pungente sarcasmo politico s'è fatta tatuare venti centrimetri di scucchia del Duce. Sul display del cellulare ha entrambe. "Certo che hai una bella fortuna - mi ha detto illustrandomi il palinsesto della radio - a fare trasmissione alle 14, dopo 'I Figli della Lupa'. Non sai quanti fans hanno Patrizio Petruzzi, Alessandro Grassetti e Fabio Parrotto. Li seguono dappertutto. Che traino... proprio una bella fortuna". Mai dubitato.domenica 23 maggio 2010
Uno, nessuno e centomila
pungente sarcasmo politico s'è fatta tatuare venti centrimetri di scucchia del Duce. Sul display del cellulare ha entrambe. "Certo che hai una bella fortuna - mi ha detto illustrandomi il palinsesto della radio - a fare trasmissione alle 14, dopo 'I Figli della Lupa'. Non sai quanti fans hanno Patrizio Petruzzi, Alessandro Grassetti e Fabio Parrotto. Li seguono dappertutto. Che traino... proprio una bella fortuna". Mai dubitato.mercoledì 17 marzo 2010
Il deserto dei tuareg
Mi vado a togliere un po' di sabbia di dosso e torno.News:
Pubblicata nuova gallery: Algeria 2010
Pubblicato nuovo video maghrebino: WMNA - Episode 18
Il Compagno di Viaggio
lunedì 25 gennaio 2010
Marrakech Express
Pubblicata nuova gallery: Marocco 2010
Pubblicati due videini marocchini: WMNA - Episode 17 e DARIOTUBE - Il banjo del capitano
mercoledì 23 dicembre 2009
Arabia Felix
Khat is a plant, whose leaves have an anorectic effect, causing loss of appetite, excitement and euphoria. It's not clear if the consumption affects the mental health: psychotic episodes can happen, but its consumption creates an uplifted mood and a sense of release.
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In 1980, the World Health Organisation classified the plant as a drug of abuse that can produce moderate dependence, although not seriously addictive. But Yemenis DO consume a lot of it.
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Khat is so popular in Yemen that its cultivation drains much of the country's agricultural resources. An estimated 40% of Yemen's water supply goes towards irrigating it, with production increasing by about 10% every year. One "daily bag" of khat requires an estimated 500 litres of water.
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Researchers estimate about 75% of Yemenis between 16 and 50 years old chew khat daily (women 'only' in 35% of the cases), spending 17% of their income on khat. It'd be like a European wasting 300+ euros in cigarettes monthly, except when you live in extreme poverty every cent count.
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What is even more astonishing, is the amount of time they invest in the practice. Yemenis spend an estimated 14.6 million man-hours per day chewing khat. The carry the above mentioned bag everywhere, throw away the stems (again, literally everywhere) take a few leaves out and stuff their mouth with it. They chew nonstop until they produce a juice which has that the stimulating, relaxing and anorectic effect. Then spit a bit out and stuff their mouth with more khat. It goes on the whole day.
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This guy I bumped into in Sana'a old town had so much khat in his left cheek you could see his vein. And his eyes spoke about the effect too.
martedì 17 novembre 2009
Train de Vie
Dopo cinque giorni di richieste, l'ufficio relazioni esterne delle ferrovie di Buenos Aires mi spedisce l'accredito per salire sul tren blanco, il convoglio che la TBA mette a disposizione dei cartoneros per consentire loro di andare in città a riempire i carrelli di materiale riciclabile. Spetta poi a loro rivenderlo alle cartiere per continuare a mangiare.
Il treno parte puntuale da Leon Suarez verso Colegiales e il ritornello ricomincia.
giovedì 10 settembre 2009
Firmino
"Eh, caro mio... questo è il classico disturbo professionale. Voi della radio maltrattate le corde vocali ed è normale che la gola vada in fiamme. Ti consiglio antibiotici, gargarismi e una settimana di pausa". Il dottore ignora che nutro per le farmacie una repulsione paragonabile a quella per il bloody mary e chi lo beve. Ignora che per senso del dovere sono andato in onda anche con faringite e 38.5 di febbre. Ignora che per indolenza e contratti da far rivoltare nella tomba Ned Ludd non ho mai preso un giorno di malattia. Ma soprattutto ignora che sono in pausa dal primo settembre. Oddio, non che nel frattempo abbia smesso di chiacchierare a manetta. Vai a spiegare a chi ti considerava un incrocio fra lo spazzolino da denti e il santino sul cruscotto perché non assolvi più il tuo ruolo di sveglia animata. Però almeno le requisitorie non cominciano alle 6. Il che non mi ha impedito di perdere l'uso della voce, ma almeno è un piccolo passo verso la normalità.
sabato 15 agosto 2009
martedì 21 luglio 2009
Down Under
Quel motivetto d'esordio dei Men at work datato 1982, numero 1 della chart negli Stati Uniti e in Gran Bretagna? Quello che e' valso alla band il Grammy Award '83? Quello cosi' orecchiabile da essere adottato l'anno seguente come inno dall'equipaggio di Australia II, la barca vincitrice della Coppa America di Azzurra e dell'Aga Khan, da accompagnare mr Crocodile Dundee fra le strade di Los Angeles nel 2001 e - dopo essere stato palleggiato da un'infinita' di documentari - da essere usato nel 2003 anche nel trailer di Alla ricerca di Nemo?
Apriti cielo. I Men at work - gli 'Operai al lavoro' - hanno scopiazzato il ritornello da una vetusta canzoncina per bambini: Kookaburra sits on the old gum tree.
Dove.
a) il kookaburra e' un goffo volatile, l'ennesimo stravagante componente della stravagante ampia fauna di questo stravagante sconfinato Paese il cui nome non poteva essere non essere stravagante (trascurando l'ornitorinco, l'echidna e il casuario, nella mia personalissima classifica divide il podio con l'epinefelo e il cacatua).
b) Il Kookaburra e' appollaiato sul vecchio eucalipto fa cosi':
Kookaburra sits in the old gum tree
Merry, merry king of the bush is he
Laugh kookaburra, laugh
Kookaburra gay your life must be
Kookaburra sits in the old gum tree
Eating all the gumdrops that he can see
Stop, kookaburra, stop
Kookaburra leave some there for me
Kookaburra sits in the old gum tree
Chasing all the monkeys he can see
Stop, kookaburra, stop
Kookaburra that's not a monkey, that's me !
E anche senza l'ausilio del dizionario, non si perde niente.
c) il testo e' del 1934. Ed e' stato scritto da una tal Marion Sinclair, in occasione della partecipazione del suo Toorak college ad un raduno di ragazze scout da qualche parte nei dintorni di Melbourne.
d) L'associazione delle guide dello stato di Victoria e' andata a cercare lo statuto del convegno e da due anni sostiene che i diritti le appartengano.
e) Chiunque la spunti in semifinale, ad attenderlo davanti ai giudici trovera' gli avvocati dei due autori - Colin Hay e Ron Strykert - di una band che ha venduto 30 milioni di dischi e l'esercito di mangiacarte assoldati dalla Sony BMG Music Entertainment, dalla Sony DADC Australia, dalla EMI Songs Australia e dalla EMI Music Publishing.
Ora.
La storia la dice abbastanza lunga sullo spessore musicale dei brani anni Ottanta, ma il punto non e' questo.
Fossi stato in quelli della Larrikin e dell'asso-scout di Victoria, mi sarei assicurato un po' di ritorno - figurati se Bim Bum Bam o la pubblicita' del formaggino MIO non ti sceglie subito subito come sigla - e avrei continuato a farmi sandwich alla vegemite. Ma il punto non e' neanche questo.
Il punto e' che secondo il Times, questo e' un Paese che in tutto il 1998 ha prodotto 6 notizie degne di essere pubblicate. Cosi' l'approssimarsi della seduta dell'Alta Corte e la soluzione di questo megascandalo e' il tema piu' discusso della settimana sulle tavole australiane.Per uno che viene dall'Italia, lo shock e' anafilattico.
giovedì 16 luglio 2009
Ti presento i miei
Sapevano che per questo a Bangkok ho alloggiato al quinto piano di una pensione senza ascensore, aria condizionata, acqua calda, corrente, lenzuola e carta igienica nella latrina comune.
Sapevano che per risparmiare sulla trasvolata ero passato per Il Cairo e la Thailandia, impiegando 3 giorni per andare da Roma a Melbourne. Sapevano che in tutto l'ambaradan ho prenotato una manciata di voli JetStar, la low cost australiana famosa per un atterraggio di emergenza sull'isola di Guam (e i suoi lo sanno che sotto sotto ci spero) e perche' a bordo devi pagare tutto, anche le coperte.
Sapevano pure che per questo ne avevo presa in prestito una all'Egypt air.
I suoi sapevano che mi sarei vestito con materiali di risulta del mio armadio, percio' non hanno battuto ciglio quando sono comparso con la felpa di Mr Pizzami, un pantalone verde pisello reduce dalla terza media il cui unico bottone non ancora saltato arriva solo in orbita asola, una camicia della stessa epoca storica talmente lisa da mettere in risalto il simbolo BNL della sottostante t-shirt promozionale degli Internazionali e un paio di calzini di spugna diventati color grembiule dopo un lavaggio sbagliato.
Ovviamente non hanno commentato perche' sanno che nello zaino c'e' di peggio.
Sapevano che in barba a lingue straniere, titoli di studio e ambizioni fotografiche e letterarie, sostanzialmente da 13 anni campo col calcio. Che mi sveglio alle 5, che secondo audiradio conduco la trasmissione piu' seguita dell'etere romano in ambito sportivo e che da quando sono tornato - sempre secondo audiradio - gli ascolti del mattino sono raddoppiati. Sapevano che prendo 800 euro al mese puntualmente in ritardo e che per il rinnovo l'azienda mi ha proposto un ritocchino all'attuale compenso di 6 euro e spicci l'ora. Ma sapevano pure che per principio ho preferito uscire da quel circo. E che per questo dal primo settembre sono virtualmente disoccupato.
Messi al corrente di tutta una serie di mie abitudini stravaganti, tipo quella di inzuppare i Bucaneve nel caffellatte e di cenare dopo le 18.30, di ignorare ogni episodio di Harry Potter e del Signore degli Anelli, di non allacciare la cintura di sicurezza sul sedile posteriore, di mirare le guance di estranei per sbaciucchiarle un numero imprecisato di volte e di farmela sotto all'idea di nuotare fra gli squali, i suoi sapevano che per il futuro sto progettando una visita delle grotte di Al Qaeda ma che intanto mi accontento di andare in Birmania sventolando una foto di Aung San Suu Kyi in una mano e la tessera da giornalista nell'altra.
E tanto per mettere in chiaro che la figlia non potra' mai prendere nel mio cuore il posto di un barattolo di Nutella, ho subito sfoggiato un grosso brufolo al centro della fronte.
Per questo - quando mi sono seduto a tavola - aspettavo una rissa verbale tipo salottino della D'Eusanio.
Invece i suoi mi hanno chiesto se ci sposiamo qui o li'.
mercoledì 1 aprile 2009
Il tè nel deserto
Quando il peggio sembra passato, il tizio al volante ha un sussulto, agita la mano sul cambio, martella il piede sull’acceleratore e picchia un pugno sul cruscotto. La sua Dodge arrugginita singhiozza fra i canneti e si sgonfia al primo incrocio. Avvolto nel buio e nella kefia, Shamir scende blaterando qualcosa in arabo. Io lo seguo imprecando come viene. Ne so abbastanza per capire che ha staccato la frizione, altro che guasto. Le procedure in quella specie di frontiera sono andate per le lunghe, e lui ha fretta di sbolognarmi. Tutto qui. Il problema non è meccanico. E’ chiarire se oltre a risparmiare tempo vuole anche fregarmi. Nel dubbio, protesto. “Non fare il furbo e rispetta i patti. O niente baksheesh”. La mancia te la scordi, balordo. Nel fazzoletto di territorio siriano appena oltre il confine libanese, la condiscendenza passa facilmente per malleabilità. Che verso mezzanotte sa di vulnerabilità. Insomma, meglio fare il duro. “A destinazione ti ci porta lui” mi rassicura Shamir, indicando un compare mimetizzato nel capannello di impiccioni sbucati dalla campagna. Circondato da una ventina di occhi curiosi, tengo la guardia alta ma abbasso toni e pretese. Anzitutto è il caso di uscire da questa situazione. Così accetto il compromesso e il rischio, salgo a bordo di un pulmino, e dopo mezz’ora di ascesa verso la cittadina di Hosn monto finalmente la tenda ai piedi del Crac des Chevaliers.Manufatto geopolitico del XX secolo, prodotto del divide et impera occidentale fra le due guerre mondiali, tappeto verde per i rilanci di Inghilterra e Francia nel gioco d’azzardo mediorientale, palcoscenico delle vite da film della regina Zenobia e di Lawrence d’Arabia, nei millenni la mezzaluna fertile a cavallo dell’Eufrate ha attirato civiltà che hanno lasciato testimonianze spettacolari della loro dominazione. Dagli hittiti agli egiziani, dai persiani ai bizantini, dagli ottomani ai mongoli. All’alba del primo giorno in Siria mi sveglio sotto l’aspra imponenza del castello dei cavalieri che otto secoli addietro poteva ospitare 4000 crociati sulla strada verso il Santo Sepolcro, a seguire mi perdo nel fascino ipnotico del mercato di Aleppo, il suq più labirintico, colorato e profumato della Mesopotamia, mi faccio incantare dalla poesia delle scenografiche rovine di Palmira, la sposa del deserto, la città dei datteri e – appunto - delle palme, che non fu mai del tutto romana. Quindi mi faccio solleticare gli occhi dalle abitazioni celesti del villaggio di Maalula e mi lascio attirare dalla suggestione magnetica della basilica di San Simeone, lo scheletro delle mura erette attorno ai resti della colonna di 15 metri in cima alla quale 1600 anni fa un eremita figlio di pastori si rifugiò per pregare, scrivere e dispensare consigli tanto ai devoti quanto alla Chiesa. Visto che non riusciva ad isolarsi dal mondo in orizzontale, Simeone aveva deciso di fuggire in verticale. Perciò trascorse 37 anni, fino alla sua morte, su un pilastro del quale oggi non rimane che una pietra ovoidale. E una pellicola di Buñuel.
Nelle distese insanguinate un tempo dalla ferocia del Saladino, le estati sono segnate dalla lotta all’afa e agli insetti. Nel primo caso l’alleato si chiama chai, il tè aromatizzato offerto da beduini e contadini ad ogni angolo e ad ogni oasi. Bollente com’è, alza la temperatura corporea e rende meno traumatico il rapporto fra l’epidermide e i 40 gradi esterni. Nel secondo caso è una battaglia persa, me li ritrovo anche in bocca. Nel Paese ininterrottamente guidato dalla famiglia Assad dal ‘71, le serate scorrono al ritmo blando delle partite di domino, essenziali come il pane non lievitato intinto nella pasta di ceci, l’hummus, dolci come i pasticcini al miele, speziate come i cibi della regione, inebrianti e innocenti come i narghilé alla frutta. Nella culla degli hammam, i bagni turchi, le notti sono invece militaresche come la canadese che pianto dappertutto - anche ai margini della pista che traccia il Badyyat-ash-Sham, la distesa di sassi percorsa da carovane di pellegrini che dall’Africa musulmana si dirigono annualmente a La Mecca via Baghdad – e che ripiego solo entrando a Damasco.
Un tempo definita ‘la perla tempestata di diamanti’, per i parchi e i giardini, la città che contende ad altri centri del vicino oriente il titolo di abitato più antico del mondo è oggi un agglomerato variegato, zeppo di parabole, che ospita un terzo dei siriani, minoranze curde, cristiano-maronite, armene e circasse, centinaia di migliaia di profughi iracheni e persino genti che si esprimono in aramaico, l’antica lingua della Bibbia. La storia si respira, i precedetti tramandati dallo stile di vita nomade si toccano con mano. Primo fra tutti, l’accoglienza verso lo straniero. Non mi sorprende, insomma, che due figli di allevatori di piccioni - i kashkash – mi invitino subito a sorseggiare thé alla menta e a far gorgogliare pipe piene di tabacco alla mela nel loro cortile. Né che l’indomani mi guidino alla moschea degli Omayyadi, il luogo sacro che custodisce la testa di Giovanni il Battista e nel quale – primo Papa della storia – Karol Wojtyla di lì a poco si toglierà le scarpe in segno di rispetto verso i fratelli musulmani. Né, infine, che mi accompagnino alla ricerca di uno dei taxi collettivi diretti in Giordania. Stavolta per evitare sorprese mi metto in marcia in pieno giorno. Eppure ad Amman arrivo solo quando il sole è già tramontato e mi devo accontentare di dormire sul tetto dell’edificio attiguo alla moschea di Re Hussein, bivacco notturno di decine di barboni.(IN TEORIA tratto da Ulisse n.296 - Aprile 2009)

