sabato 25 dicembre 2021

Alle falde del Kilimangiaro

L'ambasciata tanzaniana a Roma era a tre isolati da Porta Flaminia. L'unico dipendente, un uomo sulla quarantina di professione fac totummi accolse con cordialita' nel monolocale buio e mi illustro' la procedura per richiedere il visto. Poi si presento' come mister Mchemwa, attacco' bottone e mi fece intendere che potevamo aiutarci a vicenda.
 
Fino ad allora avevo bazzicato l'Europa e l'America, l'Asia e il mondo arabo riuscendo sempre a cavarmela con una manciata di dollari al giorno. Sei per dormire, altrettanti per mangiare e una decina sperperati tra musei e bus. Bevendo acqua di rubinetto e ricorrendo all'autostop per tagliare una delle voci di spesa. Viaggiando piu' di quanto le mie tasche mi consentissero in teoria di fare.
Mchemwa scosse la testa. L'Africa nera era un altro mondo, mi spiego'. E io il budget per quel mondo non ce l'avevo. Da un annetto avevo anche lasciato l'agenzia stampa e nuotavo nella palude del giornalismo freelance mentre lanciavo l'assalto alla laurea. Vedendo in quel 25enne squattrinato un potenziale mulo, Mchemwa butto' li' un'ipotesi di accordo. "Finche' resterai al nord, un mio amico si prendera' cura di te. Quando poi andrai a Dar es Salaam, potrai stare a casa mia con mio nipote", mi disse. Senza specificare li' per li' che il nipote era soprannominato Nazi

In cambio, Mchemwa mi chiese di portare in Tanzania qualche regalo per la famiglia e di rientrare a Roma con tutti i fagioli e il pap (una di polenta di mais, bianca e leggera) che sarebbero entrati nel mio zaino. Gli attacchi dell'11 settembre avevano lasciato il segno anche sui costi e sulle tempistiche delle spedizioni. Ci potevo stare, e oltretutto - da quel giorno - le mie password presero in prestito il suo cognome. L'affare era fatto.
A meta' dicembre 2001 atterrai ad Arusha assieme al Bela. Aveva deciso di aggregarsi perche' una sua ex inglese gli aveva indicato il Nepal e la Tanzania come i Paesi piu' belli del mondo. Siccome un anno prima ero stato ai piedi dell'Himalaya, Bela non poteva rischiare che mettessi piede anche nell'ex Tanganika senza di lui. 

Ad attenderci, un fuoristrada scassato, al volante del quale era aggrappato un dipendente dell'amico di mr Mchemwa. Un buttafuori dallo sguardo gentile, improvvisato chauffeur. Julius ci scarico' nella cittadina, celebre per un sacco di summit africani finiti male, dove passammo la prima notte in una locanda talmente spartana che il faldone per annotare i dati anagrafici non riportava la voce nazionalita' ma quella tribu'

L'indomani Julius si ripresento'. Era stato incaricato di aiutarci ad organizzare i safari che volevamo.

Peccato che non avessimo i soldi per i safari che volevamo. Julius si prese percio' il compito di scarrozzarci tra gli sterrati del nord del Paese, barattando di volta in volta sul prezzo all'ingresso dei parchi. Eravamo amici, mica turisti, diceva. Cosi' trascorreremmo due notti nel Tarangire, tre nel Serengeti e una a Ngorongoro al costo di una cena elegante. 

Che poi di elegante non ci fu nulla e che anche il mangiare fu scarso. Bela ed io dormimmo nei public campsite, delle piazzole nella savana alla merce' di elefanti, ippopotami, iene, leoni e bushpigs senza alcun tipo di recinzione o di struttura. La prima regola era quella di non lasciare ne' il deodorante ne' il dentifricio nella tenda, se non volevamo essere assaltati nottetempo da mandrie di potamoceri.

La seconda regola era quella di non bere prima di andare a dormire, per evitare di avvertire quegli stimoli notturni che ci sarebbero potuti costare sgradevoli incontri ravvicinati.

Nelll'unico campeggio del Serengeti che una piccola casupola ce l'aveva, capimmo perche' era consigliabile svegliarsi con la gola secca che rischiare di dover pisciare col buio. Tra il bagno e l'enorme tanica che utilizzavamo per bere e lavarci, si creava infatti una piccola pozza d'acqua che col buio attirava gli animali. 

Una notte aprii gli occhi al grido Simba, Simba! e - non resistendo alla tentazione - aprii la tenda. 

La cisterna che di giorno serviva per sciacquarsi e alla quale di notte si abbeveravano i leoni
A pochi metri da noi, una leonessa e il suo cucciolo si stavano abbeveravando alla tanica di fronte alla quale poco prima mi ero accovacciato per lavarmi i denti e a due passi dal bagno comune. Quello al quale mi ero avvicinato comunque con circospezione, temendo di incappare in serpenti o bestie del genere. 

Uno dei driver accese i fari della sua jeep, per tenere a bada i felini e per consentirci di ammirare la scena. Il fascio di luce effettivamente immobilizzo' il leoncino e la mamma e due olandesi di passaggio nel campeggio pensarono bene di sistemare le loro sedie pieghevoli davanti alla jeep, per godersi la scena in primissima fila.

In un attimo la batteria dell'auto salto', le luci si spensero e fummo circondati dal nero piu' assoluto. Passarono pochi secondi. Abbastanza pero' da far crollare l'aspettativa di vita della coppia olandese. Quando un altro driver riusci' a mettere in moto il suo fuoristrada e ad accendere i suoi abbaglianti, i due erano ancora pietrificati sulle sedie, col tronco girato di 180 gradi e lo sguardo rivolto verso di noi. Erano paonazzi, non avevano avuto la forza di gridare e imploravano aiuto e pieta' con le pupille spalancate. 

Invece di approfuttare del buio e di saltar loro addosso, dieci metri piu' in la' la leonessa e il cucciolo s'erano goduti la quiete per ricominciare a bere. Gli olandesi erano salvi e noi potevamo tornare nelle tende, con le gole sempre piu' aride.      

Al di la' degli incontri notturni piu' o meno casuali, per avere chances di incrociare qualche animale durante i safari e' imperativo alzarsi prima del sole. Anche nel piu' densamente popolato dei parchi naturali, l'attivita' della fauna selvatica si concentra infatti prima dell'alba e dopo il tramonto. 

Durante le ore piu' calde, i predatori vegetano in stato comatoso all'ombra delle acacie, mentre gli erbivori brucano vigili negli spazi aperti, lontani dai pericoli. E - quando possono - riposano anche loro, in vista della mazurka delle ore notturne, quando riparte il ciclo della vita.

Vedere la fauna africana nel suo habitat naturale e all'azione non e' ne' immediato ne' scontato. Il Serengeti e' esteso come la Calabria ed e' la casa di settecentomila gazzelle e di un milione e mezzo di gnu. Quel che e' facile vedere, appunto, sono gli impala e gli gnu (la cui migrazione di massa verso il Masai Mara e' uno spettacolo maestoso) e quel che e' scontato vedere sono gli ippopotami e i coccodrilli negli specchi d'acqua e gli elefanti e le zebre nelle pianure. 

Per il resto, il turista con la macchina fotografica al collo puo' trascorrere parecchie ore senza incontrare niente di meglio di un facocero. Eppure in quei giorni fummo abbastanza fortunati da inseguire un gruppetto di ghepardi off road e da scambiarci sguardi de fuego con un leopardo. Tra gli uni e gli altri ce ne sono si' e no 1500 in tutta la riserva.

Merito di Julius e di un fiuto per gli animali direttamente proporzionale alla sua massa corporea. Peccato che il nostro buttafuori al volante non fosse anche un antropologo o un cantastorie. Quando incappammo in un gruppo di ragazzini con il volto disegnato con ghirigori bianchi, mi disse che erano masai sul punto di fare il loro ingresso ufficiale nell'eta' adulta. 

Mi spiego' che, per farlo, questi adolescenti dovevano lasciare la loro casa e inoltrarsi nella savana. Da dove avrebbero fatto ritorno al villaggio solo se e quando fossero stati capaci di uccidere un leone con una lancia. Superata la prova, per dimostrare la quale i giovani avrebbero dovuto riportare nella loro tribu' una zampona del re della giungla, i ragazzi si sarebbero guadagnati diritto di essere considerati adulti e avrebbero percio' abbondato il nido materno per trasferirsi in una nuova capanna di fango, costruita per loro dalle donne della famiglia. 

"Sono dei Masai sakamsichan", mi disse. 

Chiamai cosi' - Masai Sakamsichan - loro e questo scatto, sia sull'album fotografico sia nelle versioni digitali che seguirono. Finche', una quindicina di anni dopo, quando nel 2016 tornai in Tanzania e presi maggiore confidenza con quella pronuncia, realizzai che Julius intendeva circumcision

Il vero segno distintivo che quei ragazzi non erano piu' dei pupi implumi, non stava tanto nella zampa di leone, nella pittura sul volto o nella capanna nuova di zecca. Ma era nascosto nelle mutande. 

Ammesso che le portassero.


In realtà un ragazzo masai diventa moran intorno ai 14 anni. Dopo la cerimonia della circoncisione deve abbandonare il proprio villaggio e andare a vivere con gli altri neoguerrieri della sua generazione in un accampamento, dove i moran rimangono soli per un lungo periodo, nel corso del quale si addestrano a combattere e a cacciare, ad adornare la propria persona con cura maniacale e a masticare corteccia di mimosa, l’unico stimolante loro consentito, per tenersi pronti alla battaglia e alle razzie di bestiame e, molto spesso, per sprofondare in un coma profondo dovuto all’abuso della sostanza. Solo dopo il termine stabilito, i moran possono fare ritorno tra il cerchio di capanne del villaggio e prendere moglie. 

Durante i lunghi anni di apprendistato, comunque, alle madri è consentito di visitare i figli, di cucinare per loro, di riassettare l’accampamento, e alle amanti di visitare le capanne dei loro moran di notte. Le madri si sistemano a un’estremità della capanna, e i giovani guerrieri, ognuno con una ragazza, vanno a sdraiarsi nel buio dal lato opposto, conoscendosi biblicamente condividendo lo spazio fisico con le suocere.

Il passaggio all'età adulta per le ragazze e' meno contorto: una volta raggiunta la pubertà, la bambina viene circoncisa e può essere data in moglie a chi offre quattro mucche. Chi possiede mandrie numerose può arrivare a comprarsi anche 20 o più mogli, e non è un caso che nella lingua masai ci siano oltre 500 aggettivi riferibili ad una mucca, e nemmeno la metà riferibili ad un essere umano di sesso femminile.

Julius non ci racconto' nulla di tutto questo, si limito' a dirci che quelli erano masai sakamsichan. Del resto non era una guida e non era la nostra guida. Era stato incaricato di accompagnarci e fece tutto cio' che era in suo potere per farci godere al massimo quell'esperienza a costo e a impatto pressoche' zero. 

Grazie a Julius fummo accolti in una comunita' masai talmente isolata che nessuno dei membri aveva ancora visto le immagini degli attentati alle Torri Gemelle. Anzi, la notizia era stata riferita agli altri dal vecchio capo villaggio, il quale ne aveva sentito parlare attraverso l'unica radiolina della tribu'. Ma la cui portata evidentemente sfuggiva a tutti.

Il buttafuori buono evito' anche che l'azione incrociata di scimmie insolenti e volatili famelici mi costasse un occhio a Ngorongoro. Nel cratere spento (un parco in miniatura - 25mila animali concentrati in 260km quadrati), la regola era quella di non lasciare oggetti incustoditi e di mangiare di fretta, tenendo il cibo saldamente in una mano e portandolo con la stessa alla bocca nel piu' breve tempo possibile, agitando contemporaneamente il braccio libero in aria per evitare che un macaco, un marabu' o un falco pellegrino piombassero dal nulla per portare via il mangiare. 

Quando le piume primarie di un'aletta mi strusciarono il volto, passando da zigomo a zigomo, capii che il bulbo oculare valeva piu' del panino al formaggio e mollai la presa. 
Dopo una settimana avevamo fatto il pieno di polvere, fauna e strippate. Ma non era finita. Al rientro ad Arusha, Julius ci accompagno' in un ristorantino nel quale il suo boss - l'amico di Mchemwa - stava cenando assieme a dei suoi comari. Quando ci palesammo, fummo accolti con tutti gli onori riservati agli ospiti. 

Sorrisi spalancati e crasse risate. Eppure nessuno ci strinse la mano e tutti ci offrirono solo il gomito. Pensando che fosse il modo tanzaniano di salutare gli stranieri, il Bela ed io ci adeguammo. Mollammo colpi di cubito a destra e a manca. Solo a fine cena ci rendemmo conto che nessuno ci aveva dato la mano perche' la tavolata non prevedeva posate e le dita dei commensali erano inzaccherate. Ne stavamo ancora ridendo quando Julius mi mise un palmo della sua manona sul petto.

Aveva bevuto. E il fatto che non fosse stato invitato alla cena lo aveva fatto imbufalire. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, poi, era stato un confronto con il suo boss - un alto dirigente di quella Tan road incaricata di asfaltare le strade del nord del Paese ma che evidentemente non lavorava troppo alacremente. 
Un pastore nel cratere di Ngorongoro

Il tizio, sempre l'amico di Mchemwa, evidentemente non aveva riconosciuto la quantita' e la qualita' dell'impegno profuso da Julius con noi e probabilmente lo aveva liquidato con due spicci, dopo averlo obbligato a stare lontano dalla sua famiglia per una settimana. Noi oggettivamente non potevamo farci nulla. Ma in quel preciso istante per convincere Julius a non fracassarmi la testa contro un muro ci volle una dose di buon senso e tre dosi di buona sorte. 

Il giorno seguente, Julius ci scarico' da sobrio ai piedi del Kilimangiaro. Dove ci abbandono' solo dopo essersi assicurato che anche li' ricevessimo lo stesso tipo trattamento, entrando nel parco da amici
Quindi con un prezzo scontato e senza l'equipaggiamento necessario.

La scalata del Kilimangiaro attraverso la strada piu' agevole richiede 8 giorni. 

Il tetto d'Africa, la montagna isolata piu' alta del globo, sfiora i 6mila metri, ma e' relativamente accessibile. Intanto perche' trovandosi in prossimita' dell'equatore le temperature sono piu' miti rispetto a quelle che si toccano su altre grandi vette del pianeta. Poi perche', essendo un vulcano dormiente, l'ascesa e' graduale. Almeno per i 4/5 del percorso. 

La sommita' di quella che - secondo l'etimologia swahili e' la collina bianca - e' ricoperta da un ghiacciaio perenne, l'unico del continente, e lassu' la colonnina di mercurio scende abbondantemente sotto lo zero. L'acclimatazione, a quelle altitudini, non consiste solo nel far adattare il corpo al freddo, ma anche all'aria rarefatta. Senza quei due fattori, la scalata sarebbe davvero potuta essere una passeggiata, tanto piu' che 12 mesi prima avevo corso una maratona e da allora avevo conservato una forma decente. Ma quelle variabili c'erano.

La semplicita' dell'impresa e' confermata da alcuni record: un paio di ultra maratoneti sono riusciti a completare la scalata in meno di 7 ore. E fino ai 5895 metri di Uhuru peak si sono affacciati bambini di 7 anni , anziani di 88, un uomo in carrozzina e alcuni amputati. Forti del fatto che si potesse fare, ci presentammo ai piedi del Kilimangiaro nel pomeriggio del 20 dicembre 2001.  

Il tempo di affittare una giacca a vento e partimmo al trotto. Per evitare di complicarci la vita gia' nella prima tappa arrivammo prima del tramonto al primo rifugio, Mandara hut, a 2743 metri di altezza, circa un migliaio di metri piu' in alto rispetto alla partenza. Una passeggiata di salute al termine della quale ci scontrammo col primo reality-check. In quei rifugi di legno non c'era nulla tranne un caminetto. Le funzioni fisiologiche si espletavano all'aperto, l'acqua - se si trovava - la si prendeva dal primo ruscello che veniva giu' dal ghiacciaio.

Anche il secondo giorno non presento' problemi sul piano fisico. Il percorso verso i 3760 metri di Horombo hut e' anzi il piu' bello e vario, perche' si abbandona la foresta pluviale e la vegetazione lascia gradualmente spazio al terreno brullo. Il guaio, nel mio caso, fu un acquazzone di fronte al quale non riuscii a proteggermi e che mi prese in pieno per un'ora, arrivando a cancellare la data di scadenza del mio passaporto. Non altro, solo quella voce. Al ritorno al Roma, pap e fagioli non furono un problema, ma lo fu quello. Il doganiere non credeva possibile che di tutto il passaporto il diluvio avesse cancellato solo la data di validita' del mio documento. 

Il terzo giorno e' quello che tutti - anche quelli che non lo ritengono strettamente necessario - dedicano all'acclimatamento. Marangu route, la strada che avevamo imboccato, era quella di gran lunga piu' popolare tra le poche centinaia di stranieri che ogni giorno si lanciavano alla conquista del tetto d'Africa. Un po' perche' la piu' economica, un po' perche' considerata la piu' semplice, era quella che faceva registrare anche la piu' alta percentuale di fallimenti. E un modo per prevenirli era proprio quello di dedicare una giornata ad esplorare la zona attorno ai 4mila metri. L'ultima nella quale una passeggiata non diventava troppo faticosa nonche' utile per spezzare la scalata ed evitare di ritrovarsi nel giro di tre giorni da 1700 a 4700 metri sul livello del mare.

Il giorno seguente partimmo talmente sparati che prima di mezzogiorno superammo The Saddle, il deserto alpino tra le due vette Mawenzi e Kibo, e arrivammo nel primissimo pomeriggio all'ultimo rifugio, ai 4730 metri di Kibo hut. Da li' la cima del Kilimangiaro era visibile. A separarci dalla vetta c'era solo l'ultima scalata, quella del cono vulcanico, che e' la piu' breve ma anche la piu' ripida e la piu' complicata.

"Volete provare a salire subito?" ci chiesero due guardiaparco locali.

Ci pensammo. Provare l'assalto alla vetta in pieno giorno significava camminare in maniera piu' agevole, alla luce del sole, e significava evitare i rischi di ipotermia notturna. Significava arrivare in cima al tramonto e guadagnare un giorno sulla tabella di marcia. La lista dei contro includeva il pericolo di pagare lo sforzo di percorrere quattromila metri di dislivello in una singola giornata (tra ascesa e discesa, dai 3800 metri Horombo ai 3800 metri di Horombo, passando per i 5,900 della cima) a quello dell'arrivo delle tempeste serali. Fossimo andati incontro ad un qualsiasi intoppo, avremmo compromesso la scalata anche il giorno seguente.

Che poi l'ultima ascesa non sarebbe cominciata di giorno, ma in piena notte. 

Per arrivare in cima all'alba, la norma non scritta prevede che si lasci Kibo hut verso mezzanotte. Da li' ci sono solo 6 km da percorrere (sui 64 km totali), ma il dislivello e' di 1.3km. Il che significa che l'ascesa lungo il fianco del cono vulcanico e' estremamente ripida. Arrivare in cima all'alba significa poi avere tutto il tempo a disposizione per godersi la vista - ammesso che le nuvole lo consentano - e per scendere in due tappe, prima ai 4700 e rotti di Kibo e poi ai 3760 metri di Horombo.

I rangers ci consigliarono di non partire a mezzanotte come gli altri, ma di incamminarci non prima delle 2.30 del mattino. L'andatura che avevamo tenuto fino a quel momento lasciava presumere che avremmo corso il rischio opposto - quello di arrivare in cima troppo prima dell'alba e quindi di patire il freddo. In generale, con quella giacchetta affittata, meno ore avrei trascorso all'aria aperta e meglio sarebbe stato. 


Ma la temperatura non era il primo problema. Molto prima venivano la luce e l'acqua. 

Partimmo alle 3 senza aver chiuso occhio - altro effetto collaterale dell'altitudine - e a noi si aggrego' un ragazzo islandese, che appena uscito dal sacco a pelo ingurgito' un tubo di Pringles e bevve una lattina di Coca-Cola. Durera' 15 minuti prima di vomitare anche l'anima e dover dire addio alla scalata. Noi lasciammo Kibo senza aver dormito ne' mangiato, lasciando per la prima volta lo zaino e quindi potendoci permettere una velocita' di crociera ancora maggiore.

Talmente rapida, che molto presto ci trovammo a raggiungere, a superare e a staccare quelli che erano partiti a mezzanotte. Questo nonostante non avessimo neanche una torcia, cosa che rendeva difficile capire - con la fioca luce delle stelle - se stavamo mettendo piede su un sasso o in una buca, se il terreno sul quale stavamo per scaricare il peso era solido oppure (come nella maggior parte dei casi) se stavamo per affondare su una superficie sabbiosa. Poco prima di meta' ascesa, durante una sosta per abbeverarci, il tappo della bottiglia salto' e nel buio non riuscimmo a trovarlo. Non ci rimase che berne alcuni sorsi d'acqua e a lasciarla li'. 


Ci restava una bottiglia in due. Una iattura, considerando che oltre i 5mila metri l'aria e' talmente rarefatta che l'unico modo per assicurare al corpo l'ossigeno di cui ha bisogno e' proprio l'acqua. Per qualche istante, prendemmo in considerazione l'ipotesi di fermarci e aspettare la carovana con una quindicina di trekkers che vedevamo in lontananza. Ma eravamo sotto zero. E restare immobili in attesa degli altri ci avrebbe davvero portati all'ipotermia.

Senza luce, con pochissima acqua e con indosso una giacchetta a vento, alle prime luci dell'alba vedemmo la cresta della montagna, quella oltre la quale c'era Gilman's point - l'inizio del cratere vulcanico. La parete era tamente ripida che la roccia pendeva sulle nostre teste come una gargolla. Raggiunta e superata l'ultima asperita', cacciammo un urlo. Risuono' talmente forte nella notte che ci sentirono distintamente gli altri escursionisti. Poi ci diranno di aver capito.  

Da Gilman's point a Uhuru peak il dislivello e' di 150 metri. Per coprire i due chilometri lungo la caldera spenta del Kilimangiaro si dice che serva un'ora e mezza, ma di fatto e' una camminata talmente leggera che sembra senza tempo. Anche perche' si ha l'impressione di galleggiare nel vuoto come gli astronauti. Quanto tempo impiegammo non lo so, so che all'antivigilia di Natale del 2001 fummo i primi ad arrivare sul tetto dell'Africa. E che organizzando l'autoscatto qui sopra decisi che avrei conservato la stessa identica espressione che avevo avuto quando avevo raggiunto quota 5,895 metri. Come memento del momento in cui avevo toccato il punto fisicamente piu' alto della mia esistenza.  

Qualche sorriso poi mi scappo', ma la discesa fu peggiore della salita. Ad un certo punto il corpo realizzo' che non avevo dormito ne' mangiato, che avevo bevuto il minimo indispensabile per non crepare ma che non avevo ingerito abbastanza liquidi per ossigenare gli organi. Il corpo ci aggiunse anche una certa spossatezza per l'ascesa e il freddo che gli avevo fatto prendere e cosi' - mentre scendevo a grandi falcate lungo la parete - mi presento' il conto. 

Evitai di fermarmi, sentendo che avrei potuto perdere i sensi, e andai col pilota automatico finche' non mi ritrovai nel rifugio Kibo, mi stesi sul lettino che avevo occupato la notte precedente e collassai mezz'ora, sperando di riuscire a far passare il mal di testa. Non riuscendoci, mi alzai e vomitai. Dopodiche', come se nulla fosse, mi rimisi in cammino. Non prima di aver mangiato una porzione di pap e spinaci offerta dai rangers.

Nel primo pomeriggio arrivammo a Horombo. Nella tarda mattinata seguente eravamo di nuovo a valle, dove salimmo su un bus per Arusha. Tornammo nella locanda senza nome nella quale dopo una settimana piena ci concedemmo una doccia. Sarebbe stata la prima dopo una  settimana e l'ultima per qualche giorno. L'indomani mattina, infatti, Bela ed io prendemmo una corriera in direzione Dar es Salaam, dove ci avrebbe accolti il nipote di mr Mchemwa.

"Guidi tu?". Nazi mi accolse cosi'. Scorbutico, con uno sguardo torvo, e una voce poco rassicurante. Il tono era di sfida. Sembrava dicesse: "Fammi vedere di cosa sei capace, razza di bianco smidollato". Non raccolsi quella che dava l'impressione di essere una provocazione. Intanto perche' non avevo mai guidato in una metropoli subsahariana - anzi, per la precisione non avevo mai messo piede in una metropoli subsahariana - e poi perche' le strade tanzaniane parevano quelle post-apocalittiche di Ken il Guerriero. Trenta centimetri di asfalto tra una buca e l'altra.

"Guidi tu?", mi chiese ancora Nazi. Con uno sguardo sempre piu' di traverso, ma con un tono meno aggressivo. "Perche' io non ho la patente", aggiunse. 'Meglio di no", ribadii io. Facendo sommessamente presente che se era venuto a prenderci in auto alla stazione dei bus era meglio se continuasse a guidare lui. Anche senza patente. Nazi fece partire con un sobbalzo una macchina non sua e ci porto' in una casa non sua - quella di zio Mchemwa - che occupava assieme ad una combriccola di giovanotti come lui, che sbarcavano il lunario come lui, affammati di sesso come lui. O appena di meno.
"Se vengo in Europa quante chances ho di scopare una donna bianca?" mi chiese poco dopo, mentre il suo braccio destro - che si faceva chiamare doctor Kanji - sghignazzava.
Lo chiese a me. Che pur di non scadere mai nel pecoreccio della chiacchiera da bar mi sono sentito dare piu' volte dell'omosessuale. 
"Dipende da te, Nazi... da noi le donne sono emancipate. Puoi conoscerle e farti conoscere, puoi corteggiarle... e se poi c'e'interesse reciproco e' possibile che facciate l'amore".
"E se voglio scopare e basta?"
"Be', come dappertutto nel mondo ci sono le prostitute"
La prospettiva apri' un ghigno malefico sul volto di Nazi. 
Un atteggiamento deprimente e irritante che mi fece venir voglia di stuzzicarlo, pur non avendo la minima esperienza nella materia.
"Pero' considera che molte di loro sono delle schiave del sesso immigrate dall'Africa" aggiunsi. 
"No, io voglio una bianca. Ci sono le prostitute bianche?" mi chiese Nazi, sempre piu' trascinato nel gorgo dei suoi pensieri.
Tenni il gioco.
"Si', ma costano"
"Quanto?"
"Non lo so esattamente... - non lo sapevo davvero, ma a quel punto desideravo soltanto stroncare l'appetito sessuale di Nazi con una mazzata pratica dai risvolti moraleggianti - ... mah, almeno 80/100 dollari".
Mi sembrava una cifra al di la' della sua immaginazione - un quarto dello stipendio medio mensile dei tanzianiani Come se un italiano di oggi, disoccupato, si sentisse sparare 400/500 euro.
Nazi strinse i denti e i pugni, ma non si diede per vinto.
"E va bene - sbotto' - io paghero' pure 80 dollari. Ma lei deve soffrire".

Neanche quella notte dormii bene. Oltre alla discussione con Nazi, a turbare i miei sogni ci si misero un bagno impraticabile - un buco per terra e un'enorme barile d'acqua ricolmo di qualsiasi cosa che usammo per lavarci - e un'umidita' appiccicosa, che rendeva irrespirabile l'aria della stanzetta senza finestra che mi era stata assegnata. E poi le zanzare. 
Il giorno seguente girammo per il mercato di Dar es Salaam alla ricerca del pap dei fagioli per mr Mchemwa. Nazi e suoi amici ci portarono anche a vedere la villetta che lo zio si stava facendo costruire alla periferia della capitale e insieme visitammo un lungomare che puzzava di scarichi fognari. 
Mentre passeggiavamo tra la gioventu' tanzaniana di inizio secolo chiesi ad un ragazzo, uno degli amici di Nazi che mi sembrava piu' ragionevoli, come convivesse con la spada di Damocle dell'AIDS, che tra i suoi connazionali e tra quelli della sua generazione mieteva tante vittime.
"E' un problema - mi disse - . La mia ragazza mi ha chiesto di fare il test, ma io ho una paura fottuta e probabilmente non lo faro'. Scoprire di essere sieropositivi significa condannarsi ad una vita senza sesso, oppure - ancora peggio - condannarsi a sapere che si contagera' la persona amata e che non si potranno avere figli" mi rispose.
Insomma, meglio vivere nel dubbio, convivere con l'incertezza e accettare con fatalita' quel che viene, piuttosto che avere la certezza di non avere futuro e assumersene la responsabilita'.
 
L'indomani, Bela ed io ci imbarcammo per l'ultima tappa del viaggio. Il traghetto di linea ci porto' sull'isola di Zanzibar, dove avremmo trascorso tre giorni in una capanna attrezzata appena fuori il cancello di un villaggio turistico costruito sulla spiaggia di Kiwengwa, e nel quale lavorava un mio amico d'infanzia. Giancarlo disse che avremo potuto sfruttare il pulmino che aveva appena accompagnato gli ospiti al porto, ma in attesa di trovare l'autista passeggiammo per le strade di Stone Town, una gemma ancora relativamente inesplorata e tempestata di memorie del passato swahili e portoghese, indiano, omanita e britannico. Nel 1964 la cittadina si era sollevata contro il sultano e in seguito ad una cruenta rivoluzione socialista aveva rinunciato alla sua totale indipendenza per unirsi al Tanganica e dar vinta all'odierna Tanzania. A due passi dalla casa nella quale nel '46 era nato Farrokh Bulsara, meglio noto come Freddie Mercury, ci fermammo davanti all'ufficio postale Shanghani, realizzato nel 1906 in stile saraceno da un architetto inglese. 
Ero seduto sulle scalette, quando un mendicante si avvicino'.
Era molto anziano, anche se forse li portava semplicemente male, i suoi anni. La schiena era piegata, la carnagione bruciata, il volto pieno di rughe. Mi scruto' per un attimo, poi si sedette accanto e mi rivolse alcune domande. Quando se ne ando', richiamai la sua attenzione e gli diedi alcune cose. Lui le prese e si incammino'. Poi torno' indietro e mi disse: "Tu sei un animo buono, ma pensi troppo". 
Non so cosa avesse visto o percepito, non so neanche se avesse davvero ragione. Non so se quell'ostativa fosse finita li' casualmente o fosse frutto di un ragionamento. Ne' so quanto quel ragionamento sia fondato, se il riflettere troppo sia davvero un ostacolo. Non so se la bonta' si possa accompagnare solo alla leggerezza e alla spontaneita' per essere tale. Pablo Neruda sosteneva l'opposto, quando scriveva che la spontaneita' e' frutto di lunghe meditazioni.  
Quel che so per certo e' che a distanza di 20 anni, io quel ma non me lo tolgo dalla testa. 

giovedì 26 agosto 2021

Orinoco flow

L’aria umida dell’alba è intrisa di cemento e carbone quando il señor Hugo ferma l’utilitaria ad un incrocio della periferia di Ciudad Guayana per farmi salire. Fra una chiatta e una foratura, prima di mezzogiorno mi racconta la sua vita. Ha fatto l’autista e la spia, s’è sposato due volte e per i suoi sei bambini ha scelto solo nomi italiani. Marinella, Silvana, Dino, Carlo Alberto, Marcello, Ornella. Neanche lui sa spiegarsi perché. Ora lavora nella laguna di Guri, la gigantesca figlia artificiale della diga eretta a 100km dal punto in cui il Caronì imbrunito dai sedimenti organici s’immette nel giallo paglierino dell’Orinoco. Il bacino alimenta la seconda centrale idroelettrica del mondo, una macchina programmata per produrre 10 milioni di kW/h, l’equivalente di 300mila barili di petrolio. Quando arriviamo a Tucupita, sul parabrezza brilla ancora la chiazza rossastra del volatile che ci si è schiantato contro. Saluto e mi guardo attorno. I manifesti dichiarano perentorii che el delta esta con Chavez. A 750 chilometri da Caracas, la propaganda non ha orecchie per il dissenso né il senso del pudore. Alla periferia dell’impero pare che il golpe di tre mesi fa sia stata un’architettura mediatica filo-occidentale e che la marcia di protesta della prossima settimana sarà un flop. Invece parteciperanno due milioni di persone, un rio de gente. Alle soglie della foresta amazzonica, le informazioni dal resto del mondo filtrano anestetizzate e confuse. Sembra tutto superfluo. L’euro è così fresco che nessuno si fida di quelle banconote vivaci, il dollaro è talmente forte sul bolivar che neanche le banche accettano i miei biglietti verdi. Dopo due notti ospite di una famiglia cilena di Puerto Ordaz, sono obbligato ad accettare il cambio in nero proposto da un tappezziere libanese. Ho bisogno di moneta locale per contrattare con un pescatore di nome José Gregorio. La sua imbarcazione è la tipica canoa ricavata da un tronco scavato. Per scivolare nel delta dell’Orinoco, la curiara – come la chiamano qui - è il miglior mezzo. Anzi, l’unico. Capelli ingrigiti e muscoli lucidati, Gregorio carica la barca con una tanica di gasolio, un secchio di manioca e uno di pesce secco, quindi fa salire la moglie - dal broncio proporziale ai tradimenti digeriti - e una giovane indigena. Il pescatore le bisbiglia che per lei lascerebbe la consorte. La ragazza abbassa lo sguardo. Esistono curiare da cinquanta posti, quella di Gregorio ne ha quattro. E l’ultimo è il mio. Il secondo fiume più lungo del Sudamerica zampilla dal massiccio della Guayana, descrive un arco ellissoidale cinque paralleli sopra l’equatore, sfiora l’Auyan Tepuy - la montagna del diavolo – da cui precipita per 979 metri il salto Angel, la cascata più alta della Terra, e alle porte di Barrancas si divide in 40 bracci principali. Quindi si espande per la superficie del Piemonte e dopo 2140km si insinua nell’oceano Atlantico per un fronte ampio 370. La tierra de gracia avvistata per primo da Colombo è un dedalo di isolotti rigogliosi formati dai sedimenti trasportati a valle in quantità così massicce che fra qualche secolo un istmo congiungerà Trinidad al continente sudamericano. Il clima del delta è tropicale, la temperatura media di 27° e l’umidità tanto elelvata che ogni anno piovono fino a 2 metri e mezzo d’acqua. Una quota non irrilevante la assorbo io, quel giorno. E’ qui che scondo Dafoe si arenò Robinson Crusoe. Ed è qui che Alonso de Ojeda, il primo esploratore a risalire l’Orinoco, nel 1499 decise di battezzare l’intera regione Veneciola, piccola Venezia. Da cui, appunto, Venezuela. Da allora, incuranti della scoperta dei giacimenti petroliferi e pressocché insensibili alle sirene del turismo, gli indigeni Warao – letteralmente ‘il popolo delle canoe’ – hanno continuato a vivere su palafitte circondate da ninfee e mangrovie e a trarre il loro sostentamento dal wirinoko, il ‘luogo dove si rema’. La leggenda vuole che siano gli eredi del progenitore universale, l’etnografia che siano migrati dal cuore della giungla, l’antropologia che siano organizzati in base ad una struttura sociale piramidale guidata da capi-villaggio, sciamani e sacerdoti, la cronaca che lottino quotidianamente con caimani e anaconde, rabbia e tubercolosi, piranhas e trafficanti di droga. Sono ventottomila, e pur vivendo in un ecosistema arricchito da più di mille specie di uccelli e nel quale le maree spingono fra i canali grandi quantità di pesce marino a beneficio di scimmie, rettili e toninas, i delfini d’acqua dolce, i Warao disdegnano la caccia. Gli adulti, che insegnano ai bambini prima a nuotare che a camminare, coltivano la palma moriche, una pianta selvatica da cui ricavano frutta, bevande, pane, legno e fibre per realizzare gli oggetti di vimini, i vestiti e le amache. Gli abitanti di un villaggio me ne offrono una per la notte, quando la temperatura del delta dell’Orinoco sprofonda, lo spazio si riempie di legioni di zanzare grosse come ragni e io, per un attimo, rimpiango il cemento. (tratto da Ulisse n.294 - Febbraio 2009)

martedì 17 agosto 2021

L'arbitro

(omaggio la neonata Rivista Romanista col mio contributo all'ultimo numero della sua progenitrice, Rosso&Giallo)

Lunedì 22 luglio 2002
La caccia a Byron Moreno comincia al di là del puente Rumichaca, la colata di cemento che collega la Colombia della guerriglia in vacanza alla Repubblica del dollaro imposto agli indigeni. Appena metto piede in Ecuador, cerco "el tipo que saco Italia del Mundial", come dice la signora sul bus per Ibarra, prima che l'aiuto-autista mi scarichi in mezzo alla strada perché non ho il biglietto. Qui lo conoscono bene, Moreno l'intoccabile: il Governo di Quito ha preso ufficialmente le sue difese contro le critiche italiane e ne ha fatto un simbolo dell'orgoglio del primo produttore mondiale di banane. Me lo dicono anche i poliziotti che esplorano ogni anfratto del mio zaino alla ricerca di polverine colombiane da esportazione. E che invece trovano solo mutande sporche.

Martedì 23 luglio
Il calzolaio di Ibarra e la fruttivendola di Otavalo confermano che il rigore per la Corea e l'espulsione di Totti erano sacrosanti, che Moreno è un ottimo arbitro oltre che una persona squisita e che è stata l'Italia a sbagliare l'approccio alla partita. Sarà. Ma in mezzo a tante certezze, non ce n'è uno che mi sappia dire dove viva. Così mi devo rivolgere alla federcalcio ecuadoregna, la FEF. Sull'elenco di Guayaquil compaiono due pagine di numeri col trappolone a monte: da quando è stato pubblicato il tomo, il prefisso è cambiato - da 04 a 042 - e senza la soffiata di un dipendente dell'ufficio postale di Ibarra potrei continuare a provare e riprovare per giorni senza ricevere risposta. In realtà basta perdere un'altra ora per capire che il problema non è neanche il prefisso. E' proprio il numero della sede della FEF ad essere sbagliato. Per scovare quello buono, mi rifugio nell'unica officina Andinatel di campagna, lungo la salita che porta a La Esperanza. Dalla FEF locale - Stato di Imbabura - una signorina mi detta il numero di Guayaquil, quello giusto. Chiamo una, due, tre volte. Niente. Il telefono potrebbe essere staccato o spento. Oppure semplicemente occupato. O forse inesistente. Non lo sanno nemmeno loro: in tutti i casi il segnale è lo stesso.
Mercoledì 24 luglio
Il mercatino di Otavalo è una meraviglia di colori, ma ho capito che se voglio trovare Byron Moreno devo andare a Quito. Ivan, un ventenne che trascorre metà della sua vita attiva alla reception dell'ostello Selva Alegre - 5 dollari al giorno per letto, doccia quasi sempre calda e vista sul Cotopaxi innevato - dice che l'arbitro vive a Quito, ma che adesso è a Guayaquil per ricevere un premio. Del resto è stato l'ecuadoregno che ai Mondiali ha fatto più strada e se lo merita. Ivan aggiunge che da quando è rientrato dall'Oriente, Moreno chiede 5000 mila dollari per rilasciare interviste. Scrivo al direttore: "Mi sono rimasti 73 dollari, ti puoi occupare del resto?".

Giovedì 25 luglio
Quito è forse la più bella fra le capitali sudamericane, ma dopo una giornata a passeggio per il centro sono costretto a tumularmi nell'Andinatel più vicina all'ostello. Che poi proprio vicina non è. E comunque il telefono della FEF di Guayaquil e di Quito continua a rispondere col solito tono sordo. Cambio strada. Sull'elenco di Quito figurano sei Byron Moreno. Quello che cambia è l'appellido - il cognome materno. Li annoto tutti. Garcés, Herrera e Sevillano rispondono gentilmente "esta equivocado", Luna è uno studio medico, Calvache e De la Torre squillano a vuoto. Cacchio. Dove andrebbe a parare lo scaltro reporter rampante in una situazione del genere? Boh. Probabilmente si aggrapperebbe al principio della solidarietà fra colleghi. Corro fuori e chiedo in prestito la prima copia di Ultimas Noticias che trovo in un negozio. Cinque minuti di attesa e poi... "Parla Santiago Estrella, redazione sportiva. Darìo Castaldo? ... sì, mi pare di aver già letto il tuo nome (sì, sì...). Segnati il cellulare di Mauricio Muñoz, addetto stampa della FEF a Guayaquil e chiamami quando vuoi". Seguro. Prima però chiamo Muñoz. "Buenas tardes - gli dico dopo aver atteso che uscisse dalle acque del Pacifico e prendesse il telefonino dalla mano della moglie - sono un giornalista italiano e sto cercando Byron Moreno". Moreno rientra a Quito domani sera, Muñoz promette di contattarlo e di chiedergli se è disposto ad incontrarmi. Domani mi farà sapere. Bene. Intanto salgo sull'ultimo bus per Baños e me ne vado con gli amici a sfidare pioggia e sterrati preamazzonici in mountain bike. E a scoprire che in Ecuador non ci sono solo Andinatel. Sul bus conosco due tizi: Jaime, che ha studiato in Italia e Francia, si dice appassionato di archeologia e sostiene che Rimini sia più bella di Roma, e il suo compare Fernando, sociologo, che appunta su un biglietto da visita il nome di un suo amico che potrebbe aiutarmi. 
Si chiama Juan Leo Reyes e fa il giornalista a Radio La Red.
Venerdi' 26 luglio
Lo scenario è magnifico ma la bici è difettosa, e il pranzo a base di banane fritte e mais tostato lascia una sete immonda che placo solo con un boccale di acqua torbida presa da un rubinetto di campagna. In compenso anche a Baños trascorro mezza giornata in un'officina Andinatel. Muñoz si fa un po' desiderare, poi al quarto tentativo conferma di aver contattato Moreno e passa la palla a Luis Castro, il suo braccio destro a Quito. Castro ha il cellulare costantemente staccato, ma alla fine mi perfora il timpano con la sua vociona rauca. Ribadisce che Moreno arbitra domenica il big match del campionato tra Nacional-Barcelona e che già domani sera potrebbe essere a mia disposizione. La conferma me la può dare solo domani nel tardo pomeriggio, ma siccome comincio a crederci, decido di mollare gli altri e di ripartire il giorno dopo di prima mattina per Quito, con la benedizione di Antonio, Daniele e Giancarlo e con la camicia blu del Bela, l'ultimo arrivato.

Sabato 27 luglio
Ivan mi accoglie raggiante. Intanto perché sono l'unico ospite del Selva Alegre, poi perché se sono tornato a Quito significa che posso intervistare Moreno e rimediare quella dedica che garantirà a lui un montòn di turisti e a me un piatto di ceviche offerto dal ristorante dell'ostello. Esco dal Selva Alegre mentre il sole tramonta e in un vicino comedor divoro il solito pollo con riso e patate. Il cellulare di Castro è sempre spento. Quando finalmente lo accende, mi dice che per oggi non si fa niente ma che domani - dopo la partita - Byron Moreno è disposto ad incontrarmi. Posso buttarmi nella lunga notte di Quito. Domenica 28 luglio
Arrivo allo stadio Atahualpa con un cerchio alla testa e con una tessera da pubblicista che per la perizia con cui viene controllata potrebbe essere anche quella dell'Atac. Nella cabina di Hoy la Radio va in onda una specie di Tutto il calcio minuto per minuto. Conduce Vicente Salgado, che annuncia la presenza in tribuna di "Darìo Cristaldo, periodista español". Ogni tre minuti lo interrompe tal Miguel, che arrota l'ugola per citare a manetta tutti gli sponsor della trasmissione, dalla catena di fast food "Mr. Pollo" alla Hyundai. E siccome due cartelloni della casa automobilistica coreana troneggiano pure a bordo campo, indago. 
Scoprendo che da quest'anno le auto in questione sponsorizzano buona parte dei club ecuadoregni, versando nelle casse di ognuno la bellezza di 40mila dollari. Che qui significa un quinto del monte-ingaggi dei club. Intanto arriva Castro, vecchia volpe del giornalismo locale con qualche vuoto di memoria. Mi devo ripresentare. Quindi scendo in tribuna: Moreno è al rientro dopo i Mondiali nippo-coreani, si becca l'ovazione dei 14mila presenti non fa danni e il primo tempo finisce 1-0 per gli ospiti di Guayaquil. 
Nell'intervallo vengo rimorchiato dall'inviata del giornale Hoy ai Mondiali. Martha Cordova mi corrompe con un panino e una coca e ascolta le mie perplessità su Fifa e arbitraggi. Poi scrive tutt'altro. Cioè, a meno che io non fossi ancora sotto l'effetto della vodka della sera precedente, 'Byron Moreno es el personaje mas popular de Italia' io non credo di averlo mai detto. Eppure lei ci apre il pezzo a tutta pagina. La chicca gliela fornisco comunque ad inizio ripresa, quando l'ala del Nacional si tuffa in area e l'arbitro nemmeno lo ammonisce. Scatto in piedi. "Perché non lo ha espulso come Totti?" chiedo in giro. Lei sghingnazza e prende appunti. 
Alla fine il Nacional pareggia e Castro mi conferma che alle 5 chiamerà in ostello per comunicarmi l'ora dell'appuntamento con Moreno. Poi mi mostra il probabile luogo dell'incontro: uno stanzione dello stadio che somiglia tanto ad una sala delle torture. "Darìo!". Appena ne esco, mi ferma l'ennesimo giornalista. "Sono Juan Leo Reyes - mi fa - dopo che vi siete incontrati sul bus per Baños il mio amico Fernando mi ha parlato di te e mi ha detto che oggi ti avrei trovato qui". Accipicchiolina come è piccolo il mondo. Grazie per la disponibilità - gli dico - ma per l'intervista ormai non dovrei più aver problemi.

Come torno nella cabina di Hoy la Radio, Salgado mi mette una cuffia in testa e un microfono in mano. E' uno dei pochi anti-moreniani in circolazione per cui con una mia testimonianza in diretta va in brodo di giuggiole. Tant'è che mi intervista in chiusura di trasmissione per un quarto d'ora, durante il quale si infervora per la scarsa tolleranza e per i metodi stupidamente duri di Moreno. Poi mi chiede il numero di cellulare e mi propone di intervenire dall'Italia come opinionista per un contenitore calcistico che comincerà ad autunno. Si', ma intanto accompagnami in ostello, ché mi hai fatto perdere un sacco di tempo. Salgado esegue, e salutandomi mi dà il suo numero. Non lo dice chiaramente, ma sull'affidabilità di Castro mi sembra scettico. Siamo in due. Infatti alle cinque non succede niente. Né alle cinque e dieci. Né alle cinque e un quarto. Dall'ostello non si posso chiamare i cellulari, non mi resta che correre all'Andinatel. Castro risponde e mi dà il numero di casa Moreno. Non ha interceduto. Figuriamoci. Mi dice di contattarlo personalmente ed eseguo. Ma Moreno non risponde. "Sta guardando il posticipo pomeridiano - mi rassicura Castro - chiamalo a fine partita".

E' il quinto minuto del secondo tempo, mi dice Pietro Marsetti - di padre italiano - che a 35 anni ha praticamente archiviato la carriera da calciatore professionista e si è messo a gestire un'officina telefonica Andinatel. Odia Byron Moreno, che pompando un referto gli ha fatto saltare quasi una stagione per squalifica, e possiede un televisorino col quale segue la partita, aggiornandomi sul conto alla rovescia. Quaranticinquesimo. Ore 18.15. Chiamo casa Moreno. Niente. Niente. Niente. Telefono a Castro. Risponde una voce di donna. "E' in riunione, può richiamare tra... 40 minuti?". Porca puttana, Castro s'è dato. Cazzo. Chiamo Salgado. Non puo' fare niente, ma mi consiglia di chiamare Roberto Machado, uno dei trenta giornalisti che in mattinata ho incrociato allo stadio. Bene, dopo però. Prima provo con Radio La Red. Cinque minuti di pubblicità al telefono, poi ottengo il numero di Juan Leo Reyes. Per fortuna è a casa. E ha il cellulare di Byron Moreno. 
Lo scrivo a caratteri cubitali. 
E digito. 
Dall'altro capo del filo una vocina pigola: "Ah, sì, buonasera, molto piacere - mi dice el tipo que saco l'Italia del Mundial -. Aspettavo una chiamata del signor Castro alle 5 (Anch'io...). Purtroppo ormai sono fuori città. Domani mattina mi devo sottoporre alle visite mediche, ma ci possiamo incontrare alle 16 nella sede dell'associazione arbitri. Due ore possono bastare per l'intervista?".

Lunedì 29 luglio
"Darìo, telefono". Alle 6 di mattina Ivan bussa alla mia porta. Stanotte in teoria ho il bus per Guayaquil, perché domani si vola alele Galapagos. E io sono sparito da tre giorni... saranno i miei amici che si chiedono che fine abbia fatto, penso. Macché. E' Radio La Red. Il prezzo da pagare per il cellulare di Moreno è un'intervista di venti minuti all'alba con Pablo Montenegro, prolisso e ingessato pro-moreniano che introduce ogni domanda scandendo: "Que pensa Darìo Castaldo, de la revista rosso i gallio - rojo y amarillo - ...". Darìo Castaldo pensa anzitutto che i muri di Quito chiacchierino un po' troppo, visto che Montenegro sa che alle 4 di pomeriggio incontro Moreno. Poi pensa che è meglio interpretare la parte del farlocco buonista, per evitare che Moreno ascolti e ci ripensi. Darìo pensa che la storia che l'Italia ce l'abbia con l'Ecuador è un'interpretazione volutamente vittimistica della vicenda, che in discussione non sono i limiti tecnici della nostra Nazionale ma gli errori e la malafede arbitrale. E che infine può rappresentare un pretesto per l'uditorio, ma siccome Darìo Castaldo de la revista rosso y gallio non è nessuno e sta esternando in calzoncini e maglietta dalla reception di un ostello da 5 dollari alla periferia ovest di Quito, interpretare il suo castigliano autodidatta come sentimento del popolo italiano rischia di craere un falso storico. 
"Hasta luego a todos los ecuatorianos". Chiudo. Quindi infilo per il terzo giorno di fila la camicia blu del Bela ed esco per accaparrarmi una copia di Hoy
Altro che citazione: Martha Cordova se n'è fregata della partita e ha incentrato su di me titolo, sommario e pezzo - dalla prima all'ultima riga - sulla partita di calcio più sentita del Paese e sul primo giornale del Paese. E in più ha storpiato completamente un grappolo di frasi. Giornalisti.


L'omelia di Byron Moreno Ruales inizia alle 16.30 in una stanzetta dell'associazione arbitri dello stato di Pichincha, un edificio gialloazzurro all'incrocio fra Avenida Universitaria e Avenida Bolivia. El justiciero parcheggia la sua Opel Corsa bianca e arriva accompagnato da Alison, la maggiore delle figlie, vestito con una polo bianca a strisce orizzontali verde-blù, dei mocassini lucidi e un paio di pantaloni verde pisello con l'orlo che lascia scoperti i calzini bianchi. Stringe mani ma non sorride a nessuno. Il mese di vacanze fra New Jersey e Miami e le abbuffate di hamburger gli hanno messo addosso altri due chili. Si siede ad un tavolo di vetro, tra quattro mura di un celestino sporco interrotto solo da una bacheca con alcune coppe. Sotto la finestra, un divano con le gambe rotte. Mentre gli squilla il cellulare, prende in mano una copia di Hoy, il giornale sul quale Martha Cordova confronta la caduta in area di un giocatore del Nacional di Quito - che ieri Moreno non ha neanche ammonito - con l'episodio che è costato il cartellino rosso a Totti. 
Chiusa la breve chiamata, Moreno spegne il telefonino e si mette in posizione. Mani giunte, dita incrociate, gomiti sul tavolo, palpebre abbassate come le saracinesche dei negozi alle otto meno dieci, sguardo torvo, occhi puntati di fronte a sé che attraversano l'interlocutore come fosse etereo e labbra semichiuse, che ad ogni accenno di risposta schioccano.


Le piace il soprannome di giusiziere? Gli chiedo.
(ci pensa su a lungo)... Direi di sì. L'arbitro è soprattutto un giudice.

Appunto. Il giudice applica in modo imparziale e possibilmente onesto i principi di una legge uguale per tutti. Il giustizere è l'esecutore violento di un insieme di norme e principi che spesso si è costruito da solo.
Beh, messa così no, non mi piace.

(Si vede che l'inizio non è stato di suo gradimento. Prende in mano la copia del giornale e contrattacca)
La critica non regge, sono due situazioni molto diverse. Ieri non ho visto bene l'azione - in area c'erano parecchi giocatori - così ho chiesto al mio assistente e lui ha indicato il corner. A Seul invece ho visto benissimo: Totti ha cominciato a tuffarsi prima del contatto col difensore coreano. A termini di regolamento, l'espulsione è ineccepibile.

In Corea era a 20 metri dal pallone eppure è scattato come se il dubbio non l'avesse neanche solleticato. Non avrebbe comunque dovuto chiedere il parere dell'assistente?
Ero a 15 metri e non ho chiesto l'opinione del guardalinee perché non avevo nessuno davanti ed ho visto perfettamente.

In un'intervista, Szekely (l'assistente ungherese dell'incontro ndr) ha ammesso che non si trattava di simulazione e che Totti non andava espulso. Ha aggiunto che ha provato a richiamare la sua attenzione con il beep.
Mi stupisce che Ferenc abbia detto cose del genere. La macchinetta ha funzionato benissimo durante tutta la partita. E comunque dopo il match abbiamo rivisto il vhs fino alle 3 di notte e ci siamo trovati d'accordo su tutti gli episodi. Anche il nostro supervisore ci ha fatto i complimenti per la gestione dell'incontro.

Per curiosità, chi era?
Garcia Aranda.


(Non è il caso di fargli sapere che il personaggio in questione è lo stesso arbitro che nel 2000 trasformò il rigore di Liverpool in un calcio d'angolo).
E rivedendo l'azione che ha portato al cartellino rosso non ha avuto dubbi?
Nessuno. Il giocatore comincia a lasciarsi cadere prima dell'intervento del difensore e secondo regolamento va ammonito. La Fifa sta portando avanti una campagna radicale contro la simulazione. Di Livio ha giurato sui suoi figli che era rigore ma io sono stato irremovibile. E la conferma che avevo ragione me l'ha data indirettamente proprio Totti, che ha accettato la decisione senza replicare. Se avessi sbagliato, lui avrebbe protestato faccia a faccia. Qualsiasi calciatore reagisce, se subisce un'ingiustizia.

Non le è sembrato piuttosto allibito e frustrato?
In campo si ha sempre una percezione diversa di quel che accade. Io ho avvertito chiaramente che Totti volesse buttarsi. Dico di più: la gomitata che gli è costata il primo cartellino giallo poteva essere da espulsione, ma siccome ho avuto la netta sensazione che le sue intenzioni non fossero quelle di far male all'avversario, mi sono limitato al cartellino giallo.

Cosa sapeva di Totti prima del match?
Quasi nulla. Mi avevano detto che era la stella dell'Italia, ma degli Azzurri conoscevo solo Maldini, Vieri e Del Piero. Non lo avevo mai visto giocare, non guardo molto il calcio.

Quindi nessun pregiudizio?
Non sarebbe etico.

Le sue uniche parole prima di partire per le vacanze sono state 'ho la coscienza pulita'. Perché non ha sbagliato o perché se ha commesso errori lo ha fatto in buona fede?
Solo i morti non sbagliano. A posteriori mi sono accorto che nel secondo tempo avrei potuto ammonire un coreano per un fallo, mi pare su Zanetti.

E il fuorigioco di Tommasi?
Le nuove direttive Fifa tendono a dare maggiori responsabilità ai guardalinee. Ho fermato il gioco perché il mio assistente mi ha segnalato l'off side.

Che non c'era... Ma parliamo dell'atteggiamento: all'Italia intera il suo ha dato fastidio.
L'arbitro non è tenuto a parlare con i giocatori, deve solo interagire col capitano.

L'arbitro è anche tenuto a garantire il buon andamento di un incontro. Non ha sentito che il clima particolarmente teso richiedeva un atteggiamento diverso?
La partita era tranquilla. Gli italiani non mi sembravano più nervosi dei coreani, e se lo erano può darsi che sentissero solo la pressione di dover vincere a tutti i costi.

Oppure che la direzione della partita lasciava spazio a timori.
Quando ho visto che parlando con i giocatori le cose miglioravano, ho provato a dialogare con Vieri e Del Piero. A proposito... gran giocatore: intelligente, tranquillo e sempre lucido con il pallone tra i piedi. L'Italia ha perso perché è uscito lui.

Grazie per la disamina. La designazione di Collina per Giappone-Turchia serviva a tranquillizzare i turchi. A Seul, invece, prima quell' 'Again 1966', poi l'ammonizione di Coco e il rigore per la Corea nel giro di 5 minuti: l'impressione è che gli italiani avessero validi motivi per non sentirsi sufficientemente tutelati.
Il rigore c'era, e se il fallo di Coco lo avesse commesso un coreano l'avrei ammonito ugualmente. Dico di più: se il colpo di testa di Vieri non fosse entrato, avrei fischiato rigore per l'Italia, visto che era stato trattenuto.

Cosa ha pensato prima della partita?
Che era importante come tutte le altre.

Era teso?
Para nada. Prima del Mondiale ho arbitrato qui a Quito l'amichevole fra Ecuador e Brasile e al 90' ho annullato il gol del 2-2 agli ecuadoregni. La gente e i giornali locali mi hanno dato addosso perché quella decisione aveva negato al Paese un giorno di festa. Ma io vado per la mia strada: l'unica cosa che conta è il mio onore e l'onore dei miei figli.

Perché dopo quella partita è tornato a casa? Una bocciatura della Fifa?
No, già lo sapevo. Al mio primo Mondiale non avevo le credenziali del colombiano Oscar Ruiz e del brasiliano Carlos Simon, i miei colleghi sudamericani.

Assumendo la buona fede e limitandoci ai fatti, non ritiene che il livello degli arbitraggi al Mondiale sia stato scadente?
No, penso che la quantità di telecamere a disposizione abbia reso più evidenti gli errori commessi, che sono stati nella media.

E alle critiche per il sistema di selezione dei fischietti, come risponde?
Posso rispondere per me. Mi sono preparato al Mondiale con uno psicologo, un fisioterapista e un dietologo pagati di tasca mia. Posso dire che non ero nervoso, che mi ero preparato con tecniche di rilassamento e di respirazione, che ero tanto concentrato da non sentire neanche le grida del pubblico. Che ero al massimo delle mie potenzialità.

Il che non è garanzia di qualità. Ma comunque... non pensa che la capacità di essere più forti delle pressioni si acquisti solo con l'esperienza internazionale nel calcio che conta?
Sì, ma chi dice che nella Copa Libertadores ci siano meno pressioni che in Europa? Cinque anni fa, in pieno conflitto fra Ecuador e Perù, fui scelto per arbitrare un incontro tra il Cruzeiro e una squadra di Lima. Altro che tensioni!

Cosa mi dice di Spagna-Corea?
Che i coreani si erano spremuti contro l'Italia e correvano la metà.

E dei due gol annullati alla Spagna?
Errori umani, non potrei pensarla diversamente. L'arbitro Ghandour viene continuamente preso ad esempio nelle riunioni Fifa per la sua bravura, e il guardalinee aveva due Mondiali alle spalle.

Che coincidenza: la Hyundai sponsorizza il Mondiale e la Corea, che fino a ieri non aveva mai vinto una partita in una Coppa del Mondo, arriva in semifinale, lasciando Portogallo, Italia e Spagna con la certezza di aver subito dei torti. A voler pensare male si potrebbe azzeccare senza far peccato.
Ogni evento sportivo ha bisogno di sponsor. Non si può dubitare del risultato di una manifestazione partendo dalla nazionalità di chi la finanzia. E poi se fosse così determinante, gli Usa avrebbero dovuto vincere nel '94 grazie alla Coca Cola.

A differenza del suo omologo coreano però il presidente della Coca Cola non è anche il presidente della federcalcio Usa e un esponente di spicco della Fifa.
Quello che posso dire è che nessuno ha mai provato a corrompermi e soprattutto che nessuno può dubitare della mia onestà. Non c'è denaro al mondo che possa comprare la coscienza di un arbitro.

Cosa regala la Fifa agli arbitri designati per i Mondiali?
Praticamente niente. Un portapenne e il pallone ufficiale, oltre alla divisa di gara.

E il compenso economico?
Ad ogni partita corrisponde un rimborso da 22.500 dollari per ogni arbitro e 17.500 per ogni assistente. Più 200 dollari di diaria per ogni giorno trascorso in Corea e Giappone.

Ecco, il punto è questo. Una cifra del genere rappresenta un vitalizio per chi vive in un Paese come l'Ecuador, nel quale gli stipendi medi raggiungono a stento i 200 dollari al mese. Con una somma del genere in ballo non c'è bisogno di corrompere nessun arbitro. Ogni direttore di gara sa che se sbaglia contro chi conta, rischia di compromettere il Mondiale successivo e la pensione integrativa. E ai Mondiali, Corea e Hyundai contavano.
Continuo a pensare che gli arbitraggi siano onesti e che la Fifa si impegni a garantire la regolarità dei suoi tornei. Inizialmente ero alloggiato nello stesso hotel degli italiani, il Riviera. In una circostanza ho anche incrociato Vieri. Poi mi hanno fatto spostare in un altro albergo. E prima della partita, l'unico dirigente con cui ho scambiato due chiacchiere è stato Carraro.

Può negare che anche solo a livello inconscio possano aver influito l'ambiente e i rapporti di forza?
Nel calcio ci sono gli errori, ma non c'è la mafia. Credo ciecamente nell'onestà e nell'integrità morale degli arbitri e il mio obiettivo nella vita è consegnare ai miei figli un cognome di cui andare fieri. Le accuse di corruzione sono assurde e la delegazione italiana ha commesso un grave errore quando ha insinuato che ho ricevuto dei soldi e un'auto da quella coreana. La mia unica auto è quella parcheggiata qui fuori.

Il cancro sta a monte. Da noi gli arbitri ricevono settimanalmente telefonate da parte di dirigenti - federali e non - e abbiamo anche imparato che per indirizzare un torneo non c'è bisogno di corrompere un arbitro. Si chiama sudditanza psicologica. L'equilibrio del sistema si regge su ricatti morali e sottintesi. In questo caso, 'se non fai bene il tuo dovere, il prossimo Mondiale te lo scordi'. Il gioco è sottile ma semplice, soprattutto quando sul piano economico una Coppa del Mondo ti cambia la vita e quando chi non deve essere danneggiato ha nome, cognome e nazionalità ben noti.
Non posso parlare di cose che non conosco. La storia delle telefonate mi suona nuova, visto che in tutta la Coppa del Mondo non ho ricevuto chiamate dai dirigenti della Fifa né ho avuto contatti con alcun esponente della federazione coreana.

Non trova strana la coincidenza che da quest'anno proprio la Hyundai sia diventato sponsor di molte squadre del campionato ecuadoregno?
E io che c'entro?

Non lo so. Ma sembra un favore in cambio di un favore.
Non credo che si debba pensar male.

Mi dica almeno cosa pensa del fatto che il numero uno dell'azienda che fa da mainsponsor del Mondiale sia anche il presidente della federcalcio del Paese ospitante.
Come arbitro non posso.

E come uomo?
(lunga pausa)... Non voglio.

Ha interrotto gli studi di Giurisprudenza per dedicarsi alla carriera arbitrale. Sa già cosa farà da grande, signor Moreno?
No. Mi piace vivere alla giornata, non pianificare. Arbitrerò finché potrò. Almeno altri 10 anni.

Che Dio ce la mandi buona.
P.s. Quella sera consegnerò ad Ivan l'autografo di Moreno, mentre lui - dimentico del giorno di chiusura del ristorante - mi lascerà senza ceviche e senza cena. Quella sera, il digiuno e lo stress accumulato mi faranno venire un capogiro prima in tram e poi nel cesso della stazione. Quella notte, mi passerà in bus grazie ad un'infermiera ecuatoriana diretta a Guayaquil. L'indomani, stramazzerò comunque sui sedili dell'aeroporto e non mi riprenderò prima dell'atterraggio alle Galapagos. Nei giorni seguenti, rinuncerò a vendere il servizio tenendolo in caldo per Rosso&Giallo, scenderò veloce versoMachu Picchu e il Titicaca, poi risalirò in un sol colpo da La Paz a Lima per anticipare di qualche giorno il ritorno a Roma. Quindi, 48 ore prima dell'uscita in edicola, quando la rivista sarà già andata in stampa, il Corriere della Sera pubblicherà la 'prima intervista' a Byron Moreno dopo il Mondiale nippo-coreano. Rosso&giallo chiuderà. E io mi attaccherò al piffero.

P.p.s. Pochi mesi dopo l'intervista, Byron Moreno è stato radiato dall'associazione degli arbitri di Pichincha.