domenica 23 febbraio 2014

Il Mago di Oz

E adesso? Ci vorranno altri 4 anni e 4 mesi prima che qualcun altro spezzi l’egemonia dei Fantastici 4 o Melbourne ha segnato l’inizio della rivoluzione copernicana? I buoi sono scappati o quello di Stan the Man verrà ricordato come un incidente della storia? E’ un segno dei tempi o la montagna australiana partorirà il solito topolino parigino? Sulla Rod Laver Arena si sono affacciati uno dopo l’altro i titolari di un’ottantina di majors, quasi tutte le leggende viventi della racchetta. Ma a nessuno è venuto in mente di riattizzare il dibattito sul più grande di sempre, perché l’Happy Slam 2014 ha lasciato al tennis un’eredità più preziosa: i dubbi sul presente e sul futuro. Antidoti ad una prevedibilità che stava per scadere in monotonia, ma anche cause di forti emicranie da crisi delle certezze. Dovevano vincere a mani basse Nole e Serena, tutt’al più impegnati in finale da Rafa e Vika. Invece un giorno ha stravinto Li Na, l’altro abbiamo scoperto di aver avuto per anni uno Stanislas Wawrinka in fondo al cassetto. Se la cinese aveva giocato a tira e molla col bersaglio grosso, lo svizzero era considerato fino all’altroieri solo uno dei tanti talenti. Incompiuto perché imperfetto. Un ottimo comprimario, dal rovescio d’oro ma anche dal carattere fumantino  e dal fisico non proprio asciutto. Poi, improvvisamente, Stan ha trovato in Australia la quadratura del cerchio, sedendosi al tavolo dei grandi senza essere stato invitato. E ha obbligato il tennis maschile a farsi qualche domanda: Wawrinka è il nuovo Petr Korda, che apre le danze dell’anarchia tra un’èra e l’altra, o è il Del Potro gattopardesco di New York, uno sparo nel buio prima che tutto torni come prima?
Il primo tassello era stato sistemato proprio in quello stadio, esattamente un anno prima. Lo svizzero con antenati polacchi e sangue ceco aveva messo paura a RoboNole, uscendo dal campo a notte fonda, tra le lacrime, sconfitto in un epico 12-10. Da allora, in ossequio alla frase di Beckett tatuata sul braccio, Stan è stato lungimirante nell’affidarsi ad un guru lucido e silenzioso come Magnus Norman, sfacciato nel credere che giocare alla pari con Djokovic a Melbourne e New York non fosse un punto d’arrivo, umile ne mettere il talento al servizio di un piano tattico, determinato nel lavorare sulla tenuta atletica e sulla potenza della battuta. E’ stato Intelligente nel trasformare l’adorazione per Federer in un rapporto di collaborazione, meno subalterno. E anche fortunato, perché no, nel trovarsi al momento giusto al posto giusto. L’unico più forte lui nella metà bassa del tabellone era il campione uscente, ma il rimpasto di governo in casa Nole non era stato indolore, e dopo un set di rodaggio lo ha capito anche Stan. Le idiosincrasie di Roger a certe rotazioni e le schiene di Andy e Rafa hanno fatto il resto, mettendo fuori gioco la concorrenza. Bisogna tornare indietro a Parigi ’93 per trovare un giocatore – Bruguera - in grado di mandare al tappeto le prime due teste di serie sulla strada verso uno Slam. Ma l’ultimo outsider a mettere la museruola ai due migliori giocatori in circolazione e ad aggiudicarsi un major alla prima vera occasione era stato proprio Del Potro agli Us Open. Era il settembre del 2009 e Dinara Safina era n.1 al mondo, tanto per intenderci.
Le analogie col blitz dell’argentino a Flushing Meadows, però, finiscono qui: JMDP non aveva ancora 21 anni, e il suo bussare alle porte del Paradiso provocò una reazione uguale e contraria. Il mastro di chiavi e i suoi scagnozzi erano all’apice della forma, si affrettarono a mettere lucchetto e catenaccio e per altre 3 stagioni non fecero entrare nessuno. Wawrinka non corre il rischio di Palito, che nel tentativo di buttare giù l’entrata ci ha rimesso il polso. A quasi 29 anni non ha lanciato una sfida alla storia, ha semplicemente vissuto un sogno ad occhi aperti. Un sogno– lo ha ripetuto fino alla nausea, anche quando il trofeo intitolato a Norman Brookes brillava accanto al suo naso rosso, neanche si fosse avvinazzato prima del match – che non credeva di poter vivere. Wawrinka è diventato uno splendido animale da palcoscenico, un cavallo da corsa, capace di battere se stesso e gli altri, di mettere in riga un Djokovic meno affamato del solito e un Nadal più incerottato del solito, senza smarrirsi nel frattempo contro un Berdych meno insicuro del solito. Ma senza nulla togliere all’ex svizzero di riserva, che per 4 ore contro Nole e per un’ora contro Rafa ha dimostrato di saper vincere guerre di fisico e di nervi e di essere arrivato lassù per meriti propri, i dubbi rimangono. Non sul valore, né tantomeno sulla bellezza della favola. Ma sulla morale sì. Se ce l’ha fatta lui, penseranno Berdych, Tsonga e, perché no, Ferru... se ce l’ha fatta lui, si dirà il gruppone dei vorrei-ma-non-posso, da Gasquet in giù... se ce l’ha fatta lui, si diranno i Dimitrov e l’esercito delle teste calde... se ce l’ha fatta lui, penserà persino Roger.  Stanislas Wawrinka ha riaperto le porte dell’Eden. Da oggi, grazie a lui, hanno tutti qualcosa in più da sognare e da perdere. Ma per vedere un altro nome nuovo nell’albo d’oro di uno Slam, forse, ci vorrà ancora del tempo.
(Tratto da SuperTennis Magazine gennaio-febbraio 2014)

(tratto invece dal diario del Mago Otelma)
P.s. Il suo quinto successo a Melbourne, il quarto consecutivo agli Australian Open, era pagato dalle agenzie di scommesse 2,10 volte la puntata. Una quota ridicola, paragonabile a quella di Serena Williams - con la differenza che l'americana gioca da sola, mentre il serbo sarebbe il numero 2 del mondo e vivrebbe in teoria nell'epoca d'oro del tennis, circondato da una generazione di fenomeni mai vista prima. Il motivo non era sicuramente il binomio con Boris Becker (sempre sia lodato, nonostante il botulino, l'imbolsimento e l'accenno di rachitismo) né il fatto che il sorteggio avesse disegnato un tabellone nel quale Nadal, Del Potro, Murray, Tsonga e Federer si scannavano dalla stessa parte per un posto in finale. No, il motivo era semplicemente statistico: dal vivo avevo seguito quattro prove del Grande Slam, gli Australian Open 2008, 2011, 2012 e 2013. E il vincitore era sempre stato lo stesso. A maggio Roma, Nole mi aveva pure detto che in caso di necessità mi avrebbe invitato a Melbourne a mie spese. 


venerdì 31 gennaio 2014

The Hangover

Alle soglie dei 38 ho bevuto alcol e ho vomitato. Anche se a sparigliare le carte e' stata l'aranciata andata a male nella vodka. A rendere davvero esotica la vicenda c'e' la location. La spiaggia di Taufua, a Upolu - la piu' orientale tra le due principali isole di Samoa. A quasi 17mila km da casa.

venerdì 13 dicembre 2013

Van Diemen's Land



Dopo aver circumnavigato i mari del Sud, toccando le coste della Nuova Guinea, delle Salomone, delle Figi, di Tonga e della Nuova Zelanda, 370 anni fa un navigatore olandese di nome Abel Tasman avvistò una costa che credeva appartenere al continente australiano e per questo ribattezzò quel lembo di terra Van Diemen's Land. Era un omaggio al governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali ma anche e soprattutto una topica clamorosa, che data la lontananza e la difficoltà di ritrovare la strada a quelle latitudini rimase tale per la bellezza 135 anni. Tanto ci volle, prima che un certo Matthew Flinders si accorgesse che quelle coste appartenevano in realtà a un'isola. Che a questo mondo non ci sià giustizia è testimoniato dal fatto che Tasman si vide intitolata tutta l'isola e da lì a cascata mezza fauna autoctona e pure Taz, il cartone della Warner Bros, mentre a Flinders toccarono un'autostrada nel Queensland, la stazione dei treni di Melbourne e una catena montuosa del Sud Australia. Non il massimo, per uno che di mestiere faceva il navigatore.



Hold me now, oh hold me now 
'Til this hour has gone around
And I'm gone on the rising tide
For to face Van Diemen's land 

It's a bitter pill I swallow here 

To be rent from one so dear 
We fought for justice and not for gain 
But the magistrate sent me away 

Now kings will rule and the poor will toil 
And tear their hands as they tear the soil 
But a day will come in this dawning age 
When an honest man sees an honest wage 

Hold me now, oh hold me now 
'til this hour has gone around 
And I'm gone on the rising tide 
For to face Van Diemen's land 



giovedì 14 novembre 2013

Working boy

Qualche tempo fa, ficcando il naso tra le carte dell'istituto nazionale di previdenza sociale, ho scoperto di avere un fondo pensione anoressico. Non che mi illudessi, ma fra una decina di datori di lavoro, una quindicina di anni di attività e tante di quelle tasse pagate da ricevere sempre rimborsi pari a una tredicesima, speravo in qualcosa di più di 9 mesi di contributi.
Pare che all'INPS risultino solo i versamenti fatti quando ero ancora vergine, nel '96.Oltre a bazzicare i corridoi della Lumsa e a raccontare in radio e sul Corriere le partite di Almas, Montespaccato e spesso pure Rebibbia, all'epoca arrotondavo facendo lo steward alla Fiera di Roma.
Il lavoro era semplice: bastava calzare le scarpe della cresima e indossare un vestito fatto su misura (detratto dai compensi, ça va sans dire) e rassegnarsi a trascorrere lunghissime giornate in piedi e a digiuno, in attesa che Steve Jobs o chi per lui risolvessero l'impasse con qualcosa di più interattivo di un walkie talkie..
L'unico modo per combattere la noia era dedicarsi ad uno sport nel quale da allora, modestamente, me la cavo alla grande: attaccare bottone con gli sconosciuti.
Se mi assegnavano al cancello su via Cristoforo Colombo potevo conoscere ricchissime nobili col barboncino che poi mi tempestavano di chiamate e mi invitavano alle loro cene eleganti ai Parioli per presentarmi il figlio chirurgo e l'amico dell'ex Scià di Persia. Coi quali - a sentire la contessa - avevo un sacco di cose in comune.
Se finivo sul retro, a via dell'Arcadia, capitava che mi ritrovassi a piegarmi dalle risate con un muratore rumeno. Salvo poi scoprire che per rispondere al mio istinto feticista avevo appena fregato la targhetta metallica della sua Dacia. E mentre ridevamo insieme ce l'avevo nel taschino.
Se invece dovevo tenere a bada il famigerato ingresso secondario di via dei Georgofili, potevo ripassare l'esame di Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di Massa o leggere il Paradiso degli Orchi in due giorni.
Il tempo non mancava, soprattutto se in assenza di qualche collega toccava coprire due turni, lavorando dalle 7 alle 23. A me in realtà successe solo una volta: tornai a casa a mezzanotte con due occhiaie e un sorriso così, perché con una botta sola avevo fatto 96mila lire. Abbastanza per una settimana in Guatemala.
La Gesman - la benemerita cui devo gli unici versamenti INPS della mia vita lavorativa - pagava 6 mila lire all'ora. Poco prima che arrivasse l'euro, non ai tempi del Quartetto Cetra.
C'ho ripensato stamane, quando ho avuto la conferma che domani lavorerò dalle 6 alle 14.30 per il programma italiano di radio SBS  e poi - come inviato allo stadio - dalle 17 alle 23 per quello inglese di SBS 3. Non siamo alle 16 ore di fila ma poco ci manca. 

mercoledì 4 settembre 2013

Viaggi di nozze

Avevo chiesto le ferie una decina di mesi fa, a costo di passare per quello che è attaccato al lavoro nella misura in cui la redazione è a 600 metri dai campi di Melbourne Park e il contratto gli consente di accumulare 2 settimane di vacanze a febbraio, 5 fra maggio e giugno e 3 a settembre. Le avevo chieste perché in qualità di causa primigenia mi toccava fare un salto in Italia per celebrare il matrimonio di due stranamorizzati appena prima dell'esilio. Millo e Sunnja si sarebbero giurati ammmore eterno nello stesso giardino nel quale lui aveva festeggiato i 18 anni, i cento giorni e la maturità. Sempre con me fra i piedi, essendo noi due nati a circa 24 ore di distanza ed essendo sopravvissuti alle lezioni di greco a circa 2 metri l'uno dall'altro.Visto che c'ero, avrei pure assistito al giorno in cui un sedicente architetto - dopo aver educato la futura consorte al mare e al viaggio ma non alla Roma - avrebbe messo fine a quattro decenni di celibato granitico a piedi nudi sulla spiaggia, copiando spudoratamente Ridge Forrester.
Invece niente.
Dato che la carne è debole, non ci sono più i sani valori di una volta e le americane non sanno resistere a chi indossa con nonchalance gli occhiali da sole fucsia, nel terzo millennio succede pure che si rimanga incinta con ampio anticipo sulla prima notte di luna di miele. Così, col Millino in arrivo, arrivederci sposalizio da celebrare. E arrivederci Casperia, Fregene e Islanda passando per Guangzhou, Pechino, Parigi, Londra e Stoccolma. Siccome però la faccia di tolla di richiedere le ferie l'avevo ormai sfoderata, si va lo stesso in aeroporto. Destinazione al di là del mar dei Coralli, isole Salomone. Così si risparmiano ore su ore e euri su euri di aerei, si pianta la terza bandiera melanesiana del 2013 e si evita di andare a trovare due cugini acquisiti (e i loro animaletti domestici) nella stagione delle piogge.
p.s. sì, le isole Salomone sono uno Stato indipendente, più o meno da quando sono nato io. Per l'esattezza sono un gruppo di mille isole di origine vulcanica situate tra le latitudini di 5°S e 13°S e le longitudini di 155°E e 169°E. Si chiamano così perché nel XVI secolo gli spagnoli che ci misero casualmente piede sulla strada tra il Messico e le Filippine trovarono parecchio oro. Lo stemma nazionale raffigura un coccodrillo e uno squalo perché ad oggi i metalli preziosi scarseggiano, ma di animali pericolosi ce ne sono quanti ne volete. Teatro di battaglie navali e aeree fra gli Alleati e i giapponesi durante la seconda guerra mondiale e di violenti scontri etnici fino a pochi anni fa, assieme a Timor Est e Papua Nuova Guinea compongono il cosiddetto arco di instabilità a nord dell'Australia. Il 6 febbraio scorso, mentre ero alle Figi, uno tsunami si è abbattuto sulle coste, provocando milioni di dollari di danni e una mezza dozzina di vittime. Fossi nei figiani mi gratterei convintamente.

domenica 7 luglio 2013

Roy Story

Sei anni fa di questi tempi mi domandavo dove avrei passato la notte e cosa ne sarebbe stato di me il giorno seguente. Oggi so che mi aspetta una coperta termica e una sveglia alle 5, e tutt'al più mi domando se è meglio guardare il Gran Premio, la finale di Wimbledon o la tappa del Tour.
Cioé, me lo domanderei se il televisore non mi avesse appena nascosto tutti i canali.
Un argomento sul quale in teoria dovrei essere pure ferrato...


giovedì 6 giugno 2013

Tropico del Cancro

Foto scattate nell'arco di 8 ore dalla partenza. Tanto è durata la pacchia, l'illusione che sarebbe stato bello...
Ermanno 'piuttosto che' Viola
Questa è una di quelle più difficili da spiegare. Non per i checcevaiafa' e checcestadavede' compensibili e giustificati come non mai, né per le contumelie mugugnate dai nostalgici dei rapporti all'antica, nei quali lui (io) lascia lei (la cangurotta pallida) fra le 7 e le 10 settimane ogni anno eventualmente per fare soldi, non per spenderli in visti e shisha. No, questa è ardua da argomentare per altri, invisibili, dettagli.
Come la temperatura media del periodo (38 gradi e due figure) o la presenza di un unico must in Oman-Iraq di calcio dopo che si salta a pie' pari il derby di Coppitalia, come la scelta di affittare di una Yaris quando tutt'attorno ci sono dune di sabbia (e comunque per dormirci dentro, se necessario) o soprattutto come l'accompagnarsi ad un attrezzo del genere >>>
quando si desiderano pace e silenzio.
La geniale idea di girare l'Oman in una macchina subcompact è sua.


mercoledì 1 maggio 2013

Un altro giro di giostra

La passionaccia è nata nell'85, ascoltando la favola del minorenne che vince Wimbledon a forza di Bum Bum. Quel colpo di fulmine m'è costato pacchi di pomeriggi estivi davanti al televisore con il volume al minimo e la luminosità al massimo. Tanto la vista me l'ero giocata molto prima di allora, e interpretare le immagini in negativo di Tele+ era l'unico modo per sbirciarlo mentre caracollava nel giardino di casa sua in attesa di farsela puntualmente sotto in finale. Col tempo ho maturato l'amara convinzione che fosse un idiota di prim'ordine (il poker, più della figlia nata da un rapporto orale sulle scale, ha cancellato ogni dubbio residuo), ma dopo quasi trent'anni provo ancora per Boris Becker una specie di devozione. Il mito è lì, nel pantheon degli intoccabili, assieme a Rinat Dasaev e Willy Fogg. Ad essere sinceri col tempo ha staccato la concorrenza, se è vero che a novembre scorso ho sganciato 72 dollari su ebay per togliermi lo sfizio di possedere finalmente quella sua Puma modello Super, e che a febbraio ne ho cacciati altri 193 quando è sbucata una racchetta identica alla prima, ma in condizioni migliori. Partecipando ad un'asta in piena notte e rilanciando sul prezzo dodici volte, mica una.
Però vado fiero del fatto che da parecchio ho smesso di indossare le sue maglietta FILA fantasia pioggia acida e di servire come faceva lui, colpi di tosse compresi. Il che non ha migliorato significativamente la mia percentuale di prime palle, ma mi ha reso molto meno ridicolo.
Insomma, quando nell' '88 misi piede al Foro e il programma sul centrale veniva aperto da Becker-Tulasne, non stavo nella pelle. Doveva essere una partita ampiamente alla nostra portata (non un Venezia-Roma, no, ma qualcosa tipo Roma-Samp sì) e infatti finì 7-6 6-4 per il francese. Per colpa della scuola dell'obbligo, fra l'altro, di quel match vidi solo la stretta di mano e l'uscita dal campo. Tra i fischi. Fu la prima e l'ultima volta in cui mi imbattei in Boris Becker dal vivo. L'anno scorso ho incrociato Tulasne e ho provato a rinfacciargli l'onta e a condividere il mio dramma giovanile. Lui non si ricordava neanche di averla vinta, quella partita.

Lasciando il Foro mi consolai con un poster Diadora di BB, che si affiancò a Rocky IV e resistette sulla parete anche quando si aggiunsero Senna, Voeller, Michael Jordan e il dream team di Velasco. Uno che s'è bevuto la storia del tiqui taca mazzoniano ante-litteram con Scarchilli, Cappioli e Statuto, quanto ci metteva a convincersi che Lendl, Edberg e Wilander gli allacciavano le scarpe, al suo preferito? Poi il vero vantaggio di crescere con Grobbelaar e Pascutti è che alle disgrazie sportive ci fai il callo da piccolo. Così quando Sampras gli lascia 5 giochi in 3 set nella finale del Foro basta ripetersi che quell'altro è giovane e che la terra è superficie per pallettari, e il gioco è fatto, entro certi limiti la cosa ti scivola addosso. Poi però, quando BB tolse il disturbo, riguadagnai sì i pomeriggi estivi, ma mi trovai a doverci metterci una toppa, sul buco. E mi vendetti al miglior offerente: Rafter per quella storia della doccia insieme, Kuerten perché brasiliano come Aldair quindi per forza lupacchiotto, Hewitt perché ogni volta che scrivevo di lui la Gazzetta dello Sport pubblicava il mio pezzo, Federer perché nonostante tutto non era brutto da vedere. Saltando di palliativo in palliativo, gli anni sono passati, Bum Bum si è riempito di botulino e per spirito di emulazione anch'io ci sto facendo un pensierino.* Però dai e dai uno tira le somme, come ho fatto stamane, realizzando che questa sarà la 25° volta al Foro. In vita mia ci sono più Internazionali di tennis che Natali in Italia, Capodanni in piazza o Ferragosti al mare. E ogni volta è diversa dalla precedente, se non altro per gli aeroporti nei quali mi tocca dormire. Stavolta Abu Dhabi, poteva andare peggio. Il mezzo giro del mondo 2013 prevede le seguenti tappe:

1/5 Melbourne-Kuala Lumpur (Air Asia, notte in aereo)
2/5 Kuala Lumpur-Colombo (Sri Lankan)
2/5 Colombo- Bahrain (Sri Lankan, notte a Manama - sperando che stavolta mi facciano entrare)
3/5 Bahrain-Abu Dhabi (Gulf Air, seguita da pernottamento sui sedili dell'aeroporto)
4/5 Abu Dhabi-Roma (Alitalia)
...
24/5 Roma-Abu Dhabi (Alitalia)
quindi, dopo una dozzina di giorni a zonzo per l'Oman...
5/6 Muscat-Abu Dhabi-Kuala Lumpur (Etihad)
6/6 Kuala Lumpur-Melbourne (AirAsia)

p.s. appuntamento giovedì sera a via Vetulonia.
p.p.s. vengo col bagaglio a mano, non vi aspettate Ugg boots..
scherzo

venerdì 5 aprile 2013

La città ideale

Keep clear’. In due parole si invita l’automobilista australiano a fare una scelta di campo forte: aspettare che la macchina che lo precede abbia superato completamente l’intersezione prima di occupare l’incrocio e alimentare l’ingorgo. L’intento è talmente nobile che non riesco mai a staccare gli occhi da quelle nove lettere pennellate sull’asfalto. E a distanza di anni continuo a commuovermi constatando ogni volta come quella semplice indicazione di buon senso venga rispettata da tutti pedissequamente, senza il beneficio dei mille commi della vita e - soprattutto - senza che dalle retrovie scattino all’unisono dieci clacson e venti bestemmie.
Anche l’australiano nella sua versione più macha, alternativa o ribelle, il tizio con muscoli e tatuataggi in abbondanza che non si separa mai dalla sua cassa di birra, rispetta con fedele devozione questa e le mille altre regole che lo Stato gli impone. Dall’obbligo del caschetto anche sulle piste ciclabili a quello delle cinture di sicurezza sui sedili posteriori, dal divieto di consumare alcol per strada a quello di parcheggiare sulle strisce, dal divieto di utilizzare il cellulare nelle stazioni di servizio (figuriamoci alla guida) a quello di fumare allo stadio. Dove, per la cronaca, sono vietati i fumogeni, nessuno conosce il nome dell’arbitro e ogni intemperanza viene punita con settemila dollari di multa. Al massimo dopo la terza VB caccia un rutto da escavatrice, ma per ora sulla faccenda il governo non ha messo bocca.
Certo, è più facile rispettare le regole imposte dall’alto quando lo fa anche il vicino, quando il sistema scolastico ha puntato sull’interiorizzazione del rispetto e del timore per l'autorità e meno (molto ma molto meno) sullo sviluppo della creatività e dello spirito critico. E in generale quando l’intero ingranaggio funziona, per cui ogni discussione tesa a togliere certezze che nella visione semplicistica della maggioranza contribuiscono ad assicurare un +3,4% del PIL nazionale anche in epoca di crisi globale, suona come un rigurgito rivoluzionario. 
Insomma, l’uovo dell’educazione civica nasce contemporaneamente alla gallina del rispetto dello Stato per i cittadini, in una specie di circolo virtuoso al quale forse mancano anima e analisi (è proprio necessario – dico io - che i motorini si mettano in coda, al semaforo, come tutte le altre auto e non possano zigzagare neanche un po’ per guadagnare qualche posizione sulla griglia di partenza?) ma che anestetizza i nativi e ipnotizza gli immigrati. 
Il risultato è un Paese talmente ligio al dovere da apparire narcotizzato, irregimentato e robotizzato. Ai nostri occhi, almeno. Un posto nel quale puoi star certo che nessuno risponderà ad un tuo sms durante l’orario di lavoro ma anche che un politico finirà sulla gogna se pagherà il taxi coi soldi pubblici, dove nessuno conosce le funzioni del procuratore generale o le pieghe della legge elettorale, ma dove il rispetto è il caposaldo delle relazioni lavorative e l'assenza del conflitto e la serenità – anche quella tutta anglo di facciata – lo sono di quelle sociali. 
Non è per la sua bellezza che Melbourne è stata eletta un paio d’anni fa ‘città più vivibile al mondo’. Ma perché la cosa peggiore che ti possa capitare è che ti rubino la bicicletta sotto casa, che ti ritrovi un ragno velenoso in cucina o che ti chiedano perché mai in Italia non si riesca a formare un governo.


(pubblicato su Leggo del 5/4/2013)

domenica 3 marzo 2013

Tropico del Capricorno

Avviso agli amici geologi: le specialità culinarie di Tanna sono i pipistrelli e a tavola ti offrono solo acqua piovana, quindi nel caso venite già mangiati. In compenso l'isoletta a sud di Vanuatu vanta l'unica cassetta della posta al mondo sistemata sulla cima di un cratere. Il che passerebbe in secondo piano, se il cratere non fosse quello del monte Yasur, uno dei vulcani più attivi più accessibili al mondo. Attivo nel senso che romba e tuona ogni cinque minuti. Accessibile nel senso che si può salire fino alla caldera e buttare lo sguardo nel cono. Se si riesce ad evitare il lapillo a 700 gradi centigradi che schizza all'altezza delle sopracciglia, si capisce perché James Cook localizzò l'isola nel 1774 e un certo John Frum ci atterrò 150 anni dopo. Venendo scambiato dalla popolazione locale per un profeta a metà strada fra Osho e Quelo. 

p.s. i figiani e i vanuatiani (?) sono fra i popoli più sereni, simpatici e accomodanti del pianeta. Nella mia esperienza sono anche gli unici che non abbiano mai sentito parlare di Silvio Berlusconi. Le due cose potrebbero essere correlate.