mercoledì 4 febbraio 2009

Orinoco flow

L’aria umida dell’alba è intrisa di cemento e carbone quando il señor Hugo ferma l’utilitaria ad un incrocio della periferia di Ciudad Guayana per farmi salire. Fra una chiatta e una foratura, prima di mezzogiorno mi racconta la sua vita. Ha fatto l’autista e la spia, s’è sposato due volte e per i suoi sei bambini ha scelto solo nomi italiani. Marinella, Silvana, Dino, Carlo Alberto, Marcello, Ornella. Neanche lui sa spiegarsi perché. Ora lavora nella laguna di Guri, la gigantesca figlia artificiale della diga eretta a 100km dal punto in cui il Caronì imbrunito dai sedimenti organici s’immette nel giallo paglierino dell’Orinoco. Il bacino alimenta la seconda centrale idroelettrica del mondo, una macchina programmata per produrre 10 milioni di kW/h, l’equivalente di 300mila barili di petrolio. Quando arriviamo a Tucupita, sul parabrezza brilla ancora la chiazza rossastra del volatile che ci si è schiantato contro. Saluto e mi guardo attorno. I manifesti dichiarano perentorii che el delta esta con Chavez. A 750 chilometri da Caracas, la propaganda non ha orecchie per il dissenso né il senso del pudore. Alla periferia dell’impero pare che il golpe di tre mesi fa sia stata un’architettura mediatica filo-occidentale e che la marcia di protesta della prossima settimana sarà un flop. Invece parteciperanno due milioni di persone, un rio de gente. Alle soglie della foresta amazzonica, le informazioni dal resto del mondo filtrano anestetizzate e confuse. Sembra tutto superfluo. L’euro è così fresco che nessuno si fida di quelle banconote vivaci, il dollaro è talmente forte sul bolivar che neanche le banche accettano i miei biglietti verdi. Dopo due notti ospite di una famiglia cilena di Puerto Ordaz, sono obbligato ad accettare il cambio in nero proposto da un tappezziere libanese. Ho bisogno di moneta locale per contrattare con un pescatore di nome José Gregorio. La sua imbarcazione è la tipica canoa ricavata da un tronco scavato. Per scivolare nel delta dell’Orinoco, la curiara – come la chiamano qui - è il miglior mezzo. Anzi, l’unico. Capelli ingrigiti e muscoli lucidati, Gregorio carica la barca con una tanica di gasolio, un secchio di manioca e uno di pesce secco, quindi fa salire la moglie - dal broncio proporziale ai tradimenti digeriti - e una giovane indigena. Il pescatore le bisbiglia che per lei lascerebbe la consorte. La ragazza abbassa lo sguardo. Esistono curiare da cinquanta posti, quella di Gregorio ne ha quattro. E l’ultimo è il mio. Il secondo fiume più lungo del Sudamerica zampilla dal massiccio della Guayana, descrive un arco ellissoidale cinque paralleli sopra l’equatore, sfiora l’Auyan Tepuy - la montagna del diavolo – da cui precipita per 979 metri il salto Angel, la cascata più alta della Terra, e alle porte di Barrancas si divide in 40 bracci principali. Quindi si espande per la superficie del Piemonte e dopo 2140km si insinua nell’oceano Atlantico per un fronte ampio 370. La tierra de gracia avvistata per primo da Colombo è un dedalo di isolotti rigogliosi formati dai sedimenti trasportati a valle in quantità così massicce che fra qualche secolo un istmo congiungerà Trinidad al continente sudamericano. Il clima del delta è tropicale, la temperatura media di 27° e l’umidità tanto elelvata che ogni anno piovono fino a 2 metri e mezzo d’acqua. Una quota non irrilevante la assorbo io, quel giorno. E’ qui che scondo Dafoe si arenò Robinson Crusoe. Ed è qui che Alonso de Ojeda, il primo esploratore a risalire l’Orinoco, nel 1499 decise di battezzare l’intera regione Veneciola, piccola Venezia. Da cui, appunto, Venezuela. Da allora, incuranti della scoperta dei giacimenti petroliferi e pressocché insensibili alle sirene del turismo, gli indigeni Warao – letteralmente ‘il popolo delle canoe’ – hanno continuato a vivere su palafitte circondate da ninfee e mangrovie e a trarre il loro sostentamento dal wirinoko, il ‘luogo dove si rema’. La leggenda vuole che siano gli eredi del progenitore universale, l’etnografia che siano migrati dal cuore della giungla, l’antropologia che siano organizzati in base ad una struttura sociale piramidale guidata da capi-villaggio, sciamani e sacerdoti, la cronaca che lottino quotidianamente con caimani e anaconde, rabbia e tubercolosi, piranhas e trafficanti di droga. Sono ventottomila, e pur vivendo in un ecosistema arricchito da più di mille specie di uccelli e nel quale le maree spingono fra i canali grandi quantità di pesce marino a beneficio di scimmie, rettili e toninas, i delfini d’acqua dolce, i Warao disdegnano la caccia. Gli adulti, che insegnano ai bambini prima a nuotare che a camminare, coltivano la palma moriche, una pianta selvatica da cui ricavano frutta, bevande, pane, legno e fibre per realizzare gli oggetti di vimini, i vestiti e le amache. Gli abitanti di un villaggio me ne offrono una per la notte, quando la temperatura del delta dell’Orinoco sprofonda, lo spazio si riempie di legioni di zanzare grosse come ragni e io, per un attimo, rimpiango il cemento. (tratto da Ulisse n.294 - Febbraio 2009)