giovedì 20 dicembre 2012

La versione di Bruno

Appuntamento a Belgrave, ultima fermata della metro di superficie, ad un'ora esatta dal centro. Arrivo con un borsone da tennis sulle spalle e una felpa della Roma addosso, ma Bruno riesce comunque a guardarmi senza riconoscermi. A bordo della sua utilitaria metallizzata copriamo i sette chilometri di curve che ci separano dalla sua villetta. Li conoscevo bene, visto che avevano separato me dal mio lungamente difeso celibato: casa Racina è a 100 metri da dove mi sono sposato, ma è l'unica costruzione della zona che sia rimasta tale e quale a com'era 40 anni fa, quando il Dandenong Ranges park pullulava di wallabies e wombati, e con pochi spicci si potevano comprare acri su acri per poi piantare castagne e vivere dei frutti della terra. Appena parcheggiato m'è venuto spontaneo annusare l'aria.

"Scusa Bru', ma cos'è 'sta puzza?"

"Ho bruciato un po' di roba, you know, stamattina..."

"Cosa?"

"Vestiti, dry food, cibo in scatola"

"E perché?"

"Eh amico caro... Avevo conservato roba in previsione di una guerra nucleare. Ma ormai non c'è più il rischio".

"E tua moglie lo sa?"

"No".

Si', perché Bruno Racina ha una moglie. La quale non crede ad una virgola di quel che dice il marito e non sa neanche che lui abbia appena acceso un falò. Lui in compenso non sa bene quanti anni abbia lei. Bruno sostiene più o meno 65, ma sa che nonostante l'età, lei continua a lavorare come segretaria in uno studio legale. E' italo-australiana di origine siciliana, e uno malizioso penserebbe che la scelta di lei sia dettata da un calcolo matematico: più ore sto in ufficio e meno le passo a sentir parlare di Ashtar Command.

"Quanti anni mi dai?"

Bruno vuole subito rimettere le cose a posto. Lui forse non saprà quanti anni ha la moglie, ma io non so quanti ne abbia lui.

"Boh, 67-68?"

"Eh, no caro mio... io sono del '39"

In un certo senso se li porta bene. Somiglia vagamente a Cavour, con una vistosa cicatrice in testa sulla quale uno con gli attributi e senza il timore di lasciarci le penne - lassù in montagna - una domanda gliel'avrebbe posta. Se non proprio "Quella è lobotomia?", qualcosa del genere. Invece non ho avuto neanche il coraggio di chiedergli cosa fosse quella cosa nerastra appiccata agli spaghettoni scotti preparati la sera prima dalla moglie e che dopo un giretto nel microonde e una spruzzata di parmesan da discount ci siamo mangiati semifreddi. Lui lo chiamava pesto, ma di tutto quello che mi ha detto in due ore è di gran lunga la sparata più grossa.

"Senti, ma se il 21 dicembre non succede niente?"

Questa invece sì, gliel'ho fatta. Ero salito a Monbulk, sulle colline ad est di a Melbourne, per una serie di motivi. 1. Riempire mezza giornata fra una partita a tennis e l'altra 2. Passare dal cognato per pulire la casa messa in vendita senza però concedergli più di un paio d'ore 3. Avere qualcosa da raccontare al mondo 4. Vedere se nel parapiglia usciva qualcosa in eredità 5. Accertarmi - eventualmente - che Racina non avesse intenzioni strane

"Intendo... hai letto gli appelli nel mondo, hai sentito di persone che in Russia minacciano di uccidere se stesse e i propri figli... Ecco, se il 21 dicembre non succede niente?".

"Vorrà dire che ci siamo illusi per 30 anni".

Io non so se quella risposta l'ho sognata, credo di no. Ma l'ha formulata la stessa persona che solo un paio d'ore prima aveva bruciato scorte alimentari messe insieme all'insaputa della moglie in vista di una guerra atomica. La stessa persona che un giorno di 40 anni fa ha scoperto le teorie new-age e ne ha fatto una ragione di vita, volando anche al più classico dei raduni a Denver e poi finendo per consacrare il proprio tempo libero all'invio di "circa un milione di email" per informare tutto il mondo su quello che sta per succedere. Poco male se non è neanche riuscito a convincere la moglie, figuriamoci il primo ministro australiano. La stessa persona ha ormai rimpiazzato Cristo con Khuthumi, crede ciecamente ai libri di Norma Milanovich (titolo più bello: "We, the Arcturians - A True Experience", ma guai a dimenticare 'Sacred Journey to Atlantis' e sopratutto la Bibbia del bravo sanandiano: 'The Light shall set you free'), e che non si capacita del perché i media di tutto il mondo - da SBS alla CNN - parlino delle eclissi solari ma non dell'ingresso della Terra nella banda fotonica. La stessa persona che non ha fondato sette e non è ha rapporti con altre persone che la pensano come lui. Ma che con gli alieni, anzi con i nostri parenti della quinta dimensione, comunica per via telepatica. In genere nel dormiveglia, salvo qualche eccezione quando si fanno vivi in pieno giorno, mentre fuori grandina, gli alberi cadono a mazzetti sulla linea ferroviaria e per concludere un pranzetto coi fiocchi lui sta preparando una tazza di una sottomarca di caffé solubile.

"Prima non te l'ho detto - mi fa, mollandomi in stazione - ma mentre eravamo in casa, mi hanno dato un segnale".

"Come?".

"Dandomi un pizzicotto qui, sulla coscia".

"A significare che...?".

"Era per dire - you know - che sei una persona interessante".

mercoledì 14 novembre 2012

Extraterrestre

Qualche mese fa mi è arrivata una mail. Parlava di Ashtar Command, Jesus Christ-Sananda e evacuazione della Terra, ed era firmata da tal Bruno Racina. Il giorno seguente l'ho chiamato:
(clicca sull'immagine per ascoltare)

p.s. da marzo me ne sono arrivate 72. E in una delle ultime si dice che la missione diplomatica extraterrestre atterrerà in Australia perché altrove c'è troppo traffico.

martedì 16 ottobre 2012

L'isola del tesoro

Non ci vuole molto a mettere qualche spicciolo da parte, quando dal sottosuolo sgorgano 5000 barili di petrolio al giorno. Persino l'Angola c'e' riuscita. Se poi il mare nasconde i giacimenti di gas naturali più gonfi del pianeta, è automatico accumulare ricchezze individuali che doppino quelle svizzere e triplichino quelle italiane. Si spiega così che il PIL pro capite più alto del mondo sia generato in Qatar, una protuberanza dell'Arabia Saudita che fino agli anni Settanta si arrabattava grazie al commercio delle perle e si divertiva con la caccia col falcone.
Oggi, nel giocattolo della famiglia Al Thani, le perle le pescano solo gli immigrati del subcontinente indiano e i falchi hanno a disposizione cliniche specializzate. A Doha ogni abitante comincia infatti l'anno con 15 milioni di metri cubi di gas sotto le chiappe e 100 mila dollari in tasca, ha sede la più importante base militare statunitense del Medio Oriente e ha piantato radici la CNN del mondo arabo.
Il fatto che Al Jazeera significhi l'isola mentre il Qatar sia in una penisola attaccata ad un'altra penisola, costituisce solo uno dei paradossi di una nazione grande come l'Abruzzo arrivata a comprarsi praticamente tutto. Dal marchio Valentino ai ribelli siriani, dallo spazio sulle maglie del Barcellona ai Mondiali del 2022.
Oltre a cambiare l'immagine di sé all'estero, i petrodollari attirano anche gente da tutto il mondo e modificano il volto interno. Grazie al boom economico, la popolazione del Qatar è raddoppiata negli ultimi 5 anni e quintuplicata nell'ultimo quarto di secolo. Doha oggi conta un milione di abitanti, e di questi i qatarioti sono una piccola minoranza. I residenti nati nel Paese sono precisamente il 20%, come se gli italiani che vivono a Firenze fossero meno di centomila e il resto venisse da fuori.
La metà degli abitanti è composta da lavoratori pakistani e bengalesi, mentre uno su dieci è nato in Occidente. Eppure le compagnie estere non possono investire liberamente, gli stranieri residenti non possono lasciare il Qatar senza un visto di uscita e i turisti non possono visitare uno dei pochi simboli nazionali, il quartier generale dell'emittente panaraba.
Io aggiro il divieto solo grazie ad una richiesta inviata con ampio anticipo e la mediazione di Michela, che oggi lavora per Al Jazeera e nel 1989 - la prima volta in cui misi da solo il piede all'estero - mi venne a cercare all'aeroporto di Bruxelles. Il divieto di scattare foto rimane, per quello sarebbe servita un'altra lettera e un'altra mediazione.
Al di fuori degli studi televisivi, e del suq di Waqif, ricostruito a dovere, a Doha resta poco da vedere.
Certamente non il villaggio culturale di Katara (deserto), l'isola artificiale battezzata The Pearl (deserta), il quartiere fantasma di Venezia (deserto, appunto, ma ancor più patetico che deserto), la Corniche o una serie di grattacieli e centri commerciali. Tutte costruzioni che ogni tanto vanno a fuoco e che spiegano perché in Qatar ci sia tanta richiesta di architetti europei. Come Helena e Antonio, che al termine del secondo giorno mi accompagnano nel vecchio aeroporto prima che allo Juventus stadium si completi la spremuta di sangue.

p.s. per una volta che ho in mano il biglietto di una compagnia di bandiera preso su internet senza scomodare parenti o low cost, al check-in mi fanno sapere che sul volo non c'è posto per me. Overbooking, dicono. Sì, ho presente. Delle 7 persone di troppo, due accettano subito la sistemazione in albergo con biglietto in business per il giorno seguente. Delle altre 5, quattro vengono dirottate su voli alternativi. Resto io, che alternative non ne ho. A luglio m'era stato chiesto di tornare in radio "nella seconda metà di settembre", e io avevo preso le condizioni alla lettera, prenotando un volo che atterrava a Melbourne la sera del 30 settembre e rendendomi disponibile a condurre la trasmissione l'indomani mattina.
Inevitabile che nessuna delle varie opzioni offerte - con scali a Dubai, Singapore o Perth - sia buona per farmi tornare in tempo. Così, dopo un'ora e mezza di trattative, la Qatar Airways è costretta a tirare letteralmente giù dall'aereo un tizio di nome Charles per far salire me. Di corsa e con lo zaino pieno di liquidi, forbici, schiume da barba e magliette usate sotto il sole di Doha. Tutte armi di distruzioni di massa, che i vari metal detector o i loro addetti cercano inutilmente di bloccare. Un libro, tre film e 14 ore di volo più tardi, atterro a Melbourne. Sono le 22 del 30 settembre. Sette ore dopo, una delle quali passata a dormire, sbuco in radio. Si ricomincia.

martedì 25 settembre 2012

Viaggio in Italia

Ho rimesso piede a Castel Sant'Angelo dopo 20 anni, a villa d'Este dopo 25 (era il maggio '87, quel giorno Wilander batteva Jaite in una finale del Foro che ero quasi contento di non vedere) e ad Ostia Antica dopo 30, scoprendo finalmente a cosa serve il tesserino da giornalista: ad entrare gratis nei musei.
Ho fotografato i panni stesi, le facciate color pastello (meglio se con una persiana aperta e un'anziata affacciata) e le adunate di uccelli morti, come li chiama Agroppi. Ho sbavato davanti a un norcino e a un piatto di pici, mi sono sentito un po' nel terzo mondo grazie a Trenitalia e ho schivato la frana nelle Cinque Terre. Mi sono accompagnato ad una guida Touring del '72 - secondo la quale Portofino è un villaggio di pescatori e giuochi si scrive con la U - e mi sono affacciato in qualche chiesa (il Duomo, S. Michele e SS. Giovanni e Reparata a Lucca, S. Pietro e S. Lorenzo a Portovenere, S. Lorenzo, S. Matteo e Santa Maria di Castello a Genova, il Duomo, Sant'Ambrogio e Santa Maria delle Grazie a Milano, il Duomo, S. Giovanni Evangelista e la basilica magistrale di Santa Madonna della Steccata a Parma, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Maria degli Angeli e S. Maria della Concezione a Roma - e ne dimentico qualcuna).
Soprattutto, mi sono fatto spillare 8 euro e mezzo per due panini al prosciutto in un alimentari emiliano. Da vero turista.

p.s. a Portofino sono passato subito dopo Monica Bellucci e subito prima di Gwyneth Paltrow, in compenso ho incrociato Franco Baresi a via Turati, Goran Ivanisevic a via Montenapoleone e Giampiero Mughini a viale Trastevere. Quest'ultimo - memore di quanti spaghetti alla carbonara dovette calare per tenermi buono - mi ha liquidato con un 'ciao'.

lunedì 13 agosto 2012

L'impero del sole

Sulla prima pagina del principale giornale australiano (si chiama The Australian, sempre per quel discorso sui limiti congeniti dell'onomastica nazionale) un boxino mostra quotidianamente la percentuale del riempimento delle dighe statali. Quando mi sono trasferito a Melbourne, l'Australia era reduce da un quinquennio di siccità, i bacini idrici del Victoria erano pieni al 34% e il Paese era tappezzato di pubblicità tipo questa, per sensibilizzare la gente a risparmiare sull'acqua. Del resto l'omo ha da puzza'.
Oggi, dopo i 20 mesi più umidi della storia australiana, le dighe del Victoria si sono riempite mediamente al 75%, fra queste ce ne sono quattro (Maroondah, O'Shanassy, Yan Yean and Sugarloaf) che sono al limite della capacità e la gente ha cominciato persino a risciacquare i piatti. In tutto il 2011 a Sydney ha piovuto il doppio che a Londra, nel Queensland gli incendi sono stati sostituiti dalle alluvioni e neanche nel deserto del Western Australia si chiede più alle famiglie di usare 155 litri d'acqua al giorno, birre escluse. In Australia ne è venuta giù come nella giungla del Borneo. Considerando poi che nei mesi in cui me la sono squagliata sono incappato in Bangladesh, Filippine e Papua Nuova Guinea, posti in cui piove anche 300 giorni l'anno e cadono fino a 9 metri di acqua, capisco da dove viene tutta questa voglia di andare in aeroporto alle 4 di mattina. Giappone e Corea del Sud saranno noiosi come una partita a ramino e costosi come un'assicurazione sul Kymco People, ma vuoi mettere il gusto di svegliarsi col sole alto e arrivare a fine giornata tutto asciutto?

TOKYO
Svegliarsi col sole alto resta un obiettivo al di la` delle mie possibilita`. E questo  perche` Onnis e` gia` stato dappertutto a parte l`enorme mercato del pesce di Tsukiji, dove l`imperdibile asta del tonno comincia alle 5 di mattina, dove noi arriviamo puntuali e dove ci  rispediscono al mittente perche` abbiamo beccato uno dei due giorni di chiusura dell`anno. Un sentito grazie all`impeccabile ufficio del turismo di Asakusa, al quale gliel`avevo pure chiesto. Del resto dovevo aspettarmelo, visto che la mattina avevano consigliato di andare a vedere  l`allenamento delle giovani speranze del sumo, rivelatosi in realta`un tour guidato di un`ora SOLO in giapponese della scuola e delle palestre, senza neanche l`ombra di un tizio sovrappeso. A forza di mezze giornate perse cosi`, Tokyo e` volata senza lasciare traccia. A parte la scultura rappresentante (forse) un peperone d'oro sul quartier generale della birra Asahi e la pubblicità di un reggiseno sponsorizzato Lady Oscar. Stamane riproviamo il mercato del pesce e poi puntiamo il Fuji.

p.s. Per mia fortuna a Onnis non piacciono le giapponesi ("sono tutte cozze, tranne quelle dei porno"), quindi almeno la sera non si tira tardi.

MT FUJI
Anche arrivare asciutti a fine giornata è diventata una chimera. Nel momento in cui siamo scesi da Thomas the Train, sul cielo è comparsa la nuvoletta dell'impiegato che ha coperto la cima del Fuji e ha scaricato un acquazzone che assicura a me il titolo di mago della pioggia o di gatto nero, a seconda del punto di vista. La vicenda abbonda di lati positivi: intanto la tormenta è meglio prenderla in stazione che lungo un sentiero di montagna, e poi comunque sia in tutta Kawaguchiko non c'era un letto libero. Perciò non c'è rimasto che risalire su Thomas the Train, ripassare per Otsuki, Tachiwaka, Shinjiuku e tutte le stazioni dell'orbe terracqueo e infilarci in un capsule hotel di Ikebukuro mente tutto attorno omini e donne lo facevano parecchio strano. L'indomani c'ha piovuto in testa anche a Shibuya. E poi a Kyoto, 500km più a sud.

p.s. Il meteo prevede pioggia per tutta la prossima settimana. Poi Onnis - che giustamente non ha il k-way - se ne va.

HIROSHIMA&NAGASAKI
Dopo aver pescato due geishe per strada a Gion, due neonazisti francesi vestiti da kapo su un autobus di Kyoto e due Testimoni di Geova giapponesi sotto l'Atomic Bomb Dome di Hiroshima, ho improvvisamente timore di Nagasaki. E non perche' quella bomba di 67 anni fa (lanciata qui solo perche' sull'obiettivo-Kokura c'erano troppe nuvole, perche' l'Imperatore non si era arreso dopo Hiroshima e perche' Stalin decise di rientrare frettolosamente in guerra - insomma per una serie di coincidenze fantozziane) era al plutonio, manco al'uranio.

Il ficcanaso in azione a Tokyo
NIKKO&Co.
Tutto nella norma, a Nagasaki sta per arrivare un tifone. E` per questo che dopo due giorni nella citta` piu` sfigata della Terra torno su a Tokyo. Cosi`, con un`unica botta da 8 ore di Shinkansen, mi accerto prima che Onnis salga sull`aereo e poi che il viaggio ricominci. Come se finora fosse stato solo un brutto sogno. Quando mi risveglio, mi ritrovo finalmente circondato da gente che sa il fatto proprio come Zaza Balashvili, georgiano, classe 1991, campione europeo (e dice mondiale, ma ho i miei dubbi) di sumo, venuto a Tokyo per cercare un club dal quale farsi ingaggiare.


SHIMONOSEKI
E` la classica citta` giapponese senza capo ne` coda, una specie di centro commerciale senza aria condizionata frequentato da giappi che dormono sulla metro e che ricoprono le copertine dei loro manga per non farti sapere cosa leggono. Ma che se per caso sfogliano riviste porno tutte ste remore non se le fanno. Con quattro templi in croce la scambieresti per Kyoto, con qualche ragazzina vestita da Barbie come antidoto alla depressione, anche per Tokyo. Come in tutto il Paese i treni spaccano il secondo, ma mancano completamente i lavavetri e i cassonetti dell`immondizia (e le mosche, non sara` che le due cose vanno di pari passo?). In compenso nella dirimpettaia Kokura - la citta' alla quale il 9 agosto 1945 era destinato il fat-boy poi sganciato su Nagasaki causa maltempo - c`e` una replica del Duomo di Venezia, con tanto di campanile di San Marco e colonna col leone alato. A Shimonoseki c'e' invece solo il traghetto notturno per la Corea. Basta e avanza per renderla particolarmente attraente.

JAPAN>SOUTH KOREA
La traversata doveva durare 13 ore, ne sono bastate 7. Tembin, il cugino di Isaac che si aggirava per il mar cinese meridionale, ha spinto il traghetto al doppio della velocita' e en passant ha rovesciato qualche peschereccio e provocato una ventina di morti. Chiaramente Tembin ha portato alla cancellazione di tutti i collegamenti con l'isola di Jeju e mi ha obbligato a dirottare su Gyeongju. Dove sono arrivato sotto un acquazzone, manco a dirlo.

GYEONGJU
La chiamano il museo a cielo aperto della Corea. Il che da un lato fa ridere perche' piove che Dio la manda, quindi aperto de che. E dall'altro fa immediatamente intuire che la Corea riuscira' ad essere meno fotogenica del Giappone. E dire che io ci provo pure a scalare montagne alla ricerca di buddha scolpiti nella roccia (che crolla, per cui arrivato in cima ignoro gli avvertimenti e scavalco pure la recinzione) e a marciare nei campi alla ricerca dei monaci che conservano i segreti del sunmudo, un'arte marziale di ispirazione zen. Il sancta sanctorum di Gyeongju invece e' il parco dei tumuli, una serie di tombe dei regnanti Silla - i primi ad unificare le genti della penisola - che ritrovate anche in Cina fanno ritenere (ai coreani) che il culto dei morti sia stato introdotto nell'Impero di mezzo dagli abitanti di qui. In pratica che la Corea sia la culla della civilta' dell'estremo oriente.
Kwan, che gestisce l'Hanjin Hostel, prima mi racconta che della dinastia reale coreana lui e' un discendente diretto, poi sviene, crollando come un albero abbattuto, a faccia avanti, fra i miei piedi. Non si fracassa il naso sul pavimento in resina solo perche' a differenza di molti coreani ancora non se l'e' ritoccato col bisturi, ma ne esce con un lago di sangue, una commozione cerebrale e 20 punti di sutura sul mento. Tanto per 24 ore nell'ostello ci sono solo io. Poi in camerata si presenta Nunzio Annunziata, 32 anni frigorista salernitano arrivato in Corea dopo 3 mesi di autostop attraverso la Russia e finito a Gyeongju dopo una settimana di meditazione in un monastero della zona. A riportarlo sulla terra dopo sette giorni di silenzio assoluto ci pensano cinque ore filate di chiacchiere, durante le quali esce fuori anche che in passato c'e' capitato, su dariodiviaggio. A sua discolpa non aveva digitato ne' "come faro sesso nei bus in Asia" ne' "ma 9 per 9 fara' 81?".

JEJU-DO
Quando un annetto fa usci' la lista delle "nuove" 7 meraviglie naturali del mondo l'intrusa era questa isola vulcanica sudcoreana. Mai sentita. Vabbe' che nel Cenozoico aveva un'attivita' eruttiva tale che ancora oggi si puo' passeggiare fra i tunnel dove scorreva la lava, ma possibile che un posto ignorato anche dai dvd della Gazzetta (ce credo, li feci io) reggesse il confronto con Komodo, con le cascate dell'Iguazu, con la baia di Ha Long, con l'Amazzonia, con la Table mountain di Citta' del Capo e col fiume sotterraneo di Palawan? Possibile che questa Jeju fosse meglio del Kilimangiaro e delle Galapagos? Soprattutto... avendo visto le 7 meraviglie del mondo moderno e le altre 6 naturali, ti pare che una volta in Corea mi perdo proprio l'unico posto che potrebbe valere il prezzo del biglietto?
Ora, dopo due giorni di cieli grigio-chiaro e bibimbap*, ma anche di cascate, crateri estinti e passaggi in auto (3 autostop a segno in 5 ore, manco fosse la festa mia) l'impressione e' che l'isoletta meriti. Ma resta il fatto che chi l'ha preferita a Canaima e al salto Angel usa roba di prima qualita'.

* premesso che si colaziona in piedi e si salta il pranzo, due giorni fa un expat di Nottingham, tal Meffiu, mi ha consigliato di provare il bibimbap, il tipico piatto misto coreano con un po' di tutto accompagnato da riso, pasta di peperoncino e kimchi assortiti. Ieri sera, avendo finito di ciarlare quando nel quartiere era tutto chiuso, ho bissato lo stesso bibimbap nello stesso locale a gestione familiare. Oggi, poi, entro nell'unico ristorantino di Seogwipo alla mia portata e a gesti le perpetue mi fanno capire che la loro specialita', anzi l'unico piatto sul menu, e' il bibimbap

SEUL (che si pronuncia So-ol)
Appena arrivato ho baciato la terra, come Gelindo nell'88, finche' il gatto strabico dell'ostello non ne ha approfittato per rifarsi le unghie sui miei pantaloni.
Quando ho alzato la testa al cielo era gia' troppo tardi: il ciclone Bolaven che in Corea del Nord ha fatto 48 morti si e' abbattuto su tutti noi a sud del 38mo parallelo, scaricando 95 centrimetri di pioggia in mezza giornata e riducendo la mia Nikon in fin di vita. A 24 ore dal diluvio universale ho ancora scarpe, calzini e pantaloni fradici, e la fotocamera non ha ripreso ancora coscienza.
A proposito della quale, dopo i Testimoni di Geova di Hiroshima sono stato accalappiato da due ragazzotti della sedicente Chiesa di Dio, che impugnando la 'Nuova Versione' della Bibbia mi hanno tenuto un seminario ad un incrocio stradale. In soldoni i due mi hanno spiegato che - Dalla Genesi al Libro delle Leveletions - dai Testi sacri emerge chiaramente che Dio e' una donna. Gli ho detto che mo' me lo segno.

PANMUNJOM
E' il paesello al centro della terra di nessuno fra le due Coree, quella chiamata zona demilitarizzata con sottile gusto del paradosso. Fu qui che 60 anni fa si svolsero i negoziati per mettere fine al conflitto tra il Nord - spalleggiato dai "volontari" cinesi e assistito dall'Urss - e il Sud, supportato militarmente da Washington e dalle Nazioni Unite. L'armistizio al quale si giunse nel '53 in realta' non fu firmato dall'allora leader di Seoul, Rhee, perche' la Repubblica democratica si sentiva ancora in guerra ed era convinta di arrivare all'unificazione della penisola per via militare. Magari con l'atomica americana. La sensazione di conflitto permanente rimane, d'altra parte dal Nord continuano spesso a piovere missili. O asce, come quella con la quale un soldato di Pyongyang trucido' il capitano americano Arthur G. Bonifas nell'agosto del '76. Da allora e' intitolata a lui l'installazione militare alle porte dal confine, alla quale si accede passando sotto una sequela di cavalcavia ripieni di tritolo e pronti a saltare in aria in caso di un'invasione di carri armati.
A nord di Panmunjom si vede Kijong-dong, il villaggio-propaganda della Repubblica popolare, un insediamento disabitato con un pennone da 160 metri, che era il piu' alto del pianeta prima di essere superato da quello tagiko di Dushanbe. A sud invece sono sparpagliate le case modeste di poche centinaia di contadini, che per il disturbo (la scuola elementare c'e', ma all'appello mancano supermercato, cinema e bar dello sport, e alle undici di sera scatta il coprifuoco) intascano dal governo di Seoul un sussidio da 80 mila dollari l'anno. Basta dimostrare che si trascorre almeno due terzi dell'anno core a core con gli ultimi, veri, comunisti della Terra.
Le misure di sicurezza per arrivare a Panmunjom sono da Guerra Fredda (al marine Anderson ho chiesto se hanno controllato il passaporto anche ad Obama, che in gran segreto e' comparso a Camp Bonifas a marzo scorso - nonostante tutto ha capito che scherzavo), la frontiera invece e' tragicomica.
Due pattuglie si fronteggiano vis-a-vis, separate da una striscia sul terreno, un po' di ghiaia e una casupola. Spalleggiati da americani che vorrebbero tanto essere altrove ("Si', qui ci si annoia"), quelli del sud sono rigidi, impassibili e costantemente in posa da taekwondo. Quelli del nord invece sono impegnati in attivita' pratiche tipo l'istallazione di telecamere.
La casupola appartiene ufficialmente per meta' a Seoul e per meta' a Pyongyang. Entrarci significa fare un passo in Corea del Nord e rischiare di essere sequestrati dai militare della Repubblica popolare. Io l'ho fatto. Per 1 minuto e mezzo, ma l'ho fatto.

giovedì 26 luglio 2012

Fields of gold

Nel 1851 Dickens finiva David Copperfield, Hugo lavorava ai Miserabili, Baudelaire ai Fiori del male e Tolstoj maturava nel Caucaso le esperienze che avrebbe tradotto in Guerra e Pace. Nel 1851 Manzoni, Dumas, Flaubert e Dostoevskij erano nel pieno della vita attiva e riproduttiva, mentre Carducci dedicava le prime poesie d'amore alle compagne di classe e Darwin teorizzava l'evoluzione della specie. In pratica in Europa c'era un sacco di gente interessante e non si faceva altro che scrivere.
Il vecchio continente era un posticino tranquillo, quarant'anni dopo Waterloo e sessanta prima di Sarajevo. Nel 1851 la gente inventava i barbiturici, il semaforo e l'accendisigari, Zola giocava a nascondino con Cézanne e Mary Shelley si reincarnava nella regina Margherita di Savoia, quella della pizza. Senza l'ombra della spending review, gli europei stavano tranquilli e paciosi a casetta loro e l'Australia stava bene dov'era, in fondo a sinistra. Lontana lontana e abitata da duecentomila discendenti dei galeotti deportati 60 anni prima dall'Inghilterra, più qualche manciata di aborigeni scampati alle prime pulizie di primavera.
Poi - il 12 febbraio di quel 1851 - un tale di nome Edward Hargraves, dopo un tentativo andato a vuoto in California e un paio di traversate del Pacifico, trovava qualche pagliuzza d'oro vicino Bathurst, a 200 chilometri da Sydney. Con la rapidità che evidentemente già allora li contraddistingueva, gli australiani ne davano notizia 80 giorni dopo, il 2 maggio. In un giro di passaparola si riversavano nel Nuovo Galles del Sud cercatori dai quattro angoli del globo, preceduti ovviamente dagli aussies, ai quali finalmente la vita aveva dato qualcosa fa fare.
Per evitare di ritrovarsi disabitati come prima dell'arrivo di Cook, i governatori degli altri Stati dovettero offrire ricompense a chi avesse trovato filoni auriferi anche nel loro sottosuolo. E in breve l'oro spuntò dappertutto. Nel Victoria sbucarono giacimenti così ricchi che l'affare fu fiutato anche in Cina, e così inesauribili che 130 anni dopo, nel 1980, un signore barbuto e canuto di nome Kevin Hillier portava alla luce la seconda pepita più grande del mondo, un arnese da 30kg poi ribattezzato Hand of Faith e venduto a Las Vegas per 1 milione di dollari. L'aveva scovato con lo stesso metal detector col quale Mike rimedia al massimo una fede sulla spiaggia di Sperlonga.
Finito mio malgrado a Ballarat, 100km a ovest di Melbourne, c'ho provato anch'io. Dopo cinque minuti accovacciato su una padella, dal fiumiciattolo hanno fatto capolino queste robine qui. Dicono sia oro, in effetti.
Tutte insieme valgono meno di un biglietto del tram. E ho dovuto metterci lo scotch, sulla tesserina, altrimenti manco il ricordo mi restava. Ma appena tornato a casa ho trovato una lettera del governo. Sei giorni dopo aver compilato online la dichiarazione dei redditi, mi informava che sul mio conto avrebbe versato un rimborso. Poi l'ha pure fatto. Tremila dollari, precisi precisi il costo dei voli Melbourne-Gold Coast-Tokyo (14 agosto), Seul-Mosca-Roma (7 settembre) e Roma-Doha-Melbourne (27-30 settembre), più il Japan rail pass per due settimane, il traghetto da Fukuoka a Busan in data da stabilire e due cocuzze per la riparazione della Nikon, uscita da Algeria, Bangladesh e Papuasia con circuiti morti e feriti (la qui presente è stata scattata col telefonino, indeed). In Italia aspetto ancora il rimborso del 2008.

giovedì 14 giugno 2012

I diecimila passi

Il pedometro è made in China e si vede. Se starnutisci aggiunge un paio di passi, se abbassi i pantaloni per espletare le funzioni organiche te ne regala come niente sette-otto. Non so quanto contribuisca davvero alla perdita di peso (almeno finché attingi ancora alla scorta di ciobar), ma il giochino è stimolante. A parte quei giorni in cui raggiungi i 10mila passi all'ora di pranzo, e per festeggiare il traguardo ti inchiodi alla sedia con un pacco di doritos fino a notte fonda.

Soprattutto fa piacere sapere che il tuo datore di lavoro*, invece di multarti se entri in studio con una bottiglietta d'acqua (ah, il vecchio vizio di abbeverarsi quando si parla per 4 ore di fila), iscrive te e i tuoi compagni di squadra (The WOGS, che è il nomignolo dispregiativo con cui gli australiani chiamano gli italiani - tanto vale chiamarcisi da soli) e sperpera per la combriccola 600 dollari. In parte bruciati nella speranza che i dipendenti siano più sani più belli e meno assenteisti, in parte girati all'orfanotrofio di Iganga, in Uganda.

*aiuta il fatto che lo Stato australiano, con i conti pubblici in attivo di un miliardo e mezzo di dollari e con un PIL annuale in crescita del 4,3%, nella finanziaria del mese scorso abbia assegnato a SBS 63 milioni di dollari, lo riconosco.

venerdì 11 maggio 2012

Roger & me


Che da domenica e domenica avrei messo le tende al tennis era talmente palese che tutti i progetti di appuntamenti suonavano così: "Ci vediamo lunedì dopo le 23. Ma se piove dobbiamo rimandare all'una. In alternativa vieni al Foro Italico e aspetti che finisca Radwanska-Pavlyuchenkova davanti al chiosco delle patatine fritte". Poi, quando ho comunicato alla Superiora di Supertennis che sabato avevo intenzione di sfruttare l'unica mezza giornata libera per attività amene tipo cappuccino e cornetto col best man, puntata in libreria, capatina al supermercato per reperire tutto ciò che in Australia nessuno inventa o importa (Grisbì, Bucaneve, testine per spazzolini) e infine amatriciana col futuro figlioccio, ella m'ha risposto: "Devi venire sabato mattina, perché sei coinvolto nelle interviste one on one che ho chiesto ad Atp e Wta. Oltre alle telecronache ti occuperai di questo: l'Atp ci darà i top 4, la Wta si saprà solo in loco, ma io ho chiesto un sacco di giocatrici, Williams comprese. Le interviste dovranno avere una primissima parte, breve, contestualizzata al torneo di Roma, e un altra, più lunga, a 365 gradi sulla loro carriera/vita. Forse è meglio che te le prepari prima in questi giorni".
Corriere dello Sport 14/05/2002
Addio sonno, addio sabato mattina, addio colazioni al S. Calisto e addio nono-nono del blitz romano. Fra l'altro "questi giorni" per preparare le interviste sarebbero giovedì, quando cioè ho lavorato a SBS dalle 6 alle 15 prima di andare in aeroporto a Melbourne, e venerdì, quando se non ero in volo, ero all'aeroporto di Abu Dhabi o in giro per Ginevra. Senza laptop e con l'impegno concreto di finire un tomo di Terzani da riporre sull'apposito scaffale. Insomma, essermi preparato quindici fogli di appunti per le telecronache è diventato improvvisamente insufficiente. Una soluzione tappabuchi sarebbe quella di fare due passi sul lungolago e chiedere in giro le ultime chiacchiere su Federer.
Ma se invece per una volta qualche mente amica si spremesse le meningi e mi suggerisse un paio di domande per i tennisti e un paio di curiosità per le tenniste? Sennò er blogghe che ce sta a fa'?


p.s. L'Atp è l'associazione dei tennisti professionisti, la Wta è l'equivalente femminile. Chi non lo sapeva è invitato a formulare solo domande sulle hostess dell'Etihad.
p.p.s. nel sacco di giocatrici temo siano comprese tutte le ove.
p.p.p.s. sì, quello dietro Serena ossigenata sono io dieci anni addietro.


* Fuli', il titolo è quello del primo docu-film di Michael Moore.

domenica 22 aprile 2012

The passenger

Tutte le compagnie aeree, su tutte le tratte, accettano prenotazioni oltre la capacità degli aeromobili. La prassi è un po' perversa, ma ha una sua logica matematica e un nome - overbooking - da testo di economia aziendale. E se al profano può sembrare un'eresia, per Altroconsumo è una pratica "talmente diffusa che non se non ci siete mai incappati siete dei fortunelli".
Forse, ma un conto è vendere una manciata di biglietti di troppo su un Capodichino-Alghero, sapendo che non si presenteranno mai tutti i passeggeri e che alle brutte ne spedisci un paio sul prossimo volo. Un'altra cosa è stampare trenta biglietti in eccesso sul tuo unico charter che sorvola l'Atlantico tra la festa della Liberazione e quella dei Lavoratori. In quel caso è statisticamente più probabile che all'aeroporto si presentino tutti e che l'overbooking si riveli una mossa avventata. Anzi una cagata pazzesca. Fra l'altro pure illegale.
All'aeroporto di Cancun - per esempio - quel pomeriggio s'erano presentati proprio tutti tutti. E a tutti tutti era stata data pure la carta d'imbarco. Gli addetti allo scalo s'erano accorti della frittata solo quando un pullman aveva scaricato la cricca dei Francorossiani, la casta dei superprotetti, quelli delle vacanze all-inclusive sulle riviera Maya ai quali per definizione non si poteva dire di no.
Così al gate c'erano 27 persone di troppo. E la notizia del disguido faceva presto il giro del Quintana Roo: c'è una compagnia che l'ha fatta grossa e non sa a che santo votarsi.
In Messico era la sera del 30 aprile, in Italia la notte del primo maggio. Sul posto di lavoro non si trovavano manco i panettieri, figuriamoci qualcuno in grado di prendersi la responsabilità del pasticciaccio e di decidere chi imbarcare e chi lasciare a terra. Improponibile sorteggiare, improponibile tagliare fuori gli ultimi arrivati, meno che mai coinvolgere qualche altra compagnia. C'è chi ci campa, sugli scivoloni altrui.
E il papocchio dell'Eurofly era talmente marchiano che i passeggeri facevano spontaneamente fronte comune, sventolando una lista di questioni di principio al grido di: tutti per uno e uno per tutti, l'unione fa la forza, parimpampum, o si parte tutti o non si muove nessuno.
Io potevo solo stare alla finestra. Con il mio biglietto farlocco da fratello di un'assistente di volo e cognato di un altro*, avevo contribuito all'overbooking nella misura del 3,7%. Non abbastanza da farmi sentire in colpa, ma abbastanza da consigliare di farmi una forchettata di cosi miei. Perché va bene simpatizzare col pueblo unido, ma arrivare a protestare per un disservizio quando si è pagato solo per le tasse aeroportuali è un tantino pretenzioso. Va a finire che scoprono che sei un parente, passi per correo e fai la fine di Benjamin Malaussène. E va bene empatizzare col popolo oppresso, ma visto che il mio biglietto non garantiva il posto, non potevo rinunciare al volo, perché sarei partito solo se a bordo ci fosse stato posto. E il posto - al momento - non c'era neanche per chi il biglietto lo aveva comprato a prezzo pieno.
Senza contare altri dettagli non da poco: non avendo un datore di lavoro catalogabile come umano né un contratto di lavoro catalogabile come contratto di lavoro né un orario appetito dai colleghi, in radio ero atteso al varco, altro che supplemento di sole e mare. Quindi pensare di uscire allo scoperto, di offrirmi come volontario per restare a terra e proseguire la vacanza, era fuori discussione. Che poi una vacanza vera e propria, la mia non lo era stata. Si era trattato di una toccata-e-fuga di 4 giorni per esercitare le funzioni di padrino al battesimo di Jamila e di 3 notti insonni per via dei due compagni di stanza: zio Daniele e nonno Piero. Due rinoceronti col mantice incorporato, dotati del superpotere di addormentarsi un secondo dopo aver  appoggiato la capoccia sul cuscino e di russare a note alternate dal tramonto all'alba. Salvo poi farsi svegliare dal furgoncino del mondezzaro e lamentarsi perché con tutto quel rumore non si poteva proprio chiudere occhio.
Lo zio Daniele in uno dei rari momenti in cui non russava. La risata isterica è figlia al sapore della mia sangria. Perché ce ne vuole a trovarne una che sa di aceto, a Playa.
Per tutto questo, fra i presenti all'imbarco c'era chi si angosciava al pensiero di perdere l'abbronzatura prima di rientrare al lavoro, chi di dare da mangiare la pappa al pupo, chi di vedere se per caso la Juve avesse segnato 3 gol nei primi 8 minuti della partita scudetto di Siena per intervento divino o di Moggi. Io pensavo sopratutto che salire sull'aereo significava riuscire finalmente a dormire. Solo che mentre io i problemi miei me li tenevo stretti per me, quelli degli altri, poco a poco, facevano bollire le acque già agitatine.
Il principio trotzkista "O partono tutti o non parte nessuno", nel giro di un'ora e mezza evolveva nel principio socialdemocratico scandinavo "Sistemateci su vari voli, basta che partano tutti!", che a sua volta dopo un altro paio di ore degenerava nel principio forzista "Fate come vi pare, ma io devo partire - domani ho una riunione di lavoro alla quale non posso mancare". Dopo quattro ore, insomma, la polizia messicana faceva irruzione all'aeroporto di Cancun. C'erano da separare i pasionari dell'o-tutti-o-nessuno da gli irriducibili dell'-io-sì-voi-fate-come-ve-pare. E soprattutto c'era da separare gli addetti allo scalo dagli uni e dagli altri. E se la polizia messicana si incazza - si sa - volano manganelli.
Anche per questo, quando era ormai buio pesto, i 27 volontari disposti a farsi pagare un supplemento di vacanze pasquali dalla compagnia aerea si trovavano pure, ma prima di partire bisognava andava a scovare uno ad uno i bagagli degli spiaggiati, borse e valigie che avevano superato il check-in da una vita ed erano mescolate a centinaia di altre borse e valigie in giro per l'aeroporto.
Prima di mezzanotte, l'Eurofly imbarcava. Io salivo per ultimo, se non altro perché era inutile prendere posto quando l'unico posto che mi sarebbe spettato sarebbe stato quello eventualmente vuoto. E uno vuoto, con mio sommo piacere, in penultima fila, spuntava. Quando lo scorgevo, incredulo, mi ci abbandonavo con una goduria paragonabile al rigore di Nicol. E quasi altrettanto effimera. Nel giro di 5 minuti, prima scoprivo che non c'era la cena per me, quindi - appena decollati - che il mio sedile spettava all'assistente di volo col turno di riposo. Per i motivi di cui sopra non facevo una piega e mi accomodavo sul famigerato strapuntino, l'unico posto al mondo dove dormire è difficile come dividere una stanza con lo zio e il nonno di Jamila. Ma quando l'aereo era in volo, le luci spente, i passeggeri sprofondati nel sonno e tutta la ciurma tirava il fiato, anche lo strapuntino si riempiva in ogni ordine di posto. Il volo Cancun-Milano della notte fra il 30 aprile e il primo maggio 2006 me lo facevo in piedi e a stomaco vuoto.
Fino alle 4 di notte. Sulla soglia dei crampi muovevo infatti a compassione una hostess marchigiana, obbligandola moralmente a ravanare nella ghiacciaia e ad estrarne un residuo bellico, un'unica, ultima vaschetta di tortellini alla besciamella, di fronte alla quali mi usciva una lacrimuccia.
"Però c'è un problema - mi faceva lei, ignara di tutti gli altri - sono al mio primo volo e non so come far funzionare il forno elettrico". Due tentativi di scongelare quel mattone col perfido marchingegno erano solo tempo sprecato. Tanto mi sarei mangiato pure la vaschetta di alluminio.
Il resto veniva giù a cascata, una cosmica conseguenza naturale delle cose: di primo maggio non puoi mica sperare che abbondino gli autobus da Malpensa alla stazione centrale, né che ci siano tutti 'sti treni fra Milano e Roma, né che sull'unico pendolino serale in partenza ci sia posto in seconda classe. Né che se arrivi a Termini all'una di notte qualcuno ti venga pure a prendere. Né puoi sperare che 4 ore di sonno bastino per recuperare. Né che il motorino parta al primo colpo col freddo delle 5 di mattina. Né che il 2  maggio escano i giornali solo perché stai fuori da una settimana e non sai una cippalippa di quello che è successo nel frattempo. Né che l'editore trovi qualcuno che non sia Antonio Maggiora Vergano per farti da balia, né che gli ascoltatori non ti riempiano di messaggi tipo: "Mortacci tua che vita che fai, stai sempre in vacanza...".
Si pensava di fare trasmissione coi giornali usati

p.s. tutto questo per dire che dopo anni di reciproca e giustificata diffidenza, visto che faccio un salto a Roma per gli Internazionali di tennis, ho richiesto a mia sorella il favore di rimediarmi un altro biglietto. Di mezzo stavolta ci sono l'Etihad e l'Alitalia, ma considerando che fra l'11 e il 23 maggio i voli da prendere saranno cinque (Melbourne-Abu Dhabi-Ginevra-Roma, Milano-Abu Dhabi-Melbourne), io speriamo che me la cavo.

*felice anniversario, Egeste!

domenica 4 marzo 2012

4 marzo 2012


Codesta è la tappa melbourniana della world naked bike ride. Per saperne di più, clicca qui.

p.s. Il soggetto dell'intervista sembra Ruggero ma è solo Andrea (quello che ha gradito il ragù mio e un po' meno il commento di Onnis - e questo la dice lunga).

mercoledì 29 febbraio 2012

Il gioco del mondo

La tribuna stampa del Monumental non ha nulla, né della tribuna né della stampa. E' frequentata da personaggi rumorosi seduti su panchine di legno rosso modello parco per anziani e, appena sotto le suole, grosse matrone avvolte in parannanze verdi cuociono quintali di salsicce. Spedendo fra los periodistas nuvole di fumo e puzza di grasso bruciato. Però almeno è parzialmente coperta, la tribuna, così schiatto di freddo ma senza inzupparmi.

Sabato sera, anzi notte. Qui le partite prima delle 21.30 non iniziano. Piove a secchiate e tira un vento che pare lo stretto di Magellano. Se non altro capisco finalmente come fanno i foglietti di carta lanciati dagli spalti ad invadere i campi argentini. Ci arrivano per la burrasca forza otto.

In palio ci sono punti buoni per la qualificazione al Mondiale, ma Argentina e Bolivia arrivano all'intervallo sullo 0-0. Il parziale è sottolineato dai tifosi degli altipiani con un casino infernale. Ci sono 2 milioni di boliviani, in Argentina, anche se una buona fetta se n'è tornata a casa dopo la crisi e quelli che sono rimasti al di quà del rio Pilcomayo sono affamati nel vero senso della parola. Ne so qualcosa perche' sono venuto a Buenos Aires per scrivere una tesi sull'argomento (sulle conseguenze della crisi economica, non sul calcio) e intuisco i motivi di tutto st'entusiasmo. Illusorio, visto che finirà 3-0 e segnerà persino D'Alessandro.
Chiedo al mio vicino di panchina se il Monumental è lo stadio che ospitò la finale dei Mondiali del '78. Quelli di Kempes, di Zoff (auguri, ndr) e dei militari, insomma.
''De donde sos vos?'' mi fa Hebert Benitez-Gioachini, che si è appena fermato dopo 45 minuti ininterrotti di schiamazzi radiofonici.

Se non mi fossero bastati 3 giorni per capire che l’argentino sta al castigliano come il nisseno al fiorentino, penserei che lo straniero è lui.

Rispondo. Spiego. Ri-rispondo. Preciso.

"Che... tienes un castellano* barbaro!''.

Che poi non è un'offesa, ma un complimento. Interessato.
Sfruttamento a fini di audience in cambio di una dose di notorietà.
Il canovaccio è consolidato, Byron Moreno docet.
Mettiti la cuffia, inforca il microfono e vai con Dios: sei minuti e mezzo in diretta sui 100.1 di Radio La Costa.
E non è finita.
Alle nostre spalle c'è Victor Tujschnajder di Tyc Sports.
"De donde sos vos?".
Aridanghete.
Alla fine della fiera è talmente tardi che devo tornare a San Telmo a piedi.

E il giorno dopo devo sfoderare l'unica camicia decente e tentare di non cesellarmi la faccia con il trilama usa e getta della Bic: si va in onda dalle 13 alle 15 nella trasmissione Estudio Futbol su Tyc Sports.
E che i jeans abbiano un buchetto figlio dell'euforia di un cagnaccio durante le fasi più calde dell'assemblea barriale del Bar Avellaneda** fa niente, l'inquadratura lì non ci arriva.

Conduce Alejandro Enrique Fabbri, che esordisce così: "Questo è il campionato più scarso della storia argentina, nel week-end ho visto tre partite e ogni volta mi sono addormentato". E finisce così: "Il Boca ruba come la Giuventus". In mezzo, un sacco di randellate. Per la cronaca Tyc Sports detiene i diritti del campionato.

Durante una pausa pubblicitaria mi si avvicina il cameraman, Gustavo ("di cognome faccio Sonato, che in italiano vuol dire 'mezzo scemo', no? Beh... pensa che mi chiamano così pure di soprannome... hehe"), ansioso di mostrarmi un libricino giallo dal titolo 'Descubriendo la mente natural', scritto da un Lama trasferitosi in Argentina nell'85.

"Questo non si trova mica nelle librerie, sa'!".

Prima che si addentri nei dettagli, lo interrompe Carlos Silva, detto El Negro, il produttore.

A Estudio Fùtbol non ho aperto bocca, ma ho appena vinto taxi, seduta di trucco e invito a Boca TV, per dire martedì sera in 'Palco de Prensa', neonato covo di Xeneizes, cosa penso della Toyota Cup contro il Milan e visto che ci sto anche di Carlos Bianchi.

Nove vittorie e otto sconfitte in 25 partite e Totti quasi blucerchiato, ecco cosa penso.

Poi mi esce che "Shevchenko tiene el piedazo caliente" e che "Rivaldo va a Tokyo solo se si compra el boleto de l'avion" e mi guadagno la pagnotta. I due conduttori, Roberto Leto e Marcelo Palacios, instono per riavermi dopo la finale dell'Intercontinentale.

Bisogna vedere se torno in tempo dalla Patagonia.


P.s. Insomma, siccome la prima e ultima volta che ho messo piede in uno stadio per una partita di qualificazione ai Mondiali sono successe un po' di cosette a catena, c'ho riprovato.
A 800 metri da casa mia, all'AAMI Park - nella foto - era in programma un succulento Australia-Arabia Saudita. E' finita 4-2. Ma senza un paratone di Schwarzer al 92° finiva 4-3, che suona sempre bene. E con un paio di gol negati da un assistente più ciuccio di Romagnoli finiva tanto a poco. In realtà m'ero prodigato per rimediare l'accredito dopo aver scoperto che l'allenatore a progetto dell'Arabia è Frank Rijkaard ("Prossima sfida?" "Tornare a casa"), mentre quello dell'Australia è tal Holger Osieck, che a Italia '90 era il vice di Beckenbauer.
In pratica, visto che questo minuto ce l'ho sul gargarozzo da 22 anni, cercavo solidarietà. O vendetta.

*
che poi suona castesciano
**
che poi suona Avescianeda

giovedì 12 gennaio 2012

Open

DAY 15
Adam Altschuler m'è venuto a cercare mentre sbirciavo Nole e Rafa uscire dagli spogliatoi per entrare in campo. "You're my good karma", mi ha detto. Giusto perché l'ho intervistato il primo giorno del torneo, e oggi la sua Bethanie Mattek-Sands (guardare per credere)
ha vinto il titolo di doppio misto. E non gli avevo neanche detto che è andata allo stesso modo con Radek Stepanek (che ha vinto il suo primo Slam di doppio a 33 anni), e Sam Sumyk (che allena l'Azarenka, quindi oltre a "vincere" il suo primo Slam e diventare il coach della numero uno del mondo, ha pure intascato la percentuale sui 2 milioni di euro vinti da lei). Ah, se solo Rogerino si facesse intervistare.

p.s. Djokovic e Nadal decidono di chiudere la finale più lunga della storia del tennis Open verso le 2 di notte, un paio d'ore prima della sveglia. Ma ne è valsa talmente la pena che rimango per le conferenze stampa e poi vado direttamente in radio.

DAY 14
Scanagatta è stato allontanato da Melbourne Park fino alla fine del torneo per utilizzo non autorizzato della videocamerina. Io invece ho rischiato tre giornate di squalifica per fallo di reazione su una tipa mezza ubriaca che mi ha rovinato lo stand up. La moviola avrebbe mostrato chiaramente che il mio gomito ha deliberatamente raggiunto il suo occipite sinistro. Ma l'ho fatta franca.

Interviste: Fest, Velickovic
DAY 13
John Toscano, il fotografo che quattro anni fa diffuse la notizia della mia ospedalizzazione quando dall'ospedale mi avevano già cacciato a male parole, mi ha presentato Santo Cilauro. E' un personaggio nato a Melbourne, come intuibile non ha origini norvegesi, e conduce il Mai dire Gol locale su Channel 7. Se non lavorassi per la concorrenza mi avrebbe già assoldato per recitare una parte nella sigla del programma. Ma non ha escluso di chiamarmi per fare altre cose, tipo Bibendus o Frengo e stop.

Interviste: Sam Smith (anche se è laziale e dicaniana), Alexander Zilbert di Sovetskij Sport (ribattezzato Johnny Balbuzio), Sara Errani (per la settima e credo ultima volta), Roberta Vinci.

DAY 12
L'Australia è l'unico Paese al mondo che non celebra la festa nazionale nell'anniversario dell'indipendenza, della firma della costituzione o della nascita del Kim Jong Il di turno, ma nel giorno dell'insediamento di una colonia penale. Il fatto che prima dell'arrivo di 700 prigionieri e 330 carcerieri ci fossero 300.000 aborigeni, poi largamente sterminati, porta questi a battezzare il 26 gennaio the Invasion Day. Oggi quattro gatti dei loro hanno protestato contro la primo ministro e il leader dell'opposizione con le lingue di menelik e quegli invasati dei bodyguard hanno scatenato un parapiglia in stile 22 novembre '63.

Più di 3 ore davanti al computer Gianni non ci sa stare. Perciò oggi che gli tocca seguire il serale (presenti Federer e Nadal?) è arrivato alle 18, quando una semifinale femminile era finita e l'altra era al terzo set. Gianni si è presentato avvolto in un striscione azzurro dell'ANZ, la banca sponsor del torneo: prima gli ho chiesto se me lo passa come tenda per la doccia o come anticipo sulle provvigioni, quindi gli ho comunicato che era passato a cercarlo Ken Rosewall. In sua assenza l'ho sequestrato e intervistato.

Interviste: Ken Rosewall, Neil Harman, Cinà&Lozano, Bracciali
Servizi: Australia Day, stand up 1&2

DAY 11
In radio era il giorno del dibattito, con le linee aperte agli ascoltatori: oltre alla solita telefonata fasulla rompighiaccio e all'immarcescibile signora Anna, hanno chiamato due persone di anni 91.
Interviste: Navarra, Di Palermo, Errani, Vinci.

DAY 10
Il libro non me l'ha ancora passato, ma a mezzanotte e nove minuti Gianni mi ha chiamato per sapere se era vero che Berdych aveva sprecato un set point nel secondo contro Nadal. Gliel'ho confermato, ma quando stavo specificando che aveva messo in corridoio una volèe di rovescio non impossibile, Gianni mi ha stoppato. Perché i dettagli non gli interessano - nel suo articolo scriverà solo che Berdych gioca meglio a tennis ma non ha né testa né cuore. I lettori di Repubblica mi diranno quale giro di parole ha arrotato per esprimere 'sto concetto.

Mi rifiuto di pensare che uno che ieri stava in macchina con me, mamma e papà e non staccava il muso da un manga in bianco e nero possa dare fastidio ad uno che viene scudisciato quotidianamente da Ivan Lendl e che oggi si è andato ad allenare sui campi di Kooyong a mezzogiorno con 33 gradi. Versate lo stipendio mensile su Murray in 3 set.

Interviste: Chris Brown (CEO Kooyong), Crivelli, Lozano, Errani, Vinci
Servizi: Kooyong, stand up 1&2

DAY 9
Quattro anni fa Gianni buttò lì che avrebbe scritto l'introduzione del mio libro sul giro del mondo perché la via della seta era sempre stato un suo sogno. La proposta poi cadde, forse perché se l'era dimenticata (lascia stare che il libro non l'ho mai scritto).
Ieri mi ha buttato lì di fargli da agente letterario in Australia per il suo libro sugli aborigeni. Oggi vedo se se lo ricorda ancora.

Interviste: Stepanek, un gruppetto di ultras catanesi, Errani, Barazzutti.
Servizi: stand up1&2, i tatuatori.



DAY 8
Per un attimo col buio m'ero illuso che il ladro m'avesse restituito la bicicletta (cosa fra l'altro gia' avvenuta col precedente ferro vecchio), invece mi hanno solo fregato il posto. Poi sono scoppiati 35 gradi e ho fatto allucinazioni di altro tipo.
Nicolas Almagro, cagnaccio simpatico come un pugno di sabbia nelle mutande, tira una pallata addosso a Berdych in uno scambio sotto rete e fa il punto. Poi gli chiede scusa perché così si fa, ma il ceco non gliela perdona e pur vincendo di straforo 4-6 7-6 7-6 7-6, a fine partita non gli stringe la mano. Il pubblico si schiera dalla parte dello spagnolo e bombarda Berdych di fischi. Così Almagro si presenta sorridente nella mini conferenza stampa e a sette giornalisti iberici, uno argentino e uno italiano imbucato (io), dice: El pueblo es savio. (Y jamas sera vencido, aggiungo).

Interviste: 8. Jack Reader - visto che c'ero - in radio. Wataru Tsukagoshi (il Rino Tommasi giapponese), Xiaochen Sun (il Riccardo Bisti cinese), Pablo Lozano (due volte, la prima l'operatore s'era dimenticato di accendere il ricevitore del microfono), Francesco Cinà, Tathiana Garbin, Camilla Rosatello, Sam Sumyk - in tv.

DAY 7
Nel circuito c'è solo una persona più schizzata di Dolgopolov: il coach di Dolgopolov. Si chiama Jack Reader, pare il Peter Fonda di Easy Rider, parla una via di mezzo fra l'australiano, il tedesco e il vicentino, e quando gli dici: "Ah Giacomo, 80 colpi vincenti sono tanta roba, ma sul 6-6 non è il caso di prendere qualche rischio in meno?" si aggiusta la chioma da hippie e con la voce arrochita risponde: "No, no, va bene così. Anzi, ne deve prendere di più, di più!". Poi ride. E più tardi ti manda un sms per sapere dove mangiare la pizza a Melbourne. Lui che è di Adelaide. E poi ti richiama per dire che la pizza era così così, ma l'amaro Averna ha salvato la serata. E poi spegni il cellulare perché se ti devi alzare alle 5 non è che puoi stare appresso a Jack tutta la notte.

Interviste: Errani, Barazzutti, Napolitano (non quello del senso di responsabilità, uno juniores di belle speranze)
Servizi: stand up 1&2, Flinders Station (con tanto di coglionella sulla toponomastica australiana, girato un minuto dopo essere uscito dalla radio - ecco spiegate le occhiaie), e il percorso col tram dal centro all'impianto con l'arrivo degli spettatori. Fra gli altri tal Giancarlo di Roma, il quale mi ha detto che è in Australia perché si interessa di biologia. Ma non ha spiegato a dovere il nesso fra il tennis e il mondo animale.

DAY 6
Altra sveglia Totally Unnecessary (dedicata all'amico Panofsky) alle 6. I match sono così scontati che sembra di essere tornati indietro di 20 anni e sono così brevi che sembra di essere andati avanti di 30 anni. Le uniche eccezioni sono i serali, dove succede sempre qualcosa di giornalisticamente rilevante, Kukushkin schianta Monfils, Serena litiga con le falene e Dolgopolov perde tirando 80 vincenti. In altri termini: di giorno bisogna sempre estrarre conigli dai cilindri e di sera si va a dormire tardi tardi. Comincio ad accusare.

Interviste: 3 (Pablo Lozano, Romina Oprandi, John Newcombe).
Servizi: 3 (stand up 1&2, Ferrer e gli autografi)


DAY 5
Cercasi idee disperatamente. Vabbé che quello che ho detto ieri, già oggi non se lo ricorda nessuno (a meno che non sia uno strafalcione, nel qual caso me lo porto nella tomba), ma rifare i servizi di colore dell'anno scorso non mi pare la via più breve verso il successo.
E dopo l'uscita di tutti gli italiani tranne una e mezza, se l'unica idea che mi è balenata è quella di stanare il cimitero delle racchette fracassate da Baghdatis mi sa che sono condannato a svegliarmi alle 4.

Interviste: 6 (Tiley, Starace&Bracciali, Errani, Vinci, Barazzutti, Pennetta&Dulko alias signora Gago, alla quale non ho potuto fare a meno di chiedere se nel frattempo è diventata tifosa daaa magggica)

DAY 4
Pure a Melbourne rubano le biciclette. Evento tutto sommato probabile, quando tua moglie non lega la catena.
Per la prima volta dal 22 gennaio 2004 il match di Federer non era programmato sulla Rod Laver Arena. Purtroppo la schiena di Beck (ex allievo del Pistola) ha ceduto, il tedesco si è ritirato e non c'è stato concesso di vedere il Maestro su un campo normale.
Francesca Schiavone è talmente squilibrata che quando vince mozzica e quando sbraca contro la numero 80 del mondo ride e scherza.
La vittoria della Hantuchova potrebbe valere un tablet. Ma finché non vedo la pizza del primo turno non ci credo.
Interviste: 4 (Bolelli&Fognini, Cipolla, Schiavone, Oprandi)

DAY 3
Se l'unico giorno in cui non sei di turno in radio pur venendo da 18 ore filate di lavoro ti svegli alle 6, significa che è giunta l'ora di un salto in farmacia. Piccola testimonianza trasversale - ce ne fosse ancora bisogno - della antipodica considerazione del lavoro:
La radio australiana per la quale collabori e che già ti paga (e pure benino), fa una mezza gaffe sul tennis e corre ai ripari chiedendoti di intervenire ogni giorno 5 minuti sull'argomento. Prima ancora che tu chieda a che ora ti chiameranno, anticipa che ti verrà corrisposto un gettone extra.
Una radio italiana che non hai mai ascoltato e che non ti ha mai filato, chiede al tuo temporaneo datore di lavoro di chiederti di intervenire tutti i giorni. Gratis, perché è vero che sul contratto non c'è scritto, ma non è che al direttore puoi dire di no, e poi non si sa mai, è capace che in futuro eccetera eccetera.
Interviste: 5+2 (Seppi, Viola, Lorenzi, Vinci, Errani, Volandri&Starace non in video)
Servizi: stand up 1&2

DAY 2
Basterebbe dire che la sveglia ha trillato alle 4.25am per dire che la giornata poteva solo migliorare.
Guardare la partita nel box di un coach di tennis può essere un'esperienza un po' rischiosa - se il tuo datore di lavoro ha perso col suddetto in tribunale e non gradirebbe la tua presenza lì - ma anche molto proficua, se il suddetto coach promette pizza, dolce e birra in caso di doppio fallo dell'avversaria e quella commette 3 doppi falli esattamente quando il coach li chiama.

Interviste: 9 (D'Aprile, Serrao, Scanni e Pistolesi in radio, Cipolla, Oprandi, Schiavone, Fognini, Brianti in tv)
Servizi: 2 stand up (senza mai sbirciare gli appunti)





DAY 1
Dopo una cenetta con Pistolesi a base di carbonara, tiramisù (grazie, canguro'!) e Venditti, ho cercato invano fino a mezzanotte le presentazioni della metà dei servizi che dovevo annunciare stamane. Non le ho trovate per un motivo semplicissimo: non c'erano. Le conseguenze sulla mia alba in radio sono state tossiche.
Quelle sul tennis sono state quasi peggiori. Per raccontare nello stesso servizio cosa sono l'MCG e il ponte di Barak (quello di Mimì) mi sono perso sulla Yakimova, la Bratchikova, Kudryatsev e Kutznetsov. In pratica m'è scappato l'occhio sul foglio degli appunti. Una vera pippa.
La ciliegina sulla giornata è stata tornare in radio al tramonto per finire di editare una storia e un'intervista. E scoprire che nonostante nove telefonate, decine di mail e sms, un inseguimento tragicomico (io pensavo che fosse lei "al tennis" a Melbourne, lei era convinta chissa' perche' che io fossi "al tennis" a Sydney - hai voglia a cerca' lo stand della Corona), la manager di Maradona poteva darmi solo due minuti e 30 di monosillabi per la trasmissione di domani.

Interviste: 5 (Lorenzi, Barazzutti, Viola, Altschuler, Derudi)
Servizi: 3 (Isola del Giglio, Clinton sull'Algeria, stand-up)
Ore di sonno: 4
PREQUEL
Negli ultimi 2 mesi la sveglia ha suonato un fottio di volte a un quarto alle cinque. Perché è vero che da casa a Fed square sono dieci minuti scarsi - e sarebbero la metà se la bici non pesasse come un capitello corinzio - ma quando devi confezionare trasmissioni al secondo (e se sfori di due, come ho fatto la mattina del primo gennaio, ti becchi un richiamo ufficiale), è meglio arrivare in radio assieme all'amico nepalese che pulisce l'androne. Prima dell'alba.
Negli ultimi 2 mesi mi sono occupato di Libia e di Algeria, di Siria e di Iran, di Nigeria e di Stati Uniti, dell'alluvione del messinese e dell'arresto di Zagaria, di evasione fiscale e di cure palliative, di insonnia e di mozzarella di bufala, di compagnie aeree low cost e del Natale a Medellin, di incendi a Margaret river e di gambizzazioni a Roma, di spread e di documentari sul malocchio, di a-league e di vela, di fuga degli studenti indiani dalle università australiane e di tivvù, di potere d'acquisto del dollaro e di donnine che albergano a Scoglitti (lo so che è un'altra storia, ma non riesco a togliermela dalla testa). Perché la chiave del giornalismo è la specializzazione.
Infatti un tempo ce l'avevo pure. E non era stata scelta a caso.
Per cui svegliarmi alle cinque, arrancare nove minuti in bici, litigare con Netia, iNews, il Cartstack e il cronometro, parlare in successione di Ban Ki Moon, musica aborigena, cricket e sagra del culatello, da domenica sarà un po' più leggero. Perché poi alle 10 in punto timbro il cartellino e vado a Melbourne Park fino a mezzanotte.
Il fatto che mi restino 4 ore di sonno è un dettaglio compensato dal marsupio porta tablet incluso nel kit per i giornalisti.