giovedì 1 gennaio 2009

Fino alla fine del mondo

Terra di tedeschi emigrati tra fiordi e specchi d’acqua andini, la decima regione cilena – quella de los lagos – sfodera un campionario di cittadine insulse alternate a paesaggi da acquerello. Come quello che sbuca dopo 30 ore di sobbalzi ad ovest di Baires, con la sagoma perfetta del vulcano Osorno, incappucciato di bianco e riflesso nel blu cobalto del lago Llanquihue, fiancheggiato da colline verde pastello e circondato da un’aria fresca e rarefatta. La perfezione del cono spezza il fiato per una, due, tre ore. Poi - come dire - stucca. Alla quarta mi volto verso il paesino di Puerto Varas e l'unica attrazione che trovo è l'annuale Volksfest, il raduno di baffuti nostalgici in braghe alla zuava che bevono Löwenbräu, mangiano würstel e suonano la fisarmonica sotto un tendone, mescolando rigidità teutoniche a note castigliane. Come se la cadenza cilena, dondolante fra lo squittio e il piagnisteo, non fosse già esilarante di suo.
Applicato a facce come quella di Mario&Mario, il dialetto di Neruda è cabaret puro. MarioUno - con la zavorra di un doppio mento che gli cade sul petto – è l’autista del bus che da Puerto Montt punta verso sud. E che prima di affrontare la notte al volante ingurgita una zuppa di patate, tre empanadas, un’insalatona di pomodori e cipolle, una bistecca che nel piatto non ci sta e un dolce alla crema su tre piani. Dinoccolato e inebetito, con la lingua costantemente penzoloni, MarioDue è il suo ayudante. Parafulmine di mestiere, aspirante capro espiatorio, a bordo svolge una serie di compiti ingrati: programma filmacci tipo Fast and Furious (impresa che non gli riesce mai prima del terzo tentativo), colleziona gli improperi dei passeggeri e distribuisce i cosiddetti pasti di bordo. Un medaglione con una fetta di prosciutto alla quarta ora di viaggio e lo stesso medaglione con una fetta di formaggio alla 23ma ora di viaggio. Durante il tragitto, il trabiccolo si fa largo fra i picchi della cordigliera, sfiora il Fitz Roy e il Torres del Paine, poi scivola nella pampa patagonica. Finché, superata Rio Gallegos, si pianta. Due gomme sono scoppiate. “Mira, se vai a Punta Arenas resti bloccato – trillano Mario&Mario mentre li aiuto a cambiare i copertoni –. Da lì i collegamenti con Ushuaia non sono frequenti”. Morale della favola, alla dogana di Monte Aymond scendo dalla corriera. E sollevo il pollice alla caccia di un passaggio per la Terra del Fuoco. Nella prima ora non si ferma nessuno. In quella che segue, solo una dozzina di camionisti evasivi. Infine, alle soglie del tramonto, mi caricano Ramon e Lumi, due signori in età pensionabile disponibili a scarrozzarmi giusto fino al primo incrocio, a due ore di cammino dall'imbarcadero di Punta Delgada. “Cosa pensano i tuoi genitori del fatto che viaggi in autostop?”. Lei è una bacchettona di dimensioni australi. “Non lo sanno. E fino a qualche ora fa non lo sapevo neanch’io”. Non basta. Per guadagnare il passaggio fino al porticciolo devo esporre una filippica pseudosociologica tempestata di frustate etiche su questo mondo che consuma i sentimenti e un sacco di altre cose. Lei vuole sentirsi dire questo. Io voglio arrivare al molo. Affare fatto. Saluto, bacio e mi fiondo sulla chiatta appena in tempo. In italiano si chiama bucio Per la cronaca, il traghetto attraversa lo stretto documentato da Magellano nel 1520. Ma io sono troppo impegnato a saltellare tra i veicoli per accendere un cero alla Storia. E, sempre per la cronaca, sta scendendo la sera. Ma io sono troppo entusiasta per preoccuparmene. Anche perché non so che sull’altra sponda non c’è neanche un capanno. E prima di scoprirlo, quando gli autotreni hanno già acceso i motori, un energumeno mi fa un cenno con la testa. Significa che posso salire. Il benefattore si chiama Daniel Zugarelli, di nonno italiano. 43 anni più sdentati dei 95 della mia bisnonna, trasporta pezzi sfusi in Patagonia e risale a Buenos Aires carico di televisori e frigoriferi. Daniel succhia il mate, parla a monosillabi e guida svogliato, ma ha la media realizzativa del Batistuta dei bei tempi: quattro figli, una decina di amanti e una serie di cartucce da 20 pesos sparate ogni volta che parcheggia ad Asuncion. Inevitabile – sostiene - quando si passano 35 giorni di fila lontano dalla moglie. Inevitabile non lo so, comprensibile forse. Ma il punto è che l'istinto del gol uno ce l'ha nel sangue. Ed è ereditario. Per questo lui è già nonno, mentre quel figlio di monogami incalliti che sono io non batte chiodo dai tempi dell'afta epizootica. Ci vogliono quattro ore sotto una luce rosata per percorrere 150km sterrati e battuti solo dai guanachi. “Hai mangiato?” mi chiede a metà dell’opera. Effettivamente sono fermo al pane e formaggio di MarioDue e forse la mia faccia spiffera che mangerei anche quella minestrina in polvere allungata nella brocca piena dei suoi avanzi. “Tu sei matto” sussurra lui, senza che gli abbia neanche raccontato il mio incontro ravvicinato del terzo tipo coi cartoneros. Poi però mi offre una bistecca di vitello con rosso di Mendoza, mi invita a passare il Natale in famiglia e, quando cala la notte, accosta il bestione accanto al cartello Las Malvinas son argentinas. All’ennesimo confine. Daniel si sistema sul lettino dietro la tenda, io compenso con lo zaino il vuoto tra i due sedili anteriori e mi accuccio. All’alba mi sveglio con naso e piedi congelati in punta e un accenno di lombalgia. “Cuidate, loco! - mi urla quando mi scarica a Rio Grande – e guarda che ad Ushuaia è tutto pieno. Hai prenotato?”. Ovviamente no. E sono troppo stanco e sollevato per curarmene prima di sbarcare nel centro abitato più meridionale del pianeta.
Ushuaia è fotogenica come una scarpiera da bagno, ma è la fine del mondo di nome e di fatto. Impallinata da un vento assassino, abbarbicata a montagne dalle pendici annerite ed esposta al canale Beagle, che scorta il mare verso i ghiacci antartici, la città scoppia di turisti. Ma non le manca il fascino della frontiera. Passeggio a lungo prima di bussare al Refugio del mochilero, ché il nome ispira proprio quello di cui ho bisogno. Calore. “Hai prenotato?” Victor, l’omino della reception, di notte alza il gomito e di giorno ne sconta le conseguenze. Intuisco, prendo fiato e improvviso. "Io personalmente non ho potuto, visto che viaggio ininterrottamente da 50 ore. Ma al mio amico Christian avevo chiesto di riservare a nome mio. Controlla, per favore…". La palla è campata in aria. Ma desidero un letto così ardentemente che la frottola ha l’inerzia della verosimiglianza e la forza della verità. Victor scartabella. “Christian come?”. Già, il nome è plausibile dall'Alaska alla Nuova Zelanda. Esclude a priori solo i tizi con la galabia e quelli con gli occhi a mandorla. “Che domande, Victor... ho sonno… non me lo ricordo!”. “Sei un casino – sbuffa –. Comunque per ora prendi il letto n.12. Magari quello che ha prenotato non si presenta”. E in effetti va così.

Quello che aveva prenotato non si presenta.
(tratto da Ulisse n.293 - Gennaio 2009)