venerdì 25 febbraio 2011

In Asia


Prequel
Al netto degli spostamenti interni ad ogni paese (tipo 30 ore su un cargo filippino per arrivare su un'isola altrimenti irraggiungibile, il barcone bengalese stile zattera di Huckleberry Finn che però pretende di ridiscendere il Gange, eccetera eccetera) ecco il mio piano voli, più arzigogolato delle trame di Lynch:
25/2 Melbourne-Darwin (volo JQ61 della JetStar)
25/2 Darwin-Manila (volo JQ75 sempre della JetStar)
17/3 Pampanga (l'aeroporto Manila Clark è in realtà un'ex base militare Usa riciclata - ergo tasse aeroportuali zero)-Kuala Lumpur (volo AK663 dell'AirAsia, infame low low low cost malese)
18/3 Kuala Lumpur-Dhaka (volo AK 148 dell'AirAsia dopo 23 ore in aeroporto)
28/3 Dhaka-Dubai (volo FZ 584 della FlyDubai, neonata lowcost degli Emirati)
30/3 Dubai-Bahrein (volo GF511 della GulfAir, dopo una notte sulle sedie dell'aeroporto in arrivo e una in partenza)
30/3 Bahrein-Milano (volo GF021 della Private Air)
p.s. il volo della Gulf Air - l'unica compagnia di bandiera del lotto - dura 15 minuti. Se la Private Air esista davvero o se abbia appena preso una sòla su internet non lo so.


DAY 1/2/3 - MANILA 

Appena ho potuto mi sono tagliato i capelli, il coiffeur di turno e' stato un lady boy con mire espansionistiche. Il primo filippino che ho incrociato per strada mi ha proposto cialis e viagra, mentre il primo occidentale in cui mi sono imbattuto e' un vecchio danese che conosce una sola parola in italiano - non e' ne' pizza, ne' pasta ne' mandolino - e o ogni volta che lo incrocio me la ripete. Lo incontro abbastanza spesso, perche' dormiamo nello stesso ostello, anche se io dormo (poco) su un letto probabilmente usato da Torquemada per estorcere confessioni agli eretici.


DAY 4 - PUERTO PRINCESA
 
All'ambasciata del Bangladesh di Manila m'hanno tenuto appeso al responso dell'alto diplomatico di Dhaka e famiglia sul mio caso. Per fortuna la mia risposta al di lui quesito "Perche' mai vuoi andarci?" ha sfiorato anche la coppa del mondo di cricket che sta per cominciare da quelle parti e dev'essere sembrata convincente. Cosi', dopo due ore di attesa, hanno buttato li' per li' un prezzo per il visto (sul formulario la voce: "Straniero in visita per Turismo" non era neanche contemplata) garantendone il rilascio per venerdi'. In un lampo di lungimiranza ho anticipato che nonostante la mia maglietta reciti 'UNREASONABLE MAN' (un successone, la vogliono tutti) non ho intenzione di passare una settimana a Manila sul letto di Torquemada e che se non perdono il passaporto passo a riprenderlo fra una decina di giorni. Quindi mi sono messo in moto senza documenti e dopo un rapido sondaggio al porto, sono salito sul volo ZestAir (mica cacchi) per l'isola di Palawan. Mi ha accolto un acquazzone di fronte al quale un diligente dipendente della compagnia aspettava in cima alla scaletta aprendo un ombrello per ognuno dei passeggeri. C'ho messo piu' ad uscire dall'aereomobile che a fare la trasvolata e poi mi sono comunque fradiciato facendomela a piedi dall'aeroporto al centro di Puerto Princesa, la citta' in cui - come recita il cartello di benvenuti - i cittadini sono rispettosi dell'ambiente, disciplinati e timorati di Dio. 


DAY 5/6/7/8 - EL NIDO 

L'arcipelago delle Bacuit si e' ritagliato un posticino imperituro nella mia memoria, a prescindere dallo splendore delle isole e dei fondali, dalle meduse e dai galli che attaccano in coro alle 5 in punto. El Nido restera' per sempre il posto in cui per la prima volta ho dormito da sposato con un'altra donna. A mia discolpa posso addurre sia il fatto che era la camera piu' economica della cittadina, sia che i letti erano due e ben distanziati sia, soprattutto, il fatto che Patricia somigliava come una goccia d'acqua ad Alvaro Vitali. 
Piu' ancora, El Nido si e' guadagnato un posto speciale nella mia memoria per le cento ore di stipsi cui mi ha costretto. Non credo mi fosse mai capitato. Il fatto che l'unico medicinale nel mio zaino sia l'Imodium e che i filippini chiamino il bagno comfort room anche quando e' una baracchetta ad uso comune col pavimento di pozzolana che ospita rettili e anfibi di varia foggia, nella quale la ritirata e' alta due palmi ed e' scheggiata, lo scarico non esiste l'acqua e' gelata, aumenta il tasso di ilarita' della vicenda. E poi la spiega, la vicenda della stipsi. 
Inspiegabile e' invece il perche' in italiano nessuno sappia dire trenette al pesto ma imprechi con nonchalance dal profondo del cuore. Stamane una distinta signora di Manila che ha studiato a Perugia e vive da trent'anni a Francoforte non ricordava la parola bello, ma quando il bus ha sbagliato un sorpasso in curva le e' uscito spontaneamente un porca M... che neanche a Mazara del Vallo. E appena risistematomi in camerata a Puerto Princesa, un canadese mi si avvicina e mi fa "In italiano so dire solo due cose: la prima e' Berlusconi, la seconda una bestemmia. La vuoi sentire?". No, mi basta la prima. Prossime mosse: riprendere i contatti col genere umano (in quattro giorni ho finito i due volumi di Padiglione Cancro e il quinto mi sono buttato avidamente sui Buddenbrook), trovare qualcuno che sappia dire trenette al pesto, tornare a Manila lunedi' e recuperare il passaporto all'ambasciata bengalese. Poi piegare a sud (Legazpi-Mt Mayon-Donsol) prima di rotolare verso nord (Baguio-Bontoc-Banaue-Vigan).


 DAY 12 - VIGAN 

Non dormo su un letto - anzi, non dormo in generale - da 3 giorni, ho attravesato Luzon da sud-est a nord-ovest e ho trascorso su vari bus 35 delle ultime 48 ore. Ma le altre 13 sono state memorabili. Ho passeggiato all'alba ai piedi di uno dei vulcani piu' scenografici del pianeta, ho nuotato nell'oceano muso a muso con squali balena di dieci metri e sono giunto nella citta' spagnola meglio preservata d'Asia. E quel che piu' conta, in tutto questo non ho neanche preso una coltellata, a differenza di Eddy. (segue) 


 DAY 15 - BONTOC 

In linea d'aria fra Vigan e Sagada ci passano una novantina di chilometri, come tra Roma e Viterbo. Ma in mancanza di collegamenti diretti, per andare da Vigan a Sagada bisogna cambiare a Baguio, a 140 da entrambe. Un po' come andare da Roma a Viterbo passando per Cassino. Tenendo conto dei tempi di percorrenza dei bus filippini, che di norma si fermano per raccogliere qualsiasi cosa si agiti sul ciglio della strada appena hanno innestato la seconda, e' come andare da Roma a Viterbo cambiando a Catanzaro. Per andare da Vigan a Sagada ci vogliono almeno 13 ore, e conviene mettersi in moto assieme ai galli da combattimento. Per questo ieri m'ero affacciato al terminal di Vigan chiedendo l'orario di partenza del primo bus per Baguio. "Alle 6.30" la risposta. E stamane alle 6 antemeridiane ero li', blandamente docciato e prontissimo a sentirmi dire che il bus era cancellato (il pirla di turno, arrivato in postazione alle 7 e ignaro della soppressione in atto da chissa' quanti mesi, quando l'ho guardato in cagnesco mi ha pure rimbrottato: "Ti avevo detto alle 6.30... il bus e' gia' partito!") e che dovevo aspettare un'oretta. Poi diventate due. Routine, in Asia. Infatti la colpa e' mia, che oltre ad aver cercato informazioni su quel bus ne avevo cercate anche sul successivo, da Baguio a Sagada. "C'e' ogni ora, tutto il giorno" la risposta. E meno male che non c'ho creduto. Perche' scaricato a Baguio nel solito pseudo terminal, ho fatto appena in tempo a scapicollarmi in un altro pseudo terminal e a bloccare un bus in partenza con la dicitura 'Bontoc', dopo che l'autista mi aveva confermato dal finestrino che l'ultimo bus per Sagada era partito da una mezz'oretta. E visto che Bontoc sta a Sagada come Bolsena a Viterbo, mi sono accontentato e sono salito a bordo, a stomaco vuoto e senza aver svuotato la vescica. Tanto ho perfezionato soluzioni ad ambo i problemi. E ho digerito un'altra giornata di curve alternando Thomas Mann a B movies filippini, nella speranza di individuare i nuovo Joseph Estrada, uno che s'era fatto un nome sparando ad un sacco di gente in tv prima di diventare presidente della Repubblica e a una pletora di telenovelas di qualita' (Machete piena di cazzotti, My Wife - My Lover piena di lacrime, Nita Negrita - protagonista tal Barbie Forteza, una ragazzina locale dipinta di nero nel ruolo di una di colore, non so se per mancanza di attrici di colore o perche' la raccomandazione di Barbie Forteza e' di quelle serie, il risultato e' comunque patetico) e a giochi a premi in cui il vincitore viene saldato in contanti. Finche', arrivato col buio a Bontoc, prima di sganciare due euro e mezzo per un letto e un bagno in comune con un secchio d'acqua fredda per farsi la doccia, ho ringraziato le autolinee filippine con un centinaio di pagine volate via dai Buddenbrook e con una bottiglietta piena di liquidi ipertonici processati dai miei instancabili reni. 

DAY 20 - ANGELES CITY 

Quando Clark era la base dell'Air Force Usa in appoggio alla Quinta Flotta, i G.I. americani avevano piazzato il loro parco giochi a tre miglia di distanza, e nel paesino di Angeles circolavano 100.000 prostitute. Adesso che la struttura e' stata convertita in scalo civile per una manciata di compagnie aeree low cost, le operatrici del sesso sono scese a 10.000, ma i frequentatori danno l'impressione di essere sempre gli stessi. Solo con quarant'anni di piu'. Ad Angeles non si vedono ne' straniere ne' macchine fotografiche, perche' c'e' solo una cosa da fare e non e' la scalata del vicino vulcano Pinatubo. 
Ci sono arrivato dopo le solite 13 ore fra vari bus per evitare l'ennesimo ritorno nella conurbazione da 600km quadrati e 12 milioni di anime che gli spagnoli in un esercizio di prolissita' avevano battezzato Insigne y Siempre Leal Ciudad - che poi sarebbe Manila - preferendola per la sua vicinanza a quella utile via di fuga dalla nube radioattiva giapponese che e' l'aeroporto. 
E perche' dopo cinque giorni bucolici di trekking e percorsi a rischio noce del capocollo fra grotte di Sagada e terrazzamenti di Batad, un po' di ventre cittadino riequilibra. E perche' dopo aver conosciuto Tony Tocdaan (uno splendido cinquantenne col fisico da boxeur che ha recuperato l'occhio perduto in un assalto a Manila solo grazie all'intraprendenza di un tassista di San Francisco - Brad Newsham - che gli ha pagato il biglietto per la California e l'operazione con i proventi di un libro di racconti di viaggio) e' giusto che conosca anche Joe, che e' finito in galera per reati di sesso e si e' ridotto ad elemosinare spicci ai suoi connazionali di passaggio. 
E perche' dopo aver sbattuto per 15 ore su un libro pieno di termini come ligustro, almuzia e soggolo, arrivare in una cittadina dove ti propongono strip tease anche alle 8 di mattina ha un effetto di uno chabrol.
Allunga gli avanzi della minestra filippina con il vino rosso. Cosi' il piatto si gusta fino in fondo. 

domenica 20 febbraio 2011

Another brick in the wall

Il nastro registrato dell'ufficio d'immigrazione te lo dice chiaro e tondo: ogni giorno il dipartimento analizza tredicimila richieste di residenza, cittadinanza e asilo politico. Quindi mettiti l'anima in pace e aspetta il tuo turno. Il fatto che io provenga da un Paese a democrazia limitata non rappresenta una scorciatoia (a meno che non mi butti nell'Oceano Indiano e mi faccia ripescare a Christmas Island), ma una complicazione. Nel senso che seguendo la prassi ho dovuto fornire i documenti di due gradi di parentela, una risma di generalità - biglietti aerei, estratti conto, mail e sms, fedina penale e carichi pendenti - ho dovuto ricostruire e trascrivere le date dei 103 ingressi e delle 103 uscite da ogni Nazione del mondo in cui sono stato negli ultimi dieci anni e mi sono dovuto sottoporre ad un check up per smascherare la mia intenzione di esportare sifilide, tubercolosi e sieropositività in un Paese che impedisce l'ingresso pure alle mozzarelle di bufala.
Neanche il fatto che mi sia sposato agevola la pratica: ora da un lato devo portare avanti la registrazione col Consolato italiano, dall'altro devo spiegare in un'intervista-interrogatorio telefonico con la delegata australiana per l'Europa che sta a Berlino come mi sono permesso di convolare dopo aver richiesto un semplice visto turistico. Il che è sospetto quasi quanto la coincidenza di aver messo piede in Egitto, Yemen, Marocco, Algeria e Libia giusto alla vigilia del patatrac.
Neanche il fatto che mia cognata lavori proprio nel dipartimento dell'immigrazione rappresenta una scorciatoia. Anzi, le hanno detto chiaramente se per caso la pizzicano a sbirciare la mia pratica le mandano una lettera di richiamo. E se poi prova a fare pressioni per accelerarla, la cacciano senza appello.
Tutto questo per dire che devo aspettare ancora qualche mese per ottenere permesso di soggiorno e di lavoro (ammesso e non concesso che i miei polmoni stiano a posto, perché qui non intendono caricarsi spese mediche extra solo perché ho l'abitudine di frequentare catapecchie) e devo lasciare l'Australia alla scadenza del visto turistico.
In realtà potrei estenderlo - il visto - ma mi costerebbe quanto volare da Kuala Lumpur a Parigi, e poi tanto dovrei comunque uscire e rientrare all'ottenimento della residenza.
Quindi tanto vale approfittare della scusa socialmente accettabile e prendere il volo di venerdì per Darwin e da lì proseguire per Manila, bazzicare qualche settimana le Filippine, poi salire sul solito trabiccolo Air Asia per la Malaysia e da lì fare una capatina di dieci giorni in Bangladesh (che è un po' come l'amore, quando meno te lo aspetti ritorna) prima di incamminarmi verso la Penisola Arabica con l'obiettivo di arrivare a Piacenza per il compleanno a reti unificate del babbo e della nipotina e magari - visto che ci sono - il 6 aprile a Milano.

p.s. Proprio in extremis mi hanno offerto il mio primo lavoretto extragiornalistico. Devo rimuovere dal muro del cognato di un cognato i 2600 mattoni che lo compongono. Possibilmente senza fracassarli.

lunedì 7 febbraio 2011

7 chili in 7 giorni

Visto che in Italia i pomodori pachino alimentano la mafia ma almeno so' buoni e sani, mentre gli armadi frigoriferi australiani sono il trionfo del grasso saturo, la cangurotta s'è messa in testa di fare il dottor Birkermaier con tutta la contea. Qui si muore più per obesità che per tabagismo, il numero dei sovrappeso è raddoppiato in 20 anni e nel 2010 il governo ha stanziato 13 miliardi di dollari per vari capitoli di spesa, compreso l'acquisto di ambulanze più capienti. Dall'alto della mia inutile laurea in scienza della fuffa, la mia conoscenza della materia è la seguente: meglio i cereali delle uova strapazzate col bacon, meglio i cavolfiori lessi del fish and chips con la maionese, meglio lo yogurt bianco della pastiera, meglio l'olio extravergine d'oliva del burro salato danese e - nonostante i proclami della Ferrero - la Nutella non fa bene come un frullato di sedano. Invece la cangurotta, che non sapeva chi fossero Maradona, Totti e Martina Navratilova (se è per questo neanche Pelé e Senna, ma credo che a tutt'oggi fatichi a ricordarli, 'sti due) ma ha studiato health promotion per salvare il mondo, ha deciso di cominciare l'opera dalle conoscenze di primo grado e ha lanciato fra parenti, amici, colleghi e parrocchiani la seguente sfida. Il testo è laconico come i dispacci dell'Itar-Tass, ma giuro che è stato scritto alla velocità di 63 parole al minuto e con il 100% di precisione. Perché qualche qualità doveva avercela pure lei.

For those of you looking for the motivation to achieve that New Year’s resolution to eat healthier and exercise more, you are invited to join the “Healthy Lifestyle Change Challenge”. This is a 10 week competition that encourages you to improve your habits, motivating you to behave in healthier ways in your everyday life. There are four prizes to be won, two halfway through the competition at the five week mark and two Grand Prizes at the end of week 10. One prize will be given to the person who has done the most minutes of exercise and one to the person who has lost the most weight. The half-way winners will each receive a dinner voucher for two for the restaurant Eau De Vie in Chapel Street Prahran worth $113, and the Grand Prize winners will receive a luxury massage voucher to a Melbourne Spa worth $150. Entry into the competition costs just $3 per week and starts on Monday February 7th, ending in April. The challenge is strictly for fun and should any profit be made it will be donated to victims of the flood.

1. Record your actual start weight. When weighting yourself, always use the same set of scales as even if they are not completely accurate, they will always accurately show how much weight you’ve lost.

2. Weigh yourself at the same time, on the same day, every week

3. Record your goal weight (be realistic – 0.5kg loss each week is healthy).

4. Record your exercise goals (eg. Be able to run continuously for 30 minutes by 10 weeks, or average 30 minutes of exercise, 5 days a week).

5. Try to keep a food diary. A food diary is particularly helpful to show you how much you really do eat every day – you may be surprised!

6. You must record your daily exercise in minutes. All exercise minutes are equal, whether they come from running, walking, swimming, skipping etc. Housework is NOT considered exercise!

7. On Sunday night each week please email me your week’s weight loss and exercise diary.

8. To motivate everyone, at the end of every week I will provide a table showing how much each person has exercised and how much weight they’ve lost. I WON’T record actual weight!

p.s. I have attached the database that I will send to everyone every week, and a copy of a food and exercise diary that you may like to print out and use. It is not necessary to forward me your food diaries, it is good to keep track for your own sake. However, if you want me to look at your food diaries and analyze it and give you some advice, I am willing to do so.

E a me, ovviamente, me tocca.
p.s. quella della foto non è la cangurotta, ma una graziosa bagnante sulla spiaggia di Sudak, Ucraina.

mercoledì 2 febbraio 2011

Van Diemen's Land

Stavolta mi ci hanno mandato. Volo nella terra di Van Diemen e hotel (il Grand Chancellor di Hobart, una specie di Bebo con la piscina e la palestra, nel quale ogni mattina ti rifanno la stanza lasciandoti a conferma dell'avvenuta pulizia una composizione triangolare all'estremità dei due rotoli di carta igienica - come la prima mossa per realizzare una barchetta o un aeroplanino - in modo da rendere più confortevole l'individuazione del quadratino da sfilare. Considerando il livello delle retribuzioni australiane, solo 'sta cosa costerà 50 dollari al giorno) compresi.


p.s. Sabato e domenica in Tasmania c'è Australia-Italia di Fed Cup.

mercoledì 26 gennaio 2011

Video killed the radio star



















p.s. dal 2005 ad oggi solo in 2 finali del Grande Slam non sono arrivati né Federer né Nadal. Gli unici due tornei in cui c'ero io...

giovedì 30 dicembre 2010

Il mio grosso grasso matrimonio australiano

Mi hanno fatto vestire di tutto punto, con i gemelli d'argento e le scarpe della cresima, mi hanno appuntato un fiore bianco con un rampicante, mi hanno stordito con mezz'ora di nenie e di lettere ai filippesi, quindi mi hanno fatto ripetere un testo zeppo di termini astrusi e approfittandosi della mia buona fede mi hanno estorto un paio di volte "I do", un anello e una firma.
Poi un tipo vestito da autista mi ha offerto un bicchiere d'acqua, si sono abbassate le luci e sono cominciate le foto - la nemesi di quei poveracci che ho tartassato per il mondo - fra
lacrimucce dolci e risate fragorose, abbracci caldi e birra gelata, balli rituali, discorsi improv
visati e cup cakes. Non pensavo che un matrimonio potesse essere divertente, tanto meno il mio. Quasi quasi lo rifaccio.
Siccome per la signora Castaldo non era carino eclissarsi su qualche atollo mollando gli amici venuti da lontano, i
l giorno dopo eravamo di nuovo tutti in marcia. Dopodiché il v
iaggio di nozze è consistito in dieci ore di auto assieme all'unico invitato accorso dal Messico e in tre notti in una camerata del peggior ostello di Sydney in compagnia di un australiano che occupava la stessa stanza da 11 mesi e sentendosi a casa sua girava giustamente nudo, di una tizia di Perth che campava leggendo i tarocchi e investiva gli introiti in droghe pesanti e di un energumeno di nazionalità imprecisata che spuntava solo all'alba e seminava il pavimento di bottiglie vuote.
Al centro della stanza una bacinella per racc
ogliere l'acqua piovana che filtrava dal soffitto.
Sul bagno in comune meglio sorvolare
.
p.s.
L'unica telefonata ricevuta dall'Italia è stata quella di mio zio, che corre spedito verso il terzo matrimonio. Gli ho chiesto il segreto di un'unione indissolubile.

mercoledì 24 novembre 2010

Proposta indecente

Lo schermo in finta radica risulta un tantino pacchiano, ma dall'alto dei suoi 20 pollici fa la sua porca figura. I tre tipi di massaggi sono scolastici ma a modo loro sollazzano, il vino bianco è secco ma più che passabile, l'equipaggio è ingessato ma ben assortito: un'hostess è libica, una è brasiliana, una è indiana, una è ucraina, lo steward è australiano di origini calabresi. Ingannata da una camicia destinata ad un benemerito del posto, la Emirates ha deciso di farmi atterrare in Sri Lanka in business class, spaparanzato su una poltrona molto più comoda di tutti i letti sui quali dormirò nei quindici giorni seguenti. Il primo, a castello, lo divido con Wang Si Que, uno dei rari cinesi a potersi permettere di viaggiare zaino in spalla, uno dei rarissimi di etnia han ad aver abbracciato l'Islam, forse l'unico musulmano per scelta che non mangi carne di maiale ma beva alcol e fumi qualsiasi cosa. Wang Si Que, che la madre chiama Lao Mao - vecchio gatto - è fidanzato con Chang Sue Qin (anche nell'intimità si chiamano per esteso, prima il cognome e poi il nome) incatenata a Pechino dai suoi doveri di poliziotta. Un lavoro per il quale ha solo due settimane di ferie comandate e perciò non può viaggiare né ora né nei tre anni successivi ad un'eventuale rinuncia al ruolo. Paro paro ad Aleksej, che adesso fa il programmatore, ma che ha passato le otto stagioni teoricamente migliori della sua vita a collezionare medaglie dell'esercito russo in Kamchatka. E fra i ghiacci ha maturato una tale fame bulimica di mondo che dopo tre anni di purgatorio obbligatori per smaltire un po' di segreti di Stato ha deciso di girare Nepal, India e Sri Lanka in 3 settimane. E' partito ad handicap, perché la moto che aveva affittato l'ha mollato ai piedi dell'unica salita del Paese proprio quando aveva deciso di darmi un passaggio. In eredità mi lascia comunque birra, patatine, una mappa dettagliata e la voglia di camminare.
Per questo finisco per percorrerla a piedi, la costa da Weligama a Galle. In due giorni macino una quarantina di chilometri di stick fishermen, di pescatori in bilico su pali piantati nell'oceano, di pagode, templi indù, chiesette e moschee in ordine di frequenza, di manifesti del sorridentissimo Mahinda Rajapaksha e di pubblicita' delle quattro aziende di telefonia mobile (i cellulari sono così diffusi che in caso di tsunami il governo ha previsto un bel messaggino collettivo di allarme), di corvi e pipistrelli, di varani e vipere dal metro e mezzo in su, di qualche vacca sacra e qualche benedetta mangusta, di palme e scoiattoli, di una pletora guest house e di negozi allestiti con le rimesse degli emigrati, di branchi di cani randagi e di bus lanciati a razzo a rifarti la piega, visto che non c'è un metro per i marciapiedi. Come sopravvivano tutti 'sti animali all'avanzata del cemento non lo so. So solo che fra Matara, il punto più meridionale dell'isola, e Negombo, il più occidentale, si sgomita in 200 chilometri di asfalto opprimente, risparmiato solo dove sono stati allestiti i piccoli cimiteri per le oltre 40.000 vittime dello tsunami. Dopo l'Indonesia questo è il Paese che ha pagato il tributo più alto a quella catastrofe. E so che arrivo a Galle con una maglietta ridotta a un cencio tempestato di granelli di polvere e catrame. Non voglio sapere cosa ho nei polmoni. Quando un fruttivendolo di Kogalla mi chiede quale sia il mio problema, gli indico la testa. Da queste parti un problema diffuso: 50 anni fa un monaco ammazzò il presidente della Repubblica e ancora 20 anni fa Terzani la chiamava l'isola folle. Forse nel senso che se non sei matto come Casul - lo scemo di un villaggio, Polhena, dov'è di dominio pubblico il flirt tra un bonzo e una donna sposata - ci diventi, scemo. E gli incontri che fai non è che aiutino. Io per esempio incontro una poliziotta che cerca di vendermi un appezzamento di terreno, un batterista convinto che il cancro si sconfigga con infusi di foglie di papaya, e Luka. Cinquantenne dal fisico tirato, berlinese, separato, è la mente che ha ideato i velotaxi e che da Unter den Linden li ha esportati in tutto l'occidente (tranne che in Italia, ne ha anche discusso coi sindaci di Milano e Firenze ma ha sbattuto contro l'altolà della 'mafia dei tassisti'), quindi dopo un divorzio e una specie di crisi mistica nel 2008 ha ceduto il marchio e il business e ora vive soprattutto per yoga e meditazione. "I nemici da combattere sono la paura, la rabbia e il desiderio" mi confessa, prima che il suo iphone cominci a suonare a tutto spiano. Prima è la figlia, poi la nuova compagna, quindi il tizio che gestisce uno dei suoi alberghi. Anche Vivianne è tedesca e divorziata. Ma per via delle sue facoltà dagli Inuit della Groenlandia si fa chiamare Shaman e dai cingalesi Shanti, la 'pace interiore'. A conferma del suo basso profilo, sul biglietto da visita della sua guest house sostiene che ti aiuterà a trovare il cammino che porta dentro il vero te e sul biglietto da visita del suo centro massaggi di Francoforte si autodefinisce 'maestra di vita'.
I dottori K.B. Shantha, Pereira, Dimmaka e tutta la compagnia di giro si definiscono invece 'dottori' perche' lo sono proprio, dottori. Ma sulla spiaggia di Unawatuna si comportano come liceali in gita, tambureggiando e cantando a squarciagola per ore, mangiando pollo alla trinitrina e riempiendo bicchieri su bicchieri di Smirnoff purissima per spegnere l'incendio. Shantha del resto si è laureato a Mosca, e tutt'ora invita anestesiste russe a fare stage in un ospedale di Colombo. E quelle gli lasciano ricordi su ricordi. Così quando sotto un diluvio che neanche nei video dei Take That la spiaggia rimane deserta, sulla costa si sentono solo loro rumoreggiare sotto l'effetto della vodka. Loro e me. Salutandomi a fine giornata, Shantha mi propone alticcio, complice e cameratesco di celebrare l'addio al celibato nel resort di un suo amico, assieme a cataste di gamberoni freschi, liquori di importazione e le amorevoli cure delle sue stagiste moscovite.
E visto che in vita mia ho ricevuto proposte peggiori, qualche giorno dopo trovo anche il modo di andarci, a Wadduwa. Ma poi con un mozzico sulla lingua e una martellata più a sud passa la paura. E sotto l'ennesimo diluvio mi ritrovo in una struttura eco-friendly desolatamente deserta assieme a sei singalesi villosi, a consumare cinque portate di pesce e frutti di mare annaffiate da un brandy prodotto su licenza francese. Poi resto pure a dormire. Offre la casa, è il mio addio al celibato.

Pubblicata nuova gallery: Sri Lanka e Maldive 2010

lunedì 8 novembre 2010

Arrivederci Roma

Il lungotevere è la fiera del grattacheccaro aperto. Di 5 novembre, mica sotto la festa de' noantri. Voglio salutare tutto e tutti, amici e sampietrini, Corviale e Pasquino, er Colosseo e er mejo buco, perché 'sto giro non è in questione il se ma il come ci torno, a Roma. Sono in moto, fermo al semaforo, squadro la fila di stranieri davanti al chiosco di sora Mirella e di colpo sento un peso. Una stretta forte, improvvisa, sempre più dolorosa. Non al cuore, sul piede. Il destro, quello scalognato, quello dei dermatofiti tignosi e delle fratture multiple da Mikasa. La fitta sale dalle falangi al metatarso, dallo scafoide all'astragalo. Se è un segno divino tocca trova' un interprete. Mi giro come una mangusta: AHOOO! Delle 97.000 Smart che circolano nel raccordo, una color vaniglia si è fermata precisamente sul mio piede destro. Né prima né dopo né in punta, proprio sopra. E il tizio al volante è troppo impegnato al cellulare per realizzare che con i suoi 800 chili sta mettendo fine alla mia carriera da idraulico a Melbourne. Alla viglia del primo inter rail, anno del Signore 1995, dovetti millantare l'esenzione dal servizio di leva rischiando di finire nel carcere militare di Gaeta. Stavolta bastano due sventole a tutto braccio sul lunotto anteriore della Smart e un paio di contumelie imparate in fasce fra i banchi di via Sannio per convincere il tizio a parcheggiare altrove e a lasciarmi partire con tutti i pezzi a posto per le Maldive (3 giorni), per lo Sri Lanka (12), per la Malaysia (2), molto in teoria per il Bangladesh (12) e infine per l'Australia.
A tempo indeterminato.


p.s. il governo attuale si è insediato 3 giorni dopo che sono rientrato dal giro del mondo. Tocca tenere duro qualche altra ora e poi è tutto finito. Ero io che portavo sfiga.

domenica 15 agosto 2010

Le follie dell'Imperatore

Il panorama è desolato in tutti i sensi. La Libia è il sedicesimo Paese del mondo per estensione e il centunesimo per popolazione, sei milioni di persone occupano una superficie grande sei volte l'Italia. Sparpagliare tutti i pugliesi e i calabresi tra Gibilterra e il vallo di Adriano per vedere l'effetto che fa. Quanto a densità solo Australia, Mongolia e Namibia stanno peggio. O meglio, considerando che i pochi che ci sono producono un migliaio di morti l'anno sulle strade e disseminano i lati di rifiuti niente affatto biodegradabili. Il bello è che di questo immenso vuoto solo l'1% è coltivabile; il resto è pietrisco punteggiato di pietre puniche, greche, romane e bizantine ma pur sempre pietre. E il territorio è accuratamente evitato dai fiumi: lungo i 1770 chilometri di coste non si trova una foce neanche per sbaglio. In un posto così, con zero corsi d'acqua, la definizione di scatolone di sabbia è anche generosa. Ecco perché, cacciato re Idris con la rivoluzione del 1° settembre '69, Gheddafi ha messo in agenda la soluzione del rompicapo vitale: i libici abitano su un'isola di sale stretta fra il mare e il deserto nella quale non hanno futuro. E lo ha risolto a modo suo, costruendo l' "ultima meraviglia dell'uomo", il Great man-made river (qualche volta chiamato il Great made-man river, che suonerebbe come 'Il Grande fiume fatto-uomo' volendo proprio bada' al capello), il progetto destinato ad estrarre l'acqua dolce dalle falde sotterranee del Sahara per condurla fino alla fertile fascia costiera. L'opera è stata però inizialmente accantonata perché il colonnello aveva altri impegni. Nei primi 10 anni di governo ha avuto per esempio da fare per confiscare i beni degli oltre 20mila italiani e per sfrattare gli americani da Wheelus Field, una delle più grandi basi militari del Mediterraneo, per beccarsi con gli ulema su Corano e shari'a e per scolarizzare il 99% dei ragazzi, per dotare ogni villaggio di strade e di corrente elettrica e per costruire supermercati statali al posto dei suq e 200 mila alloggi al posto delle capanne. Assicurando così alla Libia il primo posto al mondo per consumo di cemento pro capite.
Parallelamente, visto che la sabbia era oggettivamente poco ricettiva agli stimoli della sua (tutta sua) 'Terza Teoria Universale', Gheddafi s'è fatto bandiera e promotore del panarabismo, e per sette volte ha cercato di unire la Libia agli altri Stati dell'area. Ma da Nasser in giù trovato solo pacche sulle spalle e porte chiuse. Così, fallita la via diplomatica, ha imboccato quella della forza. Fra il '72 e l'84 ha speso in armamenti 500 miliardi di lire - quattro volte più dell'Italia - acquistando 111 caccia Mirage dalla Francia, 380 blindati Cascavel dal Brasile, 80 Scud, 250 MIG e 2500 carri armati dall'Unione Sovietica, dilapidando il 10% del PIL garantito dal petrolio per armare fino ai denti un esercito di mercenari pakistani, palestinesi, siriani e nordcoreani, ma finendo puntualmente per prendere schiaffi anche in guerra. Persino dal Ciad. Così ha ripiegato sui finanziamenti ai gruppi indipendentisti di mezzo pianeta e sulle minacce di usare 'l'arma distruttiva assoluta' se Israele non fosse stato fatto sparire dalla carta della Terra, ma ha ottenuto solo che la Libia finisse diritta dritta sulla neonata lista degli Stati canaglia. Appena eletto, poi, Reagan ha trovato nella cassetta della posta un messaggio che più o meno recitava: "E' mia speranza che durante la vostra amministrazione i pellerossa vedano riconosciuti i loro diritti, perché nel recente passato i pellerossa mi hanno inviato lettere chiedendo il mio aiuto e perché la maggioranza degli indiani è di origine libica. Io spero di avere un giorno l'opportunità di mostrarle sia le missive sia i reperti archeologici che provano l'origine libica dei pellerossa". Firmato Muammar Gheddafi. Il quale è passato perciò in fretta dall'etichetta di "soggetto bizzarro affetto da stati psicologici limite" (Jerrold Post, capo della divisione politico-psicologica della CIA) a quella di "pirata, ciarlatano, barbaro pazzoide, cane matto" (Ronald Reagan reprise) a quella di "cancro da estirpare a tutti i costi" (Alexander Haig, Segretario di Stato Usa). Anche a costo di fargli pagare gli attentati terroristici di matrice siriano-palestinese - come quelli della discoteca di Berlino e dell'aeroporto di Fiumicino - con il bombardamento che nella notte del 15 aprile 1986 devasta Tripoli con sommo sollievo dei media americani (il New York Post titola 'Gheddafi, beccati questa').
La spallata è dura e obbliga il colonnello, che fra le macerie ha perso una figlia adottiva, ad un cambio di rotta. Il patto che lo lega ai libici o almeno a quelli che sopravvivono alle sue epurazioni d'altra parte si basa su una relativa prosperità in cambio di una spericolata politica di grandezza e della tortura rappresentata dalla lettura del Libro Verde, il Vangelo dell'uomo moderno. Ma quando agli insuccessi militari si aggiunge il crollo delle entrate petrolifere, a Gheddafi non resta che riconciliarsi con i vicini bistrattati (Egitto, Marocco, Giordania, Kenya, Liberia, Gabon, Costa d'Avorio, Senegal, Zaire - e ne dimentico sicuramente altrettanti - accusati di essere 'agenti dell'imperialismo') per trasformarsi da militante del panarabismo a sostenitore della meno compromettente causa africana. Tanto il nemico resta lo stesso, l'Occidente. E per mantenere la coerenza basta continuare a pretendere dall'Italia un congruo risarcimento per i danni del colonialismo e della guerra (a suo dire la scia di sangue lasciata da Hitler è nulla in confronto a quel che hanno combinato Giolitti, Mussolini e Graziani fra Tripolitania e Cirenaica), aggiungere al conto l'annessione di Venezia e delle Tremiti ("la maggior parte dei loro abitanti è di origine araba e libica" ipse dixit) e sparare anche un paio di missili su Lampedusa. Tanto l'Italia dipende dal petrolio di Misurata e continua a vendergli la maggior parte dell'arsenale militare. Insomma, il manico è dalla parte del colonnello. Perciò l'Italia è anche l'unica che continua a fare affari con lui nonostante l'embargo che dopo gli aerei abbattuti a Lockerbie e nel Teneré lasciano la Libia isolata dalla comunità internazionale per un decennio intero. Quegli anni Novanta in cui Gheddafi consolida il potere autocratico e repressivo nella Jamahiriya - lo Stato delle masse - decapitando i dissidenti (la metafora politica va presa abbastanza alla lettera), completa la metamorfosi da fallita guida del mondo arabo a capofila del movimento panafricano, fraternizza con Mandela, accatta il 7% della Juventus e una bella fetta di Unicredit e fa giocare il figlio scemo, Saadi, due partite in serie A. Una con il Perugia di Gaucci e una con l'Udinese di Pozzo. I casi della vita.

E visto che c'è, anche per inaugurare quel benedetto grande fiume artificiale. Completato in 23 anni dai coreani della Dong, realizzato grazie al lavoro di 13.000 persone, alla produzione di 574.000 tubi di cemento armato dal diametro di 4 metri, all'utilizzo della più alta concentrazione di camion al mondo e soprattutto all'esborso di qualcosa come 30 miliardi di dollari, il sistema raccoglie le acque dalle falde fossili dell'oasi del Fezzan con pozzi profondi anche 1000 metri e secondo la propaganda locale si snoda per buoni 20.000km. Quando il 1° settembre '96 il colonnello apre le paratie, l'acqua rovescia i tombini (molti dei quali ancora di epoca fascista) e riempie le piazze di Tripoli fra il tripudio generale. Insomma, oggi le città della costa hanno finalmente acqua dolce e l'agricoltura può cavare sangue dalle rape del deserto. Il problema è che quando le falde saranno svuotate, del mitico fiume artificiale resteranno solo tubazioni con incisi i versi del Libro Verde. Secondo gli esperti potrebbe accadere fra 50 anni, più o meno in concomitanza con l'esaurimento delle scorte di greggio. Per allora questo Gheddafi sarà storia, ma il potere potrebbe essere finito nella mani del figlio Seif Al-Islam. Quello che come il padre - secondo l'archeologo che mi illumina su Leptis Magna - soffre degli stessi vizietti di Berlusconi. E ha reso Valeria Marini l'italiana più famosa in Libia. Roba da cominciare ad emigrare prima che spuntino gli eredi.

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domenica 23 maggio 2010

Uno, nessuno e centomila

Nel frattempo ho fatto l'autore televisivo, nel senso che ho firmato I Miti del Foro - quattordici puntate sulla storia degli Internazionali di tennis - e uno speciale in quattro episodi sulla finale di Fed Cup. Nel frattempo ho collaborato ad una collana di 16 dvd della Gazzetta sui 300 luoghi da vedere nella Terra, ma lì ho lasciato il timone dopo essermi sentito dire che dovevo scrivere: "l'orto botanico di Padova rappresenta la culla della civiltà occidentale". Nel frattempo l'idea più ambiziosa - percorrere via terra la strada tra Roma e Johannesburg con un pallone come amico e un cameraman come accessorio, centrifugare 'Overland', 'Sfide', 'Ulisse' e 'Turisti per caso' per raccontare l'Africa e i Mondiali di calcio, ha ricevuto plausi sparsi da Rai, Sky e compagnia bella e ha reperito fondi sufficienti per comprare una Lamborghini Diablo. Ma alla fine per qualche motivo è saltata. Nel frattempo ho fatto l'emiciclo dei paesi arabi, dallo Yemen al Marocco, passando per l'Algeria e per l'ambasciata libica, ho guidato un migliaio di turisti a San Pietro, ho ricevuto forme di petting più o meno intense da Mediaset, TeleRoma56 e Rainews 24, ho risposto picche alle avances di un paio di quotidiani, ho fatto 97 telecronache per Dahlia Tv e SuperTennis e soprattutto ho pianificato un matrimonio a Melbourne. Il mio.
Ma nel frattempo mi sono tenuto alla larga dalla radio. L'ho spenta il 31 agosto (nel frattempo è arrivato, Fioranelli?) e da allora gli unici contatti si sono limitati al recupero crediti. Dalla prossima settimana, però, tra una cosa e l'altra ricomincio. Fra l'altro da dove ero partito, una quindicina di anni fa. A Power Station. Negli studi mi ha accolto Consuelo, genovese e genoana, che lì è entrata come donna delle pulizie e ora fa di tutto. E' lei che offre cortesemente da bere agli ospiti, è lei che se serve sostituisce i fonici, è lei che fa l'agente pubblicitario (trovando uno sponsor al giorno, dice) ed è lei che conduce saltuariamente il programma serale. Quando sull'avambraccio braccio destro le ho intravisto una celtica le stavo per chiederle se per caso avesse antenati dalle parti di Kilkenny, alché l'occhio mi è caduto sul sinistro, sul quale con pungente sarcasmo politico s'è fatta tatuare venti centrimetri di scucchia del Duce. Sul display del cellulare ha entrambe. "Certo che hai una bella fortuna - mi ha detto illustrandomi il palinsesto della radio - a fare trasmissione alle 14, dopo 'I Figli della Lupa'. Non sai quanti fans hanno Patrizio Petruzzi, Alessandro Grassetti e Fabio Parrotto. Li seguono dappertutto. Che traino... proprio una bella fortuna". Mai dubitato.