martedì 6 settembre 2016

Mukiwa: A White Boy in Africa

Day 29
"Dati ufficiali non ne abbiamo, ma a naso più del 30% di chi vive in zona ha l'AIDS. Di positivo c'è che le informazioni ormai hanno raggiunto tutti i villaggi, anche i più isolati. Oggi qualsiasi donna sa che se rimane incinta deve sottoporsi al test dell'HIV e che - anche in caso di sieropositività - con i trattamenti del caso non trasferirà la malattia al feto e che lei stessa ha ottime chance di vivere a lungo e in discreta salute. Di negativo c'è che gli uomini che vengono a farsi esaminare il sangue, sono ancora pochini".
L'infermiera si ferma e mi guarda. Rachel ha occhi enormi, pare un tarsio, ed è circondata da un alone blu, come il tendone dell'Unicef sotto il quale opera nel centro di Mzuzu, capoluogo della regione di Mzimba, Malawi centro-settentrionale, per la precisione. La zona.
Veramente io volevo solo ficcare il naso, carpire due cose, scattare tre foto.
"E tu lo hai mai fatto il test?".
Eccolalla'.
"Io?...n-n-no"
"E perché?"
"Beh in primis perché ho avuto una vita sessuale abbastanza... limitata. Per non dire noiosa. Ecco".
"E le tue compagne?"
"Più piatte di me. Quasi tutte. Anzi diciamo la metà".
"E l'altra metà?"
"Son state quattro, mica quaranta"
"Troppe. Non puoi esserne certo"
"Bah, ti assicuro che siamo sulla soglia della santità. E poi non frequento ospedali, non ricordo trasfusioni di sangue o cose del genere".
Non l'ho convinta neanche un po'. Gioco il jolly.
"In realtà a pensarci bene il governo australiano ha provveduto per conto mio. Sei anni fa il test l'hanno fatto loro ed è risultato negativo".
"Sei anni fa?". 
Rachel sospira, ridacchia, guarda la collega, poi torna dal mzungu. Che sarei io.
"Hai paura?"
"..."
"...!"
"Fino ad un attimo fa no".
Ed è lì, sulla soglia della tenda blu, che il mzungu,  l'avventuriero, il bianco, il colonizzatore, finisce con tutte le scarpe nella testa dei tanti milioni di africani - soprattutto uomini - che nel dubbio preferiscono non sapere. Perché ignorance is bliss, perché scoprire di avere l'AIDS significa autocondannarsi a non avere figli, a non poterne dare alla propria compagna o peggio ancora a fregarsene delle possibili conseguenze.
"L'autobus parte tra poco. Quanto dovrei aspettare?".
"Cinque minuti. Massimo"
I minuti di attesa sono sì e no tre. Interminabili, ma tre.
La prestazione è stata rivedibile, ma nell'occasione era importante portare a casa il risultato. Negativo, anche se non ho mica visto la confezione dalla quale hanno preso l'ago, Rachel e l'amica sua. Per cui vai a capi' se mi sono dato la zappa sui piedi.
Intanto però con questo qui di Mzuzu i passaporti sono tre. E Rachel non me l'ha fatto neanche pagare.

Day 22
Due ore di sonno, tredici di viaggio, l'incontro con ragazzini che vendono spiedini di topo e stasera si dorme qui, di fronte al South Luangwa National Park. 
Compatibilmente con l'ippopotamo che sta brucando attorno alla mia tenda.

Day 13

"Non scrivere che fai il giornalista", mi sussurra Japhet, mentre il camion che sta guidando attraversa il ponte sul Limpopo. Il secondo fiume africano tra quelli che si tuffano nell'oceano Indiano è ridotto ai minimi termini, dopo 4 anni di siccità. In compenso la temperatura è precipitata, il cielo è color tortora e minaccia un acquazzone fuori stagione.
"Studente?"
"C'è poco da ridere, credimi".
L'autotrasportatore shona di lingua ed etnia, nato a Salisbury - Rhodesia - e ora residente a Harare - Zimbabwe - che poi sono la stessa cosa con 36 anni di casini in più, si fa serio.
"Ho visto gente lasciata fuori per un mezzo commento su Mugabe".
"In genere me la cavo con 'sport commentator'. Suona meno reporter d'assalto e poi fa l'effetto di un Sironi".
"Evita. "
"Ha funzionato pure in Corea del Nord..."
"Qui è meglio di no, fidati"
"Employee?"
"Troppo vago".
"Public servant?"
"Ambiguo".
Eccheccazzo.
Ormai siamo allo sportello, dall'altra parte mi aspetta un omone con un maglione grigio a coste e un buco sulla spalla grosso come una pallina da ping pong. 
Mentre allungo il passaporto, la luce se ne va.
In teoria guadagno tempo, in pratica non mi viene niente. 
Del plumber non ho le mani, del carpenter la struttura, del businessman niente di  niente. Anche perché la maglietta celeste è al quinto giorno di fila. Mentre il generatore riparte, scarabocchio handy man. Tutto e niente. Io, poi, che per avvitare una lampadina ho bisogno delle istruzioni. 'na cazzata in pompa magna, insomma.
"Non ridere". 
Stavolta è l'omone. Devo assumere l'espressione della fototessera. 
"Australiano?"
"Sì ma nato in Italia..."
"Handy man?"
Forse gli serve un interprete per lo scarabocchio, ma io e la mia coda di paglia la prendiamo come una richiesta di chiarimenti.
"Sì..." in quel momento mi passa accanto una signora con un bambino legato alla schiena e un parapioggia giallo in mano.
"Riparo ombrelli".
"..."
"E affilo coltelli".
Donne, è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio.
Ormai è tardi. Sto di nuovo a ride'.
Penso a cose tristi, evito di guardargli il buco sul maglione.
"Ce li hai 20 dollari nuovi? Questa banconota è vecchia". 
Pure questa è fatta.
"Ah, per favore può stampare a pagina 12?"

Day 0 

O del come caricare un cubo di libri nel bagaglio a mano. 



Day 1-4 (bozze di appunti appuntati via cellulare)
1. Restare appiedati a tarda sera in una stradina di una shanty town di Johannesburg proprio mentre chi è alla guida ha completato la frase "Capito che gente dodgy ci abita? Altro che Soweto".

2. I rituali sono importanti. Metti le tre P del Lesotho, per esempio. Che non sono né la patata, né la palestra, né la partita. Ma pace, pioggia e prosperità. Le strette di mano non valgono se non accompagnate dal ritornello "Khotso, pula, nala". E il suono kh te lo raccomando. O metti i saluti degli autotrasportatori sudafricani che scaricano i propri figli davanti a scuola. Non sono mica terminati senza il coretto: "Give your best..."  "And God will do the rest!". Amen. E poi le parole, i billboards. A Maseru il benvenuto te lo dà un cartellone con l'immagine di un tizio col passamontagna nero davanti a Cheope, Chefren e Micerino. Vorrebbe mettere in guardia dalle truffe dei sistemi a piramide, l'effetto è quello di una pubblicità progresso dell'Isis. Finora il mio preferito è però il motto dell'asso-tassinari di Roma. Dice "Arrive Alive". Thanks to the dick.

3. Come regalo ho estorto un adattatore iperuniversale che pesa come la biografia di Mandela e ti apre le porte delle prese della corrente in 14.000 Stati. Solo che quelle sudafricane so' diverse. E quelle del Lesotho pure.

4. Il caldo, il freddo, le bufere, le mosche, le zanzare, i bushpig, i gechi, gli attacchi di panico, gli incendi, i terremoti, le Uaz, le leonesse, i topi del deserto, gli ippopotami, i boscimani, le coreane. Mai stato a corto di motivi per non dormire, in viaggio. Ma il ratto che mi sveglia due volte, mi fotte i biscotti della colazione e poi piscia e caca sugli effetti personali, mi mancava.

4. Un gioco delle tre carte per una sosta a Roma,  quasi-cittadina universitaria del Lesotho, era obbligatorio. Che ne avrei ricavato poco era scontato. Ma perché (4a.) neanche il personale accademico sa dare informazioni, notizie, un quarcheccosa, insomma? Esistono libri sulla storia di 'sto posto? Che ci faccio con l'opuscolo rosa della National University of Lesotho (NUL, perché il marketing è tutto) che parla dell'Institute of extra Mural studies - non Rural, proprio Mural - e per toglierti il dubbio che ci fosse un refuso raffigura muratori all'opera? Perché nessuno (4b.) fa mente locale sul fatto che si chiamano come 'a Capitale, perché 'a Capitale si chiama Roma, non Rome? Soprattutto (4c.) perché nessuno gira con la maglietta di Totti, cosa che mi avrebbe assicurato un'apertura su Leggo o una breve sulla Gazzetta?

5. A proposito, quante chance avevo di beccare un passaggio in auto da Semonkong a Maseru da una famiglia di geologi di via Ardeatina? 

6. La biografia autorizzata di Mandela è una palla.

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