domenica 26 giugno 2016

La decrescita felice

Passerà, prima o poi, questa noi mortale, questa monotonia che in confronto la Formula Uno è tutto un Moët Moment. Almeno i piloti con l'auto bionica sono due. E poi magari uno rompe, uno si ritrova una gomma a terra, un meccanico si inceppa, una Sauber ti tampona. Botte di adrenalina, rispetto al tennis. Djokovic non rompe mai, non si sgonfia mai, non si inceppa mai e gli altri vanno talmente piano che il cannibale lo batte solo la congiuntivite.

Ci vuole pazienza, però, perché uno più forte del serbo non è ancora venuto fuori e non è detto che nasca. L'Impero del Nole non finirà sotto i colpi di un altro. Djokovic andrà avanti finché non correrà i 100 in 9'50, finché i contemporanei non saranno umiliati e i posteri non sapranno di essere eredi per caso. Quando Nole avrà battuto pure Beamon e Sotomayor e la Serbia avrà il suo nuovo grande Presidente, allora sì, la palla passerà al fortunello di turno, uno che sarà l'antitesi del perfezionista di Belgrado: cialtrone, guascone, un po' quaquaraquà. Amato perché atteso sì, ma non osannato, perché la sua missione nella storia non sarà migliorare il tennis, ma riumanizzarlo, guidandoci verso la decrescita felice. 

Nick il guappo, il nostro candidato, è nato esattamente 21 anni fa a Canberra. Un postaccio freddo e isolato, senza una spiaggia, una stazione, un aeroporto internazionale, una squadra di calcio o di footy. Una capitale messa su di corsa per evitare che la rivalità tra Melbourne e Sydney superasse il livello di guardia e costruita seguendo il mito della città ideale, fatta di vialoni, laghetti, parchi e gallerie d'arte. Sulla carta tutto bello, in realtà un'accozzaglia di edifici anonimi, odiata dai suoi stessi abitanti. Un posto talmente  alienante che negli anni Ottanta il Primo Ministro australiano John Howard preferiva sorbirsi 300 chilometri di Hume freeway pur di non viverci. 

Nicholas Hilmy Kyrgios è venuto al mondo lì, a una manciata di isolati dalle sede delle istituzioni federali, terzo figlio di due immigrati: una principessa malese che aveva cestinato il titolo nobiliare pur di sbarcare down under assieme alla madre, e un pittore - nel senso di imbianchino, non di artista - nato in un paesino sulle montagne Epiro e che aveva fatto le valigie per l'Australia durante gli anni Sessanta. Quelli che in Grecia sono stati favolosi solo per i colonnelli.
Giorgios detto George e Norlaila detta Nilli (lo shock da toponimi aborigeni ha portato gli Aussies ad un'intolleranza verso tutto ciò che eccede le due sillabe - così breakfast diventa brekky, barbecue barbie e Nicholas, ovviamente, Nick) avevano già avuto due figli. Uno battezzato secondo il rito ortodosso come il nonno paterno, Christos, l'altra come una principessa mesotopotamica, Halimah. Per i motivi di cui sopra, i due sarebbero poi diventati X e Hali. Col tempo si sarebbero diplomati rispettivamente in legge e in spettacolo, quindi uno avrebbe aperto palestre a Brisbane, l'altra avrebbe finito per recitare, danzare e cantare nei teatri giapponesi. Ma il loro posto al sole lo avrebbero trovato nella corte dei miracoli del piccolo Nicholas, tanto spavaldo in campo quanto bisognoso di sentirsi tra due guanciali una volta uscito dalla comfort zone familiare.
Che poi secondo Andrew Bulley, il suo primo mentore sui terreni spelacchiati del Lyneham tennis centre di Canberra,  quel ragazzino paffuto del Redford college non ha niente di speciale neanche con la racchetta in mano. È lento - e ci mancherebbe, tracagnotto com'è - e la testa parte spesso per la tangente. Basket e XBox, quelle sono le vere passioni del piccolo wog*. Passatempi che danno sostanza al suo bisogno di miti: i Boston Celtics, il Tottenham, Kevin Garnett, Adebayor. Tutte icone che sono ancora lì, nel pantheon kyrgiossiano, assieme alla famiglia, ai cani, al sushi e ai Griffin. Il Terzo Millennio ha aggiunto solo Rihanna e Twitter. E il sesso, vabbé.

Per carità, si applica e non manca mai un allenamento, Nick. Quando il circolo è chiuso, Nilli lo aiuta a scavalcare la recinzione per fargli tirare due colpi, anche a costo di obbligare la sorella a fargli da sparring. Perché il fisico non c'è, non ancora, ma l'appoggio della famiglia è totale e incondizionato. E lui intuisce che il dono di natura alimenta solo rimpianti e chiacchiere da bar. Per arrivare lassù ci vogliono volontà, umiltà e ambizione. Non in questo ordine, e per fortuna non in parti uguali. Quella stella polare lo porta, appena sfinato e sviluppato, a indossare la canotta della rappresentativa juniores di basket dello Stato. Un amore, il primo, breve e intenso ma che finisce a schifio. A 14 anni, dopo l'ennesimo infortunio, Nicholas ripercorre le orme dei genitori, abbandona la patria del cuore, la palla a spicchi, for a greater good, il tennis.
Nel giro di un paio di mesi la federazione lo prende sotto la sua ala, gli assegna una borsa di studio, lo affida all'ex pro Todd Larkham e lo mette su un aereo per le Figi. A Lautoka, Nick spiezza in due tutti gli avversari, e in finale lascia 4 games all'israeliano Dekel Bar, di due anni più grande di lui, intascando il primo titolo ITF junior. Kyrgios ha 15 anni e 2 mesi, i capelli malamente ossigenati, al collo una collanina con un crocifisso, in camera i poster di Philippoussis, Tsonga e Federer. Sul diario di scuola un motto nuovo nuovo: "Individua i tuoi idoli e poi superali". Il treno è lanciato.
L'anno seguente, NK fa capolino nel torneo junior degli Australian Open: in tabellone le primedonne sono altre, Thiem, Vesely, Pouille, e il quindicenne Nick non va oltre il terzo turno. I riflettori australiani tra l'altro sono tutti per Luke Saville, che nel giro di 12 mesi vince due baby Slam e sale al primo posto del ranking giovanile. Ma i ben informati lo sanno che the next big thing è l'altro, quello meno biondo e meno anglo, nel look e negli atteggiamenti. Il potenziale è roba seria, Kyrgios merita fiducia e investimenti. Perciò a Larkham, che lavora sulla tecnica e sulla tattica, si affianca Aaron Kellet, che si prende carico dei muscoli e della testa. Un compito ingrato. Il terreno è sconnesso, il soggetto è spigoloso e bipolare: Nick si atteggia a Lil Wayne e ha fame a giorni alterni, ogni tanto dorme col sedere scoperto e quando c'è da lottare a volte si nasconde, altre si esalta. La lontanza da Canberra, poi, provoca lacrime e frustrazioni, isteria e euforia.

Larkham si concentra soprattutto sui colpi di inizio gioco, perché il tennis di oggi va così e perché Nick è figlio del suo tempo. L'umore è instabile, il corpo fragile. Kyrgios colleziona problemi un po' dappertutto, al ginocchio, al gomito, alla schiena. Anche se in palestra si danna, la mobilità resta il suo tallone d'achille. E poi psicologicamente è un front runner, Nick. L'entusiasmo che mette in campo è proporzionale ai 15 di vantaggio sull'avversario. Insomma, meglio insegnargli a prendere subito in mano lo scambio, perché è lì che Kyrgios dà il meglio di sé quando schiaffeggia col dritto, quando aggredisce le risposte come se avesse appena subito un affronto, quando frusta servizi sempre più forti da altezze sempre più mature. Il più delle volte, l'istinto basta e avanza per portare a termine lo spettacolo tra gli applausi, ma scrivere il copione diventa impossibile come fare le previsioni meteo a Melbourne. È sempre e solo Nick a decidere se piove o c'è il sole.

Il primo assaggio del circuito pro va esattamente così: nel pomeriggio in cui Viola recupera da 5-0 40-0 e batte Lajovic dopo aver annullato 8 match point, Nick strappa il primo set al francese Rodrigues, poi si dissolve. Ha 16 anni e mezzo, una sconfitta nel primo turno delle quali di Melbourne - gli dicono - non è un dramma. Lui, ovviamente, i drammi li fa eccome, ma in quel 2012 solleva comunque un paio di coppe para-importanti, mettendo a segno la doppietta Parigi-Londra in doppio juniores. Andrew Harris, il suo partner, fa talmente bella figura accanto a Nick che John Roddick, fratello di Andy, lo mette sotto contratto per gli Oklahoma Sooners. Peccato che quello buono fosse l'altro. A Wimbledon, dove il duo Aussie si impone senza concedere set, a farne le spese in finale sono Donati e Licciardi. In singolare, invece, Kyrgios si ferma nei quarti, beccando 6-3 6-1 da Quinzi. Ventiquattro mesi mesi dopo toccherà a Nadal saggiare le sue pallate, e lo spagnolo non ne uscirà bene come GQ.

Il teenager Aussie arriva all'appuntamento con Rafa tra uno strappo e l'altro. Diciotto vittorie di fila a livello junior tra fine 2012 e inizio 2013, i primi punti ATP raggranellati nei futures giapponesi, il titolo giovanile a Melbourne in finale sull'amico Kokkinakis, il challenger di Sydney conquistato prima del diciottesimo compleanno (marchio di fabbrica di grandi del calibro di Djokovic, Nadal, Hewitt e Del Potro), giocando nella stessa domenica quattro partite - semi e finale di singolo, semi e finale di doppio - e vincendone tre. Con in tasca il primo assegno da 7mila dollari, e dopo aver scalato 500 gradini ATP in meno di due mesi, la sera stessa #NKrising vola a Pechino. Accanto a lui non c'è più Larkham, ma Simon Rea. È il coach neozelandese ad accompagnarlo negli ultimi 3 tornei Futures della vita, quando Kyrgios si aggiudica 12 partite su 14 chiudendo la parentesi ITF proprio il giorno del suo diciottesimo compleanno, con un titolino in Cina e l'ingresso tra i primi 300.

Rea rimarrà al suo angolo per 18 mesi. Lo vedrà battere Stepanek al debutto a Parigi, quando Nick cancella 6 set point consecutivi nel secondo e finisce col vincere 3 tie break su 3 perché quel giorno, al Roland Garros, c'è il sole. Rea lo vedrà qualificarsi per il main draw New York e impegnare per un'oretta Ferrer, lo vedrà infiammare Melbourne Park contro Becker e Paire, lo vedrà intascare back-to-back i challenger di Savannah e Sarasota e rispettare l'obiettivo-top 200 in tempo per il diciannovesimo compleanno. 

E c'è sempre Rea nel suo angolo, quando nell'estate 2014 il greco-malese-australiano dà un colpo di clacson al pianeta-tennis. Nick atterra a Nottingham, dove sono in programma due challenger, da 173 ATP. La classifica è buonina ma non basta per entrare a Wimbledon dalla porta principale. Kyrgios è solo il settimo australiano del lotto, e anche i due che lo precedono - Duckworth e Groth - sono a caccia di punti per disputare i Championships. Le Eastern Midlands diventano così la sede di una specie di play off per la wild card Aussie, ma Nick si complica subito la vita: fuori fase, nel primo torneo viene maltrattato dal suo mate John Patrick Smith, che in patria è il numero 8 e in classifica lo tallona pure. Per aggiudicarsi un armadietto a Wimbledon, insomma, serve un mezzo miracolo e nel secondo challenger, Nick lo confeziona. La rincorsa comincia dalle quali, poi in tabellone NK recupera un set di ritardo a Bemelmans, quindi liquida Edmund, la spunta 7-6 al terzo contro Krajinovic e in semi supera facilmente Mecir jr. La finale contro Groth è uno spareggio per l'All England: dopo due tie break e uno stop per la pioggia, Kyrgios intasca il terzo titolo challenger dell'anno. Poi, prima della cerimonia e dei ringraziamenti, arriva il premio più atteso, la chiamata di Andrew Jarrett, capo degli arbitri di Wimbledon. La wild card è sua.


Sui prati di Londra, Kyrgios fa fuori Robert, poi annulla 9 match point a Gasquet e vola al terzo turno facendo meno punti del francese. Prima di sbarazzarsi di Vesely, la promessa Aussie è ospite di Mats Wilander e Annabel Croft su Eurosport: una decina di minuti di ovvietà sbiascicate, mai uno sguardo dritto in camera. La risposta più lunga dura 22 secondi ed è infarcita da 10 "You know". Il primo luglio, però, la parola torna al campo. Ci sono gli ottavi, c'è il Centre Court, sugli spalti 8 Fanatics, al suo angolo Hali, George, Aaron, Simon e la fisio Anne-Marie, dall'altra parte della rete il numero uno del mondo, Rafa Nadal. Si comincia alle 4.10 del pomeriggio con un ace di Nick, si finisce 2 ore e 59 minuti dopo con un altro ace di Nick.

In mezzo altri 35 ace, 70 vincenti e una specie di tweener al contrario, sul 3-3 nel secondo set, che racconta Kyrgios molto meglio di questi ventimila caratteri. Grado di difficoltà cento, dose di fortuna oltre la soglia di sopportazione. Un altro si sarebbe scusato, per quella demi volée da fondo campo in mezzo alle gambe. Stai pur sempre giocando contro Nadal nel tempio del tennis, non è che puoi bullarti per un punto da cineteca che è fondamentalmente un colpo di culo, e poi pure esultargli in faccia. Tu non ti fai ancora la barba, quello è Rafa, se la lega al dito ti manda a casa a piangere da mamma. Un altro avrebbe pensato così, Nick no. Nick non solo non ci pensa proprio a chiedere scusa. No, lui allarga le braccia per invitare l'applauso, per accogliere l'ovazione, per far sapere al mondo che lui è un fottutissimo genio, che quei colpi ce li ha nel sangue, per indicare ai fedeli le dimensioni del suo ego. "Preferite lui o me?". Fino al 30 giugno 2014 Nick è un prospetto, dal primo luglio è un personaggio che entra nel circuito a piedi uniti. E dettando pure le condizioni. "Io sono questo. Se non vi sto bene, peggio per voi". Perché il mondo di Kyrgios non conosce sfumature di grigio. O sei un lover o sei un hater.


È il giocatore con la classifica più bassa ad aver fermato Rafa in uno Slam, il primo teenager a bloccare la corsa di un numero 1 in un major eccetera eccetera, ma il dato che a lui interessa di più è che al suo risveglio i followers su Twitter sono triplicati. La marea dei fedeli si ingrossa, o almeno così crede. Prima che si schianti contro Raonic nei quarti, Nick è già stato processato, psicanalizzato e deificato decine di migliaia di volte. Troppo viziato e immaturo, si dice, potente e talentuoso sì, arrogante pure. Ma anche forte forte. E talmente fuori di testa da liquidare Simon Rea il giorno dopo i quarti di Wimbledon, dopo essersi affacciato tra i top 50. Perché nessuno pensi che i meriti dei suoi exploit vadano condivisi. I traguardi sono solo roba sua. Il lungo dopo-Djokovic comincia così.

La Bonds, la Beats e la IMG montano sul carro. Via la fascetta di spugna da bamboccione, il sopracciglio viene sfoltito con due rasoiate, ad ogni torneo spunta un taglio di capelli diverso  disegnato da una parrucchiera di Melbourne, Gidget Ricca. E poi, sotto il mohawk, l'orecchino, anzi il brillocco da gansta paradise, perché quando si è truzzi dentro è giusto rivendicarlo, il proprio orgoglio coatto. Tutto quel che segue è inevitabile, fastidioso e in un certo senso liberatorio. Kyrgios dà il pruriti ai colleghi, alla stampa, alla maggior parte delle persone dotate di senno. Ma prende a calci l'etichetta prima di esser diventato un ex. E uno così, mentre Roger e Rafa imboccano il viale del tramonto, al tennis serve come il pane. Le spacconate non iniziano subito dopo Wimbledon, perché prima di Natale Nick gioca solo altre 8 partite perdendone la metà. A tenerlo lontano dai campi c'è qualche malanno, una pressione che schiaccerebbe un elefante e la malattia dell'adorata nonna materna. Quando Julianah Foster muore, a 74 anni, Nick si fa tatuare quei due numeri su un dito, il medio, che da lì in poi bacerà ad ogni vittoria. Durante la pausa invernale, poi, contribuisce con 10 mila dollari alla ristrutturazione del vecchio Lyneham tennis club, dove una tribunetta in legno viene battezzata Nanna's Hut in memoria della nonna malese.

Il ritorno di Kyrgios sul proscenio è col botto. Quarti a Melbourne, con match point annullato a Seppi, e Nick aggiorna il libricino delle statistiche-che-contano: l'ultimo teenager a raggiungere i last eight in due Slam era stato King Roger, mica cotica. In primavera, sulla terra di Madrid, proprio Federer diventa il secondo grosso trofeo di caccia da appendere sopra il camino. Anche questo condito da qualche palla match salvata. Nel giro di un paio di settimane per Nick arriva anche la prima finale ATP all'Estoril, la torta con 20 candeline e un nuovo best ranking al numero 30. Il vulcano è pronto ad esplodere, ma nei mesi seguenti sono più i flirt veri e presunti (Azarenka, Bouchard, Tomljanovic) che le vittorie, più le marachelle che le partite, più le multe che le menzioni d'onore.

A luglio torna sul luogo del delitto. A Wimbledon Nick ingaggia un duello col pubblico, maltratta racchette, ingiuria Lahyani, e mentre babbo Giorgios si fa cacciare dalla direzione, lui molla la presa contro Gasquet. Mamma Nilli gli tira le orecchie pubblicamente, Andrew Webster del Sydney Morning Herald scrive che è sempre più difficile amarlo, ma la vicenda s'ingrossa quando l'ex nuotatrice Dawn Fraser tira la bomba:  “Se a Kyrgios e a Tomic non piace il nostro Paese - afferma l'ottantenne quattro volte campionessa olimpica - se ne tornassero da dove vengono i loro genitori”. Parole di che scuotono una nazione fondata sul multiculturalismo, nella quale il ruolo nella società e i diritti delle minoranze sono bucce di banana da evitare con cura. Il clan di Nick gioca astutamente la carta del razzismo e si ritrova col coltello dalla parte del manico. La Fraser si ritira con perdite, Kyrgios si salva in corner.

Ad agosto, il capolavoro di una vita: NK riesce a far parlare del torneo Montreal persino sui giornali generalisti italiani grazie alla versione ricottara del triangolo amoroso, il banging-gate. Stavolta Karen Hardy del The Age gli dà direttamente del coglione (twat) e della testa di cazzo (dick), punta il dito contro il modo in cui i genitori lo coccolano e in cui il suo clan lo protegge. Se fosse per lei - scrive - Kyrgios crescerebbe a forza di calci nel sedere. Frasi che down under non si leggono neanche sui blog dei curvaroli, figuriamoci su una testata vecchio stampo e sulla pelle di quello che ogni santo gennaio viene fatto passare per il supereroe nazionale per vendere qualche copia extra. Nick chiede scusa a mezza bocca, ma anche stavolta trova chi gestisce la crisi diplomatica peggio di lui.  Interpellato da radio Triple M, il fratellone Christos dà della puttanella alla Vekic: "Non è mica colpa mia se le piace il Kokk**", dice testuale. Per sgomberare il campo dai dubbi, mister X ci mettere il carico da undici su Facebook: "Wawrinka è fortunato. Se mi avesse incrociato negli spogliatoi si sarebbe dovuto ritirare dai prossimi tornei" aggiunge. Tamarri si nasce, e i Kyrgios - modestamente - lo nacquero. 
Che poi il summit tra Nick e Stan si sarebbe potuto tenere poco dopo, a Tokyo, se l'aussie non fosse imploso nei quarti contro Benoit Paire, sparando più f-words che winners, prendendo a pallate il tetto dell’Ariake Coliseum e cavandosela tutto sommato bene, con una multa da fare il solletico e l’appellativo di “patetico” affibbiatogli su Sky Sport dall’ex pro Nick Lester. A Shanghai la pagliacciata si ripete: fanculo al campo, ai cameramen e alle raccattapalle: sanzione da duemila dollari, nuovi appellativi sulla stampa tipo brat (a proposito… già detto che il brat originale, John McEnroe, lo ha già apostrofato con un bonehead, che sa più o meno di imbecille?) e si ricomincia. Bello, no? Un’asta da Christie’s, un gioco al rialzo. Più lui fa il cozzalo, più il tennis si scuote dal torpore medievale e si ritrova nel futuro. Senza volerlo.

Sarà che le stagioni Down Under sono sfasate, ma invece di andare in letargo, in inverno Nick si
inventa pure la saga-Davis. Un dramma in tre atti, una scaramuccia che sarebbe rimasta un affare
interno all’Australia se non fosse che ormai le bambinate di Kyrgios creano dipendenza. Sull’erba
di Darwin, il Kazakistan sembra un cliente facile, invece venerdì sera Kukushkin & Co. vanno a
dormire sul 2-0, anche perché Nicholas non ha voglia di giocare e lo dice apertamente. A sé, a Wally
Masur, di nuovo a sé e infine ancora a sé, assicurandosi che microfoni e telecamere registrino tutto.
A sistemare la pratica ci pensano Groth e Hewitt, che nei sogni proibiti di qualcuno diventa la
bacchetta magica per trasformare il rospo zarro in una macchina da punti. Vuoi vedere che il vecchio 
leone pensionato è l’unico in grado di farsi ascoltare e rispettare da Nick? Sì, quasi. Lleyton può fare 
il capobranco, non certo mettergli la museruola. Così, dopo che a novembre Kyrgios ha disertato la 
semifinale di Glasgow perché era più forte di lui, il 2016 inizia con l’ennesima sceneggiata sulla Rod 
Laver Arena e prosegue con la frittatona di marzo. La Davis arriva nel momento migliore della 
carriera del wonderboy, tra il primo titolo di Marsiglia e la prima semifinale in un Master 1000 – a 
Miami – che gli regala anche l’ingresso tra i top 20. Ma a Kooyong, Kyrgios fa incordare solo due 
Yonex, consuma quattro palline e poi saluta tutti. Lui ha la cacarella e si defila, lasciando Hewitt 
a calcare l’erba da ex e il polso di Tomic alla mercé dei maverick di Isner.

Alla faccia dello spirito cameratesco, l’amico Bernie gli dà del falso, del bugiardo e dell’infame.
Nicolino replica che non prende lezioni di serietà da Mister Tanking, Lleyton si domanda chi 
gliel’abbia fatto fare, Craig Tiley perché non sia nato 40 anni prima. Gli psicologi dello sport di una 
nazione si chiedono una volta per tutto cosa faccia la muffa nella capa di NK e la diagnosi è 
impietosa: il ragazzo annaspa nel gap tra motivazioni e obiettivi e soffre di impulse control issues, 
ha problemi di incontinenza verbale. 
Il tutto nasce da un conflitto permanente tra l’atleta e l’intrattenitore, tra il professionista e lo 
showman, tra il cocco di mamma che è dentro di lui e il bello e dannato che ha deciso di essere. 
La verità, è che Kyrgios è un po’ come la grigliata di pesce ratto, per qualche motivo a qualcuno 
piace così. Ma di sicuro, dopo Nole, non ci annoieremo per un bel po’. Anche grazie a Nick.


*Wog è il termine derogatorio col quale in Australia si indicavano gli immigrati dal Medio Oriente, 
dall’Europa meridionale e dall’Europa dell’est. Oggi viene usato per lo più in modo leggero e autoironico.
** Kokk è il diminutivo del suo amico Kokkinakis. Ma anche e soprattutto l’organo riproduttivo maschile.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Rititolerei "Autobiografia di un burino" o "Un burino mi disse".
Paolo