martedì 4 maggio 2021

May the force be with you

Il secondo capitolo della Trilogia della Polizia usci' nel 1998.  

Dopo due anni di costosi Trenta alla Lumsa, avevo fatto domanda per il passaggio alla Sapienza. La commissione chiamata ad analizzare il mio caso aveva riconosciuto che il Rettore non poteva respingere la mia richiesta. Quello che poteva fare, però, era fissare un tetto al numero di esami che l'Università mi avrebbe riconosciuto. Il Magnifico decise che non potevano essere più di 7 e stabilì anche che non avrei potuto sostenerne altri per un anno intero. Nel suo piccolissimo, la sentenza fece giurisprudenza: da quel momento, chiunque avesse cercato di salire in corsa sul carro di Scienze della Comunicazione per aggirare il vincolo del numero chiuso, forse sarebbe stato ammesso, ma si sarebbe impantanato nelle sabbie mobili accademiche. Un deterrente per chiunque avesse voluto seguire lo stesso iter e un palo tra le ruote del mio percorso di studi. Nella migliore delle ipotesi, mi sarei ritrovato a 23 anni e mezzo con 7 esami sullo statino e 3 giri di ritardo sulla tabella di marcia. 

Poi dice che uno finisce fuori corso.

Intanto il giornalismo ingranava. La Rotopress aveva pescato nel mucchio dei collaboratori che si accalcavano sugli apparecchi SIP per rimediare i risultati della terza categoria laziale e aveva scelto me. A 21 anni avevo firmato un contrattino part-time da 250mila lire al mese più le domeniche per un'agenzia stampa nata a Napoli specializzata nell'allattare e plasmare aspiranti reporter. Stavolta il drago si era presentato sotto le spoglie dell'Ordine dei Giornalisti. Il Presidente aveva il dente avvelenato contro la Rotopress (un amico di famiglia era tra i collaboratori esclusi) e aveva lanciato la sua fatwa: l'agenzia sfornava troppi pubblicisti, bisognava fermare quella catena di montaggio. E poco importava se il candidato in attesa del tesserino non fosse un occasionale che telefonava al bar di Sgurgola per sapere cosa avessero fatto gli Allievi, ma uno che firmava quotidianamente dei gran polpettoni e che finiva sulle testate nazionali. Cioè io. Non mi rimase che intentare causa e aspettare il nuovo millennio. 

All'alba del quale, ero ancora inchiodato a 7 esami. Ma almeno avevo il tesserino da pubblicista.

Sembrava la riproduzione in scala dello schema narrativo di Umberto Eco. Ero il Soggetto manipolato dal Destinante che deve dotarsi del saper fare realizzante e che agisce nel quadro semiotico con gli attanti, i dèbrayages e gli embrayages. Ero un connettore di isotopie che a ogni passo rischiava di finire in un tombino. E che passava un sacco di ore al computer. Anche per questo, una mattina di novembre 1998, mi svegliai con gli occhi in fiamme. Non riuscivo ad aprire le palpebre, tanto erano malmessi. Strizzandoli fino a lacrimare, presi l'A112 e guidai alla cieca fino all'oculista di fiducia in via Pineta Sacchetti. Quattordici km di puro istinto. Avevo la cornea bruciacchiata - disse il medico - e per un paio di settimane non avrei dovuto portare le lenti a contatto né lavorare al pc. Lo presi come un assist al bacio, e pochi giorni dopo salii su un volo Alitalia diretto a Tunisi. Assieme a 300mila lire e a Marco, un ex compagno della Lumsa, di stage a Il Tempo, di interrail in Spagna e di volontariato in Bosnia. 

Io tra le rovine di Dougga

Trascorremmo una notte a Tunisi, in attesa di tornarci per visitare il museo del Bardo e Cartagine, poi ci spingemmo verso i resti romani di Dougga, che esplorammo da soli esotto la pioggia. Da lì salimmo su un pulmino nel quale rimbombava la radiocronaca della finale della Champions League africana, finché arrivammo a tarda sera a Tozeur. Dove - per cominciare - scoprimmo che Franco Battiato s'era inventato quella storia dei treni. Perché i treni, a Tozeur, non ci sono. Anzi, passammo la notte proprio nel terminal dei bus, chiusi a chiave dentro, perché la stazione serrava le porte e noi preferimmo restare sottovuoto piuttosto che vagare per l'oasi in attesa dell'alba. Che fuori faceva pure freddo. Marco, quantomeno, dorme. Nell'androne non c'erano servizi e dopo il viaggio sul minivan la mia vescica stava esplodendo. Avevo bisogno disperato di un bagno, penai per ore domandandomi se non fosse il caso di farla sul pavimento, finche' non svuotai la bottiglia d'acqua e ci pisciai dentro. Centrando il collo, a differenza di quanto farò in futuro sui bus turchi e filippini.
Marco dorme nel terminal dei bus di Tozeur. Per terra la bottiglia da me riempita all'alba 

Sountata Tozeur (dove giocammo a calcio in 2 contro 11 e dove un ragazzo ci punto' in faccia un fucile per scherzo), puntammo verso la costa, tagliando il deserto da ovest a est e arrivando con le luci della sera a Gabes, la seconda citta' del Paese. Invece di dormire in stazione, stavolta ci rintanammo in un alberghetto dove, oltre a noi, c'erano sei ospiti. Cinque libici, venuti da Tripoli per vendere una partita di scarpe prodotte oltre confine, e una giovane tunisina arrivata dalla provincia in cerca di lavoro. Mariam ci invito' ad unirci a loro. Cosi' ci ritrovammo accalcati in otto nello stanzino convertito a sala della TV. I libici non spiccicavano una parola di inglese, ma erano elettrizzati all'idea di condividere lo sgabuzzino con degli stranieri e non ci staccavano quegli occhi espressivi di dosso. Tutti tranne il loro boss, il cui sguardo tradiva la voglia di scuoiarci vivi. Mariam faceva da tramite tra loro e noi, passando dall'arabo al francese. Marco, che il francese non lo parlava, pensava soprattutto a Mariam.

Foto di gruppo dopo una partita di calcio 2 contro 9 vinta in qualche modo

L'indomani, i libici proseguirono il giro di grossisti e negozianti per piazzare le scarpe sul mercato di Gabes, mentre noi partimmo per una gita verso sud. Mariam ci accompagno' nel piazzale dei bus locali, poi decise di salire a bordo con noi. Scoprirò solo dopo che - mentre io costruivo il ponte dell'amicizia tra Italia e Libia e scambiavo sguardi pieni di interesse umano e culturale con i rappresentanti di Tripoli - Marco la bombardava con sguardi spermatozoici. Mariam insomma si aggrego', e sul minibus tra Gabes e Matmata ci spiego' che quella verso la quale eravamo diretti era una regione abitata da gente con la mentalità arretrata. Anzi, proprio per questo, Mariam indosso' il velo e aggiunse che e' il caso che lei si presentasse come la nostra guida. Altrimenti, disse, rischiava di risultare complicato spiegare a quei vecchi reazionari del deserto cosa ci facesse una ragazza del posto assieme a due baldi stranieri.  

Oasi di Tozeur, Marco ed io a mollo con le mutande 

La destinazione era un villaggio berbero alle porte del Sahara famoso per l'architettura troglidita e perché le abitazioni scavate nella roccia erano state il set scelto da George Lucas per il primo film della saga di Guerre Stellari. Che poi di Star Wars conoscevo se possibile meglio la parodia e anzi gli ultimi episodi mi avevano o lasciato perplesso o fatto proprio dormire. Ma Matmata meritava a prescindere. Appena arrivati, ci dirigemmo pertanto verso l'hotel Sidi Idriss, location della scena in cui Luke Skywalker fa qualcosa con qualcuno. Ci venne incontro il titolare: il posto era chiuso. Meta' novembre era bassissima stagione e ne' l'hotel ne' il ristorante erano in funzione. Nonostante questo, essendo una proprieta' privata ma sostanzialmente all'aperto, era accessibile. Marco ed io facemmo due passi, interrogandoci su chi cacchio fosse Luke Skywalker, e intanto tirai fuori la Nikon D50, la mia prima reflex. Inaugurata pochi mesi prima in CentroAmerica e non ancora dotata di zoom causa ristrettezze.  

Marco e Mariem all'arrivo a Matmata

"Cosa fate nella vita?" ci aveva chiesto in mattinata Mariam. 

Io faccio fatica a definirmi giornalista adesso, a 25 anni di distanza dai primi articoli pubblicati e a 22 da quando finalmente il Giudice di Pace del Tribunale di Roma ha intimato all'Ordine dei Giornalisti di mollarmi sta benedetta tessera. Figuriamoci allora. Ma il modo in cui avevo messo da parte le 300 mila lire da travasare nell'economia tunisina era stato quello: scrivendo e parlando. Era sempre stata una passione, non era ancora una professione, certamente non era una carriera avviata, ma il giornalismo era senza meno un'attivita', il mezzo con il quale mi pagavo tutto, viaggi compresi. Marco, invece, che l'Universita' l'aveva quasi abbandonata, oltre a fare lo stagista al Tempo stava lanciando un sito web di ciclismo che dopo 23 anni dà ancora da mangiare a suo figlio. Insomma, rispondemmo in coro: "Diciamo i giornalisti". Con la specifica semanticamente fondamentale del facciamo invece del siamo. E con una serie di asterischi.


C'erano tutti gli ingredienti per la frittata. Quando il proprietario dell'hotel di Matmata chiese a Mariam cosa facesse in giro con due stranieri, Mariam balbetto'. Aveva escogitato la balla solo a metà. Inizialmente gli rispose che ci stava facendo da guida, ma lei era sprovvista di qualifiche. In pratica o stava togliendo il lavoro ai locali oppure stava mentendo, nascondendo una verità più scomoda. Tipo che intratteneva relazioni impure e promiscue con gli stranieri. La contraddizione venne fuori nel volgere di 30 secondi, quando lui le chiese spiegazioni. "Guida... sì...insomma... diciamo che li sto accompagnando perché sono amici" farfuglio' Mariam. 

L'uomo, che magari era retrogrado ma non tonto, passo' alla domanda di riserva. E l'esito fu peggiore. "Questi due tuoi amici cosa fanno nella vita?" le chiese. Il dialogo fu breve e in arabo e io ero fuori dalla portata delle onde sonore. In tutto ciò stavo misurando con attenzione l'inquadratura, perché nella reflex analogica c'era il rullino e la parete del cratere scavata con due porte e due finestre era un souvenir neanche troppo caro e meritava un frame solo, mica una raffica di scatti. Il momento in cui premetti il pulsante della D50 fu lo stesso nel quale Mariam rispose alla domanda del manager del Sidi Idriss. 

"I miei amici sono giornalisti" gli disse. 

Quel che segui' fu un urlaccio che non ebbe bisogno di traduzioni.

Mi girai. L'uomo si stava agitando con fare minaccioso. 

Mariam mi venne incontro. "Siamo nei guai - mi disse in francese - Il tizio sta chiamando la polizia".

Il plurale era d'obbligo, perché l'accusa era duplice. Lei era colpevole di essersi spacciata per guida turistica quando guida non era. Circostanza che poteva coprire qualcosa ancor piu' riprovevole, tipo la natura ambigua della nostra relazione. Io ero colpevole di aver scattato una foto in un posto nel quale i giornalisti non potevano scattare foto. 

"E perche'?' le chiesi ignaro.  

"E' un posto difficile. Qui la gente è di mentalità chiusa", rispose lei.

'E quindi?"

"Quindi siamo nei guai'. 


Al commissariato andammo a piedi, seguendo la piccola carovana guidata dal manager dell'hotel, da un suo dipendente e dall'ufficiale di polizia che era venuto ad analizzare la scena del crimine. Imboccammo un sentiero sterrato, camminando in silenzio. L'unica sequenza di rumori che si avverti' fu quella di un motorino che riavvolgeva il rullino fotografico seguito, seguito dal clangore attutito dello sportellino della reflex che prima si apri' per far uscire la pellicola incriminata e poi si richiuse dopo la sostituzione con un Kodak nuovo di zecca. Solo quando arrivammo in prossimità della stazione di polizia, Mariam mi rivolse la parola.

"Devi reggere il gioco. Gli ho detto che..."

"Sshhh"

"Tranquillo, il tizio non capisce il francese"

"E perche' me lo dici solo adesso?"

"Gli ho detto che ci siamo conosciuti quando ho scritto un annuncio su un giornale italiano. Che adesso sei venuto tu a trovare me e la mia famiglia e che prima o poi saro' io a venirti a trovare a Roma".

Mancavano una ventina di tessere per poter rendere il mosaico verosimile, ma non c'era tempo per aggiungere altri dettagli. Il commissariato era un blocco di cemento con le pareti grigie. Col sole a picco, l'interno era avvolto nella penombra. Il commissario era un omone sudato stretto in una camicia celeste, e non aveva nessuna intenzione di staccarsi dalla sua sedia. Mariam ed io venimmo invitati ad accomodarci di fronte alla sua scrivania. Alla nostra destra, il titolare del Sidi Idriss prese parola per primo, esponendo la sua versione dei fatti con toni sempre piu' accesi e accusatori, spalleggiato da un suo sodale testimone oculare del misfatto. Marco, che oltre a non parlare francese non parlava neanche arabo, prima si accomodo' su uno sgabello di legno appoggiato al muro alle nostre spalle. Poi, quando le cose si misero male, ando' direttamente ad ispezionare le celle per controllare che i letti fossero piu' comodi delle panche della stazione di Tozeur.

Sousse, due uomini col tradizionale tarboosh tunisino

La prima accusa era quella meno grave e quella nella quale ero personalmente meno coinvolto, ma era anche pure quella che ballava sul filo della contraddizione e che rischiava di farci passare i guai. Cosa ci faceva Mariam con noi? Si era spacciata per accompagnatrice turistica rubando il lavoro alle guide accreditate? Oppure eravamo stati noi due ad adescarla per evitare di inaggiarne una ufficiale? Eravamo forse tutti responsabili di crimini contro la morale pubblica? E se invece eravamo davvero amici, possiamo dimostrarlo? 

Per scoprire gli altarini, il commissario gioco' la carta dell'intervista doppia, dell'interrogatorio differito. Domanda a Mariam in arabo, risposta di Mariam in arabo. Domanda allo straniero in francese, risposta dello straniero in francese. Prima o poi qualcosa nella nostra ricostruzione non avrebbe quadrato e le gambe della bugia si sarebbero dimostrate rasoterra. Mariam gli racconto' che coltivava il sogno di visitare l'Europa, in particolare Roma, e che un anno prima aveva scritto una lettera su un quotidiano italiano alla ricerca di amici di penna. Fin qui la storia la sapevo, per cui me la cavai. Anzi allungai pure il brodo buttando lì un Corriere della Sera, della serie 'vamme a smentì'.

Un anziano venditore al mercato di Kairouan

I problemi spuntarono più avanti.  

Rispondendo alla domanda successiva, Mariam mi lancio' un'occhiata di traverso, e nella sua espressione allarmata lessi un: "Per favore, cerca di cogliere quello che sto dicendo. Perché poi tocca a te". Il commissario era entrato nello specifico del nostro rapporto, e le aveva chiesto i nomi dei suoi genitori. Del resto - stando al nostro racconto - se io ero ospite a casa sua nella cittadina di Sfax, lo dovevo come si chiamavano. No?  

No. Ovviamente no. Non che non lo sapevo come si chiamavano i genitori di Mariam. Fino a stamane non sapevo neanche che Mariam si chiamasse Mariam. 

Eppure in qualche modo me la cavai. 

Da un paio di anni, oltre a scrivere di Eccellenza e Promozione, ero entrato in un pool di cronisti che la domenica mattina raccontavano il calcio regionale attraverso le frequenze di una radio locale. Era un Tutto il calcio in miniatura, un'altra palestra professionale e di vita. Dovevi imparare a guardare, prendere appunti e parlare, avendo una visuale limitata della partita, non disponendo di nessuna strumentazione sofisticata e stando in piedi. Quelle esperienze avevano sicuramente allenato la parlantina, la capacita' di improvvisare e anche quella di sembrare in controllo della situazione quando in realta' capitava spesso che il gol te lo fossi completamente perso. Ovviamente non c'era nessuno schermo o nessun replay che ti potessero salvare. Se poi avevi la fortuna di raccontare un gol in diretta, dovevi sperare di aver riconosciuto subito l'autore della rete. Oppure dovevi trovare il modo di allungare il brodo finché non lo avevi individuato oppure dovevi stiracchire il racconto fino al punto che il nome del marcatore diventava un un dettaglio trascurabile. 

La grande moschea di Kairouan

Ne uscii cosi', annacquando. Fino a quando il commissario ne ebbe abbastanza dei racconti delle nostre lettere, dei nostri te' serali con gli amici libici, delle nostre gite fuori porta. Quel che l'ispettore voleva, a quel punto, era fornire un pasto abbastanza abbondante da placare la fame di vendetta del proprietario del Sidi Idriss.

"Ok, ok. Cosa fai nella vita?", mi chiese cambiando improvvisamente argomento.

"Dunque..."

Non era chiaro se il primo capo d'imputazione fosse stato archiviato. Ma eravano passati alla seconda accusa. La differenza, rispetto alla prima autodifesa, è che non avevo niente da nascondere. Anzi, dovevo provare qualcosa. Quindi non correvo il rischio di cadere in contraddizione, ma al massimo quello di non risultare credibile e convincente. L'aspetto della vicenda che faceva pendere l'ago della bilancia dalla parte dell'accusa, però, era che il manager del Sidi Idriss era smanioso di giustizia, di ottenere un risarcimento economico e morale o almeno di non passare per scemo. 

Per cui ogni volta in cui lo ritenne opportuno, interruppe, intevrenne, commento' alzando la voce e chiese al commissario di insistere, di incalzarmi, di contestare la mia versione dei fatti, di saperne di piu'. Col controcanto del proprietario dell'hotel, l'interrogatorio ando' avanti a lungo, molto a lungo. Talmente a lungo che il sole comincio' a scendere, il commissario accese l'abat-jour sulla scrivania e Marco si accomodo' direttamente in gattabuia, aspettando che lo raggiungessi da un momento all'altro. 


"Come ti sei pagato il viaggio in Tunisia? Che tipo di lavoro svolgi per l'agenzia stampa? Che contratto hai?" 

Il fatto che io avessi 22 anni aiuto' a perorare la mia causa. Il fatto che non avessi ancora il tesserino da giornalista - per una volta - anche. Centellinando e rilasciando gradualmente le prove a mio discarico, esibii la tessera CTS - la carta giovani per godere di sconti sui voli e nei musei e nella circostanza anche per avvalorare la tesi che "si', scrivo e lavoro per diventare giornalista, ma in primis sono uno studente". Tanto che - dimostrai - compilando il modulo per la richiesta del visto turistico per la Tunisia, alla voce professione avevo scritto STUDENTE a caratteri cubitali. Cosa che, anche alla luce di questa esperienza, continuerò a fare fino alle soglie dei 40 anni. 

Ammisi che era vero che mi ero finanziato il viaggio con soldi guadagnati come reporter, ma specificai che non ero in missione per lavoro, ma che ero in Tunisia per visitare la cara vecchia amica Mariam e i suoi genitori X e Y, che ci eravamo spinti fino a Matmata per turismo e che non avevo infranto nessuna norma consapevolmente, visto che il cartello che illustrava il divieto di scattare foto nel Sidi Idriss era scritto in arabo.

La palla stava lentamente rotolando nel mio campo, era giunto il momento dell'ultimo coup de théâtre.

Mentre il proprietario dell'hotel scalpitava e sbraitava, il commissario si allargo' il colletto della camicia grattandoci il capoccione e cercando di capire come uscirne.

Fu li' che dal cilindro estrassi il coniglietto.

L'anfiteatro romano di El-Jem

"Ovviamente chiedo scusa per aver infranto una legge - dissi - e ribadisco di non aver scattato la foto con intendo fraudolento. Ma se il problema è la foto in sé - aggiunsi - e se non bastano ne' le mie scuse ne' la mia garanzia che non intendo pubblicarla, non mi resta che fare una cosa... questa è la macchina fotografica. Riavvolgo il rullino e ve lo consegno".

Il commissario guardo' il manager e fece spallucce.

Senza neanche aspettare risposta, premetti il pulsante del riavvolgimento automatico. Quindi, mentre l'inviperito titolare del Sidi Idriss si agitava, sistemai il rullino sulla scrivania. 

Quello vuoto, quello inserito nella Nikon D50 lungo strada verso il commissariato. 

Viceversa quello con la foto scattata sul set del IV episodio di StarWars era al riparo nella borsa da un pezzo. 

Un paio d'ore dopo, un minibus ci scarico' nella piazza centrale di Gabes. 

Tramonto a Monastir

Avevamo freddo e fame e di Matmata avevamo visto solo un'abitazione troglodita e una stazione di polizia, ma avevamo una storiella da raccontare ai libici, un paio dei quali ci stavano aspettando all'ingresso dell'alberghetto con un sorriso largo così. Avevano venduto tutte le scarpe ed erano pieni di contanti da riportare a casa. Uno di loro stava sfogliando un giornale locale e dato che mentre me la facevo sotto nel terminal dei bus di Tozeur si era disputata la decima giornata di campionato, gli chiedemmo se il quotidiano riportasse anche i risultati della Serie A. La risposta ero no, ma perché quello era il giornale del giorno prima. 

Il piu' simpatico del gruppo libico, pero', contentissimo di poterci tornare utile e ancora su di giri per il malloppo di dinari tunisini che il gruppo si era procurato, si offri' volontario per andare in edicola a comprare il giornale di oggi. Nell'attesa, noi salimmo al piano superiore a farci una doccia. Ovviamente fredda e nel bagno in comune.

Quando ci rivedemmo nella hall, il libico simpatico ci porse il quotidiano, gia' aperto alla pagina dello sport. I nomi delle squadre italiane erano scritti in arabo, cosi' chiedemmo un interprete. 

"Bari-Milan 0-0, Empoli-Cagliari 2-1, Inter-Sampdoria 3-0..."

Mentre inziammo la lettura di gruppo, avvertimmo una concitazione crescente alle nostre spalle. Ai libici si aggrego' il boss. E il tizio, appena piu' attempato degli altri ma infinitamente meno contento di avere a che fare con noi, caccio' un urlo belluino. Era la prima volta che sentivamo la sua voce. Gli altri gli andarono appresso. Erano grida terrificanti. 

Marco ed io ci guardammo.

Cosa li facesse uscire di senno e contro chi fosse diretta questa rabbia era incomprensibile. La scena era raggelante. Tutti gridavano. Il boss prese per la collottola il libico buono, quello che era andato a prendere il giornale. Un altro tiro' un cazzotto contro il muro. 

Marco ed io ci guardiamo. 

L'impressione era che il prossimo pugno potesse essere diretto a noi.

"Hanno perso i soldi" ci sussurro' l'unico dipendente dell'alberghetto. 'Tutti i soldi". 

Mentre acquistava il giornale per noi, il libico buono aveva smarrito il ricavato della vendita delle scarpe del gruppo. Una mazzetta di dinari spessa 20 centimetri che aveva portato con se'. In pratica la copertura dell'investimento iniziale più i costi della trasferta, più il guadagno della loro azienda, più lo stipendio di loro cinque chissà per quante settimane. Una disattenzione gravissima, drammatica, il cui primo responsabile era il ragazzo che l'aveva commessa. E poi, in secondo luogo, quelli a causa dei quali era uscito di corsa dall'alberghetto portando con se' tutti i soldi. Cioè noi. Il ragazzo della reception ci fece cenno di allontanarci per non contribuire ad esarcerbare i loro animi e per non rischiare di diventare noi i destinatari della loro rabbia. Non ce lo facemmo ripetere due volte. Mentre là sotto nella hall proseguiva la guerra civile, noi due salimmo in camera e ci chiudemmo dentro. Al buio e ancora a digiuno. 

Finché, una decina di minuti dopo, bussarono alla porta.

"Fingiamoci morti" dissi.     

Dormivamo in un locale riadattato sul tetto, uno stanzone chiuso da un'enorme vetrata opaca. Illuminate dalla luce alla loro spalle, potevamo vedere tre sagome davanti alla porta.

"Se apriamo ci ammazzano"

"Si', ma se non apriamo ci ammazzano lo stesso"

C'era poco da fare, se non consegnarci. Quella giornata era nata male e stava finendo peggio.

Aprii la porta, tremando. 

Davanti ai tre c'era il libico buono. Aveva la testa bassa e gli occhi gonfi. Era difficile dire se per le lacrime versate o per le botte prese. In un attimo capii che non aveva intenzioni malvagie, ma riuscii comunque a sorprendermi.

"Scusa", mi disse.

"In che senso?"

"Mi dispiace se vi abbiamo spaventato. Non volevamo.Vi chiediamo scusa".

Mi tremarono le gambe. Quei ragazzi avevano perso tutto, e le conseguenze per loro e le loro famiglie erano inimmaginabili. Anche se Marco ed io non eravamo colpevoli, avevamo in qualche modo contribuito all'accaduto, anche solo marginalmente. In un altro mondo, qualcuno avrebbe pensato di scaricare su di noi la responsabilita' del fattaccio. A loro non solo non era passato neanche per l'anticamera del cervello di rifarsi su di noi, ma si erano preoccupati per lo spavento che ci avevano causato. L'ultimissimo dei problemi che si sarebbero trovati ad affrontare.

Un'indimenticabile lezione di umanita', uno schiaffo morale e uno smacco. Un bellissimo smacco. 

"Accettate le nostre scuse, per favore. Scendete giu'. Vi aspettiamo per prendere un te' e per guardare la TV insieme" ci dissero.

Richiusi la porta e guardai Marco. "Magari e' una trappola per derubarci mentre siamo giu'".

Era una battuta. Non solo non lo avrebbero fatto, ma anzi l'indomani ci saremmo salutati da vecchi amici, non prima di aver scattato una foto di gruppo. 

E non prima che Mariam e Marco si fossero scambiati un bacio in gran segreto.  


domenica 12 luglio 2020

Arresto sull'Orient Express

La mia è stata un'adolescenza felice, itinerante e movimentata. Scandita da girotondi, giochi di ruolo e team building activities. Ho trascorso estati e capodanni all'estero, primavere e autunni in giro per l'Italia, sempre in compagnia di sbarbatelli come me. Al massimo coordinati da ventenni appena meno sbarbatelli di noi. Grazie a quella benemerita costola dell'Unesco che è il CISV ho visto un sacco di posti e ho incrociato un mucchio di bella gente, ho saltato le tombolate natalizie e ho imparato a memoria le canzoni di John Denver e di James Taylor. E ho scoperto che un decennio di studio dell'inglese non era servito a niente


L'organizzazione promuoveva la pace e la fratellanza attraverso lo sviluppo della coscienza di sé, la comprensione e il rispetto delle differenze e il dialogo interculturale. In pratica dispensava dosi omeopatiche di relativismo culturale e si proponeva di formare cittadini globali senza le cornici ideologiche dello scoutismo o della gioventù comunista. Bello, eh. Tanto più che - oltre alla politica e alla religione - il manifesto del CISV bandiva anche l'alcol e le droghe. Quindi insegnava che ci si può divertire tranquillamente senza. E siccome tra le regole non scritte c'era pure una certa morigeratezza, stimolava dialoghi serali sui massimi sistemi e contribuiva a far instaurare rapporti intimi e platonici. Talmente puritani che ho imparato a tenere a bada gli ormoni e a sublimare le pulsioni, a fare massaggi da pro e a convivere con la castità con grande dignità. Insomma, è colpa del CISV se sono arrivato a 20 anni pieno di ideali e di amici sparsi per il globo, ma incapace di accendere un fuoco. 
E - soprattutto - vergine.


Il tutto con la regia occulta dei miei. 
Mamma e papà spiccicavano giusto l'italiano, ma mi avevano fatto studiare una lingua straniera a 4 anni e un'altra a 10. Erano sempre andati in vacanza a Ischia, eppure avevano pensato di marchiarmi alla nascita con l'antivaiolosa (narra la leggenda che si guardarono e dissero: "metti che da grande fa l'esploratore?"). 
Erano stati al massimo a Vienna, ma avevano avuto l'intuizione di lasciarmi a piede libero per il mondo quando non avevo neanche i peli sotto le ascelle. Non pienamente consapevoli dei pro e dei contro, va detto.


Come quando a 13 anni mi avevano fatto passare una febbre a 40 con i metodi della nonna, seppellendomi sotto quattro coperte di lana per farmi sudare anche le ossa, poi spedendomi sotto la doccia fredda e da lì direttamente su un aereo per il Belgio, dove mi ero ritrovato solo soletto in un Paese con una reputazione ambigua in merito al trattamento dei miei coetanei. Per di più con in mano un indirizzo sbagliato. Ne ero tornato dopo aver dato il mio primo bacio, ma poteva andare peggio.
Due anni prima, era il 1987, i miei avevano messo lo zampino sulla mia prima uscita dai confini nazionali. Una gita traumatica, cominciata con una bufala raccontata da mio padre al doganiere di Villa Opicina per non denunciare la busta piena di dinari jugoslavi nascosta sotto il sedile della Renault 18. E proseguita in un casermone di Fiume che spacciavano per hotel a quattro stelle ma puzzava ancora di cortina di ferro. Mi sentii a disagio durante tutto il percorso tra Postumia e Portorose, dopodiché di grotte non ne volli più vedere.



Quella vacanzina famigliare in Jugoslavia aveva plasmato un potenziale pantofolaio con la comfort zone di un nazista dell'Illinois. Negli anni a venire, invece, la terapia d'urto del CISV mi trasformò in un habitué di campeggi e mulini abbandonati, scuole chiuse e divani altrui. 
Tra i 12 e i 18 anni ne frequentai un mucchio, da Bruxelles a Roskilde, da Chattanooga a Dallas, da Villa del Prado a Loon Op Zand. Da Ottawa a Nazzano Romano. In 6 anni massaggiai un sacco di schiene e versai una quantità di lacrime che neanche la Madonnina di Civitavecchia. 
Ma viaggiare era un'altra cosa.


Dopo la maturità, disegnai perciò un inter-rail come si deve - un mese zaino in spalla assieme a cinque compagni di scuola. Tra beghe interne alla classe e personalita' disturbate, organizzarlo non fu una passeggiata. Come se non bastasse, a poche ore della partenza ricevetti anche una raccomandata con la convocazione militare. Mi si chiedeva di presentarmi per un'ulteriore visita medica da lì a due settimane, nel bel mezzo del giro dell'Europa dell'Est. 
Aggirai la chiamata della Patria nell'unico modo possibile: telefonando al comando centrale e dichiarando il falso, cioe' che ero stato esonerato dall'obbligo di leva. 
"Ma e' proprio sicuro? A noi non risulta" 
"Come no... la comunicazione ce l'ho qui con me!"
Per fortuna l'esonero si materializzò davvero per allergia (ce credo...mi lasci dieci minuti da solo in una stanzetta della Cecchignola dopo avermi fatto le prove allergometriche... come minimo mi aro gli avambracci con le unghie e quando rientri sembrano dei Calippi alla Coca Cola ndr) e io non finii i miei giorni nel carcere militare di Gaeta. 


Poche ore dopo ero finalmente a Termini, ma quello fu l'antipasto di un mese di guai cercati e schivati. Perché quello sì che fu un viaggio e quello sì che mi fece scoprire la passione per quella dimensione caotica, creativa e costruttiva, cambiando per sempre gusti, prospettive e priorità. 
Il caso volle che anche lì fossero determinanti un poliziotto di dogana e dei dinari jugoslavi. 
Perché nell'estate del 1995 la Jugoslavia non era il posto più tranquillo del mondo.


Le prime tre settimane di quell'inter-rail furono di corsa e di stenti, splendide e stancanti, con più notti sui treni che in ostelli, più pasti saltati che birre. Eravamo stati a Vienna e Praga, Berlino e Budapest, poi in Polonia e Romania, quindi di nuovo in Ungheria, da dove avremmo puntato verso Istanbul prima di rientrare in Italia via Grecia. A fine luglio arrivammo a Siofok e ci sistemammo in un residence sul lago Balaton, dove per sette giorni riempimmo finalmente la pancia con chili di spaghetti al sugo. 
Fu lì che scoprimmo che il Budapest-Istanbul non sarebbe passato per la Romania, ma avrebbe tagliato da nord a sud quella regione della Jugoslavia che persino noi - figli degli anni Settanta - avevamo imparato a chiamare Serbia. Ci interrogammo e decidemmo. "Cosa vuoi mai che ci succeda?". 
Solo Manù rifiutò e andò avanti, prese la palla al balzo e tornò in Italia senza salire su quel treno con a bordo pochi autoctoni, un paio di coppie francesi e spagnole e i cinque freschi diplomati del liceo ginnasio statale Ennio Quirino Visconti: Nesco, Mefi, Millo, Neni ed io.  
Fu Manù ad immortalare noi cinque alla partenza sull'erede sfigato dell'Orient Express, che lasciò Budapest alle 2 di pomeriggio di sabato 5 agosto 1995 e che 30 ore dopo sarebbe arrivato sul Bosforo.


Dopo un'oretta nella pianura magiara arrivammo al confine serbo-ungherese tra Szeged e Subotica, dove la polizia di frontiera fece scendere i pochi stranieri sul convoglio. 
Tutti, tranne noi.
Noi cinque potevamo restare sul treno perché, a detta delle guardie, "Serbia e Italia erano in buoni rapporti". Il che suonava un po' come dire che si era pappa e ciccia con Gheddafi all'indomani di Lockerbie o che si era amici di Osama bin Laden e famiglia dopo l'11 settembre. 
Non ne andammo fieri. 
La minoranza serba si era costruita nell'ultimo lustro una nomea pessima, accompagnata da personaggi - Milosevic, Karadzic, Mladic - che evocavano immagini di milizie paramilitari e pulizie etniche, il bombardamento di Dubrovnik e l'assedio di Sarajevo. Non si sapeva ancora nulla del massacro di Srebrenica, ma era proprio in quei giorni che si consumava il peggior genocidio visto sul suolo europeo dalla fine della seconda guerra mondiale.


La comunità internazionale sapeva bene che la direzione delle operazioni era in mano alla Serbia di Milosevic (come anni dopo sarà Mosca ad armare la resistenza del Donbass contro l'Ucraina), ma a sporcarsi le mani contro i bosgnacchi erano le milizie serbo-bosniache di stanza a Pale prima e a Banja Luka poi, cioè in quella porzione del territorio bosniaco abitato in maggioranza dai serbo-ortodossi. Ufficialmente Belgrado non era in guerra, per cui l'ONU, la NATO e l'Unione Europea erano impossibilitati ad interferire nelle questioni interne della Bosnia. La disgregazione del blocco sovietico era fresca, e impelagarsi di nuovo nella melma dell'autodeterminazione dei popoli significava ficcare il naso nella tana dell'orso russo. Col quale tra l'altro la Serbia aveva sempre avuto un rapporto speciale.


L'unica carta buona nel mazzo occidentale era quella economica. Bisognava toccare Belgrado nel portafoglio, mettere la Repubblica Serba sotto embargo, escludendola dai traffici commerciali e dai trattati di libera circolazione, cercando così di prosciugare i rifornimenti e di fiaccare il popolo fino a minare le basi del consenso di cui godevano i guerrafondai che lo guidavano. 
In attesa che scarseggiassero le munizioni, però, la guerra in Bosnia andava avanti. E nell'immediato le conseguenze di quell'embargo ci riguardavano piu' da vicino di quanto credessimo. L'Inter Rail non prevedeva la copertura della rete ferroviaria dell'ex Jugoslavia, il dinaro jugoslavo non era né quotato né scambiato sui mercati internazionali e noi cinque stavamo andando dritti contro una montagna di merda
Restare su quel treno significava sì liberarsi del problema di raggiungere Istanbul, ma anche crearsi una mezza dozzina di altri problemi. Tipo come raggiungere Istanbul senza infrangere leggi di un Paese col grilletto facile e nel quale vigeva una sorta di legge marziale.


Un Paese nel quale, prima ancora di entrare, il nostro scompartimento era stato preso d'assalto da tre famiglie, che senza essere state invitate avevano incastrato le loro bustone di tela sotto i sedili e sopra le cappelliere. Contrabbandavano in Serbia prodotti ungheresi che non avevano intenzione di denunciare, e sapevano che nel nostro scompartimento i controlli dei bagagli sarebbero stati più blandi. 
"Biglietti, prego". Appena il treno, ripartito da Subotica, si era lanciato nella campagna della Vojvodina, un controllore bussò alla nostra porta. La zazzera grigia, il volto ampio e bonario, gli occhi giovani, invitavano a stabilire un dialogo. 
Noi cinque, ultimi e unici stranieri a bordo, gli passammo i nostri Inter-Rail, sperando che potesse bastare darsi di gomito citando Boban e Savicevic per uscirne indenni. 
Lui li prese e sparì, per poi tornare una seconda volta, buttando nella mischia un altro Boban alternato ad un altro Savicevic in mezzo a qualche frase smozzicata di inglese. 
Quando si affacciò per la terza volta, accompagnato da un collega, il controllore bonario aveva cambiato espressione. 
"Ticket no good" disse. 
Fu lì che capimmo che Boban e Savicevic non ci avrebbero salvati dalla montagna di merda. 

 

"You must pay" furono le parole che i due controllori misero insieme a fatica. 
Ci guardammo. 
"Quant'è?" biascicammo, sperando che trapelasse la nostra voglia di mediare. 
I due ci lasciarono da soli, per poi tornare con i rinforzi, sedersi nel nostro scompartimento con carta, penna e calamaio e cominciare a fare i conti. 
Durò tanto. 
Alla fine, uno dei tre esclamò "810 dinari". Che era un po' come dire "Mille patacones". 
Il dinaro non aveva nessuno codice ISO, non era reperibile in nessuna banca estera ed era valido solo entro i confini serbi. Ma anche lì l'iperinflazione lo aveva reso carta straccia: quel che il primo gennaio del '93 valeva 1 dinaro, il primo gennaio del '94 costava un miliardo di dinari. 
Qualsiasi valuta estera, in confronto, era oro.
"Il dinaro vale come il marco tedesco - sibilò un controllore, togliendoci ogni dubbio circa le sue intenzioni - quindi sono 810 marchi". 

Non avevamo neanche marchi tedeschi, ma sapevamo che ci sarebbero serviti quasi 600 dollari americani. Che diviso 5 faceva una botta fuori dalla nostra portata. 
Per sovvenzionare quel viaggio avevo raschiato il fondo del mio salvadanaio, sborsato 300 mila lire per il rail pass e attinto a tutto quello che avevo per girare un mese con un budget giornaliero di una trentina di dollari e senza scialuppe di salvataggio - carte, travel cheques o altro. 
I pochi dollari che mi restavano in tasca mi servivano per sopravvivere tre notti ad Istanbul e ad altre 3 di viaggio per raggiungere la Sicilia, dove mi avrebbero raccattato i miei. 
Alla cifra richiesta arrivavo a malapena. Idem gli altri. Svuotando le tasche di tutti e cinque arrivavamo a stento a pagare quella somma. 
La frustrazione per il raggiro e la sensazione di impotenza per la situazione erano in parte mitigate, in parte esacerbate, dalla rabbia per il sopruso. Oltre al pensiero di quel che avremmo potuto fare nell'ultima settimana di viaggio senza un soldo in tasca.

Chiedemmo tempo per fare i conti e per recuperare il denaro, ma anche per capire quali fossero le alternative. Speravamo che i controllori si mettessero una mano sul cuore, rendendosi conto che stavano cercando di approfittarsi di cinque adolescenti. E che si mettessero l'anima in pace perché noi quei soldi non ce li avevamo davvero. Il tempo, speravamo, giocava a nostro vantaggio. 
Nei fatti, invece, più passavano i minuti più diventavamo vulnerabili. Più il treno si infilava nella notte dei Balcani più l'atmosfera a bordo si faceva densa. 
Da densa a cupa e da cupa a drammatica fu un attimo. 
Bastò che uno dei controllori perdesse la pazienza e facesse fermare il treno nella pianura a nord di Novi Sad. "O pagate, o scendete" ci intimò.

Dal momento in cui i controllori ci avevano lasciati soli, infatti, il nostro scompartimento era diventato un suq. Mentre noi scandagliavamo gli zaini alla ricerca di spicci e il cervello a caccia di idee, gli altri passeggeri avevano annusato il problema e subodorato l'affare. Con la scusa di venire a controllare le buste di tela nascoste sotto le nostre chiappe, alcuni ragazzi serbi erano stati messi al corrente della situazione. E sapendo che 800 dinari non valevano né 800 marchi né 80 marchi, avevano preso a volteggiare su di noi come stormi di uccelli neri. 
Noi avevamo qualcosa che faceva loro gola, e loro avevano qualcosa che a noi poteva servire parecchio. I dinari. 
I controllori forse non avevano capito che per noi lo sconto non era uno sfizio ma una necessità, ma certamente avevano intuito che l'affare poteva sfuggir loro di mano. Il poliziotto cattivo, pertanto, s'era preso la briga di fermare la corsa del treno, intimandoci il pagamento immediato. Poi, non contento, ci aveva obbligato a seguirlo in un'altra carrozza. Lontano dai potenziali avvoltoi.

"In qualche modo dobbiamo pagare" ci dicemmo. 
Avevamo trasferito armi e bagagli in un'altra carrozza e avevamo racimolato tutto il malloppo a nostra disposizione. Mentre aspettavamo che si presentassero per riscuotere, Nesco - che aveva i soldi in custodia - si rese conto che nel primo scompartimento aveva lasciato un libro. Per cui, in attesa del redde rationem coi controllori, si incamminò sui suoi passi. Rientrato nella cabina e ripreso possesso del suo Stephen King, finì però in pasto agli avvoltoi. 
Due ragazzi serbi lo trascinarono in bagno, dove - con le buone ma non troppo - lo convinsero a cambiare i soldi alla metà del tasso proposto dai controllori. 
810 dinari al prezzo di 400 marchi, ovvero 280 dollari. 
In nero, of course
E se dei ragazzi serbi erano pronti a sfruttare un'occasione capitata loro per puro caso ed erano disposti a correre il rischio per un tasso di cambio del genere, significava che l'affare che i controllori si erano apparecchiati era molto, ma molto, ma molto, favorevole. 


"Datemi i soldi" disse quello cattivo, quando finalmente venne da noi a riscuotere, senza ulteriori indugi, accompagnato dagli altri due controllori. Con lo sguardo duro e dritto su di noi, l'uomo allungò e allargò la mano, aspettando di vedersela riempita di biglietti verdi. 
Quando abbassò gli occhi, invece, vide 810 dinari. 
"E questi?" chiese. 
Cincischiammo qualcosa. 
"Sono i dinari che ci avete chiesto" dissi "810". 

Delle decine di migliaia di conversazioni di una vita, la maggior parte sparisce, inghiottita dal Nulla. Di altre si conservano memorie fumose. Di altre ancora ricordi sufficientemente nitidi. 
Ma raramente si ricorda davvero tutto - espressione, tono e ogni singola parola utilizzata. 
Di quel momento invece ho scolpita ogni vibrazione. Perché ormai attorno al treno era buio. Perché le parole usate furono solo tre. Perché presero la rincorsa. Perché furono pronunciate in linguamadre, ma non richiesero la traduzione. 
Guardandoci con il fuoco nelle vene degli occhi, il controllore le scandì una ad una.
"полиција, милиција, београд"

Politsia. Militsia. Beograd

'Non siamo stati abbastanza bravi a farvi cacare sotto? Vediamo se  ci riescono degli energumeni in tenuta mimetica, armati fino ai denti, che pasteggiano a spiedini di bosniaci. Vediamo se fate i paraculetti anche con con loro. Vediamo se oltre a farvi pagare il passaggio sul treno alle nostre condizioni non ci prendiamo anche la soddisfazione di spillarvi il supplemento per il raggiro, per aver osato cambiare denaro in nero a casa nostra e sotto il nostro naso. Mocciosi del cazzo'. 
Alle nostre orecchie, quelle tre parole suonarono cosi'. E la reazione fu inconsulta. 
Neni si scagliò contro Nesco, Mefi invocò la luna - mugugnando che Leopardi aveva ragione quando accusava quella vecchia bagascia di restare imperturbabile di fronte alle miserie umane - Millo disse che in lontananza vedeva le deflagrazioni, le esplosioni, i segni della guerra. E pianse. Io no. 
Me la facevo sotto, ma mi appoggiai a quel momento. Così come avevo fatto a Praga alla ricerca di un veterinario, così come da lì in poi avrei fatto leva sugli imprevisti per trarne linfa. Ci guardai da fuori, dall'alto, e vidi un libro game, un action movie, una partita a scacchi. Con la differenza che a scacchi non ho mai imparato a giocare.

Politsia. Militsia. Beograd

Quelle tre parole hanno cambiato un sacco di destini, non solo il mio. Ognuno dei componenti del gruppo reagi' in maniera diversa: c'e' chi chiuse lo zaino solo pe viaggi soft, chi si converti' alle gite fuori porta, chi si consacrò a forme di volontariato organizzato e chi divenne olimpionico di vestaglie felpate. Su di me, quell'Inter Rail ebbe invece l'effetto della fionda gravitazionale. E tutto maturò su quel treno tra Budapest e Istanbul, mentre cominciavo a prendere coscienza di quella sensazione nuova, nella quale si mescolavano preoccupazione e paura, impotenza e isteria, angoscia e adrenalina. 
Salendo su quel treno avevamo commesso un'imprudenza, per rimediare alla quale avevamo proprio fatto una cazzata, ma avevamo anche l'occasione di entrare nel ventre d'Europa, scontrandoci con le condizioni oggettive e soggettive della Storia.
Come avrebbe detto il nostro professore di filosofia. 

Non che non vedessi le possibili conseguenze, anzi. Ma - almeno finché non ci avessero puntato un fucile alla tempia - quella situazione ci offriva in fondo l'opportunità di respirare lo zeitgeist, lo spirito dei nostri tempi, sedendo in prima fila con vista sul mondo. Era come avere la possibilità di metter piede in Albania mentre la Vlora attraccava a Bari con ventimila persone a bordo. Era un'occasione unica di osservare le dinamiche che si generavano dall'altra parte del racconto, dove la Storia stava avvenendo. Bisognava solo trovare il modo di godersi l'esperienza, magari cogliendone gli aspetti tragicomici senza farsi sopraffare da quelli drammatici. Fino a scoprirsi a proprio agio anche nel pantano.

Politsia. Militsia. Beograd


Il fucile spuntò davvero. 
Sferragliando pigramente sui ponti che tagliavano il Danubio e la Sava, il treno cominciò la discesa agli inferi e si fermò nella vetusta stazione di Belgrado. Erano le 22.30, e dalla partenza da Budapest Keleti, 350km più a nord, erano passate otto ore e mezza. 
Ad attenderci sulla banchina c'erano gli uomini della Militsia serba. 
Prendemmo gli zaini e scendemmo. E mentre scendevamo pensai. 
Cosa sarebbe potuto accadere? 
"La Serbia e l'Italia sono in buoni rapporti" ci avevano detto alla frontiera. Più di Boban - che poi è croato - e Savicevic, c'entravano gli equilibri geopolitici, magari la compravendita di armi. Ma se c'era un briciolo di verità in quelle parole, allora non conveniva a nessuno ammanettarci, torturarci e darci in pasto a qualche tigrotto stile Arkan. Eravamo dei diciannovenni squattrinati e inermi, appena usciti dal liceo classico più antico di Roma. Se ci avessero torto un capello, tempo un grado di separazione e la storia sarebbe finita sulla RAI e poi a Montecitorio con sufficiente fragore e indignazione da rovinarlo, quel rapporto tra Italia e Serbia. 
Ammesso che fosse davvero buono. 

Politsia. Militsia. Beograd

Quella era la prima discriminante. 
La seconda componente che giocava a nostro favore - e che in futuro, quando nei guai ci sarei finito puntualmente da solo, mi sarebbe mancata - è che eravamo cinque. Non ne sapevo nulla di diplomazia, ma avevo l'impressione che l'arresto e l'incriminazione di cinque giovani scavallava oltre il confine della punizione esemplare per una ragazzata e sconfinava nel campo del caso diplomatico
Anche lì, impossibile sapere quanto ne fossero consapevoli i poliziotti, i militari e i controllori. Ne' quanto eventualmente gliene fregasse.


E poi c'era la componente umana. Quel gigantesco schifo che i Balcani stavano vivendo da 3 anni aveva ispessito la pellaccia di quelle persone? Le aveva desensibilizzate? Oppure ne aveva alimentato il rigetto per le ingiustizie? 
L'impunità garantita dalla divisa, l'assuefazione al veleno e la sindrome di accerchiamento li avevano deresponsabilizzati fino a trasformarli in aguzzini anonimi? Volevano sfogare la fame di brutalita' gratuita seviziando un canarino o si accontentavano di giocare al gatto con il topo? 
Non riuscivo a staccare gli occhi dai volti di quegli uomini. 
Cosa gli passava per la testa? 
Avidità, certo. Onore ferito, anche. Ma poi?
C'era rabbia, cattiveria, orgoglio patrio, fedeltà ai principi, voglia di vendetta o cosa? 


Della stazione di Belgrado non vidi altro che l'insegna al neon e quelle facce in divisa. 
Tanto che 13 anni dopo, alla fine del giro del mondo, volli tornarci per ricostruire la scena, della quale avevo osservato i particolari ma non avevo presente la scenografia.
Guardavo gli occhi e le labbra. Mi persi tutto, ma colsi il momento in cui tra i falchi e le colombe furono quest'ultime a prendere il sopravvento. Fu un minuto prima che il treno ripartisse verso sud. 
Non saprò mai cosa si siano detti. 
Probabilmente soppesarono i costi e i benefici di quella situazione e alla fine decisero che c'erano modi migliori per intascare il bottino senza rischiare di sporcarsi le mani e di rovinare ulteriormente l'immagine e i rapporti internazionali della Serbia. 

Il resto della storia è quasi altrettanto lungo. Tornati a bordo ci spedirono nel primo scompartimento, quello dal quale il tutto era partito. 
E per tutta la notte ci interrogarono. 
Tre controllori e due militari armati. Eravamo in dieci, senza contare i fucili, e in dieci passammo la notte a giocare. Loro a raddoppiare la posta, noi a fare gli gnorri. 
"Dove avete preso i dinari? Chi vi ha dato i soldi?". Il loro obiettivo era diventato non solo prendersi i dollari mancanti, ma anche incastrare chi aveva commesso il reato assieme a noi, per poter estorcere anche a loro i dollari e chissà cos'altro.  
"810 dinari ci avete chiesto e 810 ve ne abbiamo dati". 
Stettimo al gioco e non arretrammo. Quando la palla passava nel nostro campo, anzi, approfttai di un inglese che a loro mancava. Scoprii il potere della dialettica e avvertii il sottile piacere della sfida. 


Da Belgrado in poi la strada era in discesa, ma dovevamo comunque andarci con i piedi di piombo. E non solo perché i fucili erano sempre lì, il freno di emergenza era sempre lì, la guerra era sempre lì e i soldi erano sempre quelli lì. Ma anche perché sul corridoio c'era un viavai di uccellacci e uccellini.
Attraverso le tendine chiuse vedevamo sagome su sagome, e ogni tanto qualcuno cercava di ficcare il naso nello scompartimento. Tra gli occhi che spuntavano al di la' del plexiglass, distinguevamo quelli dei ragazzi che avevano chiuso Nesco nel bagno, imponendogli il cambio in nero. 
Gli avvoltoi ci marcavano a uomo. 
Denunciarli non ci avrebbe risolto un problema, al contrario. Ce ne avrebbe procurati una serie di altri. 
Intanto non avrebbe garantito a noi il perdono delle teste di cuoio - che a quel punto avrebbero avuto la confessione servita sul piatto - ma soprattutto l'eventuale spifferata ci avrebbe esposto alle ritorsioni della gang del cambio in nero, mettendoci tra l'incudine e il martello e rendendo la notte su quel treno ancora più frizzante.
 
Tenni botta, scoprendomi capace di gestire ansie, emozioni e parole con una sicumera che sarebbe tornata utile il mese prima, quando alla maturità la commissione esterna mi aveva chiesto l'unico capitolo del Risorgimento che non avevo neanche sfogliato. 

La storiaccia finì poco dopo l'alba. A Dimitrovgrad, sponda jugoslava della frontiera con la Bulgaria, i nostri carcerieri trattennero i passaporti abbastanza a lungo da farci capire che le avrebbero provate tutte per lavare l'onta subita e per spillarci i dollari che avevano pregustato. Solo quando i colleghi bulgari di confine salirono a bordo, i serbi dovettero ammettere che erano stati beffati, che avevano perso la partita contro cinque scolaretti della media borghesia romana. 
Uno di loro - ovviamente Nesco - dentro al passaporto trovò una multa, la cui notifica però non raggiunse mai il suo indirizzo di Monteverde Vecchio. 
Nei mesi successivi, le autorità di Belgrado ebbero oggettivamente altro a cui pensare. 

Affamati e stracotti, arrivammo a Istanbul alle 8 di sera del 6 agosto 1995 e ce ne innamorammo immediatamente. Quello scherzetto ci era costato talmente tanto - in termini economici - che oltre alla torre di Galata, al Topkapi e a qualche döner ci potemmo permettere solo due stanze in un alberghetto nel quale mancava l'acqua corrente. 
Tre giorni dopo, eravamo ancora innamorati di Istanbul, ma eravamo vestiti come all'arrivo in Turchia e puzzavamo come carogne. 
Dopo altri tre giorni ininterrotti di viaggio via Salonicco, Atene, Patrasso e Brindisi, e dopo un'ultima notte da incubo sull'espresso per Villa San Giovanni (il mio biglietto Inter Rail in teoria non era valido per quella tratta, ma io lo sapevo - il controllore italiano, per fortuna mia, no), venni raccattato a mezzogiorno davanti all'imbarco di Caronte dalla Renault Espace dei miei. 
Dopo un mese di silenzio stampa, nelle tre ore di strada fino a Kamarina non feci in tempo a raccontare un decimo di quelle avventure, ma riuscii ad appestare tutta la famiglia.


P.s. Salvate le penne, passai il mese seguente a divorare tutto quello che rastrellai sulla cronaca dei Balcani. Quello che era successo in quel mese, mentre i poliziotti ci dichiaravano in arresto alla stazione di Belgrado, era il massacro di Srebrenica. Quel viaggio non era stato solo il momento in cui avevo scoperto il gusto per l'adrenalina naturale, nel quale i casermoni che puzzavano di blocco sovietico e i doganieri slavi erano diventati il minimo sindacale per sentire di vivere nel mondo senza limitarmi a guardarlo o a passarci attraverso. Quel viaggio aveva segnato il punto in cui il secolo breve aveva intersecato la mia quotidianità. 
Fu più di un battesimo del fuoco, fu l'inizio di una serie di storie d'amore. 
Col viaggio e con la fotografia, con la lettura e con la scrittura, con la storia e con la geografia, con l'ignoto e con l'imprevisto. Con la vita.


L'anno seguente mi immersi talmente tanto nella storia dell'ex Jugoslavia che in Storia Contemporanea rimediai il primo e unico 30 e lode del mio percorso accademico. Non contento, visto che in Slavonia si sparava ancora, nel marzo del '96 mi aggregai ad un gruppo di volontari diretti in Bosnia, dove la guerra non si era ancora del tutto spenta. Quando partii per il giro del mondo, nel 2007, infine, decisi di chiudere il cerchio tornando proprio nella ex Jugoslavia. 
Per rivedere la Croazia e la Bosnia, ma ancor di piu' per rimettere piede in quel luogo mistico, mitico e mostruoso, la stazione centrale dei treni di Belgrado. 


P.p.s. Nel 1995, il marco tedesco era utilizzato come valuta de facto in Serbia. Non era cambiato alla pari, ma valeva tra i 10 e i 13 milioni di dinari jugoslavi. 800 marchi sarebbero potuti essere cambiati a quasi 10miliardi di dinari.