lunedì 10 aprile 2017

A che ora è la fine del mondo?

Somaliland 15/4
Quando pensavo di aver superato indenne la frontiera gibutino-somalilandese di Loyada, un omuncolo in ciabatte, con le labbra verdi, la canotta beige e un visetto rotondo nascosto dietro ad un paio di occhialoni da sole, mi ha battuto 20 dollari. Il motivo l'ho scoperto uscendo da un gabbiotto presidiato da un cammellone, quando in cambio mi sono ritrovato Ayanleh. Un Mon Cicci' sudatissimo, con una mimetica scolorita e pixelata stretta da un giubottino antiproiettile extra small dal quale penzolava una cartuccia. Secondo l'omuncolo, Ayanleh, col suo asciugamanino salmone al collo e il suo AK47 del '69 in spalla, mi avrebbe dovuto scortare fino alla capitale. O almeno fino al paese fantasma di Zeila. Dopo 3km di sobbalzi, quando l'unica auto di passaggio già affondava nella sabbia con noi due a bordo, proprio mentre pensavo che ad Ayanleh non avrei affidato neanche la cura del gatto, il soldato delle forze speciali ha smesso improvvisamente di scattarmi foto col suo Samsung e ha cacciato un urlo - "Cuffiett!" - che stava ad indicare tre cose. Che il gergo militare italiano ha lasciato un'impronta nella lingua somala, che le vocali finali sono un vezzo tutto nostro (qui dicono pure 'farabutt') e che 10 minuti dopo aver messo piede in Somaliland m'ero già ritrovato appiedato nel deserto al tramonto. Bello, per carità, e che come tutte le cose belle era destinato a lasciare una traccia profonda e a finire. Presto, per fortuna. Ayanleh se n'è tornato di corsa al posto di confine dove aveva lasciato il suo basco, poi mi è venuto a riprendere con la jeep - sempre più sudato e trafelato - un attimo prima che facesse buio e io, nel dubbio, mi fingessi morto.
...
La frontiera di Wajale - tra Somaliland ed Etiopia - più che un avamposto nel deserto sembra Malagrotta. La gente in questo caso c'è pure, un metro di plastica a riempire il letto di un fiume in secca parla chiaro - ma mi sa che tra gli accampati del posto gli stranieri sono merce rara. Preso dall'euforia, il funzionario mi ha invitato a sedere e a raccontargli la mia vita. Poi ha organizzato una tavola rotonda col signore che mi aveva preceduto, un anziano etiope con passaporto irlandese rimediato chissà come e che da piccolo ha studiato dalle suore a Dire Dawa. Come Violante.
Le procedure burocratiche in questo caso sono state una passeggiata, ma le magagne sono cominciate dopo e sono state di tre ordini:
1. I tog wajalesi etiopi sono strafatti di khat e fondamentalmente annoiati. Ogni pretesto diventa buono per prendersi a sberle, e quella mattina io rappresento un bel pretesto, visto che bazzico l'avamposto un paio d'ore prima di riuscire a salire su un bus per Jijigga. Quando da un vicolo spunta un fucile, capisco che è arrivato il momento di fare pressioni sull'autista.
2. Forse perché la frontiera è particolarmente soft, forse perché fino a non molto tempo fa qui c'era gente che si lanciava razzi, forse perché il governo teme l'esplosione del contrabbando (sui due lati l'etnia prevalente è quella somala, ma i prezzi ad Hargeisa sono un terzo rispetto ad Addis Abeba) fatto sta che i mezzi che percorrono la strada per Jijigga vengono fermati e svuotati. In tutto il loro contenuto. Letteralmente. Sull'alfalto. Vedi foto. 
Non una, non due, non tre. Quattro volte. Con lo spazzolino lanciato sempre sul manto lato setole. Con ogni calzino esaminato a mo' di guanto. Con ogni dispositivo elettronico analizzato nella sua quintessenza ("Questo è un computer?" "No, si chiama kindle. Libri" "Questo è un computer?" "No, è un ipod. Musica"). Ogni pezzo del beauty vivisezionato. "Questo cos'è?" "È un rimedio contro la cacarella". "E questo?" "C'è scritto soap, secondo te che po' esse?".
Il tutto sotto lo sguardo di altre cento persone, che sarebbero potute essere nelle tue stesse condizioni, ma visto che ci sono già passate e non sono fesse, tra Wajale e Jijigga ci vanno al massimo con la 24 ore.
3. Tra uno svuotamento e l'altro, noto che l'orologio del bus indica le 5.46. Sarà rotto - penso - visto che sono partito da Hargeisa alle 6 di mattina e il sole è a picco. Chiedo al compagno di sedile, cui nel frattempo ho affidato la Nikon per farlo trastullare con le foto ugandesi, così almeno la smette di allungarmi la mano sulla coscia. "Che ora è?". "Hmmm...le 5.46". Manco il Bagaglino. "Dai, sul serio, che ora è?". "Le 5.47". "..." ("Minchia, ma ci fai o ci sei?") "...". "*#@!" (tipo "mo' ve ammucchio a te e al soldato del sapone"). "Voi direste le 11.47". 
Non credevo fosse umanamente possibile fare peggio dei portoghesi, ma mi sbagliavo. In Etiopia il giorno comincia alle 6 del mattino. L'una sono le 7, le due le 8 e via dicendo. Il tutto sarebbe operazione culturalmente nobile e neanche del tutto peregrina, se non fosse che un orologio su due indica l'ora del resto del mondo, che nessuno ha chiaro in cosa consista il concetto di AM e PM (morning e afternoon poi diventano massimi sistemi) e che ogni informazione richiede tre verifiche. Stamane ho comprato il biglietto del bus da Harar ad Addis Abeba. Il tipo che me l'ha venduto mi ha detto che partiva alle 7. Solo più tardi, un neo amico yemenita mi ha messo la pulce nell'orecchio. "Ma non è che alle vostre 13?" Chiarito il dubbio con una telefonata ("Sì, proprio le 7 di mattina - le VOSTRE"), sono tornato nell'albergo a ore nel quale ho preso posto, dove il giovanotto alla reception mi ha avvisato che la compagnia del bus mi aveva cercato. Il bus parte alle 11 - mi fa - per cui devi essere pronto alle 10.30. Solo dopo venti minuti e dopo aver riempito due fogli di grafici e complicatissimi calcoli e solo dopo aver sfiorato la rissa verbiale, ci siam capiti. Pronto alle 4.30am, il bus parte alle 5am. Se non altro non arrivo ad Addis col buio.
Postilla. Il minivan è partito alle 4. Sono riuscito a prenderlo solo perché l'aiuto-autista ha bussato alla mia porta alle 3.44am. Nostre.

4. Sulla complanare di Jijigga due ragazzotti hanno cercato di fregarmi, spacciandosi per gli autisti della camionetta per Harar. A noi di mezza età capita, però stavolta non ci sono cascato. Poteva finire così, con una risata. Invece due autotrasportatori l'hanno presa sul personale, l'hanno buttata in caciara e sono volati schiaffoni. Uno dei due giovanotti non ne è uscito bene.
A Canberra me li immagino seduti davanti a uno schermo - tazzona in una mano, dossier nell'altra - a cercare di capire quale problema nasconda 'sto tizio che va ad Aleppo e Sana'a, Tripoli e Teheran, si imbuca a Pyongyang, googla "visa on arrival a Riyadh" e poi quando atterra a Melbourne viene beccato non col manuale del giovane jihadista ma con tre chili di salami imboscati nelle scarpe. Ma che foreign fighter è? E adesso che c'azzecca il Corno d'Africa? Me li immagino così, dicevo. In realtà battono talmente la fiacca che per indagare sul sottoscritto e capire quale minaccia rappresenti per l'Occidente, l'Asio ha mandato avanti la banca. La quale mi ha bloccato il conto, e per conto dell'anticoso mi chiesto conto dei perché, dei per come e dei per quando avevo deciso di andare in Gibuti e Etiopia passando per la Somalia.
Con un pippotto di 853 parole e 4000 caratteri gli ho spiegato tutto per filo e per segno. Gli ho detto che mi attirano il paesaggio marziano del lac d'Abbe' e la scoperta delle grotte di Las Geel, che mi affascinano le iene a spasso di notte per le stradine di Harar, gli uomini col piattello della valle dell'Omo, le cascate del Nilo azzurro, le chiese di Lalibela, l'architettura di Gondar e soprattutto l'obelisco di Axum, che tredici anni fa Berlusconi mi ha tolto da sotto al naso e che da romanticone vorrei andare a salutare a casa sua. Anche a costo di ciucciarmi due giorni di bus da Addis Abeba. Dato che hanno voluto visionare anche il piano dei voli - e solo quelli facevano 5 allegati - mi sono sentito in dovere di specificare che se tutto va bene proseguo per Roma, dove però i motivi di interesse sono soprattutto le gricie. Tutt'al più le tenniste. Ma che i 75 dollari trasferiti a un gibutiano non c'entravano con la guerra santa. Che sono strano ma mica scemo - tant'è che al Corto Maltese di Tadjoura non ci vado - non gliel'ho scritto. Ma secondo me lo hanno capito da soli. E non c'è stato neanche bisogno di aggiungere che all'inizio volevo andare in Afghanistan.

Djibouti 10/4

Anche la polizia del Gibuti ha messo subito in chiaro che 'sto itinerario non è di suo gradimento. Poi ha aggiunto che qui vigono le leggi dell'Ottocento. "No, certo che non basta il visto d'ingresso. Non è che uno può passeggiare per una città straniera e fare foto senza autorizzazione. Sei da solo? Conosci qualcuno qui?". Mi ha fatto un agente con lo sguardo allucinato e il guanciotto gonfio di khat che mi ha bloccato in una viuzza buia. "Sì, il tipo al quale ho girato 75 dollari". Così quanto a cetrioli siamo pari, Jean Daniel.

domenica 8 gennaio 2017

Diario da Melbourne Park

29 Jan 2017

Beati gli agnostici, che si sono goduti la partita del secolo. Io ho vissuto la vigilia come uno che sta per salire sul patibolo, durante il match non stavo per niente sereno e alla fine non ho nemmeno visto il championship point. Per non collassare, m’ero aggrappato all’inviato della radio svizzera. Il quale non stava tanto meglio di me. Non so neanche se sia stato tutto davvero bello o tutto epico e basta. So che non ho avuto il cuore di salire in tribuna, e che ho avuto la forza di guardare laggiù solo quando il microfono è passato all’amministratore delegato della KIA, il CEO col peggior inglese del globo. La parola è poi andata allo sconfitto, che l’ha presa molto meglio di come la prese Roger otto anni fa. Nessuna lacrima, nessun “This is killing me”. Nadal ha biascicato un paio di frasi di circostanza condite da un "amazing", ha fatto una capatina in sala stampa dove ha riconosciuto i meriti di un Federer “sempre aggressivo alla risposta”, infine se n’è andato a chiudere le valigie. Aveva una voglia matta di correre a Tullamarine e prendere il volo Emirates in partenza all’alba, il povero Rafa. Consapevole che da oggi ha qualche chance in più di vincere un altro major, ma molte chance in meno di essere ricordato come il più grande di sempre.

“So che è una pietra miliare nella mia carriera" - ha invece detto Roger - "un po’ come il Roland Garros del 2009, o come il quinto Wimbledon consecutivo, o come il quinto Us Open di fila”. L’uomo che colleziona pietre miliari e record ha parlato in mondovisione senza trovare nessuno di quegli anticipi di rovescio, di quei guizzi sulla diagonale debole che hanno caratterizzato il suo diciottesimo Slam e le sue precedenti flash interviews. “Faccio fatica a capire quel che è successo” ha premesso. Federer ha attraversato i corridoi dell’impianto con la coppa sulle spalle e si è affacciato nella Margaret Court Arena, aperta eccezionalmente dagli organizzatori per far affluire tremila persone che avevano seguito la sfida sui maxi schermi allestiti là fuori. Una roba mai vista. Un saluto formale a tutti, con gli occhi ancora cerchiati dalle 14 palle break sciupate e dalle 13 salvate, dai 3 chilometri nelle gambe, dai 73 vincenti nelle braccia e da quegli ultimi 5 game che resteranno a lungo nel cervello suo e di milioni di fedeli. Dopodiché Roger ha percorso il tutto a ritroso – con Mirka a dare una mano alla security, decidendo chi poteva aggregarsi al corteo reale e chi no – ed è salito nel gabbiotto di Channel 7. 

“Ho sempre creduto di avere il gioco e le capacità fisiche e tecniche per vincere un altro Slam" - ha detto a Jim Courier -, "perché tutte le volte in cui sono stato in forma ci sono andato vicino. Ma sapevo anche che sarebbe stato sempre più complicato conquistarlo a causa di Nole, di Andy, di Milos, di Kei. Questo Australian Open ha un significato ancor più speciale perché è arrivato contro Rafa, che è quello che in carriera mi ha causato più problemi”. Poi, finalmente un sorriso largo: “Le gemelle hanno guardato la coppa e hanno detto che dentro c’era tanto spazio. Mi hanno chiesto se possiamo usarla per mangiare una zuppa”. Il giro delle sette chiese è proseguito fino all’una e mezza. Poi Re Roger e la sua ultima conquista si sono accomodati in sala stampa, accolti da un applauso convinto seguito da cinque secondi di silenzio. “Prima della partita Luthi era sereno, ma Ljubicic era tesissimo. Questa era la sua prima finale Slam" - da allenatore e da giocatore - "per cui ho passato il pomeriggio a calmarlo. Il piano era di giocare libero, di lasciare andare i colpi. E ha funzionato”.

Durante la premiazione una sua frase “...se l’anno prossimo tornerò in Australia” apparentemente ha messo in allarme il web. Federer chiarisce: “Il 2016 è stato un anno duro, e vincere tre match al quinto set non aiuta certamente. So che in me c’è solo una certa quantità di tennis. Ma no, non ho pensato al ritiro”. In compenso ha pensato ad organizzare la festa per il 18mo Slam: “Ho imparato che è meglio prepararsi per l’eventualità, piuttosto che trovarsi a bere un bicchiere di champagne da solo. Ho una trentina di persone che mi aspettano là fuori. In questo senso era meglio quando la finale si giocava di pomeriggio“. L’orologio segna quasi le due di notte quando finisce di parlare con la stampa svizzera. “Stavolta impiegherò più del tempo del solito per realizzare quel che è successo. Probabilmente tra qualche giorno, quando sarò a casa, guarderò la coppa e dirò Wow!”



11 Jan 2017

A fine giornata Federico Torresi è il più esausto, il più felice e il più abbronzato. Si è seduto sul lato assolato del campo 19 a mezzogiorno e mezza ed è rimasto in trincea fino all’ora del tè, incollato per cinque ore filate al seggiolino dal quale ha visto vincere back-to-back Thomas Fabbiano e Luca Vanni. Classifica alla mano, il pugliese aveva il compito sulla carta più elementare; invece contro Bradley Klahn si è dovuto aggrappare ai nervi, ad una buona condizione atletica e ad un servizio formato deluxe (81% di punti con la prima) per evitare sorprese contro l’ex promessa americana, che dopo 21 mesi di inattività sta cercando di riprovarci sul serio, e in tribuna era sostenuto da mezzo team USA. Con in testa quel Tom Gullikson che una ventina di anni fa portava Sampras, Agassi e Courier alla conquista della Davis e adesso cerca di rimettere in carreggiata un tennista precipitato all’ottava pagina del ranking, 

all’855mo posto. 



Tommy ha vinto il primo set con il break decisivo al nono gioco, non ha sfruttato due palle break sul 3-3 nel secondo e ha tremato quando ha ceduto il parziale al tie-break, perché Klahn aveva ridotto i gratuiti e tirato fuori dal cilindro colpi degni del 64mo giocatore ATP che è stato fino a due anni fa, prima di un’operazione alla schiena. Fabbiano ha stretto i denti nel primo game del terzo set, poi ha piazzato l’allungo decisivo nel quarto e dal 4-1 in poi ha fatto vedere solo gli scarichi al californiano, piegandolo 64 67 63 dopo 2 ore e 10 e un urlaccio liberatorio. Mentre Tommy si ricaricava con una doccia tiepida e un bento di sushi da asporto, il menu sul campo 19 offriva il piatto forte della giornata azzurra, il derby Vanni-Gaio.



Per Federico Torresi – a Melbourne nei panni di alter ego di Fabio Gorietti – significava applicare la dura legge della scaramanzia. Stesso campo, stessa postazione e stessi raggi ultravioletti. Sempre meglio che a Sydney, dove oggi la temperatura è schizzata attorno ai 40 gradi. In tribuna l’allegra brigata statunitense era stata sostituita da una processione di italiani. Da Di Palermo a Cecchinato, da Napolitano padre a Napolitano figlio, dalla Knapp e coach (di sempre) Piccari alla Errani e maestro (ritrovato) Montalbini, passando per Sanguinetti, Sartori, Piatti, Pizzorno, la Paolini e qualche fan di passaggio (oggi l’ingresso è libero e gratuito), le successive due ore erano un andirivieni tra il campo 19 e il 20, dove Giannessi sarebbe poi uscito sconfitto da Satral con un doppio 76. L’unico della comitiva a non cambiare mai posizione era Federico Torresi, che a Foligno lavora con Fabbiano e Vanni, in Australia accompagna Fabbiano e Vanni e oggi ha visto Fabbiano e Vanni vincere a braccetto nelle qualificazioni di uno Slam. 



Roba che non succedeva da Parigi 2015, ergo val bene un’abbronzatura troppo pronunciata. Lucone da Arezzo, a dirla tutta, ha sofferto e perso il primo set, nel quale Gaio è riuscito a variare tanto, a scendere a rete spesso e a sbagliare meno del 31enne toscano. Alla lunga, quando il vento ha cominciato a sibilare, le traiettorie più leggere di Gaio sono andate in tilt e il toscano si è imposto per 57 62 63 al termine di un match tempestato di break – nove - che ha lasciato entrambi scontenti: Gaio per il risultato, Vanni per la prestazione. A stemperare i toni ci ha pensato il faentino, che prima ha scaraventato una pallina dritta nel borsone di un giudice di linea e poi ha commentato “Ѐ il colpo migliore della giornata!”, strappando a Vanni il primo sorriso dell’Australian Open 2017. A voler dar retta al tabellone potrebbero essercene altri, visto che tra due giorni lo aspetta l’americano Sarkissian, 214 del mondo. Idem per Fabbiano, atteso dal giapponese di Brisbane Akira Santillan, appena 3 gradini più in su. Gli ultimi due top 100 italiani non avrebbero potuto proprio chiedere di meglio.


10 Jan 2017

Metti insieme la gravidanza della Azarenka, il ritiro della Ivanovic, l’operazione della Keys e la tragedia sfiorata della Kvitova e ti ritrovi sotto l’albero un biglietto per Melbourne, ammessa per un soffio nelle qualificazioni degli Australian Open. E’ l’effetto-farfalla applicato al tennis, è lo strano caso di Jasmine Paolini. Vinto l’ITF di Valencia nell’ultimo lunedì di novembre, la toscana tascabile dalla risata contagiosa è rientrata a Bagni di Lucca con un trofeo ingombrante e il nuovo best ranking (214), poi s’è goduta le vacanze – tre giorni sul divano – e ha ripreso la preparazione al TC Carrara con la benedizione di Renzo Furlan e la supervisione di Michelangelo Manganello. Quindi, sotto Natale, un messaggio di un giornalista le ha messo una pulce nell’orecchio: “Controlla l’entry list, sei quasi dentro!”


Jasmine ha verificato ogni giorno e quando ha capito l’aria che tirava ha preso la palla al balzo: l’anno scorso la numero 208 del mondo era rimasta a casa, quest’anno la 215ma della classifica può volare down under. Ma i miracoli del caso bisogna meritarseli, perché non è che la Federazione Internazionale ti mandi l’autista sotto casa. E così il 30 dicembre Jasmine richiede il visto per l’Australia (di lavoro, altrimenti niente prize money), il 2 gennaio prenota su AirBnB un mini appartamento in zona Southern Cross, il 3 acquista il biglietto aereo, il 4 spegne 21 candeline sulla torta di compleanno, il 5 è in volo verso Abu Dhabi assieme ad un borsone vecchio, una racchetta e il fido Michelangelo. Infine il 7 gennaio rimette piede a Melbourne Park, tre anni dopo gli ottavi raggiunti da junior. Ad aspettarla, Jasmine trova un’accoglienza da favola per chi è abituata ai 25mila, una borsa nuova di zecca e tre racchette dello stesso modello usato dalla Kerber. “Ma la cosa che mi fa davvero impressione – dice – è l’idea di giocare lo stesso torneo della Williams”



Prima di arrivare dalle parti di Serena, però, Jasmine dovrà adattarsi al fuso, alla temperatura, alle palle e all’attrezzo nuovo. E superare il purgatorio delle qualificazioni, alle quali ci si prepara con chi passa il convento. Oggi per esempio ha diviso il campo con Isabella Shinikova, 25enne bulgara cresciuta assieme a Dimitrov e scortata - tanto per cambiare - dalla madre, che dopo mezza carriera nel circuito minore ha deciso di provare il salto tra le professioniste. A modo decisamente suo. “Ci siamo conosciuti quattro giorni fa in aeroporto – mi dice Christophe Cazuc, il tizio francese che la accompagna – io ero alla ricerca di un accredito, lei di qualcuno da mandare a quel paese. Credo che in vita sua non abbia mai avuto un allenatore. L’ultimo tipo con cui ha lavorato è durato tre giorni. Più che un coach sono un sociologo, la prendo come una specie di esperienza catartica. La vedi? In questo momento sta maledicendo me, la madre e forse anche te. Spero solo che non spacchi pure questa racchetta, però. Ѐ l’ultima rimasta!”. Il caso di Jasmine mi sembra improvvisamente molto ma molto meno strano.

9 Jan 2017

Agustin Velotti e Marco Trungelliti spazzano a colpi di frulloni il 13, il campo sul quale Tennis Australia ha allestito due tribune coperte e montato quasi duemila seggiolini. Accanto a loro, sull’8, Stephanie Vögele si riscalda agli ordini di coach Ivo Werner in quello che è diventato un mini impianto da 1500 posti. Poco più in là, sempre davanti a un migliaio di sedie azzurre pieghevoli, Alexander Sarkissian palleggia con l’ex pro Peter Lucassen. E’ il numero 214 ATP, ergo uno degli ultimi a guadagnarsi il diritto a giocare le quali. E purtroppo per lui l’unica cosa che gli viene meglio dell’olandese che gli fa da allenatore sono le previsioni del tempo: “Si muore, sembra di stare a Indian Wells. Ma stai tranquillo, ché stasera la temperatura scende”.

Non avrei riconosciuto nessuno dei quattro, se non fossero stati loro a fornire le generalità. Il fatto è che ad una settimana dall’inizio del torneo i vialetti e le tribune sono deserte, ma sui campi e negli spogliatoi trovi di tutto, da Serena Williams a Anna Kalinskaya, una diciottenne moscovita che l’anno scorso ha vinto il doppio juniores e adesso scatta foto-ricordo alla parete sulle quali sono appesi i primi piani dei campioni in carica. Anche lei si presenta, per mia fortuna. Tra tecnici, trainer, preparatori, partner e parentado, in giro ci sono un migliaio di persone. La maggior parte in scarpe da tennis. Riconoscere tutti diventa un’impresa da TeleMike. Anzi, quando in classifica si esce dai top 100, anche l’addetto ai lavori ha solo due modi per essero sicuro di chi è chi: sbirciare sul pass o chiedere conferma al diretto interessato. Di solito, il soggetto risponde con cortese imbarazzo se di sangue latino, attacca bottone se di passaporto statunitense e ti ignora bellamente se nativo delle steppe. 

Il caso vuole che in questi giorni Melbourne Park sia zeppo di russi e americani. I tennisti a stelle e strisce sono stati i primi ad arrivare e sono una colonia: oltre a Sarkissian, c’è Escobedo, c’è Fratangelo, c’è Novikov (almeno credo), c’è Kozlov, c’è Kudla e c’è Smyczek – che due anni fa sulla Rod Laver arena fece sudare Nadal più del solito, e grazie a un bel gesto di fair play, in patria ottenne un premio intitolato ad un giocatore di baseball dei St Louis Cardinals degli anni Quaranta. “Il trofeo più importante che abbia mai vinto” mi dice, ridendo. Chi non sorride un granché e non dà proprio l’impressione di voler stabilire rapporti di buon vicinato, sono gli atleti dell’est. Da Gabashvili a Donskoy, da Ignatik a Rublev – che parla poco anche col suo coach, Fernando Vicente. 

L’eccezione spara servizi sul campo 9. E’ in compagnia di due signori, non ha uno sparring e consuma un cesto di palle spazzolando la T dall’alto del suo metro e 93. Poi si mette comodo e si racconta a monosillabi. “Piacere, Alexander Bublik. In classifica 200 (in realtà 206, ma mica stai a guardare il capello, ndr). Però ho solo 19 anni. Ho vinto quattro futures. Ho fatto i quarti in un paio challenger. Ah, e i quarti anche a Mosca. Sì, sono quello che ha battuto Bautista Agut. E tanti altri, tipo Kravchuk e Vesely. Sì, quella e mia madre. Sì, quello è mio padre. Sì, è il mio coach. No, non è un ex tennista. Sì, sono russo, ma da due settimane sono passato al Kazakistan. Me l’hanno chiesto e io ho accettato, tanto per me non cambia niente. Trasferirmi ad Astana? No, rimango a Mosca. Tanto viviamo a Montecarlo. Golubev? Ci ho giocato insieme solo un torneo. Anzi, una partita. È la seconda volta che vengo a Melbourne. Due anni fa ho giocato tra i junior. Sì, quando ha vinto Safiullin. Ma io ho perso nei quarti contro quel morammazzato greco di Tsitsipas. Non sapevo di Oliver Anderson. Bel talento, l’anno scorso ha vinto il torneo junior e nella borsa aveva solo due racchette. Questo tatuaggio? È un citazione di Eminen, dice Always be a leader, never a follower. Torno ad allenarmi. Ciao”. Eppur si muove.


8 Jan 2017

“Nessuno ne parla mai, ma ho messo fine anche alla carriera di Moya”. Benjamin Becker ha appena perso col suo sparring, tal Frank Moser. Un biondone che gioca a torso nudo e non sembra proprio tirato a lucido. Tedesco classe 1976, una carriera nobilitata da tuffo tra i top 300 in singolare e tra i primi 50 in doppio, Frank è il classico mestierante che settimana dopo settimana ha fatto coppia col primo disponibile, da Dodig a Youzhny, da Kubot a Koellerer, da Golubev a Karlovic (assieme al quale ha battuto due volte i Bryan, mica una) e che nel suo peregrinare si è ritrovato anche a far coppia con Sanguinetti, Cobolli, Motti e Uros Vico. 

Da un annetto ha altro per la testa, Frank, in singolare è sceso oltre l’800ma piazza e in doppio ha vinto appena 3 delle ultime 16 partite giocate. Così ha preso atto dell’evidenza e ha detto basta senza grossi rimpianti. Si trova a Melbourne solo perché la compagna che sta per dargli una coppia di gemelli è australiana. La temperatura ha superato i 35 gradi, la recinzione del campo 8 è rovente, Moser chiude l’allenamento con un colpetto alla Dustin Brown, esulta con il vicht e viene a darmi il cinque. Del resto sono l’unico testimone oculare di quella che probabilmente è la sua ultima vittoria su un pro. Becker rimette nella borsa la sua racchetta nuova e finalmente si toglie quella maglia nera a maniche lunghe. “Volevo punirmi - mi dice - ho appena perso contro con un quarantenne!”

Pure lui in quanto a età non scherza: classe 1981, viene da una stagione a mezzo servizio tra infortuni alla spalla e all’anca. Acciacchi permettendo, sarà uno di quelli da battere nelle qualificazioni dell’Australian Open, forte com’è di tre finali ATP, un ottavo Slam e un best ranking al 35mo posto. Tutta esperienza che gli altri si sognano. E poi – come se non bastasse quel cognome ingombrante - c’è una fama che va oltre il palmares. perché Becker è stato l’ultimo avversario di Andre Agassi. Non se lo ricorderebbe nessuno, se non ci fosse stato quel libro, ma Open c’è stato e solo in Italia ha venduto 300 mila copie. Il viso rotondo del Kid di Las Vegas ci aspetta proprio lì, accanto all’ingresso degli spogliatoi, perché Agassi è diventato il testimonial della marca di caffé che si è legata ai quattro Slam. “Due giorni dopo ero bollito sia nel fisico sia nella testa - mi racconta Becker - e Roddick ne approfittò per riempirmi di trash talk, di male parole, dall’inizio alla fine”

Il caso vuole che tra lo stand della Lavazza e l’ingresso nella struttura ci sia pure un’immagine di Lleyton Hewitt che urla C’mon. Rusty è stata un’altra sua vittima illustre: due anni fa, Becker recuperò due set di svantaggio e lo piegò al quinto, ammutolendo la Rod Laver Arena. Dopo aver messo i sigilli alla carriera di Agassi, si pensava che il tedesco avesse appena chiuso anche quella di Hewitt. Invece l’australiano proseguì a spizzichi e bocconi fino a gennaio 2016 e Becker tirò un sospiro di sollievo: “Dopo anni e anni di domande dei giornalisti su quel match con Agassi, ci mancavano solo altri anni di domande su Hewitt”, mi fa. Poi Benny si ferma, ci pensa su un attimo, ghigna e riprende a raccontare. “Lo sai che nel 2010 a Madrid ero in campo anche nell’ultima partita di Moya?”. Pure! “Sì, ed ero anche in vantaggio 6-0 4-0 e 0-30 sul suo servizio”. Poi? “Credimi, l’ultima cosa che volevo era dargli 6-0 6-0. Per fortuna ha pizzicato la riga sul secondo servizio, altrimenti sarei andato 0-40 e sarebbe finita con un doppio bagel. Invece Moya ha tenuto quel game, così ho vinto solo 6-0 6-2”. Respect. “Hai capito, sì? E adesso invece perdo in allenamento con un ex tennista. Schaise!”.

7 Jan 2017

Al cancello incrocio l’uomo del plexicushion. Si chiama Bruce, ha l’aria di chi ne ha viste di tutti i colori e la pelle di chi passa le giornate sotto il sole 8 mesi all’anno. In inverno Bruce si aggira per Melbourne Park alla guida del suo mezzo John Deere raccogliendo erbacce e materiali di risulta, in primavera sistema lo strato superficiale dei campi laterali (due dei quali – a turno – vengono rifatti interamente dalla base) e con l’arrivo dell’estate inizia a spalmare una miscela densa sull’Hi Sense arena, la Margaret court e la Rod Laver. Un po’ perché I campi più televisivi di Melbourne Park devono essere intonsi, un po’ perché fino a Natale i tre stadi coperti vengono trasformati in palazzetti sportivi multifunzionali, in studi televisivi e in arene per concerti.  L’ultimo a cantare nella RLA per la cronaca è stato Keith Urban, il signor Nicole Kidman. In autunno, quando la giostra ha smesso di girare, Bruce va in letargo. 

“What’s up?” gli chiedo. Di solito la risposta è un generico “Not bad”, ma oggi Bruce è di buon umore e in vena di chiacchiere. “Guarda li – mi dice – finalmente l’hanno finito”. Non so chi sia il soggetto in questione. L’oggetto è il Tanderrum Bridge, il nuovo ponte pedonale che ha preso il nome da un’antica cerimonia aborigena e che da oggi collega il centro città con Melbourne Park, fornendo alla struttura anche un terzo ingresso per il pubblico. Negli ultimi due anni l’inasprimento dei controlli di sicurezza ai cancelli aveva creato code mica male nelle prime ore del mattino. Il fatto che la polizia del Victoria abbia sventato – dice – 11 attacchi che una cellula terroristica stava organizzando per la mattina di Natale, probabilmente si tradurrà in pre filtraggi ancora più severi durante il torneo. 

Gli altri due ingressi però sono ancora dei cantieri: quello della Garden Square è tutto un via vai di operai che stanno allestendo i compound delle televisioni, di tecnici tv che sistemano i cavi nonostante gli operai, di dipendenti di Tennis Australia che coordinano gli uni e gli altri e di giornalisti che cercano di ritirare gli accrediti zigzagando tra i primi, i secondi e i terzi. L’ultimo ingresso, quello sull’Olympic Boulevard, in teoria il principale, è chiuso e non dà l’impressione di essere pronto in tempi brevi. In compenso, proprio in cima alla scalinata con la quale si accede alla Rod Laver Arena, la direzione del torneo ha messo mano ad una delle poche pecche evidenti della struttura. Fino a giovedì, infatti, l’unico uomo capace di conquistare due volte i quattro titoli dello Slam nello stesso anno era ricordato con uno dei tanti busti realizzati da Barbara McLean e con un’orripilante riproduzione nel quale il Rocket di Rockhampton sembrava affetto da itterizia. Da ieri invece, davanti all’ingresso dello stadio che porta il suo nome, c’è anche una statua bronzea come si deve, realizzata dall’artista Lis Johnson. “Visto? Hanno finito pure quella”, dico a Bruce. “Yeah, Not bad!”.


6 Jan 2017



Craig Tiley l’aveva premesso: Wimbledon può specchiarsi, Parigi forse, Melbourne no. La sua creatura si sarebbe rifatta il trucco anno dopo anno, perché la tradizione è un vanto ma anche una zavorra. Bisogna conoscerla e coccolarla, poi metterla da parte e guardare avanti. 

La prima pennellata di vernice fresca sugli ex Australiasian Championships era arrivata col cambio di data del 1977, che aveva se possibile peggiorato la situazione, aumentando la distanza tra l’evento di Kooyong e gli altri tre majors. Il makeup è proseguito 30 anni fa con il ritorno degli Australian Open all’inizio del calendario (1987), poi col salto di superficie – dall’erba al cemento, anzi al rebound ace - e col trasloco nella nuova location di Flinders Park (1988). Quindi, con un’aggiustatina al colore e alle mescole dei campi (2008), con un paio di rifiniture al logo e persino col cambio del nome dell’area, il grosso del lavoro era fatto. Infine, con l’avvento dell’era del mega direttore galattico nato in Sudafrica, l’Australian Open dell’ultimo decennio ha spiccato il volo, e l’ex gamba zoppa dello Slam ha cominciato a guidare il plotone, sfruttando il ruolo di primo appuntamento dell’anno. Quello che ha l’onore, la possibilità e quindi l’obbligo di stabilire l’andatura. 

Ecco così spuntare un primo tetto retrattile, seguito da un secondo e da un terzo. Ed ecco il montepremi lievitare anno dopo anno fino a toccare i 50 milioni di dollari nel 2017. Ecco i servizi ai giocatori, gli assegni da 2,500 dollari elargiti al momento del check-in a tutti, qualificandi inclusi, le cinque racchette incordate gratis a partita, qualificazioni comprese, gli alberghi ad un tiro di scoppio dal centrale e il conto della stanza già pagato, optional a parte. Bonus e facilities che hanno reso l’Open d’Australia il major più amato dai tennisti, almeno così dicono. 

E gli appassionati? Beh, intanto le coperture su Rod Laver, Hi Sense e Margaret Court hanno garantito pasti a menu fisso piu che ricchi per i telespettatori. E poi chi restava fuori dai cancelli poteva respirare l’aria di Melbourne Park grazie ai maxi schermi sparsi in giro per la città. Il pubblico pagante, dal canto suo, non chiedeva altro che alternare racchette e palline a musica e birra, ed essere intrattenuto a colpi di alcol, tennis e musica dal vivo, immerso in un’atmosfera estiva da villaggio vacanze. Tutte ciliegine su una torta già golosa di suo, quest’anno resa ancora più dolce dal ritorno di re Roger e dalle ultime novità in ordine di tempo. Il torneo 2017 accompagnerà tutte le sessioni serali con uno spettacolo stroboscopico illuminato da 200 faretti e diretto dal dj Ned Beckley, la Garden Square sarà animata dalle immagini a grandezza naturale dei tennisti pronti a scendere in campo e che verranno presentati in 3D. Chi siederà nella Rod Laver Arena vedrà poi i tempi morti ravvivati dalla bongo cam (presente lo show di Federer alla Hopman Cup?) o potrà farsi immortalare da una diavoleria battezzata Fan Cam, una sorta di spidercam personalizzata, programmata per stanarti e sparare selfie a comando. In pratica, tu digiti tramite una app il numero del tuo posto, lei ti viene a cercare, ti fotografa col plexicushion sullo sfondo e zac! diventi anche tu parte dell’universo social dell’Australian Open. 

Anzi, dell’AO, come da nuovo logo minimalista. L’unica cosa a non cambiare, almeno quest’anno, sono i prezzi dei biglietti. Tiley li ha voluti lasciare invariati, perché sono i posti a sedere in tutto l’impianto ad essere cresciuti di numero. E non solo perché sui campi secondari sono aumentati i seggiolini, ma perché la vera novità 2017 sono le postazioni a bordo a campo sul centrale stile NBA. I posti al sole, a pochi metri dal rettangolo, consentiranno all’appassionato che non soffre di torcicollo di cogliere ogni sfumatura. Il pacchetto – riservato agli sponsor – è acquistabile per una cifra che oscilla tra i 2,500 e il 25mila dollari australiani (tra i 1700 e i 20mila euro), comprende anche un servizio catering a pochi metri da Djokovic e Murray (che tanto per cambiare giocheranno la finale) e assicura un’esperienza unica da raccontare e più di qualche probabilità di prendersi una pallata. Anche questo, del resto, farebbe spettacolo.


(Questi e altri articoli qui >>> http://www.federtennis.it/DettaglioNews.asp?IDNews=83500)