domenica 8 gennaio 2017

Diario da Melbourne Park

29 Jan 2017

Beati gli agnostici, che si sono goduti la partita del secolo. Io ho vissuto la vigilia come uno che sta per salire sul patibolo, durante il match non stavo per niente sereno e alla fine non ho nemmeno visto il championship point. Per non collassare, m’ero aggrappato all’inviato della radio svizzera. Il quale non stava tanto meglio di me. Non so neanche se sia stato tutto davvero bello o tutto epico e basta. So che non ho avuto il cuore di salire in tribuna, e che ho avuto la forza di guardare laggiù solo quando il microfono è passato all’amministratore delegato della KIA, il CEO col peggior inglese del globo. La parola è poi andata allo sconfitto, che l’ha presa molto meglio di come la prese Roger otto anni fa. Nessuna lacrima, nessun “This is killing me”. Nadal ha biascicato un paio di frasi di circostanza condite da un "amazing", ha fatto una capatina in sala stampa dove ha riconosciuto i meriti di un Federer “sempre aggressivo alla risposta”, infine se n’è andato a chiudere le valigie. Aveva una voglia matta di correre a Tullamarine e prendere il volo Emirates in partenza all’alba, il povero Rafa. Consapevole che da oggi ha qualche chance in più di vincere un altro major, ma molte chance in meno di essere ricordato come il più grande di sempre.

“So che è una pietra miliare nella mia carriera" - ha invece detto Roger - "un po’ come il Roland Garros del 2009, o come il quinto Wimbledon consecutivo, o come il quinto Us Open di fila”. L’uomo che colleziona pietre miliari e record ha parlato in mondovisione senza trovare nessuno di quegli anticipi di rovescio, di quei guizzi sulla diagonale debole che hanno caratterizzato il suo diciottesimo Slam e le sue precedenti flash interviews. “Faccio fatica a capire quel che è successo” ha premesso. Federer ha attraversato i corridoi dell’impianto con la coppa sulle spalle e si è affacciato nella Margaret Court Arena, aperta eccezionalmente dagli organizzatori per far affluire tremila persone che avevano seguito la sfida sui maxi schermi allestiti là fuori. Una roba mai vista. Un saluto formale a tutti, con gli occhi ancora cerchiati dalle 14 palle break sciupate e dalle 13 salvate, dai 3 chilometri nelle gambe, dai 73 vincenti nelle braccia e da quegli ultimi 5 game che resteranno a lungo nel cervello suo e di milioni di fedeli. Dopodiché Roger ha percorso il tutto a ritroso – con Mirka a dare una mano alla security, decidendo chi poteva aggregarsi al corteo reale e chi no – ed è salito nel gabbiotto di Channel 7. 

“Ho sempre creduto di avere il gioco e le capacità fisiche e tecniche per vincere un altro Slam" - ha detto a Jim Courier -, "perché tutte le volte in cui sono stato in forma ci sono andato vicino. Ma sapevo anche che sarebbe stato sempre più complicato conquistarlo a causa di Nole, di Andy, di Milos, di Kei. Questo Australian Open ha un significato ancor più speciale perché è arrivato contro Rafa, che è quello che in carriera mi ha causato più problemi”. Poi, finalmente un sorriso largo: “Le gemelle hanno guardato la coppa e hanno detto che dentro c’era tanto spazio. Mi hanno chiesto se possiamo usarla per mangiare una zuppa”. Il giro delle sette chiese è proseguito fino all’una e mezza. Poi Re Roger e la sua ultima conquista si sono accomodati in sala stampa, accolti da un applauso convinto seguito da cinque secondi di silenzio. “Prima della partita Luthi era sereno, ma Ljubicic era tesissimo. Questa era la sua prima finale Slam" - da allenatore e da giocatore - "per cui ho passato il pomeriggio a calmarlo. Il piano era di giocare libero, di lasciare andare i colpi. E ha funzionato”.

Durante la premiazione una sua frase “...se l’anno prossimo tornerò in Australia” apparentemente ha messo in allarme il web. Federer chiarisce: “Il 2016 è stato un anno duro, e vincere tre match al quinto set non aiuta certamente. So che in me c’è solo una certa quantità di tennis. Ma no, non ho pensato al ritiro”. In compenso ha pensato ad organizzare la festa per il 18mo Slam: “Ho imparato che è meglio prepararsi per l’eventualità, piuttosto che trovarsi a bere un bicchiere di champagne da solo. Ho una trentina di persone che mi aspettano là fuori. In questo senso era meglio quando la finale si giocava di pomeriggio“. L’orologio segna quasi le due di notte quando finisce di parlare con la stampa svizzera. “Stavolta impiegherò più del tempo del solito per realizzare quel che è successo. Probabilmente tra qualche giorno, quando sarò a casa, guarderò la coppa e dirò Wow!”



11 Jan 2017

A fine giornata Federico Torresi è il più esausto, il più felice e il più abbronzato. Si è seduto sul lato assolato del campo 19 a mezzogiorno e mezza ed è rimasto in trincea fino all’ora del tè, incollato per cinque ore filate al seggiolino dal quale ha visto vincere back-to-back Thomas Fabbiano e Luca Vanni. Classifica alla mano, il pugliese aveva il compito sulla carta più elementare; invece contro Bradley Klahn si è dovuto aggrappare ai nervi, ad una buona condizione atletica e ad un servizio formato deluxe (81% di punti con la prima) per evitare sorprese contro l’ex promessa americana, che dopo 21 mesi di inattività sta cercando di riprovarci sul serio, e in tribuna era sostenuto da mezzo team USA. Con in testa quel Tom Gullikson che una ventina di anni fa portava Sampras, Agassi e Courier alla conquista della Davis e adesso cerca di rimettere in carreggiata un tennista precipitato all’ottava pagina del ranking, 

all’855mo posto. 



Tommy ha vinto il primo set con il break decisivo al nono gioco, non ha sfruttato due palle break sul 3-3 nel secondo e ha tremato quando ha ceduto il parziale al tie-break, perché Klahn aveva ridotto i gratuiti e tirato fuori dal cilindro colpi degni del 64mo giocatore ATP che è stato fino a due anni fa, prima di un’operazione alla schiena. Fabbiano ha stretto i denti nel primo game del terzo set, poi ha piazzato l’allungo decisivo nel quarto e dal 4-1 in poi ha fatto vedere solo gli scarichi al californiano, piegandolo 64 67 63 dopo 2 ore e 10 e un urlaccio liberatorio. Mentre Tommy si ricaricava con una doccia tiepida e un bento di sushi da asporto, il menu sul campo 19 offriva il piatto forte della giornata azzurra, il derby Vanni-Gaio.



Per Federico Torresi – a Melbourne nei panni di alter ego di Fabio Gorietti – significava applicare la dura legge della scaramanzia. Stesso campo, stessa postazione e stessi raggi ultravioletti. Sempre meglio che a Sydney, dove oggi la temperatura è schizzata attorno ai 40 gradi. In tribuna l’allegra brigata statunitense era stata sostituita da una processione di italiani. Da Di Palermo a Cecchinato, da Napolitano padre a Napolitano figlio, dalla Knapp e coach (di sempre) Piccari alla Errani e maestro (ritrovato) Montalbini, passando per Sanguinetti, Sartori, Piatti, Pizzorno, la Paolini e qualche fan di passaggio (oggi l’ingresso è libero e gratuito), le successive due ore erano un andirivieni tra il campo 19 e il 20, dove Giannessi sarebbe poi uscito sconfitto da Satral con un doppio 76. L’unico della comitiva a non cambiare mai posizione era Federico Torresi, che a Foligno lavora con Fabbiano e Vanni, in Australia accompagna Fabbiano e Vanni e oggi ha visto Fabbiano e Vanni vincere a braccetto nelle qualificazioni di uno Slam. 



Roba che non succedeva da Parigi 2015, ergo val bene un’abbronzatura troppo pronunciata. Lucone da Arezzo, a dirla tutta, ha sofferto e perso il primo set, nel quale Gaio è riuscito a variare tanto, a scendere a rete spesso e a sbagliare meno del 31enne toscano. Alla lunga, quando il vento ha cominciato a sibilare, le traiettorie più leggere di Gaio sono andate in tilt e il toscano si è imposto per 57 62 63 al termine di un match tempestato di break – nove - che ha lasciato entrambi scontenti: Gaio per il risultato, Vanni per la prestazione. A stemperare i toni ci ha pensato il faentino, che prima ha scaraventato una pallina dritta nel borsone di un giudice di linea e poi ha commentato “Ѐ il colpo migliore della giornata!”, strappando a Vanni il primo sorriso dell’Australian Open 2017. A voler dar retta al tabellone potrebbero essercene altri, visto che tra due giorni lo aspetta l’americano Sarkissian, 214 del mondo. Idem per Fabbiano, atteso dal giapponese di Brisbane Akira Santillan, appena 3 gradini più in su. Gli ultimi due top 100 italiani non avrebbero potuto proprio chiedere di meglio.


10 Jan 2017

Metti insieme la gravidanza della Azarenka, il ritiro della Ivanovic, l’operazione della Keys e la tragedia sfiorata della Kvitova e ti ritrovi sotto l’albero un biglietto per Melbourne, ammessa per un soffio nelle qualificazioni degli Australian Open. E’ l’effetto-farfalla applicato al tennis, è lo strano caso di Jasmine Paolini. Vinto l’ITF di Valencia nell’ultimo lunedì di novembre, la toscana tascabile dalla risata contagiosa è rientrata a Bagni di Lucca con un trofeo ingombrante e il nuovo best ranking (214), poi s’è goduta le vacanze – tre giorni sul divano – e ha ripreso la preparazione al TC Carrara con la benedizione di Renzo Furlan e la supervisione di Michelangelo Manganello. Quindi, sotto Natale, un messaggio di un giornalista le ha messo una pulce nell’orecchio: “Controlla l’entry list, sei quasi dentro!”


Jasmine ha verificato ogni giorno e quando ha capito l’aria che tirava ha preso la palla al balzo: l’anno scorso la numero 208 del mondo era rimasta a casa, quest’anno la 215ma della classifica può volare down under. Ma i miracoli del caso bisogna meritarseli, perché non è che la Federazione Internazionale ti mandi l’autista sotto casa. E così il 30 dicembre Jasmine richiede il visto per l’Australia (di lavoro, altrimenti niente prize money), il 2 gennaio prenota su AirBnB un mini appartamento in zona Southern Cross, il 3 acquista il biglietto aereo, il 4 spegne 21 candeline sulla torta di compleanno, il 5 è in volo verso Abu Dhabi assieme ad un borsone vecchio, una racchetta e il fido Michelangelo. Infine il 7 gennaio rimette piede a Melbourne Park, tre anni dopo gli ottavi raggiunti da junior. Ad aspettarla, Jasmine trova un’accoglienza da favola per chi è abituata ai 25mila, una borsa nuova di zecca e tre racchette dello stesso modello usato dalla Kerber. “Ma la cosa che mi fa davvero impressione – dice – è l’idea di giocare lo stesso torneo della Williams”



Prima di arrivare dalle parti di Serena, però, Jasmine dovrà adattarsi al fuso, alla temperatura, alle palle e all’attrezzo nuovo. E superare il purgatorio delle qualificazioni, alle quali ci si prepara con chi passa il convento. Oggi per esempio ha diviso il campo con Isabella Shinikova, 25enne bulgara cresciuta assieme a Dimitrov e scortata - tanto per cambiare - dalla madre, che dopo mezza carriera nel circuito minore ha deciso di provare il salto tra le professioniste. A modo decisamente suo. “Ci siamo conosciuti quattro giorni fa in aeroporto – mi dice Christophe Cazuc, il tizio francese che la accompagna – io ero alla ricerca di un accredito, lei di qualcuno da mandare a quel paese. Credo che in vita sua non abbia mai avuto un allenatore. L’ultimo tipo con cui ha lavorato è durato tre giorni. Più che un coach sono un sociologo, la prendo come una specie di esperienza catartica. La vedi? In questo momento sta maledicendo me, la madre e forse anche te. Spero solo che non spacchi pure questa racchetta, però. Ѐ l’ultima rimasta!”. Il caso di Jasmine mi sembra improvvisamente molto ma molto meno strano.

9 Jan 2017

Agustin Velotti e Marco Trungelliti spazzano a colpi di frulloni il 13, il campo sul quale Tennis Australia ha allestito due tribune coperte e montato quasi duemila seggiolini. Accanto a loro, sull’8, Stephanie Vögele si riscalda agli ordini di coach Ivo Werner in quello che è diventato un mini impianto da 1500 posti. Poco più in là, sempre davanti a un migliaio di sedie azzurre pieghevoli, Alexander Sarkissian palleggia con l’ex pro Peter Lucassen. E’ il numero 214 ATP, ergo uno degli ultimi a guadagnarsi il diritto a giocare le quali. E purtroppo per lui l’unica cosa che gli viene meglio dell’olandese che gli fa da allenatore sono le previsioni del tempo: “Si muore, sembra di stare a Indian Wells. Ma stai tranquillo, ché stasera la temperatura scende”.

Non avrei riconosciuto nessuno dei quattro, se non fossero stati loro a fornire le generalità. Il fatto è che ad una settimana dall’inizio del torneo i vialetti e le tribune sono deserte, ma sui campi e negli spogliatoi trovi di tutto, da Serena Williams a Anna Kalinskaya, una diciottenne moscovita che l’anno scorso ha vinto il doppio juniores e adesso scatta foto-ricordo alla parete sulle quali sono appesi i primi piani dei campioni in carica. Anche lei si presenta, per mia fortuna. Tra tecnici, trainer, preparatori, partner e parentado, in giro ci sono un migliaio di persone. La maggior parte in scarpe da tennis. Riconoscere tutti diventa un’impresa da TeleMike. Anzi, quando in classifica si esce dai top 100, anche l’addetto ai lavori ha solo due modi per essero sicuro di chi è chi: sbirciare sul pass o chiedere conferma al diretto interessato. Di solito, il soggetto risponde con cortese imbarazzo se di sangue latino, attacca bottone se di passaporto statunitense e ti ignora bellamente se nativo delle steppe. 

Il caso vuole che in questi giorni Melbourne Park sia zeppo di russi e americani. I tennisti a stelle e strisce sono stati i primi ad arrivare e sono una colonia: oltre a Sarkissian, c’è Escobedo, c’è Fratangelo, c’è Novikov (almeno credo), c’è Kozlov, c’è Kudla e c’è Smyczek – che due anni fa sulla Rod Laver arena fece sudare Nadal più del solito, e grazie a un bel gesto di fair play, in patria ottenne un premio intitolato ad un giocatore di baseball dei St Louis Cardinals degli anni Quaranta. “Il trofeo più importante che abbia mai vinto” mi dice, ridendo. Chi non sorride un granché e non dà proprio l’impressione di voler stabilire rapporti di buon vicinato, sono gli atleti dell’est. Da Gabashvili a Donskoy, da Ignatik a Rublev – che parla poco anche col suo coach, Fernando Vicente. 

L’eccezione spara servizi sul campo 9. E’ in compagnia di due signori, non ha uno sparring e consuma un cesto di palle spazzolando la T dall’alto del suo metro e 93. Poi si mette comodo e si racconta a monosillabi. “Piacere, Alexander Bublik. In classifica 200 (in realtà 206, ma mica stai a guardare il capello, ndr). Però ho solo 19 anni. Ho vinto quattro futures. Ho fatto i quarti in un paio challenger. Ah, e i quarti anche a Mosca. Sì, sono quello che ha battuto Bautista Agut. E tanti altri, tipo Kravchuk e Vesely. Sì, quella e mia madre. Sì, quello è mio padre. Sì, è il mio coach. No, non è un ex tennista. Sì, sono russo, ma da due settimane sono passato al Kazakistan. Me l’hanno chiesto e io ho accettato, tanto per me non cambia niente. Trasferirmi ad Astana? No, rimango a Mosca. Tanto viviamo a Montecarlo. Golubev? Ci ho giocato insieme solo un torneo. Anzi, una partita. È la seconda volta che vengo a Melbourne. Due anni fa ho giocato tra i junior. Sì, quando ha vinto Safiullin. Ma io ho perso nei quarti contro quel morammazzato greco di Tsitsipas. Non sapevo di Oliver Anderson. Bel talento, l’anno scorso ha vinto il torneo junior e nella borsa aveva solo due racchette. Questo tatuaggio? È un citazione di Eminen, dice Always be a leader, never a follower. Torno ad allenarmi. Ciao”. Eppur si muove.


8 Jan 2017

“Nessuno ne parla mai, ma ho messo fine anche alla carriera di Moya”. Benjamin Becker ha appena perso col suo sparring, tal Frank Moser. Un biondone che gioca a torso nudo e non sembra proprio tirato a lucido. Tedesco classe 1976, una carriera nobilitata da tuffo tra i top 300 in singolare e tra i primi 50 in doppio, Frank è il classico mestierante che settimana dopo settimana ha fatto coppia col primo disponibile, da Dodig a Youzhny, da Kubot a Koellerer, da Golubev a Karlovic (assieme al quale ha battuto due volte i Bryan, mica una) e che nel suo peregrinare si è ritrovato anche a far coppia con Sanguinetti, Cobolli, Motti e Uros Vico. 

Da un annetto ha altro per la testa, Frank, in singolare è sceso oltre l’800ma piazza e in doppio ha vinto appena 3 delle ultime 16 partite giocate. Così ha preso atto dell’evidenza e ha detto basta senza grossi rimpianti. Si trova a Melbourne solo perché la compagna che sta per dargli una coppia di gemelli è australiana. La temperatura ha superato i 35 gradi, la recinzione del campo 8 è rovente, Moser chiude l’allenamento con un colpetto alla Dustin Brown, esulta con il vicht e viene a darmi il cinque. Del resto sono l’unico testimone oculare di quella che probabilmente è la sua ultima vittoria su un pro. Becker rimette nella borsa la sua racchetta nuova e finalmente si toglie quella maglia nera a maniche lunghe. “Volevo punirmi - mi dice - ho appena perso contro con un quarantenne!”

Pure lui in quanto a età non scherza: classe 1981, viene da una stagione a mezzo servizio tra infortuni alla spalla e all’anca. Acciacchi permettendo, sarà uno di quelli da battere nelle qualificazioni dell’Australian Open, forte com’è di tre finali ATP, un ottavo Slam e un best ranking al 35mo posto. Tutta esperienza che gli altri si sognano. E poi – come se non bastasse quel cognome ingombrante - c’è una fama che va oltre il palmares. perché Becker è stato l’ultimo avversario di Andre Agassi. Non se lo ricorderebbe nessuno, se non ci fosse stato quel libro, ma Open c’è stato e solo in Italia ha venduto 300 mila copie. Il viso rotondo del Kid di Las Vegas ci aspetta proprio lì, accanto all’ingresso degli spogliatoi, perché Agassi è diventato il testimonial della marca di caffé che si è legata ai quattro Slam. “Due giorni dopo ero bollito sia nel fisico sia nella testa - mi racconta Becker - e Roddick ne approfittò per riempirmi di trash talk, di male parole, dall’inizio alla fine”

Il caso vuole che tra lo stand della Lavazza e l’ingresso nella struttura ci sia pure un’immagine di Lleyton Hewitt che urla C’mon. Rusty è stata un’altra sua vittima illustre: due anni fa, Becker recuperò due set di svantaggio e lo piegò al quinto, ammutolendo la Rod Laver Arena. Dopo aver messo i sigilli alla carriera di Agassi, si pensava che il tedesco avesse appena chiuso anche quella di Hewitt. Invece l’australiano proseguì a spizzichi e bocconi fino a gennaio 2016 e Becker tirò un sospiro di sollievo: “Dopo anni e anni di domande dei giornalisti su quel match con Agassi, ci mancavano solo altri anni di domande su Hewitt”, mi fa. Poi Benny si ferma, ci pensa su un attimo, ghigna e riprende a raccontare. “Lo sai che nel 2010 a Madrid ero in campo anche nell’ultima partita di Moya?”. Pure! “Sì, ed ero anche in vantaggio 6-0 4-0 e 0-30 sul suo servizio”. Poi? “Credimi, l’ultima cosa che volevo era dargli 6-0 6-0. Per fortuna ha pizzicato la riga sul secondo servizio, altrimenti sarei andato 0-40 e sarebbe finita con un doppio bagel. Invece Moya ha tenuto quel game, così ho vinto solo 6-0 6-2”. Respect. “Hai capito, sì? E adesso invece perdo in allenamento con un ex tennista. Schaise!”.

7 Jan 2017

Al cancello incrocio l’uomo del plexicushion. Si chiama Bruce, ha l’aria di chi ne ha viste di tutti i colori e la pelle di chi passa le giornate sotto il sole 8 mesi all’anno. In inverno Bruce si aggira per Melbourne Park alla guida del suo mezzo John Deere raccogliendo erbacce e materiali di risulta, in primavera sistema lo strato superficiale dei campi laterali (due dei quali – a turno – vengono rifatti interamente dalla base) e con l’arrivo dell’estate inizia a spalmare una miscela densa sull’Hi Sense arena, la Margaret court e la Rod Laver. Un po’ perché I campi più televisivi di Melbourne Park devono essere intonsi, un po’ perché fino a Natale i tre stadi coperti vengono trasformati in palazzetti sportivi multifunzionali, in studi televisivi e in arene per concerti.  L’ultimo a cantare nella RLA per la cronaca è stato Keith Urban, il signor Nicole Kidman. In autunno, quando la giostra ha smesso di girare, Bruce va in letargo. 

“What’s up?” gli chiedo. Di solito la risposta è un generico “Not bad”, ma oggi Bruce è di buon umore e in vena di chiacchiere. “Guarda li – mi dice – finalmente l’hanno finito”. Non so chi sia il soggetto in questione. L’oggetto è il Tanderrum Bridge, il nuovo ponte pedonale che ha preso il nome da un’antica cerimonia aborigena e che da oggi collega il centro città con Melbourne Park, fornendo alla struttura anche un terzo ingresso per il pubblico. Negli ultimi due anni l’inasprimento dei controlli di sicurezza ai cancelli aveva creato code mica male nelle prime ore del mattino. Il fatto che la polizia del Victoria abbia sventato – dice – 11 attacchi che una cellula terroristica stava organizzando per la mattina di Natale, probabilmente si tradurrà in pre filtraggi ancora più severi durante il torneo. 

Gli altri due ingressi però sono ancora dei cantieri: quello della Garden Square è tutto un via vai di operai che stanno allestendo i compound delle televisioni, di tecnici tv che sistemano i cavi nonostante gli operai, di dipendenti di Tennis Australia che coordinano gli uni e gli altri e di giornalisti che cercano di ritirare gli accrediti zigzagando tra i primi, i secondi e i terzi. L’ultimo ingresso, quello sull’Olympic Boulevard, in teoria il principale, è chiuso e non dà l’impressione di essere pronto in tempi brevi. In compenso, proprio in cima alla scalinata con la quale si accede alla Rod Laver Arena, la direzione del torneo ha messo mano ad una delle poche pecche evidenti della struttura. Fino a giovedì, infatti, l’unico uomo capace di conquistare due volte i quattro titoli dello Slam nello stesso anno era ricordato con uno dei tanti busti realizzati da Barbara McLean e con un’orripilante riproduzione nel quale il Rocket di Rockhampton sembrava affetto da itterizia. Da ieri invece, davanti all’ingresso dello stadio che porta il suo nome, c’è anche una statua bronzea come si deve, realizzata dall’artista Lis Johnson. “Visto? Hanno finito pure quella”, dico a Bruce. “Yeah, Not bad!”.


6 Jan 2017



Craig Tiley l’aveva premesso: Wimbledon può specchiarsi, Parigi forse, Melbourne no. La sua creatura si sarebbe rifatta il trucco anno dopo anno, perché la tradizione è un vanto ma anche una zavorra. Bisogna conoscerla e coccolarla, poi metterla da parte e guardare avanti. 

La prima pennellata di vernice fresca sugli ex Australiasian Championships era arrivata col cambio di data del 1977, che aveva se possibile peggiorato la situazione, aumentando la distanza tra l’evento di Kooyong e gli altri tre majors. Il makeup è proseguito 30 anni fa con il ritorno degli Australian Open all’inizio del calendario (1987), poi col salto di superficie – dall’erba al cemento, anzi al rebound ace - e col trasloco nella nuova location di Flinders Park (1988). Quindi, con un’aggiustatina al colore e alle mescole dei campi (2008), con un paio di rifiniture al logo e persino col cambio del nome dell’area, il grosso del lavoro era fatto. Infine, con l’avvento dell’era del mega direttore galattico nato in Sudafrica, l’Australian Open dell’ultimo decennio ha spiccato il volo, e l’ex gamba zoppa dello Slam ha cominciato a guidare il plotone, sfruttando il ruolo di primo appuntamento dell’anno. Quello che ha l’onore, la possibilità e quindi l’obbligo di stabilire l’andatura. 

Ecco così spuntare un primo tetto retrattile, seguito da un secondo e da un terzo. Ed ecco il montepremi lievitare anno dopo anno fino a toccare i 50 milioni di dollari nel 2017. Ecco i servizi ai giocatori, gli assegni da 2,500 dollari elargiti al momento del check-in a tutti, qualificandi inclusi, le cinque racchette incordate gratis a partita, qualificazioni comprese, gli alberghi ad un tiro di scoppio dal centrale e il conto della stanza già pagato, optional a parte. Bonus e facilities che hanno reso l’Open d’Australia il major più amato dai tennisti, almeno così dicono. 

E gli appassionati? Beh, intanto le coperture su Rod Laver, Hi Sense e Margaret Court hanno garantito pasti a menu fisso piu che ricchi per i telespettatori. E poi chi restava fuori dai cancelli poteva respirare l’aria di Melbourne Park grazie ai maxi schermi sparsi in giro per la città. Il pubblico pagante, dal canto suo, non chiedeva altro che alternare racchette e palline a musica e birra, ed essere intrattenuto a colpi di alcol, tennis e musica dal vivo, immerso in un’atmosfera estiva da villaggio vacanze. Tutte ciliegine su una torta già golosa di suo, quest’anno resa ancora più dolce dal ritorno di re Roger e dalle ultime novità in ordine di tempo. Il torneo 2017 accompagnerà tutte le sessioni serali con uno spettacolo stroboscopico illuminato da 200 faretti e diretto dal dj Ned Beckley, la Garden Square sarà animata dalle immagini a grandezza naturale dei tennisti pronti a scendere in campo e che verranno presentati in 3D. Chi siederà nella Rod Laver Arena vedrà poi i tempi morti ravvivati dalla bongo cam (presente lo show di Federer alla Hopman Cup?) o potrà farsi immortalare da una diavoleria battezzata Fan Cam, una sorta di spidercam personalizzata, programmata per stanarti e sparare selfie a comando. In pratica, tu digiti tramite una app il numero del tuo posto, lei ti viene a cercare, ti fotografa col plexicushion sullo sfondo e zac! diventi anche tu parte dell’universo social dell’Australian Open. 

Anzi, dell’AO, come da nuovo logo minimalista. L’unica cosa a non cambiare, almeno quest’anno, sono i prezzi dei biglietti. Tiley li ha voluti lasciare invariati, perché sono i posti a sedere in tutto l’impianto ad essere cresciuti di numero. E non solo perché sui campi secondari sono aumentati i seggiolini, ma perché la vera novità 2017 sono le postazioni a bordo a campo sul centrale stile NBA. I posti al sole, a pochi metri dal rettangolo, consentiranno all’appassionato che non soffre di torcicollo di cogliere ogni sfumatura. Il pacchetto – riservato agli sponsor – è acquistabile per una cifra che oscilla tra i 2,500 e il 25mila dollari australiani (tra i 1700 e i 20mila euro), comprende anche un servizio catering a pochi metri da Djokovic e Murray (che tanto per cambiare giocheranno la finale) e assicura un’esperienza unica da raccontare e più di qualche probabilità di prendersi una pallata. Anche questo, del resto, farebbe spettacolo.


(Questi e altri articoli qui >>> http://www.federtennis.it/DettaglioNews.asp?IDNews=83500)

mercoledì 14 dicembre 2016

Father and son

Me lo ricordo bene, il giorno in cui Tomic è diventato il più giovane tennista della storia a vincere l’Australian Open junior. Aveva 15 anni e tre mesi, Bernie, era la vigilia della festa nazionale del 2008 e il governo federale stava per chiedere scusa agli aborigeni, ai nativi arrivati sull’isola nel Paleolitico e che per la legge del Commonwealth fino agli Anni 60 contavano come i koala. Ma con qualche diritto in meno sulla prole. Anche a Melbourne Park si respirava un ponentino da volemose bene, o forse era solo l'ennesima impennata del PIL, cresciuto del 5% alla faccia della recessione che incombeva sul resto del globo. Da una parte del Pacifico i mutui subprime tiravano giù Lehman Brother, Goldman Sachs e tutto il cucuzzaro, dall'altra Canberra distribuiva soldi a fondo perduto ai contribuenti, per evitare che la crisi entrasse nel linguaggio della gente e il timore delle conseguenze strisciasse nelle loro case. Nel quadretto alla Anne Geddes, l'unico settore nel quale l'Australia sembrava precipitata nella grande depressione era quello della racchetta: i canguri avevano chiuso il 2007 senza giocatori tra i primi venti, in Davis erano bastati Vliegen e Rochus per obbligarli ai play off e due pischelli come Djokovic e Tipsarevic per spedirli fuori dal World Group. L'exploit di Tomic cadeva a fagiolo per digerire la seconda retrocessione in cent'anni e per mettersi alle spalle il momento più basso dell'ultimo mezzo secolo di tennis.

Me lo ricordo bene, dicevo, perché c'ero. Ma siccome di tennis non ho mai capito una mazza, in quella finalina avevo preso in simpatia lo sfidante. Non era né gusto dell'orrido né Schadenfreude, il mio. È che il Wonder Boy del Queensland mi risultava insulso come i palazzoni della sua Gold Coast, legnoso come i suoi movimenti e piatto come il suo dritto. Al contrario dell'altro, tale Yang Tsung-hua. Un taiwanese rubicondo, sovrappeso e con un discreto braccino, che con quel faccione da Doraemon ispirava simpatia, serviva a 215 all'ora e aveva tenuto a bada il piccolo aussie per un set e mezzo, prima di fumarsi un break di vantaggio nel secondo ed evaporare nel terzo nel giro di 20 minuti. Bernie e il suo smanicato erano finiti la sera stessa sulle cronache nazionali, dove lo sbarbatello nato a Stoccarda era stato etichettato come - nell'ordine - prodigioeredetedoforo (nel senso di chi raccoglie il testimone - ci misi un po' a capirlo), un tonic (questa invece la colsi al volo) per lo svaporato tennis down under. Il carico da undici l'aveva lanciato Giorgio Di Palermo, col quale avevo visto il match a spizzichi e bocconi. "Questo ha tutto per diventare top 5" mi disse il membro del board ATP. Tutto. A parte qualche sinapsi, forse. E un coach.

Quello di Bernie era da sempre babbo Ivica, detto John perché gli australiani sono allergici a qualsiasi idioma barbaro, e quando azzeccano un termine ne storpiano il senso. Per cui chiamano babushka la matrioska, confetti i coriandoli, latte il caffelatte e via dicendo. Croato emigrato in Germania prima che la guerra nei Balcani facesse danni, trasferito dall'altro capo del mondo quando il primogenito aveva 3 anni, John Tomic aveva trovato un impiego come tassista. Part time, perché tanto a portare la pagnotta a casa ci pensava la moglie Adisa, e poi perché così gli restava tempo per coltivare ambizioni da Richard Williams. Progetti che avevano cominciato a prendere forma la mattina in cui father and son erano capitati davanti ad un garage sale, la vendita delle cianfrusaglie di chi svuota il ripostiglio o sta traslocando. Davanti a tutto quel bendiddio, Bernie aveva indicato un racchetta. "Voglio questa", aveva bisbigliato. La leggenda vuole che John l'abbia pagata con una moneta da mezzo dollaro, ma la conferma è impossibile - Ivica grugnisce tanto ma parla poco, e mai con la stampa. Il resto è cronaca: Bernie muove i primi passi al Queen's Park Tennis Club di Southport, a 12 anni vince il primo dei suoi due Orange Bowl, a 13 sale in capo al ranking dei suoi coetanei, sempre a 13 anni porta a casa 23 partite di fila e un paio di titoli ITF tra gli under 18, a 14 anni fa il bis in Florida ed entra di diritto nel tabellone principale di uno Slam junior, quello di casa. Rivelandosi - anche in questo - il più precoce tennista di sempre. 
  
Alle porte dei 15 anni, Tomic guida i compagni alla conquista della Coppa Davis junior nelle finali di Reggio Emilia contro l'Argentina, quindi firma con l'IMG un triennale a sei cifre, seguito da un contratto con la Nike e da un accordo con la Head. Infine, quindici giorni prima di incidere il proprio nome sulla coppa junior dell’Australian Open, Bernie mette in saccoccia anche i primi due punti ATP, annullando cinque match point a Jimmy Wang nel primo turno delle qualificazioni dei grandi. Ai giornalisti, poi, spiega di voler frantumare il primato di John Alexander, debuttando in Davis prima dei 17 anni e racconta senza mezzi termini di puntare dritto al vertice. Affinché non si pensi che i suoi sogni siano solide realtà, Tomic junior aggiunge che entro i 20 anni vincerà un major, uno qualsiasi, seguito in rapida successione dagli altri tre Slam. Infine specifica che sta lavorando per ritrovarsi tra le mani un servizio alla Ivanisevic e i colpi da fondo alla Federer, ma che la mentalità vincente è già paragonabile a quella di Sampras. Quanto agli attributi - che ve lo dico a fa' - al momento siamo già ai livelli di Hewitt. L'ingrendiente non pervenuto è sempre quello. L'allenatore.

Eppure anche lì il buongiorno si vede molto prima dell'alba. A dicembre, quando nel ranking dei piccoli balla tra la casella numero 2 e la numero 5, e nella classifica dei big è salito al 774, Tomic abbandona il Future di Wangara durante un match di secondo turno contro Matosevic. Nel Western Australia è l'estate più calda dell'ultimo trentennio, ma il problema non è l’afa né l’avversario ma siede al suo angolo. Con Bernie sotto 6-2 3-1, John perde la pazienza con un paio di giudici di linea, che a suo dire ignorano "una dozzina di falli di piede" dell'altro australiano di matrice balcanica. Quel diavolo di un Matosevic - sempre secondo John - serve con entrambi i piedi "10-15 centimetri dentro al campo" e la fa sempre franca. Morale: Ivica schiuma rabbia, scomunica tutti gli ufficiali e trascina Bernie fuori dall'impianto. Il 2008 di Tomic si chiude così, con una squalifica dell'ITF e un ritiro che non sarà né il più plateale né l'ultimo. L'Australia, che sperava di aver trovato l'erede di Philippoussis, si ritrova tra le mani un cucciolo di Koellerer. Col padre a carico.

Nonostante l'incidente di percorso, l'anno seguente Bernie gioca bene le sue fiches su tre tavoli e fa cassa dappertutto. Titolo junior allo Us Open, primo successo challenger a Melbourne e prima vittoria nel main draw di uno Slam. Sempre sul beneamato plexicushion di casa, vittima un Potito Starace formato Babbo Natale. Tomic ha 16 anni e 3 mesi, scippa al campano tre tie break su tre, mette un'altra crocetta alla casella record all time e a fine 2009 può annunciare che è finito il tempo delle mele e arrivato quello di fare sul serio. La classifica c'è, la stoffa bene o male anche, ma la zucca continua a fare le bizze. A Wimbledon, dove è socio honoris causa, Hewitt chiede al clan Tomic di allenarsi insieme in vista del suo ottavo contro Stepanek. Il team di Bernie, che sta per affrontare l'indiano Sitaram nel secondo turno del torneo junior, risponde no e non aggiunge neanche grazie. Anzi, specifica che Rusty è inadeguato per Tomic. L'Australia si chiede se il pupo ci fa o ci è, poi scopre che dietro alla presa di posizione c'è John e ritira la domanda. E c'è John anche a gennaio 2010, quando il team Tomic prende a brutto muso la direzione dell’Australian Open perché il match di Bernie contro Cilic viene programmato in seconda serata sulla Rod Laver Arena, si protrae per quattro ore e il pargolo finisce sotto la doccia dopo le 2 di notte. Ivica minaccia Craig Tiley e Tennis Australia di riportare il gioiellino da dove è venuto, in Croazia. In compenso, nella settimana che segue la sfuriata il ragazzino si iscrive al challenger di consolazione organizzato in Tasmania, dove parte dalle quali, azzecca 7 partite in 9 giorni e conquista il secondo titolo della categoria. Bernie does Burnie, e amici come prima.

A certificare i progressi atletici e tecnici, a marzo Tomic debutta anche con la maglia verdeoro. John Fitzgerald lo lancia nella mischia in Coppa Davis, consentendogli di ritoccare il primato di John Alexander, esordiente nel '68 a 17 anni, 5 mesi e 23 giorni. In realtà nessuno aveva fatto i conti con un certo Viv McGrath, che nel 1933 aveva 51 giorni meno di Bernie quando aveva rappresentato per la prima volta il suo Paese nella competizione. Ma dopo tutto quello era un altro mondo, il torneo si chiamava ancora International Lawn Tennis Challenge, e se l'Australia aveva perso la finale di Wimbledon contro la Gran Bretagna era stata colpa di Viv e di quei due singolari buttati via contro Fred Perry e Bunny Austin. E poi che nome è, Viv? Insomma, Bernie si autoassegna anche questo record a tavolino. Poi, una volta sul duro di Melbourne Park, incrocia una vecchia conoscenza, il taiwanese giuggiolone. A riprova del fatto che dovevo cambiare mestiere, oltre che emisfero, Yang Tsung-hua rimedia una scoppola senza appello. Finisce 6-2 6-2 6-1 per Tomic, perché l'asiatico è sempre il pacioccone di un tempo, mentre adesso i colpi dell'aussie fanno male. La mobilità va di pari passo con lo sviluppo cerebrale, ok, ma il dritto è anticipato come non se ne vedevano dal millennio scorso, il rovescio varia alla bisogna da flat a slice, da top a back, e il servizio è una mattonella che viene giù da piani sempre più alti.
 
Bernie ha superato il metro e novanta. E in quel 2011, da numero 158 del ranking, raccoglie i quarti a Wimbledon in una due-settimane di grazia durante la quale spazza via Davydenko, Soderling e Malisse e strappa pure un set a Djokovic. Il che, in quell'annata, è un po' come scalare il Mortirolo in retromarcia. L'ultimo ad aver fatto tutta quella strada a Londra in età così verde era stato Boris Becker un quarto di secolo prima. Vuoi vedere che sono davvero finiti i tempi cupi? La stampa australiana gongola, tornando a sfornare la retorica del figliol prodigo e coniando un nuovo soprannome, A-Tomic (per capire questa c'ho messo più di tonic ma meno di tedoforo). Con la C dura, però, perché altrimenti il gioco di parole si perde. In realtà con la C dura le controindicazioni sono altre. Ai telecronisti capita di sfogliare una margherita che va da Djokovic a Cilic, da Raonic a Tipsarevic, da Karlovic a mezza WTA e di pronunciare tutti con una certa sicumera. Poi succede che sbuca Bernie e son dolori. Dopo una pausa di riflessione, dal cilindo del telecronista esce fuori ‘sto Tomik. Così, senza un perché.
  
Gli orizzonti di gloria sembrano schiudersi davvero, in quel 2011. A-Tomic supera anche Wawrinka in Davis e un top ten come Mardy Fish a Shanghai, quindi chiude la stagione al 42mo posto, come il più giovane top 100 in circolazione. Il ragazzo continua a crescere, in classifica e in altezza, perché  dopo tutto è ancora un teen-ager. Il che non costituisce un'attenuante quando organizza una scazzottata coi compagni di scuola, ma diventa un'aggravante se la polizia lo becca alla guida di una fuoriserie. E cose del genere Bernie le fa in media ogni luna piena, con picchi di tre ragazzate nella stessa mattinata, il 26 gennaio 2012. A quattro anni e un giorno dal successo junior a Melbourne Park, la stradale di Broadbeach lo becca infrangere il codice 3 volte di fila con la sua BMW M3. Arancione, per la cronaca. Una bestia da pista a 8 cilindri da 140mila euro e che sfonderebbe facilmente il tetto dei 300 all'ora se non fosse dotata di un chip che ne frena gli ardori. Peccato che con la L di learner, che poi sta per la P di principiante, Bernie possa guidare solo per fare pratica, accompagnato da un adulto, meglio se al volante di una Bianchina. Invece quando la terza pattuglia gli intima lo stop, il giovanotto fa il finto tonto, sgomma verso casa e ci si barrica dentro. Quando le forze dell'ordine citofonano a villa Tomic, Ivica risolve la questione a modo suo: prima riempiendo i tutori della legge di improperi, poi, quando gli agenti battono in ritirata, convocando l'unico giornalista di fiducia e accusando gli uomini in divisa di comportamento 'non-Australiano'. Cioé razzista. Visto che quel giorno si celebra l'Australia Day e siamo tutti più buonisti, Bernie se la cava con una multa, con l'azzeramento dei punti sulla patente e con un buffetto dell'opinione pubblica. È giovane - dicono.

Talmente giovane che ovviamente ci ricasca. Ad ottobre pesta a sangue un amico, e a gennaio finisce di nuovo nelle maglie della stradale, pescato mentre guida una Ferrari (gialla, perdìo) 18 km all'ora sopra il limite. Una leggerezza che gli costa la patente e alla quale Tomic risponde accusando i media di alimentare campagne d'odio contro di lui. In un'escalation di originalità, l'anno seguente finisce immortalato in un locale della Gold Coast mentre festeggia la fine della scuola avvinghiato a due tizie che fanno la lap dance, quindi completa la serie in una cella del carcere di Miami, dove un paio d'anni più tardi viene portato semi ubriaco, dopo aver resistito all'arresto e aver minacciato un agente. Di quella sera gli resta una una multa di 10.000 dollari, una foto segnaletica a torso nudo e un avvertimento: al prossimo sgarro puoi scordarti il visto d'ingresso negli USA. Bernie non fa una piega, troppo sbronzo per ribattere.
Per il computer Tomic è uno dei primi 30 giocatori del mondo, perché tra una birra e un dito medio il nostro continua a fare il tennista, occasionalmente benino. E se piano piano arriva a contenere le marachelle extra moenia, dal 2012 aumentano le uscite di senno sul campo. Il primo assaggio di quella che diventerà la specialità della casa, Bernie lo offre agli Us Open. Roddick, che ha scelto New York per appendere la racchetta al chiodo, si ritrova impacchettato come regalo di addio un set, il terzo, nel quale Tomic ottiene 5 punti e i fischi dei 22mila dell'Arthur Ashe. Il tanking, gli anglo lo chiamano così, spinge Ivica ad abbandonare gli spalti e porta McEnroe a bollare l'australiano come patetico. Ne fa le spese tal Will Swanton, il reporter della Reuters che in sala stampa gli chiede conto della sciolta e al quale Bernie domanda nome e datore di lavoro, freddandolo con una stilettata da Donnie Brasco de Noantri: "Mi ricorderò di te".

Rafter, promosso nel frattempo parafulmine della boy band aussie, predica calma e sangue freddo, strombazza ai quattro venti che il talento è da top 10 e assicura che lavoreranno insieme per resettare il cervellone. Alla faccia dei proclami, però, la pantomima si ripete. Prima a Shanghai - quando Bernie dà l'85% contro Florian Mayer - poi a Basilea, quando contro Youzhny la percentuale crolla. Di bagel in bagel, a fine anno Tomic si ritrova scavalcato in classifica da Matosevic, che chiude il 2012 in testa al ranking nazionale. Tra i meriti storici di Bernie c'è anche quello di aver incoronato l'unico numero 1 della storia del tennis aussie che – parole sue - può prendere il tram in santa pace, tanto non lo riconosce nessuno. Marinko ringrazia, Tennis Australia no. Anzi, il cocktail di accidia, risultati anemici e comportamenti anti-sportivi spinge il consiglio federale a ritentare la carta del muro-contro-muro, a razionargli le vettovaglie e a sospenderlo dalla Davis per scarsa professionalità. Una punizione che Bernie accetta in silenzio, probabilmente stappando champagne, sicuramente in compagnia della polizia della Gold Coast, che lo pizzica di nuovo in flagranza di reato e con un tasso alcolemico fuorigioco.
Quando meno te lo aspetti, il 2013 offre un Tomic tirato a lucido, che con uno scatto d'orgoglio vince 10 partite di fila, asfalta Djokovic a Perth, vince il torneo di Sydney e si presenta allo showdown contro Federer, al terzo turno dell'Australian Open, con qualche speranziella fondata. A 24 ore dalla sfida, Bernie fa notare che il paragone tra i due regge eccome: a 20 anni e 3 mesi anche lo svizzero aveva messo la firma su un solo titolo ATP. Con la differenza che io - aggiunge Tomic - ho vinto di più a livello juniores. Sì, vabbé. Il giorno seguente, Roger lo rimette a cuccia con una prestazione monstre, e Bernie va di nuovo in tilt, collezionando da febbraio a dicembre 12 k.o. al primo turno nei 22 tornei ai quali si iscrive. Un filotto che gli vale un nuovo nomignolo, The Tank Engine, la macchina da sciolte, perché la serie di pomeriggi storti, di partite a mezzo servizio, di soliloqui melodrammatici e di gratuiti sparati sui teloni è lunga, variopinta e infinitamente triste.

Da quando l’uomo ha inventato la racchetta, i bad boys del tour trasudano carisma e adrenalina, danno spettacolo e fanno discutere. Nel migliore dei casi vengono amati, nel peggiore si rendono interessanti. Bernie no. Solipsista e indolente, musone e apatico, polemico e inespressivo, Tomic non ride mai e sorride ancora meno. Non sa esaltare quando vince e non è ‘sto granché da vedere neanche nei giorni di grazia. Un sondaggio tra gli appassionati rivela che solo Rafa lo precede nella classifica dei giocatori più odiati. Solo che in un caso è fear, nell'altro loathe. Alla gente, Bernard Tomic sta chiaramente sul gargarozzo. E altrettanto chiaramente a lui non può fregare di meno. Un'antipatia che non si ferma né ai confini nazionali né di fronte ai guai fisici. A gennaio 2014, quando esce dalla Rod Laver Arena zoppicando dopo aver perso il primo set contro Nadal, il pubblico lo sommerge di booo. Inevitabili ma per una volta ingenerosi, perché l'infortunio è serio, richiede un'operazione all'anca e due settimane di stampelle. Tomic torna a familiarizzare col tennis tre settimane più tardi, un pomeriggio di metà febbraio. Lo so perche' sto remando sul campo 17 di Melbourne Park quando Bernie - ancora mezzo sciancato - mi passa accanto, accenna un saluto, si sfila la maglietta e si sistema su quello attiguo. Assieme a lui c'è John, che impugna una Radical come fosse un crick, punta i piedi sulla riga del servizio e abbozza uno scambio col figlio. Nel senso che se arriva sulla traiettoria di Bernie bene, altrimenti avanti la prossima pallina. John Tomic aveva sempre raccontato di essersi costruito un bagaglio professionale fotocopiando decine di manuali, parlando con centinaia di allenatori, visionando migliaia di clip su Youtube. In tutto ciò la racchetta non veniva mai citata. E a giudicare dal grado di familiarità tra i due, quello aveva tutta l'impressione di essere uno dei loro primi incontri ravvicinati. Eppure John Tomic stava allenando il quarantesimo tennista più forte del mondo, palleggiando né più né meno come farebbe mia nipote. Forte di allenamenti del genere, il 20 marzo Bernie prende una sveglia epocale. E la notizia mi sorprende solo fino ad un certo punto.
Tomic non sarà ricordato tanto come uno dei talenti più precocemente fioriti, sprecati e implosi, ma come il tizio che ha preso una stesa in 28 minuti, perdendo a Miami contro Nieminen nel tempo di uno spritz con stuzzichini. La partita piu rapida mai vista nel circuito va giù così, con un primo set durato 780 secondi, compresi tre cambi campo e le pause asciugamano. Roba che al confronto Graf-Zvereva è stata una mezza maratona.

Oddio, a dirla tutta Bernie verrà ricordato anche come quello che ha dato a Federer del vecchio, a Kyrgios del cazzaro, a Rafter della marionetta, a Hewitt della pippa e a Tennis Australia dell'azienda inetta, ingrata e paramafiosa, accusandola di non sovvenzionare l'attività della sorellina per punire indirettamente lui e il padre. E guai a fargli notare che prima di diventare semifinalista junior all’Australian Open 2016 Saretta si era distinta solo per la rapidità con cui ingurgitava bomboloni alla crema. E ancora, verrà ricordato come quello che a Miami ha chiesto al giudice di sedia di far allontanare il padre-coach, che dalla tribuna gli stava frantumando gli zebedei al quadrato, in quanto padre e in quanto coach. O come quello il cui babbo-allenatore ha preso a capocciate lo sparring partner fracassandogli il setto nasale e lasciandolo sanguinante su un marciapiede di Madrid. O come quello che ha fatto sgomberare un club per usufruire dei campi e poi s'è rifiutato di pagare i 20 dollari dell'affitto perché voi non sapete chi sono io. O come quello che è stato sospeso da Davis, Olimpiadi e ancora Davis. E che in un momento di lucidità si è dato pubblicamente del ritardato.


Soprattutto, Bernie verrà ricordato come il profeta del tanking, l'uomo che ha dedicato il 2016 a dimostrare che la sciolta conclamata puo' essere sdoganata. Iniziando a Sydney, dove Tomic getta la spugna in mondovisione appena viene a conoscenza del tabellone dell’Australian Open. Poco importa che fosse in campo. Ok, dietro l'angolo c'è uno Slam, ma l'Apia International lo hai vinto in passato, sei  testa di serie numero 1 e potresti ripeterti. Ok, causa pioggia dovresti giocare due partite in un giorno, ma stai disputando un quarto con Gabashvili, mica contro Agassi. Insomma, un dibattito sarebbe pure proponibile. Siamo adulti e navigati, abbiamo accettato che un Mondiale si vince anche con la mano de Dios o dando della zoccola alla sorella di Zidane, cosa vuoi che sia un tank fatto bene in un ATP 250? Invece Bernie prima intavola con Lahyani una discussione surreale, nella quale spiega che il draw di Melbourne è troppo invitante e che lui punta a fare strada all’Australian Open mica lì, mentre l'altro - il confessore di sedia - gli ricorda che ci sarebbero un regolamento, un codice etico, che quelle sagome sugli spalti sono suoi connazionali e che nella circostanza hanno pure pagato il biglietto. Niente da fare, Bernie si fa prendere a randellate, getta la spugna e si presenta in conferenza con quattro scuse, tutte diverse. Dall'intossicazione alimentare alla nottata in bianco, dallo sforzo fisico ad una delle piaghe del Nuovo Galles del Sud, il traffico. A Hewitt spunta il primo capello bianco. Alla fine, il tabellone agevole Tomic lo sfrutta pure. A Melbourne raggiunge gli ottavi come da copione, intasca 193mila dollari, ordina una nuova Lamborghini (gialla, aridaje) e buonanotte.
Al risveglio non è cambiato niente, anzi. A Quito mugugna che dovrebbe essere a Miami a far ruggire la sua Ferrari, non sul mattone tritato ecuadoriano a farsi seppellire di aces da Lorenzi. Al Foro impreca contro l'inventore dei campi in terra e resiste giusto 3 games contro Paire. A Madrid impugna la racchetta dalla testa del telaio sul match point per Fognini, poi alla stampa dichiara che è ovvio che di quel match non gliene freghi nulla, dopo tutto lui ha 23 anni e vale 10 milioni di dollari, cosa vuoi che gli cambi un secondo turno di un Master 1000? Infine, a New York minaccia di infilare in bocca ad uno spettatore una pallina e un mazzo di banconote. E se il campionario si ferma qui, è solo perché dopo l'UsOpen Bernie gioca 4 partite, ne perde 3 e chiude il 2016 in gloria, con un ritiro. Il quarto della stagione, il quattordicesimo da pro. In questo, sì, Bernard Tomic ha davvero tutto per diventare uno dei primi cinque. Di tutti i tempi.

(tratto da Il Tennis Italiano - Febbraio 2017)


POSTILLA

Lo ammetto, la faccenda della C dura a cazzodicane mi aveva mandato in loop. La volta in cui la voce autorevole di Channel 7 aveva trasformato Lajovic in  'Lagióvik', pur di non lasciare Bernie troppo solo con suo cognome storpiatoho deciso di scendere in campo per cambiare il mondo. Ai colleghi australiani già inviavo sporadicamente delle educatissime mail nelle quali spiegavo che noi diciamo Pellé, non Péle, Nibali, non Nibàlli, e che molto in teoria in italiano Ricciardo si pronuncia Ricciardo, Dellavedova Dellavedova e così via. Ma a quel punto, animato dal sacro fuoco della Verità, e senza più nulla da perdere, quando è capitata l'occasione ho sottoposto il quesito che mi toglieva il sonno al diretto interessato, il quale ogni tanto bazzicava i corridoi di Melbourne Park fuori stagione. 
"Bernie, mi spieghi perché diamine gli australiani ti chiamano Tómik?". Gliel'ho buttata lì. "Domandalo a lui" mi ha risposto. Mi sono voltato nella direzione indicata dal dito di Tomic e ho urtato contro qualcosa. La consistenza era quella di un trattore, solo quando ho ripreso coscienza ho capito che era una cassa toracica. In cima c'era una testa rasata dalla quale due occhietti incazzati mi scrutavano con poca amorevolezza e tanta insofferenza. Se il foglio excel compilato a beneficio del governo australiano non inganna, negli ultimi 20 anni ho messo piede in 137 Stati riconosciuti dall'ONU e in una mezza dozzina di posti abusivi, tipo la Transnistria. Ho trascorso 1500 giorni con lo zaino in spalla, il che significa un sacco di porti e stazioni, bus e camionette, suq e baraccopoli, autostop e tende piazzate dove capita. Nonostante faccia di tolla, zoom ficcanaso e tendenze autodistruttive, non ho mai beccato un cartone sul naso. Vicino sì, ma mai proprio in pieno. Ebbene, nella top five delle occasioni in cui ho sentito che un destro stava per atterrare sul mio muso, quegli istanti davanti a John Tomic c'entrano a pie' pari. Il pugno di Ivica era serrato, disperatamente bisognoso di scaricare la sovraproduzione di energia su un corpo estraneo.
E l'unico nei paraggi era il mio. 
"Dad!". Una voce da qualche parte ha spezzato l’incantesimo.
"Che ne so io, perché. Chiedilo agli australiani. È colpa loro" mi ha risposto John Tomic con lo stesso tono col quale avrebbe potuto dire "Togliti di torno, pidocchio".
Ci rimasi di sasso. Un omone che nella sua vita aveva preso a male parole poliziotti e a capocciate uno sparring per molto meno, lasciava che un Paese intero gli storpiasse nome, cognome e identità, quando gli sarebbe bastato alzare il telefono per mettere tutto a posto.
È una cosa tutta mia, lo so, ma mi turbò. E a ripensarci mi turba ancora. 
In tutto questo, a Bernard Tomic devo probabilmente un paio di punti di sutura.

martedì 6 settembre 2016

Mukiwa: A White Boy in Africa


Day 1 (Sudafrica) 
(bozze di appunti appuntati via cellulare)

1. Restare appiedati a tarda sera in una stradina di una shanty town di Johannesburg proprio mentre il tizio alla guida ha completato la frase "....capito che gente dodgy abita qui? Altro che Soweto". Ecco.

2. I rituali sono importanti. Metti le tre P del Lesotho, per esempio. Che non sono né la patata, né la palestra, né la partita. Ma pace, pioggia e prosperità. Le strette di mano non valgono se non accompagnate dal ritornello "Khotso, pula, nala". E il suono kh te lo raccomando. O metti i saluti degli autotrasportatori sudafricani che scaricano i propri figli davanti a scuola. Non sono mica terminati senza il coretto: "Give your best..." >>> "And God will do the rest!". Amen. E poi le parole, i billboards. A Maseru il benvenuto te lo dà un cartellone con l'immagine di un tizio col passamontagna nero davanti a Cheope, Chefren e Micerino. Vorrebbe mettere in guardia dalle truffe dei sistemi a piramide, l'effetto è quello di una pubblicità progresso dell'Isis. Finora il mio preferito è però il motto dell'asso-tassinari di Roma. Dice "Arrive Alive". Thanks to the dick.

3. Come regalo ho estorto un adattatore iperuniversale che pesa come la biografia di Mandela e apre le porte delle prese della corrente in 14.000 Stati. Solo che quelle sudafricane so' diverse. E quelle del Lesotho pure.
Day 0 - Come caricare un cubo di libri nel solo bagaglio a mano 

4. Il caldo, il freddo, le bufere, le mosche, le zanzare, i bushpig, i gechi, gli attacchi di panico, gli incendi, i terremoti, le Uaz, le leonesse, i topi del deserto, gli ippopotami, i boscimani, le coreane. Mai stato a corto di motivi per non dormire, in viaggio. Ma il ratto che mi sveglia due volte, mi fotte i biscotti della colazione e poi piscia e caca sugli effetti personali, mi mancava. A Semokong e' successo.

4. Un gioco delle tre carte per una sosta a Roma, quasi-cittadina universitaria del Lesotho, era obbligatorio. Che ne avrei ricavato poco era scontato. Ma perché (4a.) neanche il personale accademico sa dare informazioni, notizie, un quarcheccosa, insomma? Esistono libri sulla storia di 'sto posto? Che ci faccio con l'opuscolo rosa della National University of Lesotho (NUL, perché il marketing è tutto) che parla dell'Institute of extra Mural studies - non Rural, proprio Mural - e per toglierti il dubbio che ci fosse un refuso raffigura muratori all'opera? Perché nessuno (4b.) fa mente locale sul fatto che si chiamano come 'a Capitale, perché 'a Capitale si chiama proprio Roma e non Rome? Soprattutto (4c.) perché nessuno gira con la maglietta di Totti, cosa che mi avrebbe assicurato un'apertura su Leggo o una breve sulla Gazzetta?

5. A proposito, quante chance avevo di beccare un passaggio in auto da Semonkong a Maseru da una famiglia di geologi di via Ardeatina? 

6. La biografia autorizzata di Mandela è una palla.


Day 2-3 (Lesotho)
I went to Lesotho for 3 reasons. First, because it gained independence from the UK 55 years ago, on October 4 1966. Visiting a sovereign State is not about ticking a box, it's a matter of understanding why people are bond to their distinctive tradition and culture, why they believe their national identity deserves to be internationally recognised and are ready to fight for it.
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Then because of my first encounter with the Basotho people. It was last century's last night, I celebrated new year's eve in Rome and I was about to sleep way too little before running the Millennium Marathon on Jan 1, 2000. Outside St Peter's Basilica I saw them: it was cold, 20 or so Basotho were warming up by wagging their heads under coned-shaped hats called mokorotlo, the symbol appearing on the national flag. It was hilarious, but I didn't have a camera. I told myself one day I would have made up for the opportunity, except I didn't even know where Lesotho was. 
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I knew it by the time I flew to Jo'burg the second time: Lesotho is a state the size of Belgium surrounded by South Africa and it's one of the 3 enclaved countries in the world, the others being the Vatican and San Marino.
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Speaking of mokorotlo, the third reason is all about names. The land was first ruled by king Moshoeshoe, who established the capital in a place called Butha-Buthe in the Drakensberg mountains, and who was helped by Christian missionaries in securing his kingdom's independence. One of the missionaries was a Frenchman, Joseph Gérard, who founded a town he called ROMA. It goes without saying there were reasons enough for me to go.
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Which I did, although Roma is a rather unappealing centre with a basic University called NUL (one of the courses was 'extra mural studies' and it was about how to be a carpenter) and in town none connects Roma to Rome. For them Italy's Rome is called Rome while Roma - the only Roma they know - is Lesotho's Roma.
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That day I moved on to Semonkong - the place of the smoke - a few hours trek away from the Maletsunyane falls. Amazingly enough, on my way back to the capital Maseru I hitched a ride and I was picked up by a Roman family. True Romans from Rome, I mean.
Tramonto su una spiaggia vicino a Praia Tofo, Mozambico

Day 13 (frontiera Sudafrica-Zimbabwe)

"Non scrivere che fai il giornalista", mi sussurra Japhet, mentre il camion che sta guidando attraversa il ponte sul Limpopo. Il secondo fiume africano tra quelli che si tuffano nell'oceano Indiano è ridotto ai minimi termini, dopo 4 anni di siccità. In compenso la temperatura è precipitata, il cielo è color tortora e minaccia un acquazzone fuori stagione.
"Studente?"
"C'è poco da ridere, credimi".
L'autotrasportatore shona di lingua ed etnia, nato a Salisbury - Rhodesia - e ora residente a Harare - Zimbabwe - che poi sono la stessa cosa con 36 anni di casini in più, si fa serio.
"Ho visto gente lasciata fuori per un mezzo commento su Mugabe".
"In genere me la cavo con 'sport commentator'. Suona meno reporter d'assalto e poi fa l'effetto di un Sironi".
"Evita"
"Ha funzionato pure in Corea del Nord..."
"Qui è meglio di no, fidati"
"Employee?"
"Troppo vago".
"Public servant?"
"Ambiguo".
Eccheccazzo.
Ormai siamo allo sportello, dall'altra parte mi aspetta un omone con un maglione grigio a coste e un buco sulla spalla grosso come una pallina da ping pong. 
Mentre allungo il passaporto, la luce se ne va.
In teoria guadagno tempo, in pratica non mi viene niente. 
Del plumber non ho le mani, del carpenter la struttura, del businessman niente di niente. Anche perché la maglietta celeste è al quinto giorno di fila. Mentre il generatore riparte, scarabocchio handy man. Tutto e niente. Io, poi, che per avvitare una lampadina ho bisogno delle istruzioni. 
'na cazzata in pompa magna, insomma.
"Non ridere". 
Stavolta è l'omone dall'altra parte del vetro. Devo assumere l'espressione della fototessera. 
"Australiano?"
"Sì ma nato in Italia..."
"Handy man?"
Forse gli serve un interprete per lo scarabocchio, ma io e la mia coda di paglia la prendiamo come una richiesta di chiarimenti.
"Sì..." in quel momento mi passa accanto una signora con un bambino legato alla schiena e un parapioggia giallo in mano.
"Riparo ombrelli".
"..."
"E affilo coltelli".
Donne dello Zimbabwe, è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio.
Ormai è tardi. Sto di nuovo a ride'.
Penso a cose tristi, evito di guardargli il buco sul maglione.
"Ce li hai 20 dollari nuovi? Questa banconota è vecchia". 
Pure questa è fatta.
"Ah, per favore può stampare a pagina 12?"

Day 18  
Lo ammetto, attorno al viaggio sviluppo anche una serie di passioni che qualche volta degenerano in ossessioni e perversioni. Una di queste riguarda la mia collezione di banconote. Il fatto che ogni Paese decida di rappresentare la propria unicita' attraverso volti e simboli del suo passato mi sembra di per se' un aspetto che merita un approfondimento. Mi intriga la scelta dei colori, del taglio (come le banconote da mezza unita' di misura), della grandezza (i 10mila Lei rumeni che non stavano neanche in due portafogli) e tutto il resto. Il fatto che dietro il nome stesso delle valute si celino dei significati reconditi, per esempio. Quella del Botswana si chiama pula, cioe' pioggia - del resto da quelle parti non c'e' nulla che valga piu' dell'acqua. E soprattutto le immagini, estremamente dipendenti dal momento storico che vive un Paese. In Sudafrica il rand - anch'esso un nome olandese che richiama ai corsi d'acqua - ha raffigurato nel giro di pochi anni prima Jan van Riebeeck, padre fondatore della nazione bianca degli Afrikaans, poi un rinoceronte e infine Nelson Mandela, conservando lo stesso colore di base.

Tutto cio' sarebbe pure divertente, istrittuvio e arricchente se la potessi condividere con qualcuno interessato. Invece o non trovo nessuno interessato o non trovo il modo di condividere i quattro faldoni con un paio di banconote. E al massimo si finisce per sfiorare l'argomento quando qualche malcapitato casca nella rete e abbozza un 'Ma e' vero che in Zimbabwe ci sono banconote da 1 trilione di dollari?'. Si', e' vero e te lo posso dimostrare e mostrare. Senza contare il fatto che spesso sono state scelte con cura tra i resti del primo pasto e sono state protette nei libri e salvate nonostante in quel Paese abbia fatto la fame. In Irlanda del Nord la banconota che conservai nel '97 valeva molto di piu' di quanto spesi per stare li' un paio di giorni.

Oltre alle banconote, tra le passioni/ossessioni c'e' poi quella la missione sociale, umana, economico-culturale di distribuire capi di abbigliamenti e utensili a chi ne ha bisogno. C'e' anche quella di leggere quanto meno un mattonazzo sulla storia della nazione che mi ospita. E c'e' quella di rimediare le bandierine in tessuto (anche se non ho ancora deciso quale sara' il loro destino, visto che sono troppe per essere cucite su uno zaino). E - a proposito di bandierine - c'e' la questione di riempire la mappa del mondo. 
Colin Thubron l'ha semplificata cosi', spiegando che si viaggia per quel motivo. Secondo me questa pulsione richiederebbe un'analisi psicologica molto piu' profonda. E la richiederebbe anche secondo buona parte di quelli che incontro, anche se non me lo dicono chiaramente. O meglio... un po' come l'appassionato di cinema e di lettura, che giustifica la dimensione totalizzante della sua passione nella misura in cui e' capace di trascinarti nei suoi risvolti e rendertela se non altro accettabile e affascinante, cosi' io mi ritrovo a spiegare alle persone che incontro in viaggio perche' lo faccio. 
Disperato ragazzo che non sono altro. 

Ora, a parte il fatto che si trova sempre chi e' sazio al primo boccone della storia e chi invece vuole assaggiarla tutta, un tratto comune riguarda il rapporto tra me e i posti in cui sono stato e in cui non sono ancora stato e voglio andare. C'e' chi stupisce che non torni in continuazione negli stessi (cosa abbastanza imprecisa, anzi se posso torno sul sul luogo del delitto 10 o 20 anni dopo - per tracciare una linea tra i due punti e cercare di capire nel frattempo come sono cambiato io, com'e' cambiato il posto, e com'e' cambiata la mia percezione del posto) e chi invece si stupisce del contrario, cioe' del perche' voglia rivedere posti in cui sono gia' stato. 
Raramente come in questo viaggio mi e' capitato si sentirmi dire la seconda cosa, solo perche' 14 anni fa sono gia' stato a Johannesburg e alle cascate Victoria e 15 anni fa sono gia' stato a dar es Salaam e a Zanzibar. Insomma, perche' mezza vita fa ho gia' messo piede in Sudafrica, Zambia e Tanzania. In genere mi accusano di piantare bandierine. Stavolta di aver immotivatamente voluto tornare in posti che ho gia' conosciuto. Chi vi capisce e' bravo.


Day 22 (Zambia)
Due ore di sonno, tredici di viaggio, l'incontro con ragazzini che vendono spiedini di topo e stasera si dorme qui, di fronte al South Luangwa National Park. 
Compatibilmente con l'ippopotamo che sta brucando attorno alla mia tenda.

Day 29 (Malawi)

"Dati ufficiali non ne abbiamo, ma a naso più del 30% di chi vive in zona ha l'AIDS. Di positivo c'è che le informazioni ormai hanno raggiunto tutti i villaggi, anche i più isolati. Oggi qualsiasi donna sa che se rimane incinta deve sottoporsi al test dell'HIV e che - anche in caso di sieropositività - con i trattamenti del caso non trasferirà la malattia al feto e che lei stessa ha ottime chance di vivere a lungo e in discreta salute. Di negativo c'è che gli uomini che vengono a farsi esaminare il sangue, sono ancora pochini".
L'infermiera si ferma e mi guarda. Rachel ha occhi enormi, pare un tarsio, ed è circondata da un alone blu, come il tendone dell'Unicef sotto il quale opera nel centro di Mzuzu, capoluogo della regione di Mzimba, Malawi centro-settentrionale, per la precisione. La zona.
Veramente io volevo solo ficcare il naso, carpire due cose, scattare tre foto.
"E tu lo hai mai fatto il test?".
Eccolalla'.
"Io?...n-n-no"
"E perché?"
"Beh in primis perché ho avuto una vita sessuale abbastanza... limitata. Per non dire noiosa. Ecco".
"E le tue compagne?"
"Più piatte di me. Quasi tutte. Anzi diciamo la metà".
"E l'altra metà?"
"Son state quattro, mica quaranta"
"Troppe. Non puoi esserne certo"
"Bah, ti assicuro che siamo sulla soglia della santità. E poi non frequento ospedali, non ricordo trasfusioni di sangue o cose del genere".
Non l'ho convinta neanche un po'. Gioco il jolly.
"In realtà a pensarci bene il governo australiano ha provveduto per conto mio. Sei anni fa il test l'hanno fatto loro ed è risultato negativo".
"Sei anni fa?". 
Rachel sospira, ridacchia, guarda la collega, poi torna dal mzungu. Che sarei io.
"Hai paura?"
"..."
"...!"
"Fino ad un attimo fa no".
Ed è lì, sulla soglia della tenda blu, che il mzungu, l'avventuriero, il bianco, il colonizzatore, finisce con tutte le scarpe nella testa dei tanti milioni di africani - soprattutto uomini - che nel dubbio preferiscono non sapere. Perché ignorance is bliss, perché scoprire di avere l'AIDS significa autocondannarsi a non avere figli, a non poterne dare alla propria compagna o peggio ancora a fregarsene delle possibili conseguenze.
"L'autobus parte tra poco. Quanto dovrei aspettare?".
"Cinque minuti. Massimo"
I minuti di attesa sono sì e no tre. Interminabili, ma tre.
La prestazione è stata rivedibile, ma nell'occasione era importante portare a casa il risultato. Negativo, anche se non ho mica visto la confezione dalla quale hanno preso l'ago, Rachel e l'amica sua. Per cui vai a capi' se mi sono dato la zappa sui piedi e me lo sono preso sotto la tenda blu dell'Unicef.
Intanto però con questo qui di Mzuzu i passaporti sono tre. E Rachel non me l'ha fatto neanche pagare.







Quando in Uganda incroci una bottiglie di VAT69 ed e' piu' forte di te...

lunedì 29 agosto 2016

Glourious Basterds

Tarantino spezzerebbe il racconto in due volumi. Il primo su una partita normale fra due donne estrose, bizzose, vecchia scuola, simili nella loro differenza ostentata. 
Da una parte la russa di Spagna, che ha appena messo fine alla vita sportiva di Justine Henin e finora è andata a manetta. Dall'altra la Leonessa di Milano, che come il vino buono sa sfruttare il tempo ma quest'anno a Melbourne ha remato tanto e frullato poco. Ha faticato a ‘sentire la palla’, dice. E' andata al terzo con la Parra Santonja, è andata a due punti dalla sconfitta contro Rebecca Marino, vancouveriana di sangue nisseno, canadese dell'anno ma sempre 104 del mondo. Ha anche dovuto annullare 3 set point alla Niculescu, la campionessa di Parigi, aggrappandosi al torneo con le unghie pur di presentarsi alla tredicesima puntata della saga contro la russa. Ma sul veloce la Schiavo non hai mai battuto la Kuznetsova. Anche se la testa di serie buona la sua, anche se in classifica la precede di 20 posizioni, insomma, non è favorita. 
La storia è quella di un ottavo di finale degli Australian Open, la location è l’Hi Sense Arena. Gli organizzatori non hanno offerto alle ultime due vincitrici del Roland Garros il palcoscenico della Rod Laver e le hanno spedite sull'unico impianto che non richiama una gloria della racchetta, ma dei condizionatori cinesi. Lo stadio è un cubo polifunzionale, freddino nell’accoglienza di due vecchie conoscenze che le copertine se le sono guadagnate sempre e solo per le loro vittorie. Il primo capitolo del film andrebbe infarcito di flash back sui precedenti recenti in Fed Cup – la battaglia nella finale di Mosca vinta dalla russa, la rimonta dell’azzurra sul rosso di Castellaneta – sul sudore invernale di Sveta in terra catalana, sull'ascesa nell'Olimpo della milanese, che tra un trionfo parigino e un tweener newyorchese s’è ritagliata un ruolo che per anni le è stato riconosciuto solo in Italia, quello di personaggio del circuito, Non più solo grinta e cuore, ma genio della lampada, una specie in via d'estinzione. 
Il film si snoderebbe parallelamente al racconto dei primi due set, che a dispetto del punteggio (6-4 per la Schiavone, 6-1 per la Kuznetsova) sono tanto tirati da durare quanto il primo Kill Bill, 106 minuti. Tirati, non belli. Perché l'azzurra continua a sprazzi a non sentire la palla e perché la russa alterna frustate di dritto a badilate in tribuna. Ma siccome nello sport come nelle arti visive la bellezza sta anche nella carica emotiva, la partita tiene tutti incollati alle sedie e l’Hi Sense via via si riscalda. Nella specialità del coinvolgimento passionale sono due delle interpreti più limpide e antitetiche, la formica e la cicala. 
La bellezza, insomma, non manca. Poi, sui titoli di coda, arria anche il pathos: Schiavo e Sveta rimandano il verdetto al sequel,un terzo set indimenticabile. Un capolavoro tecnico, agonistico, umorale. Un capitolo a parte, un film da vedere e rivedere. Un epilogo lungo tre ore, esatte e memorabili, scandite dagli interventi del medico e dell’occhio di falco, da 31 palle break e da 6 match point annullati, dai boati di un pubblico prima partecipe, poi coinvolto e infine in visibilio e soprattutto da un tennis champagne. Gli highlights del match
Quando vivi un pomeriggio così intenso e ammiri gesti del genere, finisci per essere completamente coinvolto dalla vicenda umana e sportiva e non senti la fatica” dirà nei corridoi il catalano Enric Molina, suo malgrado giudice di sedia del match. In campo, invece, la fatica si accusa eccome. Ma l’effetto è catartico. Liberate dalle zavorre psicologiche, le due lasciano andare il braccio e mandano a referto mucchi di vincenti. Un applauso a scena aperta ad ogni mazzata della moscovita, un boato ad ogni ruggito della leonessa: nell’entusiasmo della folla c’è il piacere di chi sa apprezzare, la soddisfazione di chi ha una storia da raccontare e l’orgoglio di chi se ne sente co-protagonista. Col senno i poi, i tre match point consecutivi per la Kuznetsova sull’8-7 e gli altri tre per la russa sul 9-8 sembrano il classico omaggio ai B movies, i film dal copione scontato in cui l’eroina riesce a salvarsi con la pistola puntata alla tempia. Alla Tarantino, appunto. 
Col senno di poi, quando la Schiavone esce dal tunnel, il finale della storia diventa chiaro e il pubblico si schiera dalla sua parte. Lo sanno tutti che vincerà lei. Quando sul 13-13 le telecamere si soffermano sull’orologio a bordo campo e fermano l’attimo fuggente sulle 4 ore e 20 minuti, nella testa di Francesca rimbalza un incoraggiante ‘Brava, fisicamente sei una roccia!’, in quella di Svetlana un deprimente ‘La dovevo chiudere prima!’, fra i giornalisti si incunea il panico della statistica da verificare (superate le 4 ore e 19 di Zahlavova Strycova-Kulikova) e da aggiornare, e fra il pubblico la sensazione dolcissima dell’ ‘Io c’ero’. Non resta insomma che trovare un finale adatto al racconto, perché ormai è scritto che sia Francesca ad entrare nella storia dalla porta principale. E’ scritto perché una campionessa non può accontentarsi di tenersi dietro entrambe le Williams e di eguagliare il best ranking italiano di sempre, con la quarta posizione che la attende dopo gli Australian Open, non può accontentarsi di aver annullato 6 match point alla Kuznetsova e di aver disputato la più lunga partita nella storia degli Slam femminili. 
Prima di scrivere la parola FINE, la Schiavone deve vincerla. E per farlo impiega altri 24 minuti. Così, solo quando anche l’orologio ha deciso di partecipare a modo suo alla narrazione, indicando un tempo che più facile non si può – 4 ore e 44 minuti – la milanese mette la firma con una volée bassa al trentesimo game del terzo set, al trecentocinquattottesimo punto del match, e chiude con le braccia al cielo e un sorriso così.  Sogno un giorno di far vedere a mio figlio il dvd della partita” dirà. Già, come se ne bastasse uno.

Tratto da Supertennis n. 2 - febbraio 2012