per attenuare il dolore s'è procurata uno shock ipovolemico. Mia madre è svenuta su un vaso e ha rimediato una trentina di punti di sutura. Ovviamente cuciti a freddo. E l'intrusa australiana - nel tentativo di guadagnare i suoi dieci euro al giorno - è stata caricata su una volante e se n'è beccati 3.300 di multa. Se l'andazzo è questo conviene emigrare senza tanti ghirigori. Fra l'altro col mio nuovo documento elettronico posso farlo in piena regola. Il problema semmai è che il passaporto precedente, quello che in meno di due anni ha varcato 57 frontiere, conosciuto 91 timbri e toccato 42 Stati membri dell'Onu più Ossezia, Karakalpakstan e provincia di Ragusa, NON ERA MAI STATO REGISTRATO. Ho percorso il periplo del globo con un documento inesistente. "In pratica - ha detto la funzionaria della questura, sgomenta a posteriori per l'anomalia sbagliata al momento sbagliato - se avessi avuto qualche guaio all'estero e la polizia locale avesse contattato il console italiano, il tuo nome non sarebbe risultato da nessuna parte". Così invece di uscire dai guai sarei finito dentro. E con l'aggravante di aver falsificato il passaporto avrebbero probabilmente buttato la chiave.

Prima di prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di partire con la valigia di cartone e però, devo sistemare un lavoretto a casa. E' una settimana che ho rimesso piede nel monoloculo e naso nel suo puzzo di muffa. E sto ancora raccogliendo ovetti di sterco grossi come mentine. Decine e decine. Nell'armadio, nel letto, sugli scaffali della libreria, sui piatti, sui bicchieri. Dappertutto. Centinaia. Persino nel water. Dico... ce lo vedi un animaletto che caca seduto sulla tazza? Il padrone di casa sostiene sia un geco, ma quelli dal muro non si staccano. A Varanasi ce n'era un fottio. Ogni tanto uno alzava la zampetta, caricava lo sfintere e spruzzava una palletta nera sul cuscino o nelle mie scarpe. Ma andare ad evacuare nel cassetto delle posate, raschiare le listarelle di legno ogni notte e rosicchiare il mio maglione migliore no, non è cosa da loro.

Ieri sera ne ho avuto la conferma. Mentre mi gingillavo davanti al secondo tempo di Italia-Bulgaria mi è sfilato davanti il primo della truppa.

Altro che geco.

Divido i 23 metri quadrati del sottoscala con una famiglia di topi.

martedì 21 luglio 2009

Down Under

Presente (I come from a land) down under?

Quel motivetto d'esordio dei Men at work datato 1982, numero 1 della chart negli Stati Uniti e in Gran Bretagna? Quello che e' valso alla band il Grammy Award '83? Quello cosi' orecchiabile da essere adottato l'anno seguente come inno dall'equipaggio di Australia II, la barca vincitrice della Coppa America di Azzurra e dell'Aga Khan, da accompagnare mr Crocodile Dundee fra le strade di Los Angeles nel 2001 e - dopo essere stato palleggiato da un'infinita' di documentari - da essere usato nel 2003 anche nel trailer di Alla ricerca di Nemo?


Comunque sia, due decenni buoni di ripetute l'hanno sedimentato sull'immaginario collettivo locale, quel motivetto. E quando nel 2007 il quiz Spicks and Specks su ABC TV - roba forte - ha svelato un'anomala coincidenza e ha spinto la piccola etichetta musicale Larrikin a denunciare il plagio, il continente ha tremato.

Apriti cielo. I Men at work - gli 'Operai al lavoro' - hanno scopiazzato il ritornello da una vetusta canzoncina per bambini: Kookaburra sits on the old gum tree.

Dove.

a) il kookaburra e' un goffo volatile, l'ennesimo stravagante componente della stravagante ampia fauna di questo stravagante sconfinato Paese il cui nome non poteva essere non essere stravagante (trascurando l'ornitorinco, l'echidna e il casuario, nella mia personalissima classifica divide il podio con l'epinefelo e il cacatua).

b) Il Kookaburra e' appollaiato sul vecchio eucalipto fa cosi':

Kookaburra sits in the old gum tree

Merry, merry king of the bush is he

Laugh kookaburra, laugh

Kookaburra gay your life must be

Kookaburra sits in the old gum tree

Eating all the gumdrops that he can see

Stop, kookaburra, stop

Kookaburra leave some there for me

Kookaburra sits in the old gum tree

Chasing all the monkeys he can see

Stop, kookaburra, stop

Kookaburra that's not a monkey, that's me !

E anche senza l'ausilio del dizionario, non si perde niente.

c) il testo e' del 1934. Ed e' stato scritto da una tal Marion Sinclair, in occasione della partecipazione del suo Toorak college ad un raduno di ragazze scout da qualche parte nei dintorni di Melbourne.

d) L'associazione delle guide dello stato di Victoria e' andata a cercare lo statuto del convegno e da due anni sostiene che i diritti le appartengano.

e) Chiunque la spunti in semifinale, ad attenderlo davanti ai giudici trovera' gli avvocati dei due autori - Colin Hay e Ron Strykert - di una band che ha venduto 30 milioni di dischi e l'esercito di mangiacarte assoldati dalla Sony BMG Music Entertainment, dalla Sony DADC Australia, dalla EMI Songs Australia e dalla EMI Music Publishing.

Ora.



La storia la dice abbastanza lunga sullo spessore musicale dei brani anni Ottanta, ma il punto non e' questo.



Fossi stato in quelli della Larrikin e dell'asso-scout di Victoria, mi sarei assicurato un po' di ritorno - figurati se Bim Bum Bam o la pubblicita' del formaggino MIO non ti sceglie subito subito come sigla - e avrei continuato a farmi sandwich alla vegemite. Ma il punto non e' neanche questo.

Il punto e' che secondo il Times, questo e' un Paese che in tutto il 1998 ha prodotto 6 notizie degne di essere pubblicate. Cosi' l'approssimarsi della seduta dell'Alta Corte e la soluzione di questo megascandalo e' il tema piu' discusso della settimana sulle tavole australiane.

Per uno che viene dall'Italia, lo shock e' anafilattico.

giovedì 16 luglio 2009

Ti presento i miei

I suoi sapevano tutto.

Sapevano che il mio portafogli stanzia 3 euro al giorno per dormire.

Sapevano che per questo a Bangkok ho alloggiato al quinto piano di una pensione senza ascensore, aria condizionata, acqua calda, corrente, lenzuola e carta igienica nella latrina comune.

Sapevano che per risparmiare sulla trasvolata ero passato per Il Cairo e la Thailandia, impiegando 3 giorni per andare da Roma a Melbourne. Sapevano che in tutto l'ambaradan ho prenotato una manciata di voli JetStar, la low cost australiana famosa per un atterraggio di emergenza sull'isola di Guam (e i suoi lo sanno che sotto sotto ci spero) e perche' a bordo devi pagare tutto, anche le coperte.

Sapevano pure che per questo ne avevo presa in prestito una all'Egypt air.

I suoi sapevano che mi sarei vestito con materiali di risulta del mio armadio, percio' non hanno battuto ciglio quando sono comparso con la felpa di Mr Pizzami, un pantalone verde pisello reduce dalla terza media il cui unico bottone non ancora saltato arriva solo in orbita asola, una camicia della stessa epoca storica talmente lisa da mettere in risalto il simbolo BNL della sottostante t-shirt promozionale degli Internazionali e un paio di calzini di spugna diventati color grembiule dopo un lavaggio sbagliato.

Ovviamente non hanno commentato perche' sanno che nello zaino c'e' di peggio.

Sapevano che in barba a lingue straniere, titoli di studio e ambizioni fotografiche e letterarie, sostanzialmente da 13 anni campo col calcio. Che mi sveglio alle 5, che secondo audiradio conduco la trasmissione piu' seguita dell'etere romano in ambito sportivo e che da quando sono tornato - sempre secondo audiradio - gli ascolti del mattino sono raddoppiati. Sapevano che prendo 800 euro al mese puntualmente in ritardo e che per il rinnovo l'azienda mi ha proposto un ritocchino all'attuale compenso di 6 euro e spicci l'ora. Ma sapevano pure che per principio ho preferito uscire da quel circo. E che per questo dal primo settembre sono virtualmente disoccupato.

Messi al corrente di tutta una serie di mie abitudini stravaganti, tipo quella di inzuppare i Bucaneve nel caffellatte e di cenare dopo le 18.30, di ignorare ogni episodio di Harry Potter e del Signore degli Anelli, di non allacciare la cintura di sicurezza sul sedile posteriore, di mirare le guance di estranei per sbaciucchiarle un numero imprecisato di volte e di farmela sotto all'idea di nuotare fra gli squali, i suoi sapevano che per il futuro sto progettando una visita delle grotte di Al Qaeda ma che intanto mi accontento di andare in Birmania sventolando una foto di Aung San Suu Kyi in una mano e la tessera da giornalista nell'altra.

E tanto per mettere in chiaro che la figlia non potra' mai prendere nel mio cuore il posto di un barattolo di Nutella, ho subito sfoggiato un grosso brufolo al centro della fronte.

Per questo - quando mi sono seduto a tavola - aspettavo una rissa verbale tipo salottino della D'Eusanio.
Invece i suoi mi hanno chiesto se ci sposiamo qui o li'.

mercoledì 1 aprile 2009

Il tè nel deserto

Quando il peggio sembra passato, il tizio al volante ha un sussulto, agita la mano sul cambio, martella il piede sull’acceleratore e picchia un pugno sul cruscotto. La sua Dodge arrugginita singhiozza fra i canneti e si sgonfia al primo incrocio. Avvolto nel buio e nella kefia, Shamir scende blaterando qualcosa in arabo. Io lo seguo imprecando come viene. Ne so abbastanza per capire che ha staccato la frizione, altro che guasto. Le procedure in quella specie di frontiera sono andate per le lunghe, e lui ha fretta di sbolognarmi. Tutto qui. Il problema non è meccanico. E’ chiarire se oltre a risparmiare tempo vuole anche fregarmi. Nel dubbio, protesto. “Non fare il furbo e rispetta i patti. O niente baksheesh”. La mancia te la scordi, balordo. Nel fazzoletto di territorio siriano appena oltre il confine libanese, la condiscendenza passa facilmente per malleabilità. Che verso mezzanotte sa di vulnerabilità. Insomma, meglio fare il duro. “A destinazione ti ci porta lui” mi rassicura Shamir, indicando un compare mimetizzato nel capannello di impiccioni sbucati dalla campagna. Circondato da una ventina di occhi curiosi, tengo la guardia alta ma abbasso toni e pretese. Anzitutto è il caso di uscire da questa situazione. Così accetto il compromesso e il rischio, salgo a bordo di un pulmino, e dopo mezz’ora di ascesa verso la cittadina di Hosn monto finalmente la tenda ai piedi del Crac des Chevaliers.
Manufatto geopolitico del XX secolo, prodotto del divide et impera occidentale fra le due guerre mondiali, tappeto verde per i rilanci di Inghilterra e Francia nel gioco d’azzardo mediorientale, palcoscenico delle vite da film della regina Zenobia e di Lawrence d’Arabia, nei millenni la mezzaluna fertile a cavallo dell’Eufrate ha attirato civiltà che hanno lasciato testimonianze spettacolari della loro dominazione. Dagli hittiti agli egiziani, dai persiani ai bizantini, dagli ottomani ai mongoli. All’alba del primo giorno in Siria mi sveglio sotto l’aspra imponenza del castello dei cavalieri che otto secoli addietro poteva ospitare 4000 crociati sulla strada verso il Santo Sepolcro, a seguire mi perdo nel fascino ipnotico del mercato di Aleppo, il suq più labirintico, colorato e profumato della Mesopotamia, mi faccio incantare dalla poesia delle scenografiche rovine di Palmira, la sposa del deserto, la città dei datteri e – appunto - delle palme, che non fu mai del tutto romana. Quindi mi faccio solleticare gli occhi dalle abitazioni celesti del villaggio di Maalula e mi lascio attirare dalla suggestione magnetica della basilica di San Simeone, lo scheletro delle mura erette attorno ai resti della colonna di 15 metri in cima alla quale 1600 anni fa un eremita figlio di pastori si rifugiò per pregare, scrivere e dispensare consigli tanto ai devoti quanto alla Chiesa. Visto che non riusciva ad isolarsi dal mondo in orizzontale, Simeone aveva deciso di fuggire in verticale. Perciò trascorse 37 anni, fino alla sua morte, su un pilastro del quale oggi non rimane che una pietra ovoidale. E una pellicola di Buñuel.
Nelle distese insanguinate un tempo dalla ferocia del Saladino, le estati sono segnate dalla lotta all’afa e agli insetti. Nel primo caso l’alleato si chiama chai, il tè aromatizzato offerto da beduini e contadini ad ogni angolo e ad ogni oasi. Bollente com’è, alza la temperatura corporea e rende meno traumatico il rapporto fra l’epidermide e i 40 gradi esterni. Nel secondo caso è una battaglia persa, me li ritrovo anche in bocca. Nel Paese ininterrottamente guidato dalla famiglia Assad dal ‘71, le serate scorrono al ritmo blando delle partite di domino, essenziali come il pane non lievitato intinto nella pasta di ceci, l’hummus, dolci come i pasticcini al miele, speziate come i cibi della regione, inebrianti e innocenti come i narghilé alla frutta. Nella culla degli hammam, i bagni turchi, le notti sono invece militaresche come la canadese che pianto dappertutto - anche ai margini della pista che traccia il Badyyat-ash-Sham, la distesa di sassi percorsa da carovane di pellegrini che dall’Africa musulmana si dirigono annualmente a La Mecca via Baghdad – e che ripiego solo entrando a Damasco.
Un tempo definita ‘la perla tempestata di diamanti’, per i parchi e i giardini, la città che contende ad altri centri del vicino oriente il titolo di abitato più antico del mondo è oggi un agglomerato variegato, zeppo di parabole, che ospita un terzo dei siriani, minoranze curde, cristiano-maronite, armene e circasse, centinaia di migliaia di profughi iracheni e persino genti che si esprimono in aramaico, l’antica lingua della Bibbia. La storia si respira, i precedetti tramandati dallo stile di vita nomade si toccano con mano. Primo fra tutti, l’accoglienza verso lo straniero. Non mi sorprende, insomma, che due figli di allevatori di piccioni - i kashkash – mi invitino subito a sorseggiare thé alla menta e a far gorgogliare pipe piene di tabacco alla mela nel loro cortile. Né che l’indomani mi guidino alla moschea degli Omayyadi, il luogo sacro che custodisce la testa di Giovanni il Battista e nel quale – primo Papa della storia – Karol Wojtyla di lì a poco si toglierà le scarpe in segno di rispetto verso i fratelli musulmani. Né, infine, che mi accompagnino alla ricerca di uno dei taxi collettivi diretti in Giordania. Stavolta per evitare sorprese mi metto in marcia in pieno giorno. Eppure ad Amman arrivo solo quando il sole è già tramontato e mi devo accontentare di dormire sul tetto dell’edificio attiguo alla moschea di Re Hussein, bivacco notturno di decine di barboni.


(IN TEORIA tratto da Ulisse n.296 - Aprile 2009)

martedì 3 marzo 2009

Indurain

Lo sghiribizzo gli era venuto davanti a quel cartello Wanted for Bosnia. Marco oscillava fra il Salento e Roma all'andamento lento degli appelli universitari, ma a vent'anni non poteva dire di aver viaggiato. Se non con la mente. Così quell'esperienza da volontario tra i resti di Vidovice gli aveva spalancato una finestra sul mondo. E un anno dopo aver finito di spalare macerie e distribuire mattoni - quando il calendario lasciava all'inverno le ultime cartucce - mi aveva seguito di nuovo. Stavolta in treno, verso la penisola iberica, con lo zaino in spalla, le tasche vuote degli studenti che desiderano sempre più di quel che raggranellano. E la sua chitarra. Se serve, ci mettiamo a chiedere l'elemosina, diceva. Peccato che io sono una campana e lui non è Mark Knopfler. Il cielo sembrava già quello di primavera. A metà marzo, Barcellona era già solare e magnetica, Madrid già frenetica e nottambula, Toledo già mistica e sognante, Siviglia già fresca e fatale, Cordoba già irresistibilmente abbagliante, Granada orgogliosa e ammaliante. Dame limosna, mujer, que no hay en la vida nada como la pena de no volver, confermava una fontana dell'Alhambra. Per due settimane saltellavamo fra gemme d’architettura cristiana, moresca e aragonese ancora risparmiate dai serpentoni umani del turismo estivo, camminavamo fra i vicoli di città calde e civettuole, vive e vivibili, oniriche e ideali. Ancora più a sud, oltre Malaga e la Costa del Sol, fra i peschi in fiore e le sedie di vimini sparpagliate davanti ai bar all'aperto, Cadice ci regalava nove gol in un'unica serata di Copa del Rey fra Barça e Atletico. Cosa sarebbe la vita senza il calcio, titolavano i giornali l'indomani, quando ci tuffavamo fuori stagione nelle acque gelide dell'oceano, prima di arrampicarci oltre la sierra e restare a bocca aperta davanti al tramonto infuocato di Caceres. Avessimo attinto anche a sangria e paella, la Spagna ci avrebbe offerto ogni sfumatura del suo profilo migliore. Invece ad ogni pasto consumavamo un filone di pane e salame. Ad ogni notte sperimentavamo un tugurio diverso. Ad ogni spostamento macinavamo chilometri di asfalto. Fino all'altolà imposto dal porto di Algeciras. Marco non ha il passaporto e in Africa non possiamo scendere. “Tanto vale andare Pamplona” spara, sornione. Lo squadro. Vabbé che il Marocco è fuori Schengen, Andorra fuori budget, Gibilterra fuori tema e la Francia fuori mano, ma la corsa dei tori amata da Hemingway scatta fra quattro mesi e scommetterei che l'idea non ha nulla a che spartire né col cammino di Santiago né con San Ignacio di Loyola. Semmai c’entra il fatto che quell'appendice dei Paesi Baschi che è la Navarra ha dato i natali al vincitore di cinque Tour de France, al padrone incontrastato delle strade europee dei primi anni Novanta, all'uomo che solo dopo l'oro olimpico di Atlanta ha appeso la bicicletta al chiodo. E che il primo amore di Marco è proprio il ciclismo.
Scusa ma come lo troviamo, Miguel Indurain? gli chiedo. E' cresciuto in un paesino che si chiama Villava, mi sento rispondere. E abita ancora lì? Sì, replica lui sicuro. E come riconosciamo la casa? Ho visto un servizio fotografico su una rivista. Ma se non riconosceresti neanche la tua, protesto, quando ormai abbiamo già lasciato la stazione dei treni di Pamplona. Vorrei minacciarlo – tipo: se non lo troviamo ti stacco le orecchie a morsi - ma dopo settimane di notti sui sedili di treni a scartamento ridotto non ne ho la forza. Ed evito pure di chiedergli come ci andiamo, a casa Indurain, solo perché la risposta già la conosco. A piedi. Perciò risparmio il fiato e mi metto in moto. Ma stavolta la chitarra la porta lui. Fondata dai romani nel 75 a.C., saccheggiata dagli ostrogoti, teatro di battaglie fra Carlo Magno e gli arabi, nucleo del regno che si opponeva alla corona di Castiglia, Pamplona non vanta solo il più alto tenore di vita della Spagna odierna, ma anche alcune vestigia del ricco passato. Invece lungo la strada per Villava incocciamo solo due cliniche e una dozzina di rotonde. "Qui abitano i genitori, Miguel s'è trasferito oltre le colline" ci dicono i vicini, quando abbiamo marciato 5 chilometri e lo zaino mi ha già deformato entrambe le clavicole. Da Villava ci vuole un'altra ora di saliscendi fra villaggi prima di arrivare in località Olaz. E lì ci vogliono alcune scampanellate a vuoto ("Se negano insisti, perché fingono: la casa è PROPRIO questa!") prima di spuntare la villetta giusta. Vuota, nel senso che la famiglia Indurain non c'è. "Dài, scriviamo un biglietto con i saluti per lui, la moglie e il figlioletto" suggerisce Marco. Mi sa che ti dovevo fracassare la testa in Bosnia - sto per rispondergli - quando dai Pirenei viene giù il primo ciclista capace di realizzare due doppiette consecutive Giro-Tour. Indurain è meno sudato di noi. Ed è così sorpreso da quei due saccapelisti muniti di chitarra da accoglierci con tutti gli onori e prestarsi volentieri alle foto-ricordo, poi ci congeda. "Sappiate che per la stazione di Pamplona c'è un autobus diretto" ci fa. Guardo Marco in cagnesco. Nei sei viaggi successivi non vorrò sentir parlare né di lui né della sua chitarra.

(tratto da Ulisse n.295 - Marzo 2009)

mercoledì 4 febbraio 2009

Orinoco flow

L’aria umida dell’alba è intrisa di cemento e carbone quando il señor Hugo ferma l’utilitaria ad un incrocio della periferia di Ciudad Guayana per farmi salire. Fra una chiatta e una foratura, prima di mezzogiorno mi racconta la sua vita. Ha fatto l’autista e la spia, s’è sposato due volte e per i suoi sei bambini ha scelto solo nomi italiani. Marinella, Silvana, Dino, Carlo Alberto, Marcello, Ornella. Neanche lui sa spiegarsi perché. Ora lavora nella laguna di Guri, la gigantesca figlia artificiale della diga eretta a 100km dal punto in cui il Caronì imbrunito dai sedimenti organici s’immette nel giallo paglierino dell’Orinoco. Il bacino alimenta la seconda centrale idroelettrica del mondo, una macchina programmata per produrre 10 milioni di kW/h, l’equivalente di 300mila barili di petrolio. Quando arriviamo a Tucupita, sul parabrezza brilla ancora la chiazza rossastra del volatile che ci si è schiantato contro. Saluto e mi guardo attorno. I manifesti dichiarano perentorii che el delta esta con Chavez. A 750 chilometri da Caracas, la propaganda non ha orecchie per il dissenso né il senso del pudore. Alla periferia dell’impero pare che il golpe di tre mesi fa sia stata un’architettura mediatica filo-occidentale e che la marcia di protesta della prossima settimana sarà un flop. Invece parteciperanno due milioni di persone, un rio de gente. Alle soglie della foresta amazzonica, le informazioni dal resto del mondo filtrano anestetizzate e confuse. Sembra tutto superfluo. L’euro è così fresco che nessuno si fida di quelle banconote vivaci, il dollaro è talmente forte sul bolivar che neanche le banche accettano i miei biglietti verdi. Dopo due notti ospite di una famiglia cilena di Puerto Ordaz, sono obbligato ad accettare il cambio in nero proposto da un tappezziere libanese. Ho bisogno di moneta locale per contrattare con un pescatore di nome José Gregorio. La sua imbarcazione è la tipica canoa ricavata da un tronco scavato. Per scivolare nel delta dell’Orinoco, la curiara – come la chiamano qui - è il miglior mezzo. Anzi, l’unico. Capelli ingrigiti e muscoli lucidati, Gregorio carica la barca con una tanica di gasolio, un secchio di manioca e uno di pesce secco, quindi fa salire la moglie - dal broncio proporziale ai tradimenti digeriti - e una giovane indigena. Il pescatore le bisbiglia che per lei lascerebbe la consorte. La ragazza abbassa lo sguardo. Esistono curiare da cinquanta posti, quella di Gregorio ne ha quattro. E l’ultimo è il mio. Il secondo fiume più lungo del Sudamerica zampilla dal massiccio della Guayana, descrive un arco ellissoidale cinque paralleli sopra l’equatore, sfiora l’Auyan Tepuy - la montagna del diavolo – da cui precipita per 979 metri il salto Angel, la cascata più alta della Terra, e alle porte di Barrancas si divide in 40 bracci principali. Quindi si espande per la superficie del Piemonte e dopo 2140km si insinua nell’oceano Atlantico per un fronte ampio 370. La tierra de gracia avvistata per primo da Colombo è un dedalo di isolotti rigogliosi formati dai sedimenti trasportati a valle in quantità così massicce che fra qualche secolo un istmo congiungerà Trinidad al continente sudamericano. Il clima del delta è tropicale, la temperatura media di 27° e l’umidità tanto elelvata che ogni anno piovono fino a 2 metri e mezzo d’acqua. Una quota non irrilevante la assorbo io, quel giorno. E’ qui che scondo Dafoe si arenò Robinson Crusoe. Ed è qui che Alonso de Ojeda, il primo esploratore a risalire l’Orinoco, nel 1499 decise di battezzare l’intera regione Veneciola, piccola Venezia. Da cui, appunto, Venezuela. Da allora, incuranti della scoperta dei giacimenti petroliferi e pressocché insensibili alle sirene del turismo, gli indigeni Warao – letteralmente ‘il popolo delle canoe’ – hanno continuato a vivere su palafitte circondate da ninfee e mangrovie e a trarre il loro sostentamento dal wirinoko, il ‘luogo dove si rema’. La leggenda vuole che siano gli eredi del progenitore universale, l’etnografia che siano migrati dal cuore della giungla, l’antropologia che siano organizzati in base ad una struttura sociale piramidale guidata da capi-villaggio, sciamani e sacerdoti, la cronaca che lottino quotidianamente con caimani e anaconde, rabbia e tubercolosi, piranhas e trafficanti di droga. Sono ventottomila, e pur vivendo in un ecosistema arricchito da più di mille specie di uccelli e nel quale le maree spingono fra i canali grandi quantità di pesce marino a beneficio di scimmie, rettili e toninas, i delfini d’acqua dolce, i Warao disdegnano la caccia. Gli adulti, che insegnano ai bambini prima a nuotare che a camminare, coltivano la palma moriche, una pianta selvatica da cui ricavano frutta, bevande, pane, legno e fibre per realizzare gli oggetti di vimini, i vestiti e le amache. Gli abitanti di un villaggio me ne offrono una per la notte, quando la temperatura del delta dell’Orinoco sprofonda, lo spazio si riempie di legioni di zanzare grosse come ragni e io, per un attimo, rimpiango il cemento. (tratto da Ulisse n.294 - Febbraio 2009)

giovedì 1 gennaio 2009

Fino alla fine del mondo

Terra di tedeschi emigrati tra fiordi e specchi d’acqua andini, la decima regione cilena – quella de los lagos – sfodera un campionario di cittadine insulse alternate a paesaggi da acquerello. Come quello che sbuca dopo 30 ore di sobbalzi ad ovest di Baires, con la sagoma perfetta del vulcano Osorno, incappucciato di bianco e riflesso nel blu cobalto del lago Llanquihue, fiancheggiato da colline verde pastello e circondato da un’aria fresca e rarefatta. La perfezione del cono spezza il fiato per una, due, tre ore. Poi - come dire - stucca. Alla quarta mi volto verso il paesino di Puerto Varas e l'unica attrazione che trovo è l'annuale Volksfest, il raduno di baffuti nostalgici in braghe alla zuava che bevono Löwenbräu, mangiano würstel e suonano la fisarmonica sotto un tendone, mescolando rigidità teutoniche a note castigliane. Come se la cadenza cilena, dondolante fra lo squittio e il piagnisteo, non fosse già esilarante di suo.
Applicato a facce come quella di Mario&Mario, il dialetto di Neruda è cabaret puro. MarioUno - con la zavorra di un doppio mento che gli cade sul petto – è l’autista del bus che da Puerto Montt punta verso sud. E che prima di affrontare la notte al volante ingurgita una zuppa di patate, tre empanadas, un’insalatona di pomodori e cipolle, una bistecca che nel piatto non ci sta e un dolce alla crema su tre piani. Dinoccolato e inebetito, con la lingua costantemente penzoloni, MarioDue è il suo ayudante. Parafulmine di mestiere, aspirante capro espiatorio, a bordo svolge una serie di compiti ingrati: programma filmacci tipo Fast and Furious (impresa che non gli riesce mai prima del terzo tentativo), colleziona gli improperi dei passeggeri e distribuisce i cosiddetti pasti di bordo. Un medaglione con una fetta di prosciutto alla quarta ora di viaggio e lo stesso medaglione con una fetta di formaggio alla 23ma ora di viaggio. Durante il tragitto, il trabiccolo si fa largo fra i picchi della cordigliera, sfiora il Fitz Roy e il Torres del Paine, poi scivola nella pampa patagonica. Finché, superata Rio Gallegos, si pianta. Due gomme sono scoppiate. “Mira, se vai a Punta Arenas resti bloccato – trillano Mario&Mario mentre li aiuto a cambiare i copertoni –. Da lì i collegamenti con Ushuaia non sono frequenti”. Morale della favola, alla dogana di Monte Aymond scendo dalla corriera. E sollevo il pollice alla caccia di un passaggio per la Terra del Fuoco. Nella prima ora non si ferma nessuno. In quella che segue, solo una dozzina di camionisti evasivi. Infine, alle soglie del tramonto, mi caricano Ramon e Lumi, due signori in età pensionabile disponibili a scarrozzarmi giusto fino al primo incrocio, a due ore di cammino dall'imbarcadero di Punta Delgada. “Cosa pensano i tuoi genitori del fatto che viaggi in autostop?”. Lei è una bacchettona di dimensioni australi. “Non lo sanno. E fino a qualche ora fa non lo sapevo neanch’io”. Non basta. Per guadagnare il passaggio fino al porticciolo devo esporre una filippica pseudosociologica tempestata di frustate etiche su questo mondo che consuma i sentimenti e un sacco di altre cose. Lei vuole sentirsi dire questo. Io voglio arrivare al molo. Affare fatto. Saluto, bacio e mi fiondo sulla chiatta appena in tempo. In italiano si chiama bucio Per la cronaca, il traghetto attraversa lo stretto documentato da Magellano nel 1520. Ma io sono troppo impegnato a saltellare tra i veicoli per accendere un cero alla Storia. E, sempre per la cronaca, sta scendendo la sera. Ma io sono troppo entusiasta per preoccuparmene. Anche perché non so che sull’altra sponda non c’è neanche un capanno. E prima di scoprirlo, quando gli autotreni hanno già acceso i motori, un energumeno mi fa un cenno con la testa. Significa che posso salire. Il benefattore si chiama Daniel Zugarelli, di nonno italiano. 43 anni più sdentati dei 95 della mia bisnonna, trasporta pezzi sfusi in Patagonia e risale a Buenos Aires carico di televisori e frigoriferi. Daniel succhia il mate, parla a monosillabi e guida svogliato, ma ha la media realizzativa del Batistuta dei bei tempi: quattro figli, una decina di amanti e una serie di cartucce da 20 pesos sparate ogni volta che parcheggia ad Asuncion. Inevitabile – sostiene - quando si passano 35 giorni di fila lontano dalla moglie. Inevitabile non lo so, comprensibile forse. Ma il punto è che l'istinto del gol uno ce l'ha nel sangue. Ed è ereditario. Per questo lui è già nonno, mentre quel figlio di monogami incalliti che sono io non batte chiodo dai tempi dell'afta epizootica. Ci vogliono quattro ore sotto una luce rosata per percorrere 150km sterrati e battuti solo dai guanachi. “Hai mangiato?” mi chiede a metà dell’opera. Effettivamente sono fermo al pane e formaggio di MarioDue e forse la mia faccia spiffera che mangerei anche quella minestrina in polvere allungata nella brocca piena dei suoi avanzi. “Tu sei matto” sussurra lui, senza che gli abbia neanche raccontato il mio incontro ravvicinato del terzo tipo coi cartoneros. Poi però mi offre una bistecca di vitello con rosso di Mendoza, mi invita a passare il Natale in famiglia e, quando cala la notte, accosta il bestione accanto al cartello Las Malvinas son argentinas. All’ennesimo confine. Daniel si sistema sul lettino dietro la tenda, io compenso con lo zaino il vuoto tra i due sedili anteriori e mi accuccio. All’alba mi sveglio con naso e piedi congelati in punta e un accenno di lombalgia. “Cuidate, loco! - mi urla quando mi scarica a Rio Grande – e guarda che ad Ushuaia è tutto pieno. Hai prenotato?”. Ovviamente no. E sono troppo stanco e sollevato per curarmene prima di sbarcare nel centro abitato più meridionale del pianeta.
Ushuaia è fotogenica come una scarpiera da bagno, ma è la fine del mondo di nome e di fatto. Impallinata da un vento assassino, abbarbicata a montagne dalle pendici annerite ed esposta al canale Beagle, che scorta il mare verso i ghiacci antartici, la città scoppia di turisti. Ma non le manca il fascino della frontiera. Passeggio a lungo prima di bussare al Refugio del mochilero, ché il nome ispira proprio quello di cui ho bisogno. Calore. “Hai prenotato?” Victor, l’omino della reception, di notte alza il gomito e di giorno ne sconta le conseguenze. Intuisco, prendo fiato e improvviso. "Io personalmente non ho potuto, visto che viaggio ininterrottamente da 50 ore. Ma al mio amico Christian avevo chiesto di riservare a nome mio. Controlla, per favore…". La palla è campata in aria. Ma desidero un letto così ardentemente che la frottola ha l’inerzia della verosimiglianza e la forza della verità. Victor scartabella. “Christian come?”. Già, il nome è plausibile dall'Alaska alla Nuova Zelanda. Esclude a priori solo i tizi con la galabia e quelli con gli occhi a mandorla. “Che domande, Victor... ho sonno… non me lo ricordo!”. “Sei un casino – sbuffa –. Comunque per ora prendi il letto n.12. Magari quello che ha prenotato non si presenta”. E in effetti va così.

Quello che aveva prenotato non si presenta.
(tratto da Ulisse n.293 - Gennaio 2009)