domenica 26 giugno 2016

La decrescita felice

Passerà, prima o poi, questa noia mortale, questa monotonia che in confronto la Formula Uno è tutto un Moët Moment. Almeno i piloti con l'auto bionica sono due. E poi magari uno rompe, uno si ritrova una gomma a terra, un meccanico si inceppa, una Sauber ti tampona. Botte di adrenalina, rispetto al tennis. Djokovic non rompe mai, non si sgonfia mai, non si inceppa mai e gli altri vanno talmente piano che il cannibale lo batte solo la congiuntivite.

Ci vuole pazienza, però, perché uno più forte del serbo non è ancora venuto fuori e non è detto che nasca. L'Impero del Nole non finirà sotto i colpi di un altro. Djokovic andrà avanti finché non correrà i 100 in 9'50, finché i contemporanei non saranno umiliati e i posteri non sapranno di essere eredi per caso. Quando Nole avrà battuto pure Beamon e Sotomayor e la Serbia avrà il suo nuovo grande Presidente, allora sì, la palla passerà al fortunello di turno, uno che sarà l'antitesi del perfezionista di Belgrado: cialtrone, guascone, un po' quaquaraquà. Amato perché atteso sì, ma non osannato, perché la sua missione nella storia non sarà migliorare il tennis, ma riumanizzarlo, guidandoci verso la decrescita felice. 

Uno dei candidati è Nick, il guappo nato 21 anni fa a Canberra. Un postaccio freddo e isolato, senza una spiaggia, una stazione, un aeroporto internazionale, una squadra di calcio o di footy. Una capitale messa su di corsa per evitare che la rivalità tra Melbourne e Sydney superasse il livello di guardia e costruita seguendo il mito della città ideale, fatta di vialoni, laghetti, parchi e gallerie d'arte. Sulla carta tutto bello, in realtà un'accozzaglia di edifici anonimi, odiata dai suoi stessi abitanti. Un posto talmente  alienante che negli anni Ottanta il Primo Ministro australiano John Howard preferiva sorbirsi 300 chilometri di Hume freeway pur di non viverci. 

Nicholas Hilmy Kyrgios è venuto al mondo lì, a una manciata di isolati dalle sede delle istituzioni federali, terzo figlio di due immigrati: una principessa malese che aveva cestinato il titolo nobiliare pur di sbarcare down under assieme alla madre, e un pittore - nel senso di imbianchino, non di artista - nato in un paesino sulle montagne Epiro e che aveva fatto le valigie per l'Australia durante gli anni Sessanta. Quelli che in Grecia sono stati favolosi solo per i colonnelli.
Giorgios detto George e Norlaila detta Nilli (lo shock da toponimi aborigeni ha portato gli Aussies ad un'intolleranza verso tutto ciò che eccede le due sillabe - così breakfast diventa brekky, barbecue barbie e Nicholas, ovviamente, Nick) avevano già avuto due figli. Uno battezzato secondo il rito ortodosso come il nonno paterno, Christos, l'altra come una principessa mesotopotamica, Halimah. Per i motivi di cui sopra, i due sarebbero poi diventati X e Hali. Col tempo si sarebbero diplomati rispettivamente in legge e in spettacolo, quindi uno avrebbe aperto palestre a Brisbane, l'altra avrebbe finito per recitare, danzare e cantare nei teatri giapponesi. Ma il loro posto al sole lo avrebbero trovato nella corte dei miracoli del piccolo Nicholas, tanto spavaldo in campo quanto bisognoso di sentirsi tra due guanciali una volta uscito dalla comfort zone familiare.

Che poi secondo Andrew Bulley, il suo primo mentore sui terreni spelacchiati del Lyneham tennis centre di Canberra,  quel ragazzino paffuto del Redford college non ha niente di speciale neanche con la racchetta in mano. È lento - e ci mancherebbe, tracagnotto com'è - e la testa parte spesso per la tangente. Basket e XBox, quelle sono le vere passioni del piccolo wog*. Passatempi che danno sostanza al suo bisogno di miti: i Boston Celtics, il Tottenham, Kevin Garnett, Adebayor. Tutte icone che sono ancora lì, nel pantheon kyrgiossiano, assieme alla famiglia, ai cani, al sushi e ai Griffin. Il Terzo Millennio ha aggiunto solo Rihanna e Twitter. E il sesso, vabbé.

Per carità, si applica e non manca mai un allenamento, Nick. Quando il circolo è chiuso, Nilli lo aiuta a scavalcare la recinzione per fargli tirare due colpi, anche a costo di obbligare la sorella a fargli da sparring. Perché il fisico non c'è, non ancora, ma l'appoggio della famiglia è totale e incondizionato. E lui intuisce che il dono di natura alimenta solo rimpianti e chiacchiere da bar. Per arrivare lassù ci vogliono volontà, umiltà e ambizione. Non in questo ordine, e per fortuna non in parti uguali. Quella stella polare lo porta, appena sfinato e sviluppato, a indossare la canotta della rappresentativa juniores di basket dello Stato. Un amore, il primo, breve e intenso ma che finisce a schifio. A 14 anni, dopo l'ennesimo infortunio, Nicholas ripercorre le orme dei genitori, abbandona la patria del cuore, la palla a spicchi, for a greater good, il tennis.

Nel giro di un paio di mesi la federazione lo prende sotto la sua ala, gli assegna una borsa di studio, lo affida all'ex pro Todd Larkham e lo mette su un aereo per le Figi. A Lautoka, Nick spiezza in due tutti gli avversari, e in finale lascia 4 games all'israeliano Dekel Bar, di due anni più grande di lui, intascando il primo titolo ITF junior. Kyrgios ha 15 anni e 2 mesi, i capelli malamente ossigenati, al collo una collanina con un crocifisso, in camera i poster di Philippoussis, Tsonga e Federer. Sul diario di scuola un motto nuovo nuovo: "Individua i tuoi idoli e poi superali". Il treno è lanciato.
L'anno seguente, NK fa capolino nel torneo junior degli Australian Open: in tabellone le primedonne sono altre - Thiem, Vesely, Pouille - e il quindicenne Nick non va oltre il terzo turno. I riflettori australiani tra l'altro sono tutti per Luke Saville, che nel giro di 12 mesi vince due baby Slam e sale al primo posto del ranking giovanile. Ma i ben informati lo sanno che the next big thing è l'altro, quello meno biondo e meno anglo, nel look e negli atteggiamenti. Il potenziale è roba seria, Kyrgios merita fiducia e investimenti. Perciò a Larkham, che lavora sulla tecnica e sulla tattica, si affianca Aaron Kellet, che si prende carico dei muscoli e della testa. Un compito ingrato. Il terreno è sconnesso, il soggetto è spigoloso e bipolare: Nick si atteggia a Lil Wayne e ha fame a giorni alterni, ogni tanto dorme col sedere scoperto e quando c'è da lottare a volte si nasconde, altre si esalta. La lontanza da Canberra, poi, provoca lacrime e frustrazioni, isteria e euforia.

Larkham si concentra soprattutto sui colpi di inizio gioco, perché il tennis di oggi va così e perché Nick è figlio del suo tempo. L'umore è instabile, il corpo fragile. Kyrgios colleziona problemi un po' dappertutto, al ginocchio, al gomito, alla schiena. Anche se in palestra si danna, la mobilità resta il suo tallone d'achille. E poi psicologicamente è un front runner, Nick. L'entusiasmo che mette in campo è proporzionale ai 15 di vantaggio sull'avversario. Insomma, meglio insegnargli a prendere subito in mano lo scambio, perché è lì che Kyrgios dà il meglio di sé: quando schiaffeggia col dritto, quando aggredisce le risposte come se avesse appena subito un affronto, quando frusta servizi sempre più forti da altezze sempre più mature. Il più delle volte, l'istinto basta e avanza per portare a termine lo spettacolo tra gli applausi, ma scrivere il copione diventa impossibile come fare le previsioni meteo a Melbourne. È sempre e solo Nick a decidere se piove o se c'è il sole.

Il primo assaggio del circuito pro va esattamente così: nel pomeriggio in cui Matteo Viola recupera da 5-0 40-0 e batte Lajovic dopo aver annullato 8 match point, Nick strappa il primo set al francese Rodrigues, poi si dissolve. Ha 16 anni e mezzo, una sconfitta nel primo turno delle quali di Melbourne - gli dicono - non è un dramma. Lui, ovviamente, i drammi li fa eccome, ma in quel 2012 solleva comunque un paio di coppe para-importanti, mettendo a segno la doppietta Parigi-Londra in doppio juniores. Andrew Harris, il suo partner, fa talmente bella figura accanto a Nick che John Roddick, fratello di Andy, lo mette sotto contratto per gli Oklahoma Sooners. Peccato che quello buono fosse l'altro. A Wimbledon, dove il duo Aussie si impone senza concedere set, a farne le spese in finale sono Donati e Licciardi. In singolare, invece, Kyrgios si ferma nei quarti, beccando 6-3 6-1 da Quinzi. Ventiquattro mesi mesi dopo toccherà a Nadal saggiare le sue pallate, e lo spagnolo non ne uscirà bene come GQ.

Il teenager Aussie arriva all'appuntamento con Rafa tra uno strappo e l'altro. Diciotto vittorie di fila a livello junior tra fine 2012 e inizio 2013, i primi punti ATP raggranellati nei futures giapponesi, il titolo giovanile a Melbourne in finale sull'amico Kokkinakis, il challenger di Sydney conquistato prima del diciottesimo compleanno (marchio di fabbrica di grandi del calibro di Djokovic, Nadal, Hewitt e Del Potro), giocando nella stessa domenica quattro partite - semi e finale di singolo, semi e finale di doppio - e vincendone tre. Con in tasca il primo assegno da 7mila dollari, e dopo aver scalato 500 gradini ATP in meno di due mesi, la sera stessa #NKrising vola a Pechino. Accanto a lui non c'è più Larkham, ma Simon Rea. È il coach neozelandese ad accompagnarlo negli ultimi 3 tornei Futures della vita, quando Kyrgios si aggiudica 12 partite su 14 chiudendo la parentesi ITF proprio il giorno del suo diciottesimo compleanno, con un titolino in Cina e l'ingresso tra i primi 300.

Rea rimarrà al suo angolo per 18 mesi. Lo vedrà battere Stepanek al debutto a Parigi, dove Nick cancella 6 set point consecutivi nel secondo e finisce col vincere 3 tie break su 3 perché quel giorno, al Roland Garros, c'è il sole. Rea lo vedrà qualificarsi per il main draw New York e impegnare per un'oretta Ferrer, lo vedrà infiammare Melbourne Park contro Becker e Paire, lo vedrà intascare back-to-back i challenger di Savannah e Sarasota e rispettare l'obiettivo-top 200 in tempo per il diciannovesimo compleanno. 


E c'è sempre Rea nel suo angolo, quando nell'estate 2014 il greco-malese-australiano dà un colpo di clacson al pianeta-tennis. Nick atterra a Nottingham, dove sono in programma due challenger, da 173 ATP. La classifica è buonina, ma non basta per entrare a Wimbledon dalla porta principale. Kyrgios è solo il settimo australiano del lotto, ma anche i due che lo precedono - Duckworth e Groth - sono a caccia di punti per disputare i Championships, e le Eastern Midlands diventano così la sede di una specie di play off per la wild card Aussie. Nick si complica subito la vita: fuori fase, nel primo torneo viene maltrattato dal suo mate John Patrick Smith, che in patria è il numero 8 e in classifica lo tallona pure. Per aggiudicarsi un armadietto a Wimbledon, insomma, serve un mezzo miracolo. Quello che Nick confeziona nel secondo challenger. La rincorsa comincia dalle quali, poi in tabellone NK recupera un set di ritardo a Bemelmans, poi liquida Edmund, quindi la spunta 7-6 al terzo contro Krajinovic e in semi supera facilmente Mecir jr. La finale contro Groth è uno spareggio per l'All England: dopo due tie break e uno stop per la pioggia, Kyrgios intasca il terzo titolo challenger dell'anno. Poi, prima della cerimonia e dei ringraziamenti, arriva il premio più atteso, la chiamata di Andrew Jarrett, capo degli arbitri di Wimbledon. La wild card è sua.


Sui prati di Londra, Kyrgios fa fuori Robert, poi annulla 9 match point a Gasquet e vola al terzo turno facendo meno punti del francese. Prima di sbarazzarsi di Vesely, la promessa Aussie è ospite di Mats Wilander e Annabel Croft su Eurosport: una decina di minuti di ovvietà sbiascicate, mai uno sguardo dritto in camera. La risposta più lunga dura 22 secondi ed è infarcita da dieci "You know...". Il primo luglio, però, la parola torna al campo. Ci sono gli ottavi, c'è il Centre Court, sugli spalti 8 Fanatics, al suo angolo Hali, George, Aaron, Simon e la fisio Anne-Marie, dall'altra parte della rete il numero uno del mondo, Rafa Nadal. Si comincia alle 4.10 del pomeriggio con un ace di Nick, si finisce 2 ore e 59 minuti dopo con un altro ace di Nick.



In mezzo altri 35 ace, 70 vincenti e una specie di tweener al contrario, sul 3-3 nel secondo set, che racconta Kyrgios molto meglio di questi ventimila caratteri. Grado di difficoltà cento, dose di fortuna oltre la soglia di sopportazione. Un altro si sarebbe scusato, per quella demi volée da fondo campo in mezzo alle gambe. Stai pur sempre giocando contro Nadal nel tempio del tennis, non è che puoi bullarti per un punto da cineteca che è fondamentalmente un colpo di culo, e poi pure esultargli in faccia. Tu non ti fai ancora la barba, quello è Rafa, se la lega al dito ti manda a casa a piangere da mamma. Un altro avrebbe pensato così, Nick no. Nick non solo non ci pensa proprio a chiedere scusa. No, lui allarga le braccia per invitare l'applauso, per accogliere l'ovazione, per far sapere al mondo che lui è un fottutissimo genio, che quei colpi ce li ha nel sangue, per indicare ai fedeli le dimensioni del suo ego. "Preferite lui o me?". Fino al 30 giugno 2014 Nick è un prospetto, dal primo luglio è un personaggio che entra nel circuito a piedi uniti. E dettando pure le condizioni. "Io sono questo. Se non vi sto bene, peggio per voi". Perché il mondo di Kyrgios non conosce sfumature di grigio. O sei un lover o sei un hater.



È il giocatore con la classifica più bassa ad aver fermato Rafa in uno Slam, il primo teenager a bloccare la corsa di un numero 1 in un major eccetera eccetera, ma il dato che a lui interessa di più è che al suo risveglio i followers su Twitter sono triplicati. La marea dei fedeli si ingrossa, o almeno così crede. Prima che si schianti contro Raonic nei quarti, Nick è già stato processato, psicanalizzato e deificato decine di migliaia di volte. Troppo viziato e immaturo, si dice, potente e talentuoso sì, arrogante pure. Ma anche forte forte. E talmente fuori di testa da liquidare Simon Rea il giorno dopo i quarti di Wimbledon, dopo essersi affacciato tra i top 50. Perché nessuno pensi che i meriti dei suoi exploit vadano condivisi. I traguardi sono solo roba sua. 


Il lungo dopo-Djokovic comincia così. La Bonds, la Beats e la IMG montano sul carro. Via la fascetta di spugna da bamboccione, il sopracciglio viene sfoltito con due rasoiate, ad ogni torneo spunta un taglio di capelli diverso  disegnato da una parrucchiera di Melbourne, Gidget Ricca. E poi, sotto il mohawk, l'orecchino, anzi il brillocco da gansta paradise, perché quando si è truzzi dentro è giusto rivendicarlo, il proprio orgoglio coatto. Tutto quel che segue è inevitabile, fastidioso e in un certo senso liberatorio. Kyrgios dà il pruriti ai colleghi, alla stampa, alla maggior parte delle persone dotate di senno. Ma prende a calci l'etichetta prima di esser diventato un ex. E uno così, mentre Roger e Rafa imboccano il viale del tramonto, al tennis serve come il pane. Le spacconate non iniziano subito dopo Wimbledon, perché prima di Natale Nick gioca solo altre 8 partite perdendone la metà. A tenerlo lontano dai campi c'è qualche malanno, una pressione che schiaccerebbe un elefante e la malattia dell'adorata nonna materna. Quando Julianah Foster muore, a 74 anni, Nick si fa tatuare quei due numeri su un dito, il medio, che da lì in poi bacerà ad ogni vittoria. Durante la pausa invernale, poi, contribuisce con 10 mila dollari alla ristrutturazione del vecchio Lyneham tennis club, dove una tribunetta in legno viene battezzata Nanna's Hut in memoria della nonna malese.

Il ritorno di Kyrgios sul proscenio è col botto. Quarti a Melbourne, con match point annullato a Seppi, e Nick aggiorna il libricino delle statistiche-che-contano: l'ultimo teenager a raggiungere i last eight in due Slam era stato King Roger, mica cotica. In primavera, sulla terra di Madrid, proprio Federer diventa il secondo grosso trofeo di caccia da appendere sopra il camino. Anche questo condito da qualche palla match salvata. Nel giro di un paio di settimane per Nick arriva anche la prima finale ATP all'Estoril, la torta con 20 candeline e un nuovo best ranking al numero 30. Il vulcano è pronto ad esplodere, ma nei mesi seguenti sono più i flirt veri e presunti (Azarenka, Bouchard, Tomljanovic) che le vittorie, più le marachelle che le partite, più le multe che le menzioni d'onore.

A luglio torna sul luogo del delitto. A Wimbledon Nick ingaggia un duello col pubblico, maltratta racchette, ingiuria Lahyani, e mentre babbo Giorgios si fa cacciare dalla direzione, lui molla la presa contro Gasquet. Mamma Nilli gli tira le orecchie pubblicamente, Andrew Webster del Sydney Morning Herald scrive che è sempre più difficile amarlo, ma la vicenda s'ingrossa quando l'ex nuotatrice Dawn Fraser tira la bomba:  “Se a Kyrgios e a Tomic non piace il nostro Paese - afferma l'ottantenne quattro volte campionessa olimpica - se ne tornassero da dove vengono i loro genitori”. Parole che scuotono una nazione fondata sul multiculturalismo, nella quale il ruolo nella società e i diritti delle minoranze sono bucce di banana da evitare con cura. Il clan di Nick gioca astutamente la carta del razzismo e si ritrova col coltello dalla parte del manico. La Fraser si ritira con perdite, Kyrgios si salva in corner.

Ad agosto, il capolavoro di una vita: NK riesce a far parlare del torneo Montreal persino sui giornali generalisti italiani grazie alla versione ricottara del triangolo amoroso, il banging-gate. Stavolta Karen Hardy del The Age gli dà direttamente del coglione (twat) e della testa di cazzo (dick), punta il dito contro il modo in cui i genitori lo coccolano e in cui il suo clan lo protegge. Se fosse per lei - scrive - Kyrgios crescerebbe a forza di calci nel sedere. Frasi che down under non si leggono neanche sui blog dei curvaroli, figuriamoci su una testata vecchio stampo e sulla pelle di quello che ogni santo gennaio viene fatto passare per il supereroe nazionale per vendere qualche copia extra. Nick chiede scusa a mezza bocca, ma anche stavolta trova chi gestisce la crisi diplomatica peggio di lui.  Interpellato da radio Triple M, il fratellone Christos dà della puttanella alla Vekic: "Non è mica colpa mia se le piace il Kokk**", dice testuale. Per sgomberare il campo dai dubbi, mister X ci mettere il carico da undici su Facebook: "Wawrinka è fortunato. Se mi avesse incrociato negli spogliatoi si sarebbe dovuto ritirare dai prossimi tornei" aggiunge. 
Tamarri si nasce, e i Kyrgios - modestamente - lo nacquero. 
Che poi il summit tra Nick e Stan si sarebbe potuto tenere poco dopo, a Tokyo, se l'aussie non fosse imploso nei quarti contro Benoit Paire, sparando più f-words che winners, prendendo a pallate il tetto dell’Ariake Coliseum e cavandosela tutto sommato bene, con una multa da fare il solletico e l’appellativo di “patetico” affibbiatogli su Sky Sport dall’ex pro Nick Lester. A Shanghai la pagliacciata si ripete: fanculo al campo, ai cameramen e alle raccattapalle: sanzione da duemila dollari, nuovi appellativi sulla stampa tipo brat (a proposito… già detto che il brat originale, John McEnroe, lo ha già apostrofato con un bonehead, che sa più o meno di imbecille?) e si ricomincia. Bello, no? Un’asta da Christie’s, un gioco al rialzo. Più lui fa il cozzalo, più il tennis si scuote dal torpore medievale e si ritrova nel futuro. Senza volerlo.
Sarà che le stagioni Down Under sono sfasate, ma invece di andare in letargo, in inverno Nick si
inventa pure la saga-Davis. Un dramma in tre atti, una scaramuccia che sarebbe rimasta un affare
interno all’Australia se non fosse che ormai le bambinate di Kyrgios creano dipendenza. Sull’erba
di Darwin, il Kazakistan sembra un cliente facile. Invece venerdì sera Kukushkin & Co. vanno a
dormire sul 2-0, anche perché Nicholas non ha voglia di giocare e lo dice apertamente. A sé, a Wally 
Masur, di nuovo a sé e infine ancora a sé, assicurandosi che microfoni e telecamere registrino tutto.
A sistemare la pratica ci pensano Groth e Hewitt, che nei sogni proibiti di qualcuno diventa la
bacchetta magica per trasformare il rospo pitonato in una macchina da punti. 
Vuoi vedere che il vecchio leone pensionato è l’unico in grado di farsi ascoltare e rispettare da Nick? 
Sì, quasi. Lleyton può fare il capobranco, non certo mettergli la museruola. 
Così, dopo che a novembre Kyrgios ha disertato la semifinale di Glasgow perché era più forte di lui, 
il 2016 inizia con l’ennesima sceneggiata sulla Rod Laver Arena e prosegue con la frittatona 
di marzo. 
La Davis arriva nel momento migliore della carriera del wonderboy, tra il primo titolo di Marsiglia 
e la prima semifinale in un Master 1000 – a Miami – che gli regala anche l’ingresso tra i top 20. 
Ma a Kooyong, Kyrgios fa incordare solo due Yonex, consuma quattro palline e poi saluta tutti. 
Lui ha la cacarella e si defila, lasciando Hewitt a calcare l’erba da ex e il polso di Tomic 
alla mercé dei maverick di Isner.

Alla faccia dello spirito cameratesco, l’amico Bernie gli dà del falso, del bugiardo e dell’infame.
Nicolino replica che non prende lezioni di serietà da Mister Tanking, Lleyton si domanda chi 
gliel’abbia fatto fare, Craig Tiley perché non sia nato 40 anni prima. Gli psicologi dello sport di una 
nazione si chiedono una volta per tutto cosa faccia la muffa nella capa di NK e la diagnosi è 
impietosa: il ragazzo annaspa nel gap tra motivazioni e obiettivi e soffre di impulse control issues, 
ha problemi di incontinenza verbale. 
Il tutto nasce da un conflitto permanente tra l’atleta e l’intrattenitore, tra il professionista e lo 
showman, tra il cocco di mamma che è dentro di lui e il bello e dannato che ha deciso di essere. 
La verità, è che Kyrgios è un po’ come la grigliata di pesce ratto, per qualche motivo a qualcuno 
piace così. Ma, di sicuro, in futuro non ci annoieremo per un bel po’. Anche grazie a Nick.



*Wog è il termine derogatorio col quale in Australia si indicavano gli immigrati dal Medio Oriente, 
dall’Europa meridionale e dall’Europa dell’est. Oggi viene usato per lo più in modo leggero e autoironico.
** Kokk è il diminutivo del suo amico Kokkinakis. Ma anche e soprattutto l’organo riproduttivo maschile.

domenica 17 gennaio 2016

The Happy Slam


MELBOURNE PARK (AND ME)

Il piede col quale entrai la prima volta a Melbourne Park era il sinistro. L'altro era convalescente, e lo sarebbe rimasto per un mese intero. In mattinata, un'infermiera del Royal Hospital l'aveva guardato con una smorfia, poi mi aveva accettato al pronto soccorso anche se mi ero presentato senza assicurazione e tessera sanitaria. "Ho lavorato con l'esercito australiano in Cambogia - aveva detto, per spiegare il codice rosso, la radiografia e la bomba di antibiotici - ma non ho mai visto una cosa del genere". La cosa era figlia di un taglietto rimediato da qualche parte tra Komodo e Timor e degenerato in una roba troppo pulp per questa sede. Dimesso con la promessa che il piede destro non sarebbe stato amputato, avevo festeggiato la buona novella saltellando fino alla Rod Laver Arena, dove mi aspettava il mio primo accredito per uno Slam. Non sapevo che avrei fatto l'alba appresso a Hewitt e Baghdatis, che per Federer la pacchia era praticamente finita e che per Djokovic stava iniziando la festa. Ma soprattutto, non immaginavo che Melbourne sarebbe diventata la mia seconda casa da lì a 3 anni, quando da modesto giornalista romano mi sarei evoluto in modesto giornalista romano trapiantato in Australia. Nel lucky country avrei trovato in rapida successione, moglie, lavoro e alloggio, un monolocale a 1.300 passi dal sancta sanctorum di Melbourne: i campi color puffo col logo che richiama il titolo di città letteraria, conferito dall'UNESCO in un momento di profonda confusione. A cinque anni di distanza, moglie e lavoro sono sempre gli stessi, mentre l'appartamento in affitto si è trasformato in un bilocale col mutuo. Melbourne Park invece è diventato una sorta di garçonniere, dove mi presento a qualsiasi ora, a Ferragosto o a Natale, con 4 o 40 gradi, oppure per usare la doccia quando la mia è fuori uso. Al punto che metà dello staff mi conosce per nome e l'altra metà mi chiama affettuosamente troublemaker, una versione anglo-edulcorata di rompiscatole. In 5 anni ho contribuito allo svezzamento di una trentina di raccattapalle e in qualche modo ho portato a casa una coppetta, ma mi sono anche scontrato con un'amara verità: 'sto gioco non si impara per osmosi. Il rovescio è sempre quello di Nonna Papera, metto ancora il 30% di prime nelle giornate di grazia e a rete sono pure peggiorato. Ma bazzicare la casa del tennis down under mi ha permesso se non altro di ficcare il naso nella storia di un Paese che un tempo dominava questo sport e di osservare dalla prima fila la crescita dei campioni di domani. In particolare di uno.

NICK MANOLESTA

In palestra, Nick spiccava solo perché grosso, mulatto e scoglionato. "Sì, ma magari giocassi come lui", mi disse un junior classe '95, Jacob Grills. Due mesi più tardi, Nick debuttò nel play off per la wild card dellAustralian Open, e in quella che era la sua prima partita al meglio dei 5 set fece saltare i nervi a Sam Groth. A prima vista, quel Kyrgios lì sembrava poco reattivo, invece rispondeva sempre, bene e profondo. Pareva lento, ma copriva ogni angolo e non andava mai in affanno. Sapeva giocare di rimessa, ma quando prendeva l'iniziativa tirava mattonelle con nonchalance. Dava l'impressione di avere la testa altrove, sprecava energie tra soliloqui e catenine, invece era lucido come un killer. Il contorno, dalle proteste alle provocazioni, dalle lagne alla negatività, dalle invettive agli atteggiamenti irritanti, erano indizi di un ex loser che con la pubertà aveva scoperto di eccellere in qualcosa. E che attraverso quel qualcosa voleva sistemare un po' di conti aperti col mondo, meglio se indossando i panni del fenomeno anticonformista e maledetto. Immaturo sì, ovviamente, ma abbastanza scaltro da fare di quellantipatia un'altra arma a sua disposizione, per infastidire l'avversario. A 17 anni, Kyrgios era già un mix di tecnica e tigna, aggressività e arroganza, cinismo e coattume. In quel match contro Groth lo lasciai in vantaggio due set ad uno, poi per caso ci ritrovammo negli spogliatoi. "Hai vinto?" gli chiesi. "No" rispose secco. Cazzate, aveva chiuso in quattro, strappando 5 volte il servizio a uno dei più potenti sparapalle del circuito. Ma Nick ci teneva a non lasciarsi andare ad un sorriso che avrei potuto interpretare come di autocompiacimento, o di intesa. Il personaggio era fatto e finito. Alla lista dei pensieri sul ragazzo aggiunsi 'sbruffone', con un certo anticipo sul resto del pianeta-tennis. Qualche settimana dopo, sugli stessi campi andò in scena uno degli Slam junior più ricchi di talento dell'ultimo decennio: in tabellone c'erano Coric, Chung, Nishioka, Ymer, Garin, Duckhee-Lee, Milojevic, Quinzi. In semifinale ci arrivò Baldi, in finale Kokkinakis. Sull'albo d'oro, Kyrgios. L'Australia Day fece da sfondo al derby tra wogs, i figli della nazione multietnica, in una finale che presentò agli appassionati due cavallini di razza. Due gemelli diversi, uno allegro ma acerbo, solare ma sbilenco, forte tecnicamente ma fragile fisicamente; l'altro già pronto per essere messo in tavola. E che infatti entro due mesi avrebbe vinto un challenger, entro settembre si sarebbe accomodato tra i top 200, e prima di compiere 20 anni avrebbe battuto Nadal a Wimbledon e Federer a Madrid. E poi anche Murray a Perth. Uno la top 10 la potrebbe assaporare, l'altro potrebbe farne il suo parco giochi. Arrivando a ritagliarsi un posto al sole tra i miti del tennis australiano.


SOTTO IL SEGNO DI ROD

La tradizione, a Melbourne Park, stimola senza schiacciare. Si vive, si respira e spesso si incrocia anche nei corridoi. E se non hai studiato la storia, ci sono decine di vetrine piene di racchette d'annata, palline autografate, libri, giacche, coppe e cimeli. E poi c'è la galleria 3D delle leggende australiane tutta intorno alla Garden Square, la piazzetta che a gennaio si anima tra chioschi, maxi schermi e gente a prendere la tintarella. Nel 1993, Tennis Australia l'ha resa una sorta di Hall of Fame a cielo aperto, e nel primo anno ha subito iscritto nel club Margaret Court e Rod Laver, bruciando con un colpo solo più di ottanta Slam, forse in nome del politicamente corretto o per eccesso di ottimismo. Molto più probabilmente perché il tempo passa e certi riconoscimenti è meglio assegnarli prima che sia tardi. L'anno seguente, Tennis Australia ha aggiunto altri tre nomi - Roy Emerson, Neale Fraser e Evonne Goolagong - per un totale di altri 61 successi Slam e 11 tra Davis e Fed Cup. Nel '95 si è invece limitata a inserire Lew Hoad e Ken Rosewall, scendendo ad una trentina di Majors e a una decina di Insalatiere. E così via, fino a nominare 12 leggende tra il '96 e il '98 e a ritrovarsi a negli ultimi anni a celebrare Kerry Reid (vincitrice giusto di un Oz Open in singolare e di 3 Slam in doppio), o un top ten quasi per caso come Owen Davidson, compagno di merende di John Newcombe, famoso soprattutto per aver vinto nel 1968 a Bournemouth la prima partita del neonato circuito Open. I suoi Slam furono dodici, 2 in doppio e 10 in misto, tanto per precisare che anche la targa che ne accompagna nome e volto è lunga così. Ad ognuno è dedicato un busto in bronzo, realizzato da tal Barbara McLean e installato a metà strada tra i cancelli della struttura e l'ingresso degli stadi, dove è impossibile non vederli. I prossimi saranno probabilmente Hewitt e Stosur, dopodiché l'Australia dovrà sperare che gli Special Ks mantengano le promesse, che il parricidio di Tomic si riveli una mossa redditizia, e che quell'altra capatosta di Jasika non si dimostri un altro Kratzmann, come Klein e Saville, o non si perda per strada come la Barty. La quale a 19 anni si è già riciclata nel cricket dopo aver vinto 68 partite su 71 a livello junior e dopo aver raggiunto da professionista tre finali Slam di doppio nel 2013, a 17 anni.

GENERAZIONE PERDUTA

Di fronte alla meglio della terza età e alla meglio gioventù mondiale, la domanda nasce spontanea: che fine hanno fatto i nati tra l'82 e il '92? Possibile che nel dopo-Hewitt e nel pre-Tomic, l'Australia non abbia partorito niente di meglio di Matthew Ebden? Secondo Mark Woodforde, l'errore in campo maschile è stato tecnico, cioè lasciare i giovani nelle mani di coach senza pedigree e con un unico chiodo fisso: adeguarsi all'omologazione delle superfici insegnando agli angeli aussies a remare da fondo. Il panorama femminile è persino più grigio, e dietro la Stosur non c'è niente a parte tenniste prodotte all'estero. Senza matrimoni usa-e-getta e senza la legge sulla cittadinanza rapida per meriti sportivi, l'Australia di Fed Cup sarebbe una squadretta da gruppi zonali. Per l'alter ego di Woodforde, Todd Woodbridge, le donne sono nella condizione in cui si trovavano gli uomini cinque-sei anni fa, e le colpe, anche lì, vanno distribuite tra i coach e la federazione. La ragione di fondo, però, prima ancora che tecnica potrebbe essere tattica. Cioè la nomina di allenatori che non avevano esperienze con donne e non ne conoscevano pensieri, parole, opere  e omissioni. Per invertire la rotta, il coordinamento dell'accademia federale è finito nelle mani di Jason Stoltenberg e Nicole Pratt, attraverso i quali passa tutta la ristrutturazione. Si parte dai maestri, ai quali si chiede di curare diversamente ogni aspetto: la tecnica (dall'A-B-C, dalla combinazione servizio-dritto), l'approccio mentale e la preparazione fisica. Il tutto col coinvolgimento di professionisti che hanno già lavorato nell'universo femminile, da Stefano Barsacchi, ex preparatore atletico di Francesca Schiavone e della FIT, a Chris Johnstone, ex della Gajdosova (I meant ex Groth, actually Wolfe, ci siamo capiti). In entrambi i casi - uomini e donne - la costruzione del campione parte dall'introduzione di programmi comuni in tutto il Paese, ma anche da un monitoraggio degli under 12 nazionali e dalla selezione dei migliori under 14, che a partire da quell'età possono ricevere borse di studio e continuare a vivere nelle varie capitali statali (Adelaide, Brisbane, Melbourne, Perth e Sydney) a carico di Tennis Australia. La casa madre copre i costi della scuola, degli allenamenti, dei viaggi e dei tornei e poi incrocia le dita. Non so se basti, ma io non so neanche smashare, quindi non è che posso mettermi a fare le pulci. Ah, e poi c'è la questione dellappeal: con una disoccupazione al 6% e stipendi medi da 60mila dollari netti all'anno, secondo la federazione è fondamentale che genitori e figli non vedano il tennis come un investimento a fondo perduto o come un modo per centuplicare i followers su Instagram, ma che intravedano un percorso professionale con uno sbocco più remunerativo di una carriera da infermiera o poliziotto, senza contare - per dirla alla Agassi senior - da giocatore di baseball.  L'assioma è talmente banale da sembrare semplicistico: più ragazzini avvicini al tennis più chances hai di pescare nel mucchio. Spagna e Francia insegnano poi che quando le reti sono piene zeppe, statisticamete è più probabile che una perla esca fuori.

TENNIS (IN) AUSTRALIA

Prima dei risultati tecnici, comunque, il presidente di Tennis Australia Steve Healy e l'amministratore delegato Craig Tiley, non hanno mai fatto mistero di puntare a quelli economici, non solo per i giocatori. La loro creatura ha 276mila iscritti e garantisce più di mille posti di lavoro a tempo indeterminato. Il suo prodotto di punta - lAustralian Open - immette circa 250 milioni di dollari nell'economia dello stato di Victoria e attira 369 milioni di telespettatori nonostante un fuso orario infame per la maggior parte degli appassionati. Una torta del genere fa da sempre gola a Channel 7, il network che almeno fino al 2019 sborserà ogni anno 40 milioni di dollari per la copertura del mese di tennis in cui l'Australia si sente finalmente al centro del mondo. L'audience nazionale nel 2015 ha superato i 15 milioni di viewers: con le dovute proporzioni, è come se Canale 5 trasmettesse quattro settimane consecutive di tennis in Italia e alla fine della fiera l'auditel contasse 40 milioni di telespettatori. Le ragioni del boom sono parecchie: intanto qui gli sport sono frutti stagionali, allamericana: il football australiano (alias AFL, aka footy) e le varie salse di rugby vengono consumati nei sei mesi invernali, da marzo a settembre, e quando passano loro non cresce più l'erba. A parte quella di Wimbledon, dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi, of course. Ad ottobre e novembre sale invece in cattedra l'ippica, mentre la vela e il surf sgattaiolano sul palcoscenico a dicembre. La concorrenza a gennaio è insomma limitata: il calcio cerca di rosicchiare quote di mercato anche a Natale e a Capodanno, ma da quando Del Piero ha fatto le valigie, i canali in chiaro non sgomitano più per trasmettere l'A-League. Basket e netball se la cavano bene nei palazzetti ma attirano molto di meno l'appassionato da divano. Resta il cricket, il cui interesse raggiunge l'apice col test match di Santo Stefano ma poi si affloscia. A gennaio molti australiani sono in vacanza, e dopo una giornata sotto le radiazioni ultraviolette, è tradizione strafogarsi di salsicce bevendo VB mentre Jim Courier, John Fitzgerald, Rennae Stubbs e il resto della compagnia commentano la puntuale maratona serale di Hewitt.

RITORNO AL FUTURO

A dirla tutta, la partnership dellAustralian Open con Channel 7 è iniziata nel 1973, sull'onda lunga della Golden Generation. Ma è il contesto ad essere oggi profondamente diverso. Basti pensare che quarant'anni fa, nell'ultima edizione vinta da un aussie, Mark Edmondson conquistò l'erba di Kooyong da numero 212 del mondo anche perché a Melbourne non si videro praticamente mai né Nastase, né Connors, né Borg. Eddo fu protagonista della favola più incredibile del tennis moderno: a un mese dall'inizio del torneo sbarcava ancora il lunario lavorando part time come uomo delle pulizie in un ospedale e finì nel main draw quasi per caso. Non essendo prevista l'accommodation dormiva da amici di famiglia, mancando la transportation girava per Melbourne in tram, e non avendo un vero e proprio sponsor, durante il torneo cambiò anche tre volte marca di scarpe. Ma il fatto che nessuno dei primi 5 della classifica fosse presente in tabellone, svela l'altarino: l'Australian Open del tempo era poco più di un campionato nazionale. Neanche troppo generoso, visto che al vincitore andava un assegno da 7.500 dollari. Da allora la rincorsa ai battistrada è stata lunga, tra balletti di date, costruzione di impianti e cambi di superficie, ma fino a 25 anni fa il torneo offriva ancora la metà del prize money di Roland Garros e un terzo di Flushing Meadows. Oggi, dal punto di vista dell'immagine, il gap con la concorrenza è pressoché colmato, e altri 338 milioni di dollari (statali) investiti nel quinquennio 2010-15 hanno portato all'ennesima ristrutturazione della cittadella del tennis, che prossimamente raggiungerà persino l'autosufficienza idrica. La sensazione è che il primo Slam stagionale covi ancora il complesso di Calimero e metta a segno un colpo ad effetto ogni 12 mesi per compensare il deficit di fascino rétro. Ma a Melbourne hanno certamente avuto il merito di cercare di migliorare un prodotto che per altri doveva rimanere identico a se stesso, mettendo d'accordo gli appetititi di pubblico, sponsor, telespettatori e giocatori con due sole parole: soldi e tetti. LOpen d'Australia è stato il primo Slam con tre campi coperti, il primo a sfondare il muro dei 40 milioni di dollari di montepremi e il primo ad accompagnare i vincitori all'aeroporto con un bottino di 3 milioni e rotti. Cifre un po' sgonfiate dal calo del dollaro locale (che negli ultimi 18 mesi ha perso il 30% rispetto a quello americano e il 20% rispetto all'euro), ma in certi casi il pensiero basta e avanza. La grandeur melbourniana ha pagato su tutta la linea, attirando sempre più gente: dai 288mila biglietti staccati del 1988, anno del trasferimento a Flinders Park, ai quasi 704 mila del 2015, l'Happy Slam ha conosciuto ogni anno un segno positivo alla voce attendance. L'installazione di tribunette più ampie e coperte su altri campi secondari è lo stratagemma per far segnare un'affluenza record che poi si traduce in più birre, più meat pies e più asciugamani. Solo l'anno scorso ne sono stati venduti 25mila. Tennis Australia ringrazia per la fiducia e annuncia che per il 2015 i conti sono in attivo di 12 milioni di dollari. Se poi Kyrgios esplode sul serio, la ricreazione è davvero finita.