sabato 13 settembre 2014

Leave in the Time of Ebola

In genere funziona così: decidi di andare in un posto, in qualsiasi posto, e improvvisamente la cronaca nera si accorge che esiste. Sembrano coincidenze - e in qualche caso lo sono pure - ma è soprattutto questione di livello di attenzione e di messa a fuoco. Tua, non dei media. Ogni tanto il caso calca un po' troppo la mano e ti ritrovi in Cina mentre arriva l'aviaria, nel sud-est asiatico mentre arriva lo tsunami o in Georgia mentre arrivano le bombe russe. Perciò all'inizio ti chiedi se sei tu a portare sfiga oppure se lo stellone che porti dietro è di marca. Ma col tempo piuttosto ti fai una birra. Perciò se il 14 giugno compri il volo per Nairobi, il 16 Al Shabaab dichiara il Kenya "zona di guerra" e il 18 massacra una sessantina di persone, non ti passa manco per la capa di pensare che sia un segno del destino. La derubrichi a fatalità. Come gli attentati in Egitto, la seconda intifada in Palestina, le rivolte in Nepal, il golpe anti Chavez, i droni in Yemen, un sacco di terremoti, quasi quasi pure Fukushima. Se in Bosnia c'è la guerra non si cambia strada, ci si va. Figurati se la peggiore epidemia degli ultimi 40 anni bussa alle porte di Uganda e Ruanda, o se la settimana della partenza si apre col massacro di tre povere suore in Burundi. L'idea che un elefante ti passi sopra la tenda non attira per niente, ma il resto fa l'effetto del miele, della marmellata, del cacio sui maccheroni.
Giusto quando arriva il momento in cui ti fanno firmare il testamento ecco, due scongiuri ti scappano.
In caso contrario, ci si vede a Roma tra un mese.