mercoledì 1 aprile 2009

Il tè nel deserto

Quando il peggio sembra passato, il tizio al volante ha un sussulto, agita la mano sul cambio, martella il piede sull’acceleratore e picchia un pugno sul cruscotto. La sua Dodge arrugginita singhiozza fra i canneti e si sgonfia al primo incrocio. Avvolto nel buio e nella kefia, Shamir scende blaterando qualcosa in arabo. Io lo seguo imprecando come viene. Ne so abbastanza per capire che ha staccato la frizione, altro che guasto. Le procedure in quella specie di frontiera sono andate per le lunghe, e lui ha fretta di sbolognarmi. Tutto qui. Il problema non è meccanico. E’ chiarire se oltre a risparmiare tempo vuole anche fregarmi. Nel dubbio, protesto. “Non fare il furbo e rispetta i patti. O niente baksheesh”. La mancia te la scordi, balordo. Nel fazzoletto di territorio siriano appena oltre il confine libanese, la condiscendenza passa facilmente per malleabilità. Che verso mezzanotte sa tanto di vulnerabilità. Meglio fare il duro, insomma. “A destinazione ti ci porta lui” mi rassicura Shamir, indicando un compare mimetizzato nel capannello di impiccioni sbucati dalla campagna. Circondato da una ventina di occhi curiosi, tengo la guardia alta ma abbasso toni e pretese. Anzitutto è il caso di uscire da questa situazione. Così accetto il compromesso e il rischio, salgo a bordo di un pulmino, e dopo mezz’ora di ascesa verso la cittadina di Hosn monto finalmente la tenda ai piedi del Crac des Chevaliers.
Manufatto geopolitico del XX secolo, prodotto del divide et impera occidentale fra le due guerre mondiali, tappeto verde per i rilanci di Inghilterra e Francia nel gioco d’azzardo mediorientale, palcoscenico delle vite da film della regina Zenobia e di Lawrence d’Arabia, nei millenni la mezzaluna fertile a cavallo dell’Eufrate ha attirato civiltà che hanno lasciato testimonianze spettacolari della loro dominazione. Dagli hittiti agli egiziani, dai persiani ai bizantini, dagli ottomani ai mongoli. All’alba del primo giorno in Siria mi sveglio sotto l’aspra imponenza del castello dei cavalieri che otto secoli addietro poteva ospitare 4000 crociati sulla strada verso il Santo Sepolcro, a seguire mi perdo nel fascino ipnotico del mercato di Aleppo, il suq più labirintico, colorato e profumato della Mesopotamia, mi faccio incantare dalla poesia delle scenografiche rovine di Palmira, la sposa del deserto, la città dei datteri e – appunto - delle palme, che non fu mai del tutto romana. Quindi mi faccio solleticare gli occhi dalle abitazioni celesti del villaggio di Maalula e mi lascio attirare dalla suggestione magnetica della basilica di San Simeone, lo scheletro delle mura erette attorno ai resti della colonna di 15 metri in cima alla quale 1600 anni fa un eremita figlio di pastori si rifugiò per pregare, scrivere e dispensare consigli tanto ai devoti quanto alla Chiesa. Visto che non riusciva ad isolarsi dal mondo in orizzontale, Simeone aveva deciso di fuggire in verticale. Perciò trascorse 37 anni, fino alla sua morte, su un pilastro del quale oggi non rimane che una pietra ovoidale. E una pellicola di Buñuel.

Nelle lande un tempo insanguinate dalla ferocia del Saladino, le estati sono segnate dalla lotta all’afa e agli insetti. Nel primo caso l’alleato si chiama chai, il tè aromatizzato offerto da beduini e contadini ad ogni angolo e ad ogni oasi. Bollente com’è, alza la temperatura corporea e rende meno traumatico il rapporto fra l’epidermide e i 40 gradi esterni. Nel secondo caso è una battaglia persa, me li ritrovo anche in bocca. Nel Paese ininterrottamente guidato dalla famiglia Assad dal ‘71, le serate scorrono al ritmo blando delle partite di domino, essenziali come il pane non lievitato intinto nella pasta di ceci, l’hummus, dolci come i pasticcini al miele, speziate come i cibi della regione, inebrianti e innocenti come i narghilé alla frutta. Nella culla degli hammam, i bagni turchi, le notti sono invece militaresche come la canadese che pianto dappertutto - anche ai margini della pista che traccia il Badyyat-ash-Sham, la distesa di sassi percorsa da carovane di pellegrini che dall’Africa musulmana si dirigono annualmente a La Mecca via Baghdad – e che ripiego solo entrando a Damasco. Un tempo definita ‘la perla tempestata di diamanti’, per i parchi e i giardini, la città che contende ad altri centri del vicino oriente il titolo di abitato più antico del mondo è oggi un agglomerato variegato, zeppo di parabole, che ospita un terzo dei siriani, minoranze curde, cristiano-maronite, armene e circasse, centinaia di migliaia di profughi iracheni e persino genti che si esprimono in aramaico, l’antica lingua della Bibbia. La storia si respira, i precedetti tramandati dallo stile di vita nomade si toccano con mano. Primo fra tutti, l’accoglienza verso lo straniero. Non mi sorprende, insomma, che due figli di allevatori di piccioni - i kashkash – mi invitino subito a sorseggiare thé alla menta e a far gorgogliare pipe piene di tabacco alla mela nel loro cortile. Né che l’indomani mi guidino alla moschea degli Omayyadi, il luogo sacro che custodisce la testa di Giovanni il Battista e nel quale – primo Papa della storia – Karol Wojtyla di lì a poco si toglierà le scarpe in segno di rispetto verso i fratelli musulmani. Né, infine, che mi accompagnino alla ricerca di uno dei taxi collettivi diretti in Giordania. Stavolta per evitare sorprese mi metto in marcia in pieno giorno. Eppure ad Amman arrivo solo quando il sole è già tramontato e mi devo accontentare di dormire sul tetto dell’edificio attiguo alla moschea di Re Hussein, bivacco notturno di decine di barboni.



(IN TEORIA tratto da Ulisse n.296 - Aprile 2009)