martedì 24 maggio 2011

Full Metal Jacket

“Hey babe, qui con me c’e’ un tipo americano che pare un cane abbandonato. Che dici, glielo diamo un strappo in citta’?”. Lo slang da marine e il fisico da Hulk Hogan di L.C. sono meno fuorvianti del mio accento para yankee. Ma per evitare di esser smascherato strada facendo faccio outing spontaneo. “Veramente sono italiano. Il passaggio me lo dai lo stesso?”.
L.C. e’ originario della Florida, e che fosse stato un pezzo da novanta delle forze speciali della Us Navy ai tempi di Desert Storm lo si vedeva lontano un miglio. Il resto del quandro si dipinge quando spunta la sua babe. Si chiama Jihan - che poi significa cosmo - viene da Alessandria d’Egitto, nasconde i capelli sotto un foulard beige stretto appena sotto l’attaccatura, ha la cantilena stridula e la camminata scattosa delle donne mediorientali, gli occhi nerissimi e tanto tanto rimmel. Dal modo in cui mi porge la mano capisco che non e’ ne’ copta ne’ timida. Fra i due e’ lui che ha cambiato sponda. “Certo! Se non mi convertivo all’Islam non ci potevamo mica sposare!” mi fa, lanciandomi uno sguardo per niente complice mentre babe si sistema sul sedile posteriore della sua Mitsubishi. Nato negli States mezzo secolo fa, L.C. e’ stato uno dei 540mila militari arrivati nel golfo persico agli ordini di Schwarzkopf, e fra una missione e l’altra ha servito tutti i Bush possibili e immaginabili fino al 2007, contribuendo non a chiacchiere alla caduta di Saddam. Poi ha optato per il prepensionamento, e senza rimpiangere l’America ha abbracciato le sure del Corano e ha sposato la donna egiziana conosciuta mentre faceva piazza pulita di iracheni. Lei in Kuwait - il quarto Paese al mondo per PIL pro capite, il primo arabo per indice di sviluppo - studia risorse umane, lui per non perdere l'allenamento passa il tempo a combattere con se stesso e con il mondo boia. Cioè sfogando il pericolante mix di conservatorismo repubblicano e anti-americanismo nelle forme classiche del teo-con reazionario e ipercritico, refrattario a qualsiasi analisi stutturata e idiosincratico a relativismi storici, capace della piu’ improbabile capriola identitaria e valoriale – quella religiosa - e allo stesso tempo impotente di fronte al piu’ banale ostacolo culturale. Intransigente, esasperato, incattivito e sempre sul filo della censura. Ma a modo suo involontariamente spassoso.

“Questo Paese non ha futuro – mi dice a bruciapelo, dopo la prima curva – I kuwaitiani sono dei fottuti scansafatiche senza rispetto per niente e nessuno. Sono degli stupidi, degli incapaci che hanno lasciato il loro Stato nelle mani degli architetti libanesi, degli ingegneri egiziani e delle multinazionali del petrolio. Sono talmente menefreghisti che hanno trasformato il Kuwait in una fogna, perché hanno delegato tutto, anche la pulizia delle strade, e chiaramente i bengalesi e i pakis che vengono pagati due spicci si adeguano all’andazzo generale, cosi' l'immondizia si accumula dappertutto. Alla gioventu’ locale basta studiare quattro anni al college per intascare ogni mese sussidi statali da migliaia di dollari che poi sperpera in fumo, alcol e prostitute filippine. I veri musulmani sono rimasti in Arabia Saudita; questi qui hanno smarrito le linee guida dell’Islam e non fanno altro che oziare e darsi allo shopping tutto il giorno”. “C’mon babe, gli stai disegnando un’immagine pessima degli arabi!” lo rimbrotta da dietro babe Jihan. L.C. ci pensa un attimo, si alza la manica esibendo una sfilza di cicatrici e tatuaggi su un braccio spesso come un palo della luce, poi passa una palanca sul cranio pelato, si alliscia il lunghissimo pizzetto rossiccio e inquadra il bersaglio. “Non degli arabi, babe, dei kuwaitiani. Sono degli imbecilli. Non ce n’e’ uno che sappia dare un’indicazione stradale corretta… E guarda, guarda come guidano: dovrebbero tornarsene in groppa ai loro cammelli, questi maledetti beduini. Il Kuwait e’ l’unico Paese del mondo in cui la gente muore in ambulanza, perche’ questi idioti non hanno rispetto per niente e nessuno! Poi – conclude scaricandomi davanti alla sede di un istituto bancario pacchianamente illuminato a giorno, con le gigantografie dell'emiro Sabah IV (all'anagrafe Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah) e del principe Nawaf (al secolo Nawaf Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, e il cognome comune non dovrebbe essere casuale) – sono l’unico popolo al mondo che festeggia contemporaneamente il cinquantennale dell’indipendenza e il ventennale della liberazione. Due ricorrenze in una. Qualcuno dovrebbe dirglielo che sono ridicoli. RI-DI-CO-LI”.

Per vederli da vicino, dopo un paio di kebab semifreddi mi accomodo in uno Shisha bar armato del mio mattone sulla storia australiana. I frequentatori sono una trentina, manco a dirlo tutti di sesso maschile. Mentre una dozzina di schermi Panasonic da 42 pollici trasmette la finale di Europa League, i giovani della Kuwait City-bene aspirano distrattamente le loro pipe ad acqua, e dopo aver usurato le dita delle mani sulle tastiere dei Mac, dei Samsung Galaxy e degli i-pod, le usano per ripulire gli interstizi fra le dita dei piedi. Senza degnare uno sguardo alla partita – non e’ che si siano persi molto - ordinano bottigliette di Coca zero e di Perrier, soffiando nuvolette all’aroma di ciliegia fino a mezzanotte.

Eppure sara’ per il mare rigorosamente non balneabile e le tempeste di sabbia che riducono la visibilita’ a zero e ti ricordano sempre che sei incuneato fra deserto e delta del Tigri, fra pozzi petroliferi e gli sfiatatoi di gas naturale, sara’ perche’ a differenza di Dubai o Doha la composizione e’ meno artificiosa (e la concentrazione di obbrobri architettonici e’ inferiore solo a quella di Prishtina), sara’ per l’aria satura di umidita’, spezie e spazzatura macerata cosi’ veracemente mediorientale, sara’ per la vivacita’ del souq e del porto, per i sorrisi aperti di chi non e’ abituato alla vista degli stranieri, sara’ perche’ al ritorno mi imbatto in Nader, un tassista pashtun che ha dovuto lasciare moglie e figlie a Kabul per continuare a farle vivere, o sara’ per il passaggio di L.C., ma questa puntatina a Kuwait City sulla strada verso la calma piatta di Melbourne conferma soprattutto che devono ancora inventarlo, un posto che non valga la pena di essere visto. Purtroppo.




(prefazione - Petrolio)
Il Paese che durante i Mondiali dell'82 fece festa per l'1-1 contro la Cecoslovacchia (per la cronaca gol su rigore di Panenka, l'inventore del cucchiaio) e che durante i Mondiali del '90 fu invaso da Saddam Hussein, oggi risulta il quarto Stato più ricco del mondo. Nonostante abbia sborsato 17 miliardi di dollari come rimborso-spese per desert storm e sia l'unica nazione del pianeta senza una goccia d'acqua dolce, il Kuwait produce infatti due milioni e mezzo di barili di petrolio al giorno e gode di un PIL pro capite superiore a quello di Svezia, Giappone e Gran Bretagna. Trattandosi di dati del Fondo Monetario Internazionale, però, non so se siano deformati come il suo direttore generale.

martedì 29 marzo 2011

The Terminal

Il primo doganiere s'e' inventato che con la carta d'imbarco gia' emessa per il volo successivo non posso lasciare l'aerostazione "per motivi di sicurezza". Il secondo m'ha sussurrato paternalisticamente che la' fuori c'e' un brutto mondo. Il terzo ha storto la bocca per le dimensioni della macchina fotografica e ha chiamato i rinforzi nelle persone del capo dell'immigrazione e del suo manganello. "In Bahrein e' in vigore la legge marziale e alle 22 scatta il coprifuoco". Cioe' dai-e-dai al centoquattordicesimo tentativo ho trovato un Paese che mi ha negato l'accesso, ancorandomi 6 ore in aeroporto in attesa del volo per Milano. Che e' sempre meglio che passarne 9 ore all'Hazrat Shahjalal di Dhaka in balia delle zanzare e dei bengalesi e che cercare di dormire sul pavimento del Terminal 2 di Dubai. Quello sfigato... (segue)

venerdì 18 marzo 2011

Basket Case

Che non solo e' il primo successo dei Green Day (pro domo Filippo) ma e' soprattutto l'etichetta attaccata 30 anni fa da Kissinger al Bangladesh, quando sul delta del Gange l'alfabetizzazione non raggiungeva il 25% e l'aspettativa di vita giusto giusto i 45 anni. Conosciuto per il premio Nobel Yunus (da un mese sotto processo per aver sottratto parecchi milioni alla sua Grameen Bank e aver messo in circolazione assieme alla Danone uno yogurt scadente - a proposito del quale ha scritto pure un libro fumoso sul business sociale) e per aver fornito all'Italia la meta' dei suoi benzinai, il Bangladesh deve la sua fama globale ad una densita' abitativa tre volte superiore a quella dell'India e nove volte superiore a quella della Cina. Di gran lunga la piu' alta del mondo, pari solo a quella di via Caulonia. Le politiche demografiche inefficaci - le donne partoriscono ancora 3 figli di media a testa - e l'inappetenza delle tigri che si limitano a mangiare solo tre bengalesi a settimana hanno infatti portato uno Stato appena piu' grande della Grecia ad ospitare 160milioni di persone, 60 delle quali annualmente a rischio inondazioni. Ci arrivo nel bel mezzo dei Mondiali di cricket (a proposito... un ex primo Ministro defini' "Il giorno piu' bello nella storia del Paese" quello in cui i bengalesi batterono il Pakistan, figuriamoci gli altri) che orgogliosamente co-ospita, per vedere di persona fino a che punto il Bangladesh rimane un basket case, un caso disperato.

venerdì 25 febbraio 2011

In Asia


Prequel
Al netto degli spostamenti interni ad ogni paese (tipo 30 ore su un cargo filippino per arrivare su un'isola altrimenti irraggiungibile, il barcone bengalese stile zattera di Huckleberry Finn che però pretende di ridiscendere il Gange, eccetera eccetera) ecco il mio piano voli, più arzigogolato delle trame di Lynch:
25/2 Melbourne-Darwin (volo JQ61 della JetStar)
25/2 Darwin-Manila (volo JQ75 sempre della JetStar)
17/3 Pampanga (l'aeroporto Manila Clark è in realtà un'ex base militare Usa riciclata - ergo tasse aeroportuali zero)-Kuala Lumpur (volo AK663 dell'AirAsia, infame low low low cost malese)
18/3 Kuala Lumpur-Dhaka (volo AK 148 dell'AirAsia dopo 23 ore in aeroporto)
28/3 Dhaka-Dubai (volo FZ 584 della FlyDubai, neonata lowcost degli Emirati)
30/3 Dubai-Bahrein (volo GF511 della GulfAir, dopo una notte sulle sedie dell'aeroporto in arrivo e una in partenza)
30/3 Bahrein-Milano (volo GF021 della Private Air)
p.s. il volo della Gulf Air - l'unica compagnia di bandiera del lotto - dura 15 minuti. Se la Private Air esista davvero o se abbia appena preso una sòla su internet non lo so.


DAY 1/2/3 - MANILA 

Appena ho potuto mi sono tagliato i capelli, il coiffeur di turno e' stato un lady boy con mire espansionistiche. Il primo filippino che ho incrociato per strada mi ha proposto cialis e viagra, mentre il primo occidentale in cui mi sono imbattuto e' un vecchio danese che conosce una sola parola in italiano - non e' ne' pizza, ne' pasta ne' mandolino - e o ogni volta che lo incrocio me la ripete. Lo incontro abbastanza spesso, perche' dormiamo nello stesso ostello, anche se io dormo (poco) su un letto probabilmente usato da Torquemada per estorcere confessioni agli eretici.


DAY 4 - PUERTO PRINCESA
 
All'ambasciata del Bangladesh di Manila m'hanno tenuto appeso al responso dell'alto diplomatico di Dhaka e famiglia sul mio caso. Per fortuna la mia risposta al di lui quesito "Perche' mai vuoi andarci?" ha sfiorato anche la coppa del mondo di cricket che sta per cominciare da quelle parti e dev'essere sembrata convincente. Cosi', dopo due ore di attesa, hanno buttato li' per li' un prezzo per il visto (sul formulario la voce: "Straniero in visita per Turismo" non era neanche contemplata) garantendone il rilascio per venerdi'. In un lampo di lungimiranza ho anticipato che nonostante la mia maglietta reciti 'UNREASONABLE MAN' (un successone, la vogliono tutti) non ho intenzione di passare una settimana a Manila sul letto di Torquemada e che se non perdono il passaporto passo a riprenderlo fra una decina di giorni. Quindi mi sono messo in moto senza documenti e dopo un rapido sondaggio al porto, sono salito sul volo ZestAir (mica cacchi) per l'isola di Palawan. Mi ha accolto un acquazzone di fronte al quale un diligente dipendente della compagnia aspettava in cima alla scaletta aprendo un ombrello per ognuno dei passeggeri. C'ho messo piu' ad uscire dall'aereomobile che a fare la trasvolata e poi mi sono comunque fradiciato facendomela a piedi dall'aeroporto al centro di Puerto Princesa, la citta' in cui - come recita il cartello di benvenuti - i cittadini sono rispettosi dell'ambiente, disciplinati e timorati di Dio. 


DAY 5/6/7/8 - EL NIDO 

L'arcipelago delle Bacuit si e' ritagliato un posticino imperituro nella mia memoria, a prescindere dallo splendore delle isole e dei fondali, dalle meduse e dai galli che attaccano in coro alle 5 in punto. El Nido restera' per sempre il posto in cui per la prima volta ho dormito da sposato con un'altra donna. A mia discolpa posso addurre sia il fatto che era la camera piu' economica della cittadina, sia che i letti erano due e ben distanziati sia, soprattutto, il fatto che Patricia somigliava come una goccia d'acqua ad Alvaro Vitali. 
Piu' ancora, El Nido si e' guadagnato un posto speciale nella mia memoria per le cento ore di stipsi cui mi ha costretto. Non credo mi fosse mai capitato. Il fatto che l'unico medicinale nel mio zaino sia l'Imodium e che i filippini chiamino il bagno comfort room anche quando e' una baracchetta ad uso comune col pavimento di pozzolana che ospita rettili e anfibi di varia foggia, nella quale la ritirata e' alta due palmi ed e' scheggiata, lo scarico non esiste l'acqua e' gelata, aumenta il tasso di ilarita' della vicenda. E poi la spiega, la vicenda della stipsi. 
Inspiegabile e' invece il perche' in italiano nessuno sappia dire trenette al pesto ma imprechi con nonchalance dal profondo del cuore. Stamane una distinta signora di Manila che ha studiato a Perugia e vive da trent'anni a Francoforte non ricordava la parola bello, ma quando il bus ha sbagliato un sorpasso in curva le e' uscito spontaneamente un porca M... che neanche a Mazara del Vallo. E appena risistematomi in camerata a Puerto Princesa, un canadese mi si avvicina e mi fa "In italiano so dire solo due cose: la prima e' Berlusconi, la seconda una bestemmia. La vuoi sentire?". No, mi basta la prima. Prossime mosse: riprendere i contatti col genere umano (in quattro giorni ho finito i due volumi di Padiglione Cancro e il quinto mi sono buttato avidamente sui Buddenbrook), trovare qualcuno che sappia dire trenette al pesto, tornare a Manila lunedi' e recuperare il passaporto all'ambasciata bengalese. Poi piegare a sud (Legazpi-Mt Mayon-Donsol) prima di rotolare verso nord (Baguio-Bontoc-Banaue-Vigan).


 DAY 12 - VIGAN 

Non dormo su un letto - anzi, non dormo in generale - da 3 giorni, ho attravesato Luzon da sud-est a nord-ovest e ho trascorso su vari bus 35 delle ultime 48 ore. Ma le altre 13 sono state memorabili. Ho passeggiato all'alba ai piedi di uno dei vulcani piu' scenografici del pianeta, ho nuotato nell'oceano muso a muso con squali balena di dieci metri e sono giunto nella citta' spagnola meglio preservata d'Asia. E quel che piu' conta, in tutto questo non ho neanche preso una coltellata, a differenza di Eddy. (segue) 


 DAY 15 - BONTOC 

In linea d'aria fra Vigan e Sagada ci passano una novantina di chilometri, come tra Roma e Viterbo. Ma in mancanza di collegamenti diretti, per andare da Vigan a Sagada bisogna cambiare a Baguio, a 140 da entrambe. Un po' come andare da Roma a Viterbo passando per Cassino. Tenendo conto dei tempi di percorrenza dei bus filippini, che di norma si fermano per raccogliere qualsiasi cosa si agiti sul ciglio della strada appena hanno innestato la seconda, e' come andare da Roma a Viterbo cambiando a Catanzaro. Per andare da Vigan a Sagada ci vogliono almeno 13 ore, e conviene mettersi in moto assieme ai galli da combattimento. Per questo ieri m'ero affacciato al terminal di Vigan chiedendo l'orario di partenza del primo bus per Baguio. "Alle 6.30" la risposta. E stamane alle 6 antemeridiane ero li', blandamente docciato e prontissimo a sentirmi dire che il bus era cancellato (il pirla di turno, arrivato in postazione alle 7 e ignaro della soppressione in atto da chissa' quanti mesi, quando l'ho guardato in cagnesco mi ha pure rimbrottato: "Ti avevo detto alle 6.30... il bus e' gia' partito!") e che dovevo aspettare un'oretta. Poi diventate due. Routine, in Asia. Infatti la colpa e' mia, che oltre ad aver cercato informazioni su quel bus ne avevo cercate anche sul successivo, da Baguio a Sagada. "C'e' ogni ora, tutto il giorno" la risposta. E meno male che non c'ho creduto. Perche' scaricato a Baguio nel solito pseudo terminal, ho fatto appena in tempo a scapicollarmi in un altro pseudo terminal e a bloccare un bus in partenza con la dicitura 'Bontoc', dopo che l'autista mi aveva confermato dal finestrino che l'ultimo bus per Sagada era partito da una mezz'oretta. E visto che Bontoc sta a Sagada come Bolsena a Viterbo, mi sono accontentato e sono salito a bordo, a stomaco vuoto e senza aver svuotato la vescica. Tanto ho perfezionato soluzioni ad ambo i problemi. E ho digerito un'altra giornata di curve alternando Thomas Mann a B movies filippini, nella speranza di individuare i nuovo Joseph Estrada, uno che s'era fatto un nome sparando ad un sacco di gente in tv prima di diventare presidente della Repubblica e a una pletora di telenovelas di qualita' (Machete piena di cazzotti, My Wife - My Lover piena di lacrime, Nita Negrita - protagonista tal Barbie Forteza, una ragazzina locale dipinta di nero nel ruolo di una di colore, non so se per mancanza di attrici di colore o perche' la raccomandazione di Barbie Forteza e' di quelle serie, il risultato e' comunque patetico) e a giochi a premi in cui il vincitore viene saldato in contanti. Finche', arrivato col buio a Bontoc, prima di sganciare due euro e mezzo per un letto e un bagno in comune con un secchio d'acqua fredda per farsi la doccia, ho ringraziato le autolinee filippine con un centinaio di pagine volate via dai Buddenbrook e con una bottiglietta piena di liquidi ipertonici processati dai miei instancabili reni. 

DAY 20 - ANGELES CITY 

Quando Clark era la base dell'Air Force Usa in appoggio alla Quinta Flotta, i G.I. americani avevano piazzato il loro parco giochi a tre miglia di distanza, e nel paesino di Angeles circolavano 100.000 prostitute. Adesso che la struttura e' stata convertita in scalo civile per una manciata di compagnie aeree low cost, le operatrici del sesso sono scese a 10.000, ma i frequentatori danno l'impressione di essere sempre gli stessi. Solo con quarant'anni di piu'. Ad Angeles non si vedono ne' straniere ne' macchine fotografiche, perche' c'e' solo una cosa da fare e non e' la scalata del vicino vulcano Pinatubo. 
Ci sono arrivato dopo le solite 13 ore fra vari bus per evitare l'ennesimo ritorno nella conurbazione da 600km quadrati e 12 milioni di anime che gli spagnoli in un esercizio di prolissita' avevano battezzato Insigne y Siempre Leal Ciudad - che poi sarebbe Manila - preferendola per la sua vicinanza a quella utile via di fuga dalla nube radioattiva giapponese che e' l'aeroporto. 
E perche' dopo cinque giorni bucolici di trekking e percorsi a rischio noce del capocollo fra grotte di Sagada e terrazzamenti di Batad, un po' di ventre cittadino riequilibra. E perche' dopo aver conosciuto Tony Tocdaan (uno splendido cinquantenne col fisico da boxeur che ha recuperato l'occhio perduto in un assalto a Manila solo grazie all'intraprendenza di un tassista di San Francisco - Brad Newsham - che gli ha pagato il biglietto per la California e l'operazione con i proventi di un libro di racconti di viaggio) e' giusto che conosca anche Joe, che e' finito in galera per reati di sesso e si e' ridotto ad elemosinare spicci ai suoi connazionali di passaggio. 
E perche' dopo aver sbattuto per 15 ore su un libro pieno di termini come ligustro, almuzia e soggolo, arrivare in una cittadina dove ti propongono strip tease anche alle 8 di mattina ha un effetto di uno chabrol.
Allunga gli avanzi della minestra filippina con il vino rosso. Cosi' il piatto si gusta fino in fondo. 

domenica 20 febbraio 2011

Another brick in the wall

Il nastro registrato dell'ufficio d'immigrazione te lo dice chiaro e tondo: ogni giorno il dipartimento analizza tredicimila richieste di residenza, cittadinanza e asilo politico. Quindi mettiti l'anima in pace e aspetta il tuo turno. Il fatto che io provenga da un Paese a democrazia limitata non rappresenta una scorciatoia (a meno che non mi butti nell'Oceano Indiano e mi faccia ripescare a Christmas Island), ma una complicazione. Nel senso che seguendo la prassi ho dovuto fornire i documenti di due gradi di parentela, una risma di generalità - biglietti aerei, estratti conto, mail e sms, fedina penale e carichi pendenti - ho dovuto ricostruire e trascrivere le date dei 103 ingressi e delle 103 uscite da ogni Nazione del mondo in cui sono stato negli ultimi dieci anni e mi sono dovuto sottoporre ad un check up per smascherare la mia intenzione di esportare sifilide, tubercolosi e sieropositività in un Paese che impedisce l'ingresso pure alle mozzarelle di bufala.
Neanche il fatto che mi sia sposato agevola la pratica: ora da un lato devo portare avanti la registrazione col Consolato italiano, dall'altro devo spiegare in un'intervista-interrogatorio telefonico con la delegata australiana per l'Europa che sta a Berlino come mi sono permesso di convolare dopo aver richiesto un semplice visto turistico. Il che è sospetto quasi quanto la coincidenza di aver messo piede in Egitto, Yemen, Marocco, Algeria e Libia giusto alla vigilia del patatrac.
Neanche il fatto che mia cognata lavori proprio nel dipartimento dell'immigrazione rappresenta una scorciatoia. Anzi, le hanno detto chiaramente se per caso la pizzicano a sbirciare la mia pratica le mandano una lettera di richiamo. E se poi prova a fare pressioni per accelerarla, la cacciano senza appello.
Tutto questo per dire che devo aspettare ancora qualche mese per ottenere permesso di soggiorno e di lavoro (ammesso e non concesso che i miei polmoni stiano a posto, perché qui non intendono caricarsi spese mediche extra solo perché ho l'abitudine di frequentare catapecchie) e devo lasciare l'Australia alla scadenza del visto turistico.
In realtà potrei estenderlo - il visto - ma mi costerebbe quanto volare da Kuala Lumpur a Parigi, e poi tanto dovrei comunque uscire e rientrare all'ottenimento della residenza.
Quindi tanto vale approfittare della scusa socialmente accettabile e prendere il volo di venerdì per Darwin e da lì proseguire per Manila, bazzicare qualche settimana le Filippine, poi salire sul solito trabiccolo Air Asia per la Malaysia e da lì fare una capatina di dieci giorni in Bangladesh (che è un po' come l'amore, quando meno te lo aspetti ritorna) prima di incamminarmi verso la Penisola Arabica con l'obiettivo di arrivare a Piacenza per il compleanno a reti unificate del babbo e della nipotina e magari - visto che ci sono - il 6 aprile a Milano.

p.s. Proprio in extremis mi hanno offerto il mio primo lavoretto extragiornalistico. Devo rimuovere dal muro del cognato di un cognato i 2600 mattoni che lo compongono. Possibilmente senza fracassarli.

lunedì 7 febbraio 2011

7 chili in 7 giorni

Visto che in Italia i pomodori pachino alimentano la mafia ma almeno so' buoni e sani, mentre gli armadi frigoriferi australiani sono il trionfo del grasso saturo, la cangurotta s'è messa in testa di fare il dottor Birkermaier con tutta la contea. Qui si muore più per obesità che per tabagismo, il numero dei sovrappeso è raddoppiato in 20 anni e nel 2010 il governo ha stanziato 13 miliardi di dollari per vari capitoli di spesa, compreso l'acquisto di ambulanze più capienti. Dall'alto della mia inutile laurea in scienza della fuffa, la mia conoscenza della materia è la seguente: meglio i cereali delle uova strapazzate col bacon, meglio i cavolfiori lessi del fish and chips con la maionese, meglio lo yogurt bianco della pastiera, meglio l'olio extravergine d'oliva del burro salato danese e - nonostante i proclami della Ferrero - la Nutella non fa bene come un frullato di sedano. Invece la cangurotta, che non sapeva chi fossero Maradona, Totti e Martina Navratilova (se è per questo neanche Pelé e Senna, ma credo che a tutt'oggi fatichi a ricordarli, 'sti due) ma ha studiato health promotion per salvare il mondo, ha deciso di cominciare l'opera dalle conoscenze di primo grado e ha lanciato fra parenti, amici, colleghi e parrocchiani la seguente sfida. Il testo è laconico come i dispacci dell'Itar-Tass, ma giuro che è stato scritto alla velocità di 63 parole al minuto e con il 100% di precisione. Perché qualche qualità doveva avercela pure lei.

For those of you looking for the motivation to achieve that New Year’s resolution to eat healthier and exercise more, you are invited to join the “Healthy Lifestyle Change Challenge”. This is a 10 week competition that encourages you to improve your habits, motivating you to behave in healthier ways in your everyday life. There are four prizes to be won, two halfway through the competition at the five week mark and two Grand Prizes at the end of week 10. One prize will be given to the person who has done the most minutes of exercise and one to the person who has lost the most weight. The half-way winners will each receive a dinner voucher for two for the restaurant Eau De Vie in Chapel Street Prahran worth $113, and the Grand Prize winners will receive a luxury massage voucher to a Melbourne Spa worth $150. Entry into the competition costs just $3 per week and starts on Monday February 7th, ending in April. The challenge is strictly for fun and should any profit be made it will be donated to victims of the flood.

1. Record your actual start weight. When weighting yourself, always use the same set of scales as even if they are not completely accurate, they will always accurately show how much weight you’ve lost.

2. Weigh yourself at the same time, on the same day, every week

3. Record your goal weight (be realistic – 0.5kg loss each week is healthy).

4. Record your exercise goals (eg. Be able to run continuously for 30 minutes by 10 weeks, or average 30 minutes of exercise, 5 days a week).

5. Try to keep a food diary. A food diary is particularly helpful to show you how much you really do eat every day – you may be surprised!

6. You must record your daily exercise in minutes. All exercise minutes are equal, whether they come from running, walking, swimming, skipping etc. Housework is NOT considered exercise!

7. On Sunday night each week please email me your week’s weight loss and exercise diary.

8. To motivate everyone, at the end of every week I will provide a table showing how much each person has exercised and how much weight they’ve lost. I WON’T record actual weight!

p.s. I have attached the database that I will send to everyone every week, and a copy of a food and exercise diary that you may like to print out and use. It is not necessary to forward me your food diaries, it is good to keep track for your own sake. However, if you want me to look at your food diaries and analyze it and give you some advice, I am willing to do so.

E a me, ovviamente, me tocca.
p.s. quella della foto non è la cangurotta, ma una graziosa bagnante sulla spiaggia di Sudak, Ucraina.

mercoledì 2 febbraio 2011

Van Diemen's Land

Stavolta mi ci hanno mandato. Volo nella terra di Van Diemen e hotel (il Grand Chancellor di Hobart, una specie di Bebo con la piscina e la palestra, nel quale ogni mattina ti rifanno la stanza lasciandoti a conferma dell'avvenuta pulizia una composizione triangolare all'estremità dei due rotoli di carta igienica - come la prima mossa per realizzare una barchetta o un aeroplanino - in modo da rendere più confortevole l'individuazione del quadratino da sfilare. Considerando il livello delle retribuzioni australiane, solo 'sta cosa costerà 50 dollari al giorno) compresi.


p.s. Sabato e domenica in Tasmania c'è Australia-Italia di Fed Cup.

mercoledì 26 gennaio 2011

Video killed the radio star



















p.s. dal 2005 ad oggi solo in 2 finali del Grande Slam non sono arrivati né Federer né Nadal. Gli unici due tornei in cui c'ero io...

giovedì 30 dicembre 2010

Il mio grosso grasso matrimonio australiano

Mi hanno fatto vestire di tutto punto, con i gemelli d'argento e le scarpe della cresima, mi hanno appuntato un fiore bianco con un rampicante, mi hanno stordito con mezz'ora di nenie e di lettere ai filippesi, quindi mi hanno fatto ripetere un testo zeppo di termini astrusi e approfittandosi della mia buona fede mi hanno estorto un paio di volte "I do", un anello e una firma.
Poi un tipo vestito da autista mi ha offerto un bicchiere d'acqua, si sono abbassate le luci e sono cominciate le foto - la nemesi di quei poveracci che ho tartassato per il mondo - fra
lacrimucce dolci e risate fragorose, abbracci caldi e birra gelata, balli rituali, discorsi improv
visati e cup cakes. Non pensavo che un matrimonio potesse essere divertente, tanto meno il mio. Quasi quasi lo rifaccio.
Siccome per la signora Castaldo non era carino eclissarsi su qualche atollo mollando gli amici venuti da lontano, i
l giorno dopo eravamo di nuovo tutti in marcia. Dopodiché il v
iaggio di nozze è consistito in dieci ore di auto assieme all'unico invitato accorso dal Messico e in tre notti in una camerata del peggior ostello di Sydney in compagnia di un australiano che occupava la stessa stanza da 11 mesi e sentendosi a casa sua girava giustamente nudo, di una tizia di Perth che campava leggendo i tarocchi e investiva gli introiti in droghe pesanti e di un energumeno di nazionalità imprecisata che spuntava solo all'alba e seminava il pavimento di bottiglie vuote.
Al centro della stanza una bacinella per racc
ogliere l'acqua piovana che filtrava dal soffitto.
Sul bagno in comune meglio sorvolare
.
p.s.
L'unica telefonata ricevuta dall'Italia è stata quella di mio zio, che corre spedito verso il terzo matrimonio. Gli ho chiesto il segreto di un'unione indissolubile.

mercoledì 24 novembre 2010

Proposta indecente

Lo schermo in finta radica risulta un tantino pacchiano, ma dall'alto dei suoi 20 pollici fa la sua porca figura. I tre tipi di massaggi sono scolastici ma a modo loro sollazzano, il vino bianco è secco ma più che passabile, l'equipaggio è ingessato ma ben assortito: un'hostess è libica, una è brasiliana, una è indiana, una è ucraina, lo steward è australiano di origini calabresi. Ingannata da una camicia destinata ad un benemerito del posto, la Emirates ha deciso di farmi atterrare in Sri Lanka in business class, spaparanzato su una poltrona molto più comoda di tutti i letti sui quali dormirò nei quindici giorni seguenti. Il primo, a castello, lo divido con Wang Si Que, uno dei rari cinesi a potersi permettere di viaggiare zaino in spalla, uno dei rarissimi di etnia han ad aver abbracciato l'Islam, forse l'unico musulmano per scelta che non mangi carne di maiale ma beva alcol e fumi qualsiasi cosa. Wang Si Que, che la madre chiama Lao Mao - vecchio gatto - è fidanzato con Chang Sue Qin (anche nell'intimità si chiamano per esteso, prima il cognome e poi il nome) incatenata a Pechino dai suoi doveri di poliziotta. Un lavoro per il quale ha solo due settimane di ferie comandate e perciò non può viaggiare né ora né nei tre anni successivi ad un'eventuale rinuncia al ruolo. Paro paro ad Aleksej, che adesso fa il programmatore, ma che ha passato le otto stagioni teoricamente migliori della sua vita a collezionare medaglie dell'esercito russo in Kamchatka. E fra i ghiacci ha maturato una tale fame bulimica di mondo che dopo tre anni di purgatorio obbligatori per smaltire un po' di segreti di Stato ha deciso di girare Nepal, India e Sri Lanka in 3 settimane. E' partito ad handicap, perché la moto che aveva affittato l'ha mollato ai piedi dell'unica salita del Paese proprio quando aveva deciso di darmi un passaggio. In eredità mi lascia comunque birra, patatine, una mappa dettagliata e la voglia di camminare.
Per questo finisco per percorrerla a piedi, la costa da Weligama a Galle. In due giorni macino una quarantina di chilometri di stick fishermen, di pescatori in bilico su pali piantati nell'oceano, di pagode, templi indù, chiesette e moschee in ordine di frequenza, di manifesti del sorridentissimo Mahinda Rajapaksha e di pubblicita' delle quattro aziende di telefonia mobile (i cellulari sono così diffusi che in caso di tsunami il governo ha previsto un bel messaggino collettivo di allarme), di corvi e pipistrelli, di varani e vipere dal metro e mezzo in su, di qualche vacca sacra e qualche benedetta mangusta, di palme e scoiattoli, di una pletora guest house e di negozi allestiti con le rimesse degli emigrati, di branchi di cani randagi e di bus lanciati a razzo a rifarti la piega, visto che non c'è un metro per i marciapiedi. Come sopravvivano tutti 'sti animali all'avanzata del cemento non lo so. So solo che fra Matara, il punto più meridionale dell'isola, e Negombo, il più occidentale, si sgomita in 200 chilometri di asfalto opprimente, risparmiato solo dove sono stati allestiti i piccoli cimiteri per le oltre 40.000 vittime dello tsunami. Dopo l'Indonesia questo è il Paese che ha pagato il tributo più alto a quella catastrofe. E so che arrivo a Galle con una maglietta ridotta a un cencio tempestato di granelli di polvere e catrame. Non voglio sapere cosa ho nei polmoni. Quando un fruttivendolo di Kogalla mi chiede quale sia il mio problema, gli indico la testa. Da queste parti un problema diffuso: 50 anni fa un monaco ammazzò il presidente della Repubblica e ancora 20 anni fa Terzani la chiamava l'isola folle. Forse nel senso che se non sei matto come Casul - lo scemo di un villaggio, Polhena, dov'è di dominio pubblico il flirt tra un bonzo e una donna sposata - ci diventi, scemo. E gli incontri che fai non è che aiutino. Io per esempio incontro una poliziotta che cerca di vendermi un appezzamento di terreno, un batterista convinto che il cancro si sconfigga con infusi di foglie di papaya, e Luka. Cinquantenne dal fisico tirato, berlinese, separato, è la mente che ha ideato i velotaxi e che da Unter den Linden li ha esportati in tutto l'occidente (tranne che in Italia, ne ha anche discusso coi sindaci di Milano e Firenze ma ha sbattuto contro l'altolà della 'mafia dei tassisti'), quindi dopo un divorzio e una specie di crisi mistica nel 2008 ha ceduto il marchio e il business e ora vive soprattutto per yoga e meditazione. "I nemici da combattere sono la paura, la rabbia e il desiderio" mi confessa, prima che il suo iphone cominci a suonare a tutto spiano. Prima è la figlia, poi la nuova compagna, quindi il tizio che gestisce uno dei suoi alberghi. Anche Vivianne è tedesca e divorziata. Ma per via delle sue facoltà dagli Inuit della Groenlandia si fa chiamare Shaman e dai cingalesi Shanti, la 'pace interiore'. A conferma del suo basso profilo, sul biglietto da visita della sua guest house sostiene che ti aiuterà a trovare il cammino che porta dentro il vero te e sul biglietto da visita del suo centro massaggi di Francoforte si autodefinisce 'maestra di vita'.
I dottori K.B. Shantha, Pereira, Dimmaka e tutta la compagnia di giro si definiscono invece 'dottori' perche' lo sono proprio, dottori. Ma sulla spiaggia di Unawatuna si comportano come liceali in gita, tambureggiando e cantando a squarciagola per ore, mangiando pollo alla trinitrina e riempiendo bicchieri su bicchieri di Smirnoff purissima per spegnere l'incendio. Shantha del resto si è laureato a Mosca, e tutt'ora invita anestesiste russe a fare stage in un ospedale di Colombo. E quelle gli lasciano ricordi su ricordi. Così quando sotto un diluvio che neanche nei video dei Take That la spiaggia rimane deserta, sulla costa si sentono solo loro rumoreggiare sotto l'effetto della vodka. Loro e me. Salutandomi a fine giornata, Shantha mi propone alticcio, complice e cameratesco di celebrare l'addio al celibato nel resort di un suo amico, assieme a cataste di gamberoni freschi, liquori di importazione e le amorevoli cure delle sue stagiste moscovite.
E visto che in vita mia ho ricevuto proposte peggiori, qualche giorno dopo trovo anche il modo di andarci, a Wadduwa. Ma poi con un mozzico sulla lingua e una martellata più a sud passa la paura. E sotto l'ennesimo diluvio mi ritrovo in una struttura eco-friendly desolatamente deserta assieme a sei singalesi villosi, a consumare cinque portate di pesce e frutti di mare annaffiate da un brandy prodotto su licenza francese. Poi resto pure a dormire. Offre la casa, è il mio addio al celibato.

Pubblicata nuova gallery: Sri Lanka e Maldive 2010