mercoledì 24 novembre 2010

Proposta indecente

Lo schermo in finta radica risulta un tantino pacchiano, ma dall'alto dei suoi 20 pollici fa la sua porca figura. I tre tipi di massaggi sono scolastici ma a modo loro sollazzano, il vino bianco è secco ma più che passabile, l'equipaggio è ingessato ma ben assortito: un'hostess è libica, una è brasiliana, una è indiana, una è ucraina, lo steward è australiano di origini calabresi. Ingannata da una camicia destinata ad un benemerito del posto, la Emirates ha deciso di farmi atterrare in Sri Lanka in business class, spaparanzato su una poltrona molto più comoda di tutti i letti sui quali dormirò nei quindici giorni seguenti. Il primo, a castello, lo divido con Wang Si Que, uno dei rari cinesi a potersi permettere di viaggiare zaino in spalla, uno dei rarissimi di etnia han ad aver abbracciato l'Islam, forse l'unico musulmano per scelta che non mangi carne di maiale ma beva alcol e fumi qualsiasi cosa. Wang Si Que, che la madre chiama Lao Mao - vecchio gatto - è fidanzato con Chang Sue Qin (anche nell'intimità si chiamano per esteso, prima il cognome e poi il nome) incatenata a Pechino dai suoi doveri di poliziotta. Un lavoro per il quale ha solo due settimane di ferie comandate e perciò non può viaggiare né ora né nei tre anni successivi ad un'eventuale rinuncia al ruolo. Paro paro ad Aleksej, che adesso fa il programmatore, ma che ha passato le otto stagioni teoricamente migliori della sua vita a collezionare medaglie dell'esercito russo in Kamchatka. E fra i ghiacci ha maturato una tale fame bulimica di mondo che dopo tre anni di purgatorio obbligatori per smaltire un po' di segreti di Stato ha deciso di girare Nepal, India e Sri Lanka in 3 settimane. E' partito ad handicap, perché la moto che aveva affittato l'ha mollato ai piedi dell'unica salita del Paese proprio quando aveva deciso di darmi un passaggio. In eredità mi lascia comunque birra, patatine, una mappa dettagliata e la voglia di camminare.
Per questo finisco per percorrerla a piedi, la costa da Weligama a Galle. In due giorni macino una quarantina di chilometri di stick fishermen, di pescatori in bilico su pali piantati nell'oceano, di pagode, templi indù, chiesette e moschee in ordine di frequenza, di manifesti del sorridentissimo Mahinda Rajapaksha e di pubblicita' delle quattro aziende di telefonia mobile (i cellulari sono così diffusi che in caso di tsunami il governo ha previsto un bel messaggino collettivo di allarme), di corvi e pipistrelli, di varani e vipere dal metro e mezzo in su, di qualche vacca sacra e qualche benedetta mangusta, di palme e scoiattoli, di una pletora guest house e di negozi allestiti con le rimesse degli emigrati, di branchi di cani randagi e di bus lanciati a razzo a rifarti la piega, visto che non c'è un metro per i marciapiedi. Come sopravvivano tutti 'sti animali all'avanzata del cemento non lo so. So solo che fra Matara, il punto più meridionale dell'isola, e Negombo, il più occidentale, si sgomita in 200 chilometri di asfalto opprimente, risparmiato solo dove sono stati allestiti i piccoli cimiteri per le oltre 40.000 vittime dello tsunami. Dopo l'Indonesia questo è il Paese che ha pagato il tributo più alto a quella catastrofe. E so che arrivo a Galle con una maglietta ridotta a un cencio tempestato di granelli di polvere e catrame. Non voglio sapere cosa ho nei polmoni. Quando un fruttivendolo di Kogalla mi chiede quale sia il mio problema, gli indico la testa. Da queste parti un problema diffuso: 50 anni fa un monaco ammazzò il presidente della Repubblica e ancora 20 anni fa Terzani la chiamava l'isola folle. Forse nel senso che se non sei matto come Casul - lo scemo di un villaggio, Polhena, dov'è di dominio pubblico il flirt tra un bonzo e una donna sposata - ci diventi, scemo. E gli incontri che fai non è che aiutino. Io per esempio incontro una poliziotta che cerca di vendermi un appezzamento di terreno, un batterista convinto che il cancro si sconfigga con infusi di foglie di papaya, e Luka. Cinquantenne dal fisico tirato, berlinese, separato, è la mente che ha ideato i velotaxi e che da Unter den Linden li ha esportati in tutto l'occidente (tranne che in Italia, ne ha anche discusso coi sindaci di Milano e Firenze ma ha sbattuto contro l'altolà della 'mafia dei tassisti'), quindi dopo un divorzio e una specie di crisi mistica nel 2008 ha ceduto il marchio e il business e ora vive soprattutto per yoga e meditazione. "I nemici da combattere sono la paura, la rabbia e il desiderio" mi confessa, prima che il suo iphone cominci a suonare a tutto spiano. Prima è la figlia, poi la nuova compagna, quindi il tizio che gestisce uno dei suoi alberghi. Anche Vivianne è tedesca e divorziata. Ma per via delle sue facoltà dagli Inuit della Groenlandia si fa chiamare Shaman e dai cingalesi Shanti, la 'pace interiore'. A conferma del suo basso profilo, sul biglietto da visita della sua guest house sostiene che ti aiuterà a trovare il cammino che porta dentro il vero te e sul biglietto da visita del suo centro massaggi di Francoforte si autodefinisce 'maestra di vita'.
I dottori K.B. Shantha, Pereira, Dimmaka e tutta la compagnia di giro si definiscono invece 'dottori' perche' lo sono proprio, dottori. Ma sulla spiaggia di Unawatuna si comportano come liceali in gita, tambureggiando e cantando a squarciagola per ore, mangiando pollo alla trinitrina e riempiendo bicchieri su bicchieri di Smirnoff purissima per spegnere l'incendio. Shantha del resto si è laureato a Mosca, e tutt'ora invita anestesiste russe a fare stage in un ospedale di Colombo. E quelle gli lasciano ricordi su ricordi. Così quando sotto un diluvio che neanche nei video dei Take That la spiaggia rimane deserta, sulla costa si sentono solo loro rumoreggiare sotto l'effetto della vodka. Loro e me. Salutandomi a fine giornata, Shantha mi propone alticcio, complice e cameratesco di celebrare l'addio al celibato nel resort di un suo amico, assieme a cataste di gamberoni freschi, liquori di importazione e le amorevoli cure delle sue stagiste moscovite.
E visto che in vita mia ho ricevuto proposte peggiori, qualche giorno dopo trovo anche il modo di andarci, a Wadduwa. Ma poi con un mozzico sulla lingua e una martellata più a sud passa la paura. E sotto l'ennesimo diluvio mi ritrovo in una struttura eco-friendly desolatamente deserta assieme a sei singalesi villosi, a consumare cinque portate di pesce e frutti di mare annaffiate da un brandy prodotto su licenza francese. Poi resto pure a dormire. Offre la casa, è il mio addio al celibato.

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lunedì 8 novembre 2010

Arrivederci Roma

Il lungotevere è la fiera del grattacheccaro aperto. Di 5 novembre, mica sotto la festa de' noantri. Voglio salutare tutto e tutti, amici e sampietrini, Corviale e Pasquino, er Colosseo e er mejo buco, perché 'sto giro non è in questione il se ma il come ci torno, a Roma. Sono in moto, fermo al semaforo, squadro la fila di stranieri davanti al chiosco di sora Mirella e di colpo sento un peso. Una stretta forte, improvvisa, sempre più dolorosa. Non al cuore, sul piede. Il destro, quello scalognato, quello dei dermatofiti tignosi e delle fratture multiple da Mikasa. La fitta sale dalle falangi al metatarso, dallo scafoide all'astragalo. Se è un segno divino tocca trova' un interprete. Mi giro come una mangusta: AHOOO! Delle 97.000 Smart che circolano nel raccordo, una color vaniglia si è fermata precisamente sul mio piede destro. Né prima né dopo né in punta, proprio sopra. E il tizio al volante è troppo impegnato al cellulare per realizzare che con i suoi 800 chili sta mettendo fine alla mia carriera da idraulico a Melbourne. Alla viglia del primo inter rail, anno del Signore 1995, dovetti millantare l'esenzione dal servizio di leva rischiando di finire nel carcere militare di Gaeta. Stavolta bastano due sventole a tutto braccio sul lunotto anteriore della Smart e un paio di contumelie imparate in fasce fra i banchi di via Sannio per convincere il tizio a parcheggiare altrove e a lasciarmi partire con tutti i pezzi a posto per le Maldive (3 giorni), per lo Sri Lanka (12), per la Malaysia (2), molto in teoria per il Bangladesh (12) e infine per l'Australia.
A tempo indeterminato.


p.s. il governo attuale si è insediato 3 giorni dopo che sono rientrato dal giro del mondo. Tocca tenere duro qualche altra ora e poi è tutto finito. Ero io che portavo sfiga.

domenica 15 agosto 2010

Le follie dell'Imperatore

Il panorama è desolato in tutti i sensi. La Libia è il sedicesimo Paese del mondo per estensione e il centunesimo per popolazione, sei milioni di persone occupano una superficie grande sei volte l'Italia. Sparpagliare tutti i pugliesi e i calabresi tra Gibilterra e il vallo di Adriano per vedere l'effetto che fa. Quanto a densità solo Australia, Mongolia e Namibia stanno peggio. O meglio, considerando che i pochi che ci sono producono un migliaio di morti l'anno sulle strade e disseminano i lati di rifiuti niente affatto biodegradabili. Il bello è che di questo immenso vuoto solo l'1% è coltivabile; il resto è pietrisco punteggiato di pietre puniche, greche, romane e bizantine ma pur sempre pietre. E il territorio è accuratamente evitato dai fiumi: lungo i 1770 chilometri di coste non si trova una foce neanche per sbaglio. In un posto così, con zero corsi d'acqua, la definizione di scatolone di sabbia è anche generosa. Ecco perché, cacciato re Idris con la rivoluzione del 1° settembre '69, Gheddafi ha messo in agenda la soluzione del rompicapo vitale: i libici abitano su un'isola di sale stretta fra il mare e il deserto nella quale non hanno futuro. E lo ha risolto a modo suo, costruendo l' "ultima meraviglia dell'uomo", il Great man-made river (qualche volta chiamato il Great made-man river, che suonerebbe come 'Il Grande fiume fatto-uomo' volendo proprio bada' al capello), il progetto destinato ad estrarre l'acqua dolce dalle falde sotterranee del Sahara per condurla fino alla fertile fascia costiera. L'opera è stata però inizialmente accantonata perché il colonnello aveva altri impegni. Nei primi 10 anni di governo ha avuto per esempio da fare per confiscare i beni degli oltre 20mila italiani e per sfrattare gli americani da Wheelus Field, una delle più grandi basi militari del Mediterraneo, per beccarsi con gli ulema su Corano e shari'a e per scolarizzare il 99% dei ragazzi, per dotare ogni villaggio di strade e di corrente elettrica e per costruire supermercati statali al posto dei suq e 200 mila alloggi al posto delle capanne. Assicurando così alla Libia il primo posto al mondo per consumo di cemento pro capite.
Parallelamente, visto che la sabbia era oggettivamente poco ricettiva agli stimoli della sua (tutta sua) 'Terza Teoria Universale', Gheddafi s'è fatto bandiera e promotore del panarabismo, e per sette volte ha cercato di unire la Libia agli altri Stati dell'area. Ma da Nasser in giù trovato solo pacche sulle spalle e porte chiuse. Così, fallita la via diplomatica, ha imboccato quella della forza. Fra il '72 e l'84 ha speso in armamenti 500 miliardi di lire - quattro volte più dell'Italia - acquistando 111 caccia Mirage dalla Francia, 380 blindati Cascavel dal Brasile, 80 Scud, 250 MIG e 2500 carri armati dall'Unione Sovietica, dilapidando il 10% del PIL garantito dal petrolio per armare fino ai denti un esercito di mercenari pakistani, palestinesi, siriani e nordcoreani, ma finendo puntualmente per prendere schiaffi anche in guerra. Persino dal Ciad. Così ha ripiegato sui finanziamenti ai gruppi indipendentisti di mezzo pianeta e sulle minacce di usare 'l'arma distruttiva assoluta' se Israele non fosse stato fatto sparire dalla carta della Terra, ma ha ottenuto solo che la Libia finisse diritta dritta sulla neonata lista degli Stati canaglia. Appena eletto, poi, Reagan ha trovato nella cassetta della posta un messaggio che più o meno recitava: "E' mia speranza che durante la vostra amministrazione i pellerossa vedano riconosciuti i loro diritti, perché nel recente passato i pellerossa mi hanno inviato lettere chiedendo il mio aiuto e perché la maggioranza degli indiani è di origine libica. Io spero di avere un giorno l'opportunità di mostrarle sia le missive sia i reperti archeologici che provano l'origine libica dei pellerossa". Firmato Muammar Gheddafi. Il quale è passato perciò in fretta dall'etichetta di "soggetto bizzarro affetto da stati psicologici limite" (Jerrold Post, capo della divisione politico-psicologica della CIA) a quella di "pirata, ciarlatano, barbaro pazzoide, cane matto" (Ronald Reagan reprise) a quella di "cancro da estirpare a tutti i costi" (Alexander Haig, Segretario di Stato Usa). Anche a costo di fargli pagare gli attentati terroristici di matrice siriano-palestinese - come quelli della discoteca di Berlino e dell'aeroporto di Fiumicino - con il bombardamento che nella notte del 15 aprile 1986 devasta Tripoli con sommo sollievo dei media americani (il New York Post titola 'Gheddafi, beccati questa').
La spallata è dura e obbliga il colonnello, che fra le macerie ha perso una figlia adottiva, ad un cambio di rotta. Il patto che lo lega ai libici o almeno a quelli che sopravvivono alle sue epurazioni d'altra parte si basa su una relativa prosperità in cambio di una spericolata politica di grandezza e della tortura rappresentata dalla lettura del Libro Verde, il Vangelo dell'uomo moderno. Ma quando agli insuccessi militari si aggiunge il crollo delle entrate petrolifere, a Gheddafi non resta che riconciliarsi con i vicini bistrattati (Egitto, Marocco, Giordania, Kenya, Liberia, Gabon, Costa d'Avorio, Senegal, Zaire - e ne dimentico sicuramente altrettanti - accusati di essere 'agenti dell'imperialismo') per trasformarsi da militante del panarabismo a sostenitore della meno compromettente causa africana. Tanto il nemico resta lo stesso, l'Occidente. E per mantenere la coerenza basta continuare a pretendere dall'Italia un congruo risarcimento per i danni del colonialismo e della guerra (a suo dire la scia di sangue lasciata da Hitler è nulla in confronto a quel che hanno combinato Giolitti, Mussolini e Graziani fra Tripolitania e Cirenaica), aggiungere al conto l'annessione di Venezia e delle Tremiti ("la maggior parte dei loro abitanti è di origine araba e libica" ipse dixit) e sparare anche un paio di missili su Lampedusa. Tanto l'Italia dipende dal petrolio di Misurata e continua a vendergli la maggior parte dell'arsenale militare. Insomma, il manico è dalla parte del colonnello. Perciò l'Italia è anche l'unica che continua a fare affari con lui nonostante l'embargo che dopo gli aerei abbattuti a Lockerbie e nel Teneré lasciano la Libia isolata dalla comunità internazionale per un decennio intero. Quegli anni Novanta in cui Gheddafi consolida il potere autocratico e repressivo nella Jamahiriya - lo Stato delle masse - decapitando i dissidenti (la metafora politica va presa abbastanza alla lettera), completa la metamorfosi da fallita guida del mondo arabo a capofila del movimento panafricano, fraternizza con Mandela, accatta il 7% della Juventus e una bella fetta di Unicredit e fa giocare il figlio scemo, Saadi, due partite in serie A. Una con il Perugia di Gaucci e una con l'Udinese di Pozzo. I casi della vita.

E visto che c'è, anche per inaugurare quel benedetto grande fiume artificiale. Completato in 23 anni dai coreani della Dong, realizzato grazie al lavoro di 13.000 persone, alla produzione di 574.000 tubi di cemento armato dal diametro di 4 metri, all'utilizzo della più alta concentrazione di camion al mondo e soprattutto all'esborso di qualcosa come 30 miliardi di dollari, il sistema raccoglie le acque dalle falde fossili dell'oasi del Fezzan con pozzi profondi anche 1000 metri e secondo la propaganda locale si snoda per buoni 20.000km. Quando il 1° settembre '96 il colonnello apre le paratie, l'acqua rovescia i tombini (molti dei quali ancora di epoca fascista) e riempie le piazze di Tripoli fra il tripudio generale. Insomma, oggi le città della costa hanno finalmente acqua dolce e l'agricoltura può cavare sangue dalle rape del deserto. Il problema è che quando le falde saranno svuotate, del mitico fiume artificiale resteranno solo tubazioni con incisi i versi del Libro Verde. Secondo gli esperti potrebbe accadere fra 50 anni, più o meno in concomitanza con l'esaurimento delle scorte di greggio. Per allora questo Gheddafi sarà storia, ma il potere potrebbe essere finito nella mani del figlio Seif Al-Islam. Quello che come il padre - secondo l'archeologo che mi illumina su Leptis Magna - soffre degli stessi vizietti di Berlusconi. E ha reso Valeria Marini l'italiana più famosa in Libia. Roba da cominciare ad emigrare prima che spuntino gli eredi.

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domenica 23 maggio 2010

Uno, nessuno e centomila

Nel frattempo ho fatto l'autore televisivo, nel senso che ho firmato I Miti del Foro - quattordici puntate sulla storia degli Internazionali di tennis - e uno speciale in quattro episodi sulla finale di Fed Cup. Nel frattempo ho collaborato ad una collana di 16 dvd della Gazzetta sui 300 luoghi da vedere nella Terra, ma lì ho lasciato il timone dopo essermi sentito dire che dovevo scrivere: "l'orto botanico di Padova rappresenta la culla della civiltà occidentale". Nel frattempo l'idea più ambiziosa - percorrere via terra la strada tra Roma e Johannesburg con un pallone come amico e un cameraman come accessorio, centrifugare 'Overland', 'Sfide', 'Ulisse' e 'Turisti per caso' per raccontare l'Africa e i Mondiali di calcio, ha ricevuto plausi sparsi da Rai, Sky e compagnia bella e ha reperito fondi sufficienti per comprare una Lamborghini Diablo. Ma alla fine per qualche motivo è saltata. Nel frattempo ho fatto l'emiciclo dei paesi arabi, dallo Yemen al Marocco, passando per l'Algeria e per l'ambasciata libica, ho guidato un migliaio di turisti a San Pietro, ho ricevuto forme di petting più o meno intense da Mediaset, TeleRoma56 e Rainews 24, ho risposto picche alle avances di un paio di quotidiani, ho fatto 97 telecronache per Dahlia Tv e SuperTennis e soprattutto ho pianificato un matrimonio a Melbourne. Il mio.
Ma nel frattempo mi sono tenuto alla larga dalla radio. L'ho spenta il 31 agosto (nel frattempo è arrivato, Fioranelli?) e da allora gli unici contatti si sono limitati al recupero crediti. Dalla prossima settimana, però, tra una cosa e l'altra ricomincio. Fra l'altro da dove ero partito, una quindicina di anni fa. A Power Station. Negli studi mi ha accolto Consuelo, genovese e genoana, che lì è entrata come donna delle pulizie e ora fa di tutto. E' lei che offre cortesemente da bere agli ospiti, è lei che se serve sostituisce i fonici, è lei che fa l'agente pubblicitario (trovando uno sponsor al giorno, dice) ed è lei che conduce saltuariamente il programma serale. Quando sull'avambraccio braccio destro le ho intravisto una celtica le stavo per chiederle se per caso avesse antenati dalle parti di Kilkenny, alché l'occhio mi è caduto sul sinistro, sul quale con pungente sarcasmo politico s'è fatta tatuare venti centrimetri di scucchia del Duce. Sul display del cellulare ha entrambe. "Certo che hai una bella fortuna - mi ha detto illustrandomi il palinsesto della radio - a fare trasmissione alle 14, dopo 'I Figli della Lupa'. Non sai quanti fans hanno Patrizio Petruzzi, Alessandro Grassetti e Fabio Parrotto. Li seguono dappertutto. Che traino... proprio una bella fortuna". Mai dubitato.

mercoledì 17 marzo 2010

Il deserto dei tuareg

Mi vado a togliere un po' di sabbia di dosso e torno.
News:
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Il Compagno di Viaggio

mercoledì 23 dicembre 2009

Arabia Felix

dariodiviaggio
Although coffee began its journey around the world from the Arabian Peninsula, Yemeni people have a different addiction to caffeine. They chew khat. Or qat. Either way pronounced ciát.
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Khat is a plant, whose leaves have an anorectic effect, causing loss of appetite, excitement and euphoria. It's not clear if the consumption affects the mental health: psychotic episodes can happen, but its consumption creates an uplifted mood and a sense of release.
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In 1980, the World Health Organisation classified the plant as a drug of abuse that can produce moderate dependence, although not seriously addictive. But Yemenis DO consume a lot of it.
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Khat is so popular in Yemen that its cultivation drains much of the country's agricultural resources. An estimated 40% of Yemen's water supply goes towards irrigating it, with production increasing by about 10% every year. One "daily bag" of khat requires an estimated 500 litres of water.
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Researchers estimate about 75% of Yemenis between 16 and 50 years old chew khat daily (women 'only' in 35% of the cases), spending 17% of their income on khat. It'd be like a European wasting 300+ euros in cigarettes monthly, except when you live in extreme poverty every cent count.
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What is even more astonishing, is the amount of time they invest in the practice. Yemenis spend an estimated 14.6 million man-hours per day chewing khat. The carry the above mentioned bag everywhere, throw away the stems (again, literally everywhere) take a few leaves out and stuff their mouth with it. They chew nonstop until they produce a juice which has that the stimulating, relaxing and anorectic effect. Then spit a bit out and stuff their mouth with more khat. It goes on the whole day.
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This guy I bumped into in Sana'a old town had so much khat in his left cheek you could see his vein. And his eyes spoke about the effect too.
Con l'augurio che nel 2010 non si ritrovi una democrazia esportata a colpi di bombe all'uranio impoverito, ecco le foto scattate ad inizio dicembre. Yemen 2009 Altri aggiornamenti post Yemen: WMNA - Episode 16 DarioTube - Allah Superstar Il Compagno di Viaggio

martedì 17 novembre 2009

Train de Vie

Dopo cinque giorni di richieste, l'ufficio relazioni esterne delle ferrovie di Buenos Aires mi spedisce l'accredito per salire sul tren blanco, il convoglio che la TBA mette a disposizione dei cartoneros per consentire loro di andare in città a riempire i carrelli di materiale riciclabile. Spetta poi a loro rivenderlo alle cartiere per continuare a mangiare. 
In America Latina il fenomeno dei cartoneros non è nuovo, ma l'aumento esponenziale di chi si è ridotto così è una fra le conseguenze più dirette della crisi economica. Trovare il modo di vederli all'opera e sentirli di persona era tra le priorità della mia venuta in Argentina. Riuscire a consacrare loro qualche scatto decente era l'unico modo per infarcire la tesi fotografica di testimonianze forti. 
Come preannunciato dal responsabile delle ferrovie, sul foglio è specificato che posso filmare, fotografare e intervistare i cartoneros. E considerando che nei prossimi giorni ho l'agenda piena come era un tempo la mia pancia, decido di andare oggi stesso. 
Mi vesto di tutto punto: maglietta grigia col buco sotto l'ascella destra, jeans mangiucchiati da un cagnaccio di Avellaneda e Asics bruciate dalla marmitta del Sì di Ilario Melis, ergo datate 1992. Così passo inosservato sia alla stazione di Retiro sia sul treno che porta a José Leon Suarez, il sobborgo di Buenos Aires dal quale i 400 cartoneros della baraccopoli di Carcoba si riuniscono ogni sera alle cinque e mezza per "andare a lavorare'' - come dicono loro - nelle zone più benestanti tipo Colegiales. Che poi è benestante un corno.
Sceso dal treno regolare, attraverso i binari, mi presento ad uno dei poliziotti messo lì per evitare disordini, sfodero il passepartout e mi tuffo tra i cartoneros. Cerco Daniel, il protagonista di un reportage di Raitre, per portargli i saluti di Stefano Bianchi, il giornalista che lo aveva seguito per un giorno, e soprattutto per pararmi il culo. "Daniel è a casa con l'appendicite" mi dicono la moglie Norma e la figlia, che rispetto al servizio andato in onda ha la pancia di 5 mesi. Non so quanti anni abbia, la ragazza, ma visto che i genitori hanno trent'anni, lei deve essere una precoce. 
Abbandonato a me stesso, mi incammino sulla banchina finché un tipetto sdentato come tutti gli altri, con il cappello calato sugli occhi come tutti gli altri e appestato come tutti gli altri mi prende sotto il braccio e mi spinge da una parte, non prima di avermi mostrato una tessera della TBA. Falsa. "Con questo foglio puoi salire sul treno - fa sornione, aprendo il mio passepartout e leggendo la mia autorizzazione -. Ma per scendere, devi collaborare".
"Vuoi che carico un carrello pure io?" rispondo.
Certe volte il silenzio è d'oro. E questa era una di quelle. Roberto Carlos (si chiama cosi', a meno che non mi ha preso per i fondelli pure lui) mi mette una mano sul petto e aggiusta il tiro. 
Quiere plata
Il fatto che io sia al verde non gli fa venire neanche l'ombra di un senso di colpa. Anzi, lo autorizza ad alzare il tiro. 
Così non mi resta che chiudere il sipario sulla versione sfacciata di me stesso per inaugurare la sceneggiata napoletana. Protagonista unico è uno studentello italiano squattrinato in cerca di documentazioni e che non è lì per lucrare sulle disgrazie altrui. 
Del resto non sono mica più idiota di quanto il fatto che mi sia messo in questa situazione possa far intuire: già ho combattuto con me stesso (e con tutti gli argentini dell'ostello, per l'esattezza) la battaglia della ragione per andare a Leon Suarez e per portarmi dietro la macchina fotografica. Mica vado a portarmi pure i soldi. 
Le tasche vuote testimoniano in mio favore: Roberto Carlos alza bandiera bianca e mi passa prima a Christian El chino e poi a Miguel, gli altri capobranco. Ma il trattamento del gruppo è sempre lo stesso, anzi peggiora. 
Alla prima domanda ''Puedo sacarve una foto?'' invece di replicare con un garbato, semplice e monosillabico ''No'', due ragazzi appoggiati ai loro carrelli si alzano in piedi e mi fanno assaggiare il loro alito miasmatico. Quando mi stanno per stampare la meritata pizza in faccia, Miguel li ferma garantendo per me. Sono 'roba' sua.
Il treno parte puntuale da Leon Suarez verso Colegiales e il ritornello ricomincia.
"Vuoi fare una foto?" riprende Miguel. 
"Be', insomma... sai com'è... siccome di economia non capisco una mazza, sulla tesi di laurea devo almeno allegare qualche foto per dimostrare che la mia ricerca sul campo l'ho fatta". 
La versione della storia è talmente vicina alla realtà che quasi quasi Miguel la beve. "Sappi che tutti quelli che sono venuti qui prima di te hanno lasciato almeno 100 dollari di mancia'' risponde.
Lo so bene, pure il giornalista della Rai ha fatto così. Ma io non ho niente. E per dimostrarlo faccio per spogliarmi. Oltre allo zainetto con la macchina fotografica, addosso ho la tessera studentesca, una penna, un block-notes, 20 pesos scamuffi e il biglietto da visita dell'ostello, ma giusto per il rimpatrio della salma. 
Miguel prima si commuove, poi mi chiede tutti i 20 pesos, che sono sempre meglio della macchina fotografica. 
"E poi in ostello come torno?" obietto. 
Lui ci pensa su e chiudiamo per 10 pesos. Sono 3 euro e spicci. Valgono bene qualche osso intero, ci posso stare. Però il punto da superare è sempre quello di partenza: per scattare foto ho l'autorizzazione scritta della TBA e quella verbale di un delegato del treno, ma i cartoneros a bordo continuano a farsi prudere le mani solo all'idea di finire immortalati da me. Eccetto due simpaticoni - sdentati pure loro - con i quali riesco persino a parlare di politica e di calcio. Ma a parte Marcelo e l'amico suo, gli altri quierono la plata sin compromiso.
Tutto quello che riesco a scattare è una specie di visione panoramica del vagone, e visto che ho montato una pellicola da 3200 ASA, non disturbo neanche con il flash. Ma siccome gli argentini sono logorroici e chiacchieroni, qualcuno fa la spia e un tizio nerboruto - che nella suddetta foto scattata con l'obiettivo 28 occupa con la sua capigliatura nera su sfondo nero un millimetro quadrato tra un carrello e l'altro - si fa largo tra il bordello, e invece di farmi assaggiare l'alito si rimbocca le maniche e mi attacca al muro spingendo il suo carrello con una scarica di forza bruta. Prima che ribadisca il concetto, Miguel mi trascina lontano dalla portata delle sue nocche e cambiamo vagone. Che è meglio.
Da quel momento, quando Miguel mi richiede se voglio scattare foto o l'oggetto è un placido carrello inanimato o la mia risposta è una specie di pernacchia. Per nulla offensiva, comunque. Hai visto mai... Anche perché i passatempi del secondo vagone sono tre: giocare a carte, dire ''no'' alle mie richieste di foto e prendersi a cazzotti finché uno cade a terra e consente al vincitore della contesa di mollare un calcio sulla testa a mo' di chiosa. Insomma, meglio parlare di politica, di disoccupazione, di piqueteros, di patacones e di planes trabajadores con gli altri delegati del treno. 
E soprattutto contare i secondi che ci separano dalla fermata Colegiales.
Per fortuna sono pochi. Esco dal convoglio stretto fra due carritos, con un dito di terra sui pantaloni e lividi ben distribuiti su tutto il corpo. 
Sulla banchina della stazione, un signore sgrana gli occhi e mi intercetta mentre scatto verso la biglietteria per cambiare i 20 pesos in due pezzi da 10. Mi mette una mano preoccupata sulla spalla, lo sguardo spiritato, la voce allarmata. 
Sibila: ''?Donde te vas, loco!!!" sforzandosi di farmi arrivare tutta la sua inquietudine. Ma senza farsi sentire dalla fiumana di cartoneros che inonda la banchina assieme a me. 
Già. E' una domanda che mi sono posto una mezza dozzina di volte solo negli ultimi 25 minuti. 
Allungo la banconota da 10 pesos e saluto Miguel, ma lui mi cinge col braccio e mi propone di seguirlo per scattare foto ("tranquille", sottolinea) mentre rovista nell'immondizia. Sto per dirgli di no quando realizzo che tutto casino dovrà pur servire a qualcosa. Sto per dirgli di sì quando realizzo che fino ad un minuto fa mi stavo cacando sotto e non sarebbe il caso di rimettermi in situazioni per così dire scomode. Mi esce fuori una specie di 'Ni'' che lui interpreta a modo suo, trascinandomi per un paio di isolati mentre il sole è bell'e tramontato. Siamo circondati da spazzatura, carritos e cartoneros al lavoro. Qualcuno beve, altri fumano, tutti mi sguardano storto. 
Confermo di essere idiota, ma solo fino ad un certo punto. Farfuglio qualcosa, tipo che non mi va di ritrovarmi a girare da solo con il buio per Colegiales, e Miguel si mette l'anima in pace. Fa per salutarmi pure lui quando compaiono Norma e la sua bimba incinta, e i tre elaborano un invito per domattina nella villa miseria di Carcoba per assistere - e ''fotografare'' (ormai Miguel ce lo aggiunge sempre) - alla suddivisione del materiale recuperato durante la notte. Se voglio, posso pure fermarmi a pranzo. "Domani cuciniamo asado'' mi fanno, sorridendo. Farfuglio un altro ni e salgo sul primo treno per il centro. Domani pomeriggio ho in programma di andare all'assemblea di quartiere di quegli schizzati della Boca, che hanno occupato una vecchissima sede del Banco d'Italia e per far capire da che parte stanno hanno dipinto l'effige di Che Guevara. Fra l'altro un paio di isolati più in là il Boca e San Lorenzo giocano alla Bombonera per il campionato di clausura e l'aria si prevede incadescente. Comunque vada, l'asado potrei essere io. 
(tratto dalla mia inutile tesi di Laurea, AD 2003)


giovedì 10 settembre 2009

Firmino

Talvolta mi viene da pensare che tutto quello di cui si ha bisogno nella vita è una quantità considerevole di popcorn e un po' di Bellezze (Sam Savage)

"Eh, caro mio... questo è il classico disturbo professionale. Voi della radio maltrattate le corde vocali ed è normale che la gola vada in fiamme. Ti consiglio antibiotici, gargarismi e una settimana di pausa". Il dottore ignora che nutro per le farmacie una repulsione paragonabile a quella per il bloody mary e chi lo beve. Ignora che per senso del dovere sono andato in onda anche con faringite e 38.5 di febbre. Ignora che per indolenza e contratti da far rivoltare nella tomba Ned Ludd non ho mai preso un giorno di malattia. Ma soprattutto ignora che sono in pausa dal primo settembre. Oddio, non che nel frattempo abbia smesso di chiacchierare a manetta. Vai a spiegare a chi ti considerava un incrocio fra lo spazzolino da denti e il santino sul cruscotto perché non assolvi più il tuo ruolo di sveglia animata. Però almeno le requisitorie non cominciano alle 6. Il che non mi ha impedito di perdere l'uso della voce, ma almeno è un piccolo passo verso la normalità.


E comunque non mi lamento. Anzi, nel recinto dei parenti di primo grado mi va di lusso. Mia sorella s'è rotta un dito e per attenuare il dolore s'è procurata uno shock ipovolemico. Mia madre è svenuta su un vaso e ha rimediato una trentina di punti di sutura. Ovviamente cuciti a freddo. E l'intrusa australiana - nel tentativo di guadagnare i suoi dieci euro al giorno - è stata caricata su una volante e se n'è beccati 3.300 di multa. Se l'andazzo è questo conviene emigrare senza tanti ghirigori. Fra l'altro col mio nuovo documento elettronico posso farlo in piena regola. Il problema semmai è che il passaporto precedente, quello che in meno di due anni ha varcato 57 frontiere, conosciuto 91 timbri e toccato 42 Stati membri dell'Onu più Ossezia, Karakalpakstan e provincia di Ragusa, NON ERA MAI STATO REGISTRATO. Ho percorso il periplo del globo con un documento inesistente. "In pratica - ha detto la funzionaria della questura, sgomenta a posteriori per l'anomalia sbagliata al momento sbagliato - se avessi avuto qualche guaio all'estero e la polizia locale avesse contattato il console italiano, il tuo nome non sarebbe risultato da nessuna parte". Così invece di uscire dai guai sarei finito dentro. E con l'aggravante di aver falsificato il passaporto avrebbero probabilmente buttato la chiave.

Prima di prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di partire con la valigia di cartone e però, devo sistemare un lavoretto a casa. E' una settimana che ho rimesso piede nel monoloculo e naso nel suo puzzo di muffa. E sto ancora raccogliendo ovetti di sterco grossi come mentine. Decine e decine. Nell'armadio, nel letto, sugli scaffali della libreria, sui piatti, sui bicchieri. Dappertutto. Centinaia. Persino nel water. Dico... ce lo vedi un animaletto che caca seduto sulla tazza? Il padrone di casa sostiene sia un geco, ma quelli dal muro non si staccano. A Varanasi ce n'era un fottio. Ogni tanto uno alzava la zampetta, caricava lo sfintere e spruzzava una palletta nera sul cuscino o nelle mie scarpe. Ma andare ad evacuare nel cassetto delle posate, raschiare le listarelle di legno ogni notte e rosicchiare il mio maglione migliore no, non è cosa da loro.

Ieri sera ne ho avuto la conferma. Mentre mi gingillavo davanti al secondo tempo di Italia-Bulgaria mi è sfilato davanti il primo della truppa.

Altro che geco.

Divido i 23 metri quadrati del sottoscala con una famiglia di topi.