domenica 17 gennaio 2016

The Happy Slam


MELBOURNE PARK (AND ME)

Il piede col quale entrai la prima volta a Melbourne Park era il sinistro. L'altro era convalescente, e lo sarebbe rimasto per un mese intero. In mattinata, un'infermiera del Royal Hospital l'aveva guardato con una smorfia, poi mi aveva accettato al pronto soccorso anche se mi ero presentato senza assicurazione e tessera sanitaria. "Ho lavorato con l'esercito australiano in Cambogia - aveva detto, per spiegare il codice rosso, la radiografia e la bomba di antibiotici - ma non ho mai visto una cosa del genere". La cosa era figlia di un taglietto rimediato da qualche parte tra Komodo e Timor e degenerato in una roba troppo pulp per questa sede. Dimesso con la promessa che il piede destro non sarebbe stato amputato, avevo festeggiato la buona novella saltellando fino alla Rod Laver Arena, dove mi aspettava il mio primo accredito per uno Slam. Non sapevo che avrei fatto l'alba appresso a Hewitt e Baghdatis, che per Federer la pacchia era praticamente finita e che per Djokovic stava iniziando la festa. Ma soprattutto, non immaginavo che Melbourne sarebbe diventata la mia seconda casa da lì a 3 anni, quando da modesto giornalista romano mi sarei evoluto in modesto giornalista romano trapiantato in Australia. Nel lucky country avrei trovato in rapida successione, moglie, lavoro e alloggio, un monolocale a 1.300 passi dal sancta sanctorum di Melbourne: i campi color puffo col logo che richiama il titolo di città letteraria, conferito dall'UNESCO in un momento di profonda confusione. A cinque anni di distanza, moglie e lavoro sono sempre gli stessi, mentre l'appartamento in affitto si è trasformato in un bilocale col mutuo. Melbourne Park invece è diventato una sorta di garçonniere, dove mi presento a qualsiasi ora, a Ferragosto o a Natale, con 4 o 40 gradi, oppure per usare la doccia quando la mia è fuori uso. Al punto che metà dello staff mi conosce per nome e l'altra metà mi chiama affettuosamente troublemaker, una versione anglo-edulcorata di rompiscatole. In 5 anni ho contribuito allo svezzamento di una trentina di raccattapalle e in qualche modo ho portato a casa una coppetta, ma mi sono anche scontrato con un'amara verità: 'sto gioco non si impara per osmosi. Il rovescio è sempre quello di Nonna Papera, metto ancora il 30% di prime nelle giornate di grazia e a rete sono pure peggiorato. Ma bazzicare la casa del tennis down under mi ha permesso se non altro di ficcare il naso nella storia di un Paese che un tempo dominava questo sport e di osservare dalla prima fila la crescita dei campioni di domani. In particolare di uno.

NICK MANOLESTA

In palestra, Nick spiccava solo perché grosso, mulatto e scoglionato. "Sì, ma magari giocassi come lui", mi disse un junior classe '95, Jacob Grills. Due mesi più tardi, Nick debuttò nel play off per la wild card dellAustralian Open, e in quella che era la sua prima partita al meglio dei 5 set fece saltare i nervi a Sam Groth. A prima vista, quel Kyrgios lì sembrava poco reattivo, invece rispondeva sempre, bene e profondo. Pareva lento, ma copriva ogni angolo e non andava mai in affanno. Sapeva giocare di rimessa, ma quando prendeva l'iniziativa tirava mattonelle con nonchalance. Dava l'impressione di avere la testa altrove, sprecava energie tra soliloqui e catenine, invece era lucido come un killer. Il contorno, dalle proteste alle provocazioni, dalle lagne alla negatività, dalle invettive agli atteggiamenti irritanti, erano indizi di un ex loser che con la pubertà aveva scoperto di eccellere in qualcosa. E che attraverso quel qualcosa voleva sistemare un po' di conti aperti col mondo, meglio se indossando i panni del fenomeno anticonformista e maledetto. Immaturo sì, ovviamente, ma abbastanza scaltro da fare di quellantipatia un'altra arma a sua disposizione, per infastidire l'avversario. A 17 anni, Kyrgios era già un mix di tecnica e tigna, aggressività e arroganza, cinismo e coattume. In quel match contro Groth lo lasciai in vantaggio due set ad uno, poi per caso ci ritrovammo negli spogliatoi. "Hai vinto?" gli chiesi. "No" rispose secco. Cazzate, aveva chiuso in quattro, strappando 5 volte il servizio a uno dei più potenti sparapalle del circuito. Ma Nick ci teneva a non lasciarsi andare ad un sorriso che avrei potuto interpretare come di autocompiacimento, o di intesa. Il personaggio era fatto e finito. Alla lista dei pensieri sul ragazzo aggiunsi 'sbruffone', con un certo anticipo sul resto del pianeta-tennis. Qualche settimana dopo, sugli stessi campi andò in scena uno degli Slam junior più ricchi di talento dell'ultimo decennio: in tabellone c'erano Coric, Chung, Nishioka, Ymer, Garin, Duckhee-Lee, Milojevic, Quinzi. In semifinale ci arrivò Baldi, in finale Kokkinakis. Sull'albo d'oro, Kyrgios. L'Australia Day fece da sfondo al derby tra wogs, i figli della nazione multietnica, in una finale che presentò agli appassionati due cavallini di razza. Due gemelli diversi, uno allegro ma acerbo, solare ma sbilenco, forte tecnicamente ma fragile fisicamente; l'altro già pronto per essere messo in tavola. E che infatti entro due mesi avrebbe vinto un challenger, entro settembre si sarebbe accomodato tra i top 200, e prima di compiere 20 anni avrebbe battuto Nadal a Wimbledon e Federer a Madrid. E poi anche Murray a Perth. Uno la top 10 la potrebbe assaporare, l'altro potrebbe farne il suo parco giochi. Arrivando a ritagliarsi un posto al sole tra i miti del tennis australiano.


SOTTO IL SEGNO DI ROD

La tradizione, a Melbourne Park, stimola senza schiacciare. Si vive, si respira e spesso si incrocia anche nei corridoi. E se non hai studiato la storia, ci sono decine di vetrine piene di racchette d'annata, palline autografate, libri, giacche, coppe e cimeli. E poi c'è la galleria 3D delle leggende australiane tutta intorno alla Garden Square, la piazzetta che a gennaio si anima tra chioschi, maxi schermi e gente a prendere la tintarella. Nel 1993, Tennis Australia l'ha resa una sorta di Hall of Fame a cielo aperto, e nel primo anno ha subito iscritto nel club Margaret Court e Rod Laver, bruciando con un colpo solo più di ottanta Slam, forse in nome del politicamente corretto o per eccesso di ottimismo. Molto più probabilmente perché il tempo passa e certi riconoscimenti è meglio assegnarli prima che sia tardi. L'anno seguente, Tennis Australia ha aggiunto altri tre nomi - Roy Emerson, Neale Fraser e Evonne Goolagong - per un totale di altri 61 successi Slam e 11 tra Davis e Fed Cup. Nel '95 si è invece limitata a inserire Lew Hoad e Ken Rosewall, scendendo ad una trentina di Majors e a una decina di Insalatiere. E così via, fino a nominare 12 leggende tra il '96 e il '98 e a ritrovarsi a negli ultimi anni a celebrare Kerry Reid (vincitrice giusto di un Oz Open in singolare e di 3 Slam in doppio), o un top ten quasi per caso come Owen Davidson, compagno di merende di John Newcombe, famoso soprattutto per aver vinto nel 1968 a Bournemouth la prima partita del neonato circuito Open. I suoi Slam furono dodici, 2 in doppio e 10 in misto, tanto per precisare che anche la targa che ne accompagna nome e volto è lunga così. Ad ognuno è dedicato un busto in bronzo, realizzato da tal Barbara McLean e installato a metà strada tra i cancelli della struttura e l'ingresso degli stadi, dove è impossibile non vederli. I prossimi saranno probabilmente Hewitt e Stosur, dopodiché l'Australia dovrà sperare che gli Special Ks mantengano le promesse, che il parricidio di Tomic si riveli una mossa redditizia, e che quell'altra capatosta di Jasika non si dimostri un altro Kratzmann, come Klein e Saville, o non si perda per strada come la Barty. La quale a 19 anni si è già riciclata nel cricket dopo aver vinto 68 partite su 71 a livello junior e dopo aver raggiunto da professionista tre finali Slam di doppio nel 2013, a 17 anni.

GENERAZIONE PERDUTA

Di fronte alla meglio della terza età e alla meglio gioventù mondiale, la domanda nasce spontanea: che fine hanno fatto i nati tra l'82 e il '92? Possibile che nel dopo-Hewitt e nel pre-Tomic, l'Australia non abbia partorito niente di meglio di Matthew Ebden? Secondo Mark Woodforde, l'errore in campo maschile è stato tecnico, cioè lasciare i giovani nelle mani di coach senza pedigree e con un unico chiodo fisso: adeguarsi all'omologazione delle superfici insegnando agli angeli aussies a remare da fondo. Il panorama femminile è persino più grigio, e dietro la Stosur non c'è niente a parte tenniste prodotte all'estero. Senza matrimoni usa-e-getta e senza la legge sulla cittadinanza rapida per meriti sportivi, l'Australia di Fed Cup sarebbe una squadretta da gruppi zonali. Per l'alter ego di Woodforde, Todd Woodbridge, le donne sono nella condizione in cui si trovavano gli uomini cinque-sei anni fa, e le colpe, anche lì, vanno distribuite tra i coach e la federazione. La ragione di fondo, però, prima ancora che tecnica potrebbe essere tattica. Cioè la nomina di allenatori che non avevano esperienze con donne e non ne conoscevano pensieri, parole, opere  e omissioni. Per invertire la rotta, il coordinamento dell'accademia federale è finito nelle mani di Jason Stoltenberg e Nicole Pratt, attraverso i quali passa tutta la ristrutturazione. Si parte dai maestri, ai quali si chiede di curare diversamente ogni aspetto: la tecnica (dall'A-B-C, dalla combinazione servizio-dritto), l'approccio mentale e la preparazione fisica. Il tutto col coinvolgimento di professionisti che hanno già lavorato nell'universo femminile, da Stefano Barsacchi, ex preparatore atletico di Francesca Schiavone e della FIT, a Chris Johnstone, ex della Gajdosova (I meant ex Groth, actually Wolfe, ci siamo capiti). In entrambi i casi - uomini e donne - la costruzione del campione parte dall'introduzione di programmi comuni in tutto il Paese, ma anche da un monitoraggio degli under 12 nazionali e dalla selezione dei migliori under 14, che a partire da quell'età possono ricevere borse di studio e continuare a vivere nelle varie capitali statali (Adelaide, Brisbane, Melbourne, Perth e Sydney) a carico di Tennis Australia. La casa madre copre i costi della scuola, degli allenamenti, dei viaggi e dei tornei e poi incrocia le dita. Non so se basti, ma io non so neanche smashare, quindi non è che posso mettermi a fare le pulci. Ah, e poi c'è la questione dellappeal: con una disoccupazione al 6% e stipendi medi da 60mila dollari netti all'anno, secondo la federazione è fondamentale che genitori e figli non vedano il tennis come un investimento a fondo perduto o come un modo per centuplicare i followers su Instagram, ma che intravedano un percorso professionale con uno sbocco più remunerativo di una carriera da infermiera o poliziotto, senza contare - per dirla alla Agassi senior - da giocatore di baseball.  L'assioma è talmente banale da sembrare semplicistico: più ragazzini avvicini al tennis più chances hai di pescare nel mucchio. Spagna e Francia insegnano poi che quando le reti sono piene zeppe, statisticamete è più probabile che una perla esca fuori.

TENNIS (IN) AUSTRALIA

Prima dei risultati tecnici, comunque, il presidente di Tennis Australia Steve Healy e l'amministratore delegato Craig Tiley, non hanno mai fatto mistero di puntare a quelli economici, non solo per i giocatori. La loro creatura ha 276mila iscritti e garantisce più di mille posti di lavoro a tempo indeterminato. Il suo prodotto di punta - lAustralian Open - immette circa 250 milioni di dollari nell'economia dello stato di Victoria e attira 369 milioni di telespettatori nonostante un fuso orario infame per la maggior parte degli appassionati. Una torta del genere fa da sempre gola a Channel 7, il network che almeno fino al 2019 sborserà ogni anno 40 milioni di dollari per la copertura del mese di tennis in cui l'Australia si sente finalmente al centro del mondo. L'audience nazionale nel 2015 ha superato i 15 milioni di viewers: con le dovute proporzioni, è come se Canale 5 trasmettesse quattro settimane consecutive di tennis in Italia e alla fine della fiera l'auditel contasse 40 milioni di telespettatori. Le ragioni del boom sono parecchie: intanto qui gli sport sono frutti stagionali, allamericana: il football australiano (alias AFL, aka footy) e le varie salse di rugby vengono consumati nei sei mesi invernali, da marzo a settembre, e quando passano loro non cresce più l'erba. A parte quella di Wimbledon, dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi, of course. Ad ottobre e novembre sale invece in cattedra l'ippica, mentre la vela e il surf sgattaiolano sul palcoscenico a dicembre. La concorrenza a gennaio è insomma limitata: il calcio cerca di rosicchiare quote di mercato anche a Natale e a Capodanno, ma da quando Del Piero ha fatto le valigie, i canali in chiaro non sgomitano più per trasmettere l'A-League. Basket e netball se la cavano bene nei palazzetti ma attirano molto di meno l'appassionato da divano. Resta il cricket, il cui interesse raggiunge l'apice col test match di Santo Stefano ma poi si affloscia. A gennaio molti australiani sono in vacanza, e dopo una giornata sotto le radiazioni ultraviolette, è tradizione strafogarsi di salsicce bevendo VB mentre Jim Courier, John Fitzgerald, Rennae Stubbs e il resto della compagnia commentano la puntuale maratona serale di Hewitt.

RITORNO AL FUTURO

A dirla tutta, la partnership dellAustralian Open con Channel 7 è iniziata nel 1973, sull'onda lunga della Golden Generation. Ma è il contesto ad essere oggi profondamente diverso. Basti pensare che quarant'anni fa, nell'ultima edizione vinta da un aussie, Mark Edmondson conquistò l'erba di Kooyong da numero 212 del mondo anche perché a Melbourne non si videro praticamente mai né Nastase, né Connors, né Borg. Eddo fu protagonista della favola più incredibile del tennis moderno: a un mese dall'inizio del torneo sbarcava ancora il lunario lavorando part time come uomo delle pulizie in un ospedale e finì nel main draw quasi per caso. Non essendo prevista l'accommodation dormiva da amici di famiglia, mancando la transportation girava per Melbourne in tram, e non avendo un vero e proprio sponsor, durante il torneo cambiò anche tre volte marca di scarpe. Ma il fatto che nessuno dei primi 5 della classifica fosse presente in tabellone, svela l'altarino: l'Australian Open del tempo era poco più di un campionato nazionale. Neanche troppo generoso, visto che al vincitore andava un assegno da 7.500 dollari. Da allora la rincorsa ai battistrada è stata lunga, tra balletti di date, costruzione di impianti e cambi di superficie, ma fino a 25 anni fa il torneo offriva ancora la metà del prize money di Roland Garros e un terzo di Flushing Meadows. Oggi, dal punto di vista dell'immagine, il gap con la concorrenza è pressoché colmato, e altri 338 milioni di dollari (statali) investiti nel quinquennio 2010-15 hanno portato all'ennesima ristrutturazione della cittadella del tennis, che prossimamente raggiungerà persino l'autosufficienza idrica. La sensazione è che il primo Slam stagionale covi ancora il complesso di Calimero e metta a segno un colpo ad effetto ogni 12 mesi per compensare il deficit di fascino rétro. Ma a Melbourne hanno certamente avuto il merito di cercare di migliorare un prodotto che per altri doveva rimanere identico a se stesso, mettendo d'accordo gli appetititi di pubblico, sponsor, telespettatori e giocatori con due sole parole: soldi e tetti. LOpen d'Australia è stato il primo Slam con tre campi coperti, il primo a sfondare il muro dei 40 milioni di dollari di montepremi e il primo ad accompagnare i vincitori all'aeroporto con un bottino di 3 milioni e rotti. Cifre un po' sgonfiate dal calo del dollaro locale (che negli ultimi 18 mesi ha perso il 30% rispetto a quello americano e il 20% rispetto all'euro), ma in certi casi il pensiero basta e avanza. La grandeur melbourniana ha pagato su tutta la linea, attirando sempre più gente: dai 288mila biglietti staccati del 1988, anno del trasferimento a Flinders Park, ai quasi 704 mila del 2015, l'Happy Slam ha conosciuto ogni anno un segno positivo alla voce attendance. L'installazione di tribunette più ampie e coperte su altri campi secondari è lo stratagemma per far segnare un'affluenza record che poi si traduce in più birre, più meat pies e più asciugamani. Solo l'anno scorso ne sono stati venduti 25mila. Tennis Australia ringrazia per la fiducia e annuncia che per il 2015 i conti sono in attivo di 12 milioni di dollari. Se poi Kyrgios esplode sul serio, la ricreazione è davvero finita.

martedì 29 dicembre 2015

The Interview

Contro il logorio della debilitante off-season, non sempre bastano storie o racconti di chi il tennis lo ha vissuto alla grande per quasi tutta la propria vita a compensare la mancanza del gioco vero e proprio, anche se a volte fortuna vuole che qualcosa vada oltre il semplice racconto, sfociando nell’esperienza di vita che lascia davvero di stucco anche solo per la verve di chi la racconta in prima persona. Dieci ore di fuso orario e 10.000 miglia esatte si sono frapposte tra me ed il mio interlocutore, con le feste natalizie che hanno complicato il tutto, eppure il caffè ‘mancato’ per fare di persona quelle due chiacchiere di rito non mi ha privato della conoscenza di una persona brillante e virtuosa, con tanta passione che non è stato difficile veder fuoriuscire dalle fredde lettere in un anonimo Times New Roman.
Dario Castaldo, dall’esperienza di Supertennis TV, con la quale collabora ancora per gli Australian Open e gli Internazionali BNL d’Italia, alla vita in Australia. La sua vita è passata dal Bel Paese al nuovo mondo Down Under: È cambiato poco. La sveglia suona prima dell’alba anche qui, guido sempre uno scooter coreano, mi pagano ancora per parlare in radio e alle soglie dei 40 anni continuo a dilapidare i risparmi tra viaggi zaino-in-spalla. La differenza sta nel contorno: a Melbourne non c’è uno straccio di piazza, ci sono più autostrade che librerie e il limoncello costa 50 dollari a bottiglia. In compenso il mio editore è il governo australiano, un tizio flessibile come un palo della luce ma che tende ad essere corretto. Insomma, lavoro per l’emittente di Stato, a giorni alterni palleggio sui campi di Melbourne Park e non ho mai preso multe, ma dopo 5 anni non mi è ancora chiaro se nel cambio c’ho rimesso.” Non manca poi una menzione per chi è stato un'ispirazione negli anni: “Alberto D’Aguanno. Prima nel lavoro, poi nella vita.
Come detto, dall’Italia all’Australia, non si è mai scordato gli inizi. Quali sono stati i primi passi nel mondo del giornalismo sportivo? Cosa rifarebbe e a cosa darebbe un colpo di spugna?
Il giornalino delle elementari vale? Intervistai il compagno di scuola che si chiamava Francesco Totti, sa? La gavetta è iniziata ai tempi dell’università, in un’agenzia stampa che pagava 15mila lire ad articolo, perché ci sono cose che il tempo non cambia. Nel frattempo sono passato per cinque o sei radio, per tre o quattro televisioni, per un paio di quotidiani e un paio di mensili di calcio, per magazine di viaggi, per riviste culturali, per service editoriali e pure per web tv. Sono 20 anni di bivii, roba che a ripensarci viene la labirintite. Rimpiango solo quella volta che da bordocampista commentai la finale del campionato australiano. Dopo 120 minuti lisci come l’olio, al fischio finale corsi incontro al man of the match e gli lanciai una battuta di spirito. Mi uscì male, lui la capii peggio e sparò un paio di ‘fuck’ in diretta radio nazionale. Sulla vicenda venne pure aperta una specie di inchiesta. Fui assolto, era tedesco.
Voce di tante telecronache nella sua carriera, come ogni telecronista che si rispetti, ha tanti ricordi delle gesta che la propria voce ha avuto l’onore e l’onere di raccontare, con qualche imprevisto che è quasi un classico, ma che a distanza di anni si ricorda quasi sorridendo: “Telecronache piacevoli? Tutte, persino Barrois-Larsson, semifinale dell’Estoril con 5 spettatori in tribuna e qualcuno in meno davanti alla TV. Complicate? I doppi estemporanei tipo Marx-Zelenay contro non so chi e chi. O quelle notturne. È successo più di una volta che un compagno di telecronaca si assopisse, o che alle 6 di mattina andassi in radio senza passare dal via. Durante un quarto di finale di Auckland il mio ospite si rifiutò di parlare della partita, chiedendomi di cercare argomenti alternativi per tutta la durata del match. Per Dahlia TV seguii dal vivo la finale del Challenger del Due Ponti tra Volandri e El Amrani, appollaiato di fronte al giudice di sedia senza monitor né internet. Più che una telecronaca fu un esercizio creativo. Last but not least la finale del Foro Italico del 2012 tra Sharapova e Li Na. Partita isterica, sospesa per pioggia sul 6-6 al terzo: mentre attorno scoppiano tafferugli tra gli ultra del Napoli e della Juve, il mio compare molla la presa dopo due ore di attesa, ho il motorino a piazzale Clodio e 10 amici che mi aspettano sotto casa perché l’indomani ho l’aereo per l’Australia. Ho rischiato di perdere o il volo o la faccia, invece come nel più classico cheeseburger hollywoodiano non solo tutto si è sistemato, ma quel giorno Supertennis ha superato per la prima volta il milione di contatti.
La sua nuova vita lontano da casa ha permesso di tenersi a stretto contatto con il dietro le quinte del tennis, intervistando molti personaggi di spicco nell’ambiente. Professionista ma anche, logicamente, uomo: quando ti trovi ad un passo da grandi campioni non puoi rimanere totalmente distaccato, per cui rimangono sensazioni profonde anche se si parla delle impressioni del bordo campo: “Sono un povero idolatra. Sospiro come una groupie ogni volta che Nadal mi saluta o che Federer sghignazza come unaclaque del Drive In. Quel neurone che rimane funzionante lo sa che Gulbis non è proprio un filosofo, ma poi depone le armi e decide che è meglio continuare a credere a Babbo Natale.
Per quanto l’Italia sia un paese che può vantare numerosi appassionati di tennis, in Australia si disputano ogni anno moltissimi tornei, e la storia la vede come una delle capitali di questo sport. Come si vive il tennis in Australia?: “Presente i Fanatics? Rappresentano la parodia del tifoso australiano: chiassoso ma mai sopra le righe, devoto ma leggero, appassionato ma innocuo. Fondamentalmente indifferente. Al tennis, come a qualsiasi altro aspetto della vita, gli australiani chiedono solo un pretesto per stare insieme e bere birra. Il cricket tira per questo, le partite durano 5 giorni.
Anche la Federazione nazionale è sempre stata un punto di appoggio non indifferente per i giovani talenti.Quali sono i passi che vengono intrapresi per la crescita di un futuro campione? E di cosa potrebbe fare tesoro la Federazione italiana?
L’appoggio c’è e serve, per carità. La tradizione e la professionalità aiutano. I soldi ancora di più. Poi vedi Kyrgios e capisci quanto conti madre natura. La prima volta che lo incrociai non gli avrei dato una lira: quel giovanottone olivastro, che ciondolava per la palestra come un pivot svogliato e a 17 anni parlava come un rapper da spiaggia mi sembrava destinato a finire dritto dritto al 7-Eleven di Frankston. Due mesi dopo lo vidi in campo e capii che chi dice che per emergere nello sport serve la testa, forse intende un’altra testa.
I giovani talenti nel tennis maschile sono davvero tanti e di ottimo livello, a partire dagli stessi Nick Kyrgios e Thanasi Kokkinakis fino ad arrivare a Jordan Thompson, Luke Saville, Omar Jasika ed il giovanissimo Alex De Minaur: che decennio si prospetta per quanto riguarda la Coppa Davis, con magari un Lleyton Hewitt come possibile capitano?
Se supererà indenne la botta iniziale, tra un paio di stagioni Hewitt potrebbe ritrovarsi al volante di una fuoriserie. Portarla al traguardo sarà un’altra storia, perché il doppio non sarà mai di valore assoluto e perché a turno almeno un singolarista verrà sacrificato e probabilmente si legherà l’esclusione al dito, aumentando le frizioni. Hewitt sa sicuramente fare il martello ma non ce lo vedo nei panni di incudine, come Rafter. Non sarà facile gestire disciplina interna e le aspettative esterne, e se va avanti così il mondo del tennis prenderà di mira questa banda di bad boys e ogni partita diventerà una battaglia. Aggiungici che in mezzo a questa collezione di testine calde nessuno mi sembra in grado di garantire un rendimento costante, figuriamoci due punti, e capisci che questa generazione potrebbe essere ferro o piuma. Certo, il futuro sarà all’insegna dell’anarchia, non ci saranno più Murray o Djokovic a vincere Davis da soli, quindi tutto sommato mi sorprenderei se tra dieci anni non avessimo un paio di insalatiere in più. (il passaporto ce l’ho, ovvio che se si vince sul carro del vincitore ci salgo pure io, fossi scemo).
Tra le donne, invece, oltre alla rampante Daria Gavrilova, l’età media sembra piuttosto alta per pensare al futuro, anche se si seguono con attenzione le giovanissime Naiktha Bains (finalista al Trofeo Bonfiglio 2014) e Destanee Aiava (già vincitrice in ben 5 eventi Under 18 a soli 15 anni). C’è margine per il salto di qualità anche per le ‘ladies’?
Qualche giorno fa Woodbridge mi ha detto che le donne vivono la situazione in cui si trovavano gli uomini 5 o 6 anni fa. Io non potevo fare a meno di chiedere all’oste se il vino era buono, lui non poteva rispondermi diversamente. Il quadro complessivo non può che migliorare. Aiava e Bains giocano bene ma non mi sembrano gli Special K’s al femminile. Quelli o te li regala madre natura o niente. Puoi portare avanti programmi e progetti, garantire sussidi e carte di credito, infrastutture e tecnici, fisioterapisti e preparatori atletici di spessore mondiale, ma dal mucchio tiri fuori al massimo una Provis e una Dellacqua.
Per noi che siamo a quelle solite 10.000 miglia di distanza viene spontaneo fare una riflessione sul futuro del tennis azzurro: ci sono gli elementi per vedere presto emergere gli eredi dei campioni italiani di questi ultimi anni? Cosa serve al tennis italiano per portare più interpreti in Top10?
Se lo sapessi, mi presenterei a Tirrenia e baratterei la ricetta con una fornitura a vita di grisbì.
(tratto da Spazio Tennis)

sabato 1 agosto 2015

High and Dry


Se mi negano il visto di ingresso nonostante 4 libri a tema, 3 ostelli prenotati, 2 passaporti validi e 1 nome di battesimo che piu' persiano non si puo', peggio per loro. Dirotto sull'Etiopia.



Day 1-2
Qualcuno tra Virgin e Etihad non ha fatto il suo dovere. Cosi' per una volta che decido di imbarcare lo zainetto, mi ritrovo a dover girare un bazar* alla ricerca di un paio di mutande.


* tra parentesi pure bello, a Kashan

Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
 In the jingle jangle morning I'll come followin' you

martedì 30 giugno 2015

Citizen Castaldo

Una mattinata grigioscura di dicembre ho capito che l'ansia da prestazione è come andare in bici. Una volta sperimentata, non si dimentica. Lonsdale street, angolo Spring, secondo piano, Ministero dell'Immigrazione, test per la cittadinanza. Prima di consegnare un faldone con tutti i passaggi di frontiera degli ultimi 10 anni, ho ripassato quello che viene chiamato study book.
In realtà un opuscolo sottile come il manuale della lavastoviglie.
Tra una sequela di date, personaggi e informazioni che in altre circostanze sarebbero entrate da una parte con la stessa velocità con la quale sarebbero uscite dall'altra, una ridda di ovvieta'. Tipo il funzionamento di una democrazia parlamentare, la tripartizione dei poteri e la laicita' dello Stato. Roba che ai rifugiati beluci, azara e dinka deve sembrare la formula di Eulero, ma che all'occidentale medio fa ripensare con nostalgia all'ora di educazione civica. Quando potevi tranquillamente dedicarti al picchetto e al fantacalcio.
Una passeggiata di salute, a walk in the park, 'sto test.
Tra l'altro - mi dicono - se lo fallisco al primo giro posso riprovarci subito, con un tutor che mi tiene la manina. Ecco perche' dal 2007 l'hanno affrontato in 650mila e sono stati bocciati giusto 7.200. Ed ecco perche' se toppo mi conviene espatriare assieme alla mia spocchia eurocentrica e sparire senza lasciare traccia.
E l'ansia pompa.
Perche' la procedura e' a ostacoli e prevede che prima passi per un funzionario di origine salvadoregna. Il quale insiste col chiedermi per quale motivo uno debba andare in vacanza in Libia, in Yemen e in Oman.
Quando mi siedo davanti al pc ho la salivazione azzerata.
Quant'e' che non mi ritrovo faccia a faccia con un test a risposta multipla? In inglese, per giunta? Per una prova anonima e facile, poi, dove non te la puoi prendere neanche con la piaga del nepotismo? E dove in 15 minuti devi azzeccare 16 risposte su 20, mica due o tre. Cosi', sulla prima domanda, mi blocco. Leggo, rileggo e ririleggo.
Poi la leggo ancora, dall'inizio, con calma.
"Quali sono i colori della bandiera australiana?" chiede, se ho letto bene.
Respiro, ragiono, rileggo,
Dev'esserci una trappola.
Forse qualche stella e' bordata di nero, il blu in verita' e' elettrico, oppure azzurro. O forse cobalto. E il rosso e' pompeiano. Niente, tra le risposte multiple 'pompeiano' non c'e'. Clicco su "Bianco-rosso-blu". Risposta corretta. Sono passati 44 secondi. Per rispondere correttamente alle altre 19 domande - un filino meno scontate - servono altri 2 minuti e mezzo. Una ogni 8 secondi.

Dopo sei mesi e un giro di fax per spiegare che a maggio vado all'estero (al Foro Italico, mica in Corea del Nord, fossi scemo), nella cassetta della posta arriva finalmente l'invito a comparire. La cerimonia si tiene nel municipio di Preston nel giorno piu' corto dell'anno, il 21 giugno. Il che per il mio dirimpettaio cantonese (che ha dovuto rinunciare alla sua cittadinanza cinese) e' metafora della luce che sta per illuminare la sua esistenza, per me del buio nel quale e' precipitata la mia. Assieme ad altri 79 immigrati mi ritrovo a giurare fedelta' ai principi costituzionali della federazione e del Commonwealth, a mugugnare quel che poco che so dell'inno nazionale e a spazzolare un tiramisu' gigante a forma di nuova Patria. Non prima di aver stretto la mano al sindaco di Darebin, al signor Rajish (che pero' non so chi sia, visto che mentre parlava cercavo di ripassare le parole dell'inno), ad un ragazzotto che mi regala una spilletta, ad un tizio che mi offre una piantina, ad una signora che mi allunga un attestato e a tal Fiona Patten, deputata del Sex Party che li' per li' lancia occhiate de fuego a tutti i maschi presenti, e che poi inviera' una letterina ammiccante a tutti i neo australiani, perche' 80 voti vergini fanno parecchio sangue.
Faccio fatica a respirare la solennita' del momento, e non me ne puo' fregare di meno di farmi immortalare mentre stringo le mani a tutti i delegati, ma visto che gli altri 79 non sono del mio stesso avviso, si esce dal Municipio quando e' gia' sera. Dopodiche' bastano altri 250 dollari e un paio fototessere nelle quali faccio uno sforzo disumano per non sorridere, e il passaporto e' pronto.
D'ora in poi, se un Ministero degli Esteri dimentica di convalidarlo e mi manda in giro per il mondo con un documento irregolare, ho comunque un altro passaporto da mostrare alla pattuglia ucraina che mi ferma per atti osceni in luogo pubblico.
Se il diluvio sul Kilimangiaro ne cancella la data di scadenza, ne ho sempre un altro da sventolare sotto al naso del doganiere di Fiumicino che mi accusa di averlo fatto apposta (eppure la data di emissione parla chiaro, pirla).
Se al confine tra Aqaba e Eilat imbrattano una pagina col visto israeliano posso ancora completare il puzzle col Pakistan, il Sudan e gli altri Paesi che altrimenti non mi farebbero entrare.
Se poliziotti turchi mi divelgono un pagina, se funzionari mongoli si lamentano perche' non riesco ad assumere la stessa espressione della foto, se gabellieri moldavi mi tengono a bagnomaria perche' sono entrato illegalmente passando dalla Transnistria, se ne dimentico uno nella tasca interna della giacca e me ricordo quando la lavatrice e' arrivata alla centrifuga, in tutti i casi ne ho uno di riserva. Da lasciare sotto la doccia di un ostello di Chicago. 
Di buono c'e' anche che se finisco nella morsa dell'ISIS, d'ora in poi ho il doppio delle possibilita' che un governo si muova per togliermi dai guai. Ma ho pure il doppio del doppio del doppio delle chances che contro di me si scaglino i leoni da tastiera. Di buono c'e' che adesso diventero' parecchio piu' bello agli occhi di un sacco di italiane, ma e' pure vero che se continuo a frequentare australiani diventero' palloso come un film di Lars von Trier. E allora non mi restera' che diventare pure ricco. O prendere una terza cittadinanza.
Quel che mi lascia perplesso, adesso, non e' tanto lo sdoppiamento dell'identita' e della personalita', il raddoppiamento delle tessere elettorali e del tempo necessario per spiegare da dove vengo e che sono si', italo-australiano, ma mica come quelli la'. No, quel che non capisco e' cosa rappresento da oggi in termini statistici. Per dire, se domattina schiatto per parassitosi o trafitto da un'alabarda mentre piscio dalla finestra come Remigio, divento un numero per le statistiche di Roma, di Canberra o di tutte e due? 
p.s. questo non e' l'inno. L'inno e' peggio.

mercoledì 6 maggio 2015

A volte ritorno

A Tullamarine, su un paio di A330 dell'Air Asia, a Kuala Lumpur, a Pechino (dove in primis si dorme in aeroporto, poi si spera che la compagnia di turno non chiuda), a Panmunjom (stavolta dall'altra parte, pero'), ad Abu Dhabi, a Fiumicino, al Foro Italico, su Supertennis. E poi da Jonas, da Filippo, da Viggo, da Valerio, da Bruno grande e da Bruno piccolo.