giovedì 1 gennaio 2009

Fino alla fine del mondo


Terra di tedeschi emigrati tra fiordi e specchi d’acqua andini, la decima regione cilena – quella de los lagos – sfodera un campionario di cittadine insulse alternate a paesaggi da acquerello. Come quello che sbuca dopo 30 ore di sobbalzi ad ovest di Baires, con la sagoma del vulcano Osorno, fiancheggiato da colline verde pastello e circondato da un’aria fresca e rarefatta, incappucciato di bianco e riflesso nel blu cobalto del lago Llanquihue.
La perfezione del cono spezza il fiato per una, per due, per tre ore. Poi - come dire - stucca. Alla quarta ora mi volto verso il paesino di Puerto Varas e l'unica attrazione che trovo è l'annuale Volksfest, il raduno di baffuti nostalgici in braghe alla zuava che bevono Löwenbräu, si ingozzano di würstel e suonano la fisarmonica sotto un tendone, mescolando rigidità teutoniche a note castigliane. 
Come se la cadenza cilena, dondolante fra lo squittio e il piagnisteo, non fosse già esilarante di suo.
Applicato a facce come quella di Mario&Mario, il dialetto di Neruda è cabaret puro. MarioUno - con la zavorra di un doppio mento che gli cade sul petto – è l’autista del bus che da Puerto Montt punta verso sud. E che prima di affrontare la notte al volante ingurgita una zuppa di patate, tre empanadas, un’insalatona di pomodori e cipolle, una bistecca che nel piatto non ci sta e un dolce alla crema su tre piani. 
Dinoccolato e inebetito, con la lingua costantemente penzoloni, MarioDue è il suo ayudante. Parafulmine di mestiere, aspirante capro espiatorio, a bordo svolge una serie di compiti ingrati: programma filmacci tipo Fast and Furious (impresa che non gli riesce mai prima del terzo tentativo), colleziona gli improperi dei passeggeri e distribuisce i cosiddetti pasti di bordo. 
Un medaglione con una fetta di prosciutto alla quarta ora di viaggio e lo stesso medaglione con una fetta di formaggio alla 23ma ora di viaggio. 
Durante il tragitto, il trabiccolo si fa largo fra i picchi della cordigliera, sfiora il Fitz Roy e il Torres del Paine, poi scivola nella pampa patagonica. Finché, superata Rio Gallegos, si pianta. Due gomme sono scoppiate. 
“Mira, se vai a Punta Arenas resti bloccato – trillano Mario&Mario mentre li aiuto a cambiare i copertoni –. Da lì i collegamenti con Ushuaia non sono frequenti”. 
Morale della favola, alla dogana di Monte Aymond scendo dalla corriera. E sollevo il pollice a caccia di un passaggio per la Terra del Fuoco. 
Frontiera di Monte Aymond. Scendo dal bus e faccio autostop alla ricerca di un passaggio verso lo stretto di Magellano
Nella prima ora non si ferma nessuno. In quella che segue, solo una dozzina di camionisti evasivi. Infine, alle soglie del tramonto, mi caricano Ramon e Lumi, due signori in età pensionabile disponibili a scarrozzarmi giusto fino al primo incrocio, a due ore di cammino dall'imbarcadero di Punta Delgada. “Cosa pensano i tuoi genitori del fatto che viaggi in autostop?”. Lei è una bacchettona di dimensioni australi. “Non lo sanno. E fino a qualche ora fa non lo sapevo neanch’io”. Non basta. Per guadagnare il passaggio fino al porticciolo devo esporre una filippica pseudosociologica tempestata di frustate etiche su questo mondo che consuma i sentimenti e un sacco di altre cose. Lei vuole sentirsi dire questo. Io voglio arrivare al molo. Affare fatto. Saluto, bacio e mi fiondo sulla chiatta appena in tempo. In italiano si chiama bucio. Per la cronaca, il traghetto attraversa lo stretto documentato da Magellano nel 1520. Ma io sono troppo impegnato a saltellare tra i veicoli per accendere un cero alla Storia. E, sempre per la cronaca, sta scendendo la sera. Ma io sono troppo entusiasta per preoccuparmene. Anche perché non so che sull’altra sponda non c’è neanche un capanno. E prima di scoprirlo, quando gli autotreni hanno già acceso i motori, un energumeno mi fa un cenno con la testa. Significa che posso salire.
Il benefattore si chiama Daniel Zugarelli, di nonno italiano. 43 anni più sdentati dei 95 della mia bisnonna, trasporta pezzi sfusi in Patagonia e risale a Buenos Aires carico di televisori e frigoriferi. Daniel succhia il mate, parla a monosillabi e guida svogliato, ma ha la media realizzativa del Batistuta dei bei tempi: quattro figli, una decina di amanti e una serie di cartucce da 20 pesos sparate ogni volta che parcheggia ad Asuncion. Inevitabile – sostiene - quando si passano 35 giorni di fila lontano dalla moglie. Inevitabile non lo so, comprensibile forse. Ma il punto è che l'istinto del gol uno ce l'ha nel sangue. Ed è pure ereditario. Per questo lui a 43 anni è già nonno, mentre quel figlio di monogami incalliti che sono io non batte chiodo dai tempi dell'afta epizootica. 
Guanachi nel Torres del Paine - dove mi sono perso 
Ci vogliono quattro ore sotto una luce rosata per percorrere 150km sterrati e battuti solo dai guanachi. “Hai mangiato?” mi chiede a metà dell’opera. Effettivamente sono fermo al pane e formaggio di MarioDue e forse la mia faccia spiffera che mangerei anche quella minestrina in polvere allungata nella brocca piena dei suoi avanzi. “Tu sei matto” sussurra lui, senza che gli abbia neanche raccontato il mio 
incontro ravvicinato del terzo tipo coi cartoneros. Poi però mi offre una bistecca di vitello con rosso di Mendoza, mi invita a passare il Natale in famiglia e, quando cala la notte, accosta il bestione accanto al cartello Las Malvinas son argentinas. All’ennesimo confine. Daniel si sistema sul lettino dietro la tenda, io compenso il vuoto tra i due sedili anteriori con lo zaino. E mi accuccio. 
L'alba dopo la notte passata nella cabina del camion di Daniel tra due frontiere

All’alba mi sveglio con naso e piedi congelati in punta e un accenno di lombalgia. 
“Cuidate, loco! - urla Daniel, quando mi scarica a Rio Grande – e guarda che ad Ushuaia è tutto pieno. Hai prenotato?”. 
Ovviamente no. E sono troppo stanco e sollevato per curarmene prima di sbarcare nel centro abitato più meridionale del pianeta.
Ushuaia è fotogenica come una scarpiera da bagno, ma è la fine del mondo di nome e di fatto. Impallinata da un vento assassino, abbarbicata a montagne dalle pendici annerite ed esposta al canale Beagle, che scorta il mare verso i ghiacci antartici. 
La città scoppia di turisti. Ma non le manca il fascino della frontiera. 
Ushuaia
Passeggio a lungo prima di bussare al Refugio del mochilero, ché il nome ispira proprio quello di cui ho bisogno. Calore. 
“Hai prenotato?” Victor, l’omino della reception, di notte alza il gomito e di giorno ne sconta le conseguenze. Intuisco, prendo fiato e improvviso. "Io personalmente non ho potuto, visto che viaggio ininterrottamente da 50 ore. Ma al mio amico Christian avevo chiesto di riservare a nome mio. Puoi controllare, per favore…?". 
La palla è campata in aria. Ma desidero un letto così ardentemente che la frottola ha l’inerzia della verosimiglianza e la forza della disperazione. 
Victor scartabella. “Christian come?”. 
Già, il nome è plausibile dall'Alaska alla Nuova Zelanda. Esclude a priori solo i tizi con la galabia e quelli con gli occhi a mandorla. 
“Che domande, Victor... ho sonno… non me lo ricordo!”. 
“Sei un casino – sbuffa –. Comunque per ora prendi il letto n.12. Magari quello che ha prenotato non si presenta”. 
E in effetti va così.
Quello che aveva prenotato, non si presenta.

(tratto da Ulisse n.293 - Gennaio 2009)

lunedì 1 dicembre 2008

A spasso con Mustafà

La fettuccia rossa serpeggia anarchica sul linoleum prima di incocciare un cubo di formica, opaco come la vetrata che svela la notte di Beirut. Nessuno straniero in fila. Il doganiere sfoglia il mio passaporto, sbadiglia, e mormora qualcosa al collega. “Dove vai?”. “A casa di un amico”. “Come si chiama?”. “Mustafà”. “Mustafà… E poi?”. “Boh… Mustafà”.. All’ufficiale scappa un ghigno e non riesco a dargli torto. Là fuori ci saranno decine di migliaia di Mustafà, ma purtroppo l’unica cosa che so dell’uomo che mi aspetta nel parcheggio è il nome di battesimo. Che poi chissà se si dice battesimo, trattandosi di un musulmano. Il cognome avrei dovuto chiederlo a Bassam, l’omino olivastro che a metà giugno aveva scavalcato la finestra della mia camera e si era messo a scavare tracce sulle pareti, blaterando che se volevo conoscere il Libano lui sapeva chi faceva al caso mio. Suo suocero Mustafà - all’occorrenza sindaco, coltivatore terriero e accompagnatore di businessmen sauditi - aveva un tetto da offrirmi. Il muratore non aveva finito di formulare la proposta che avevo accettato. E un mese dopo ero atterrato all’aeroporto. “Sai almeno dove abita?”. Con lo sguardo minaccio il doganiere di raccontare i dettagli dell’antefatto. In un attimo mi ritrovo fuori. Mustafà è il pater familias di una dinastia che abbraccia tre generazioni di cugini coniugati coi cognati e di nipoti sposati coi vicini di casa. Più che un albero genealogico, una matassa di parentele intrecciata con divorzi, affidamenti e convivenze a distanza di oceani. Ogni mattina la stirpe si riunisce davanti ad un piatto di manaish con zatar e si cimenta in tenzoni a base di uova sode – tanto vince sempre il nonno - poi s’incastra nel furgone di famiglia. E io mi accodo.
Con 730 auto ogni mille persone, il Libano è lo Stato col più alto numero di vetture pro capite al mondo. E con 358 abitanti per km2 su una superficie pari a quella dell’Abruzzo, è anche il più densamente abitato del Medio Oriente. L’incrocio dei due dati genera un traffico selvaggio, scandito da regole che col codice stradale c’entrano poco. Al volante ci vuole pazienza e fatalismo. Virtù endemiche in una regione che è stata nel mirino di fenici e francesi, passando per assiri, persiani, greci, romani, arabi, ottomani ed inglesi, e connaturate ad una Repubblica che riconosce 18 confessioni e in Parlamento ne rappresenta la metà. Insomma, armato di pazienza e fatalismo, fra un cocomero e un sorpasso avventato, un check-point, un’esercitazione siriana nella valle della Bekaa e un raid aereo a sud*, Mustafà mi guida alla scoperta dei patrimoni dell’Unesco del Paese. Byblos, che già nel neolitico era un villaggio di pescatori e che con i suoi 9 millenni di storia è la più antica città del mondo abitata con continuità, le meravigliose rovine di Baalbek, quel che resta dei cedri di Bcharré - culla e tomba di Kahlil Gibran – e i monasteri maroniti della valle di Kadisha. Ma anche del porto di Sidone, del suk di Tiro, delle grotte di Jbail, di un trapezio di cemento zeppo di carri armati sovietici chiamato “monumento alla pace”, e della Corniche di Beirut, il lungomare che fra yacht club, luna park e alberghi di lusso ospita anche il bar più microscopico della Terra: una capanna abbarbicata di fronte ai faraglioni che incorniciano la discesa del sole nel Mediterraneo e gestita da tal Abdallah. Infine, all’alba del quinto giorno, proseguo verso la Siria. Mustafà mi lascia davanti alla grande moschea di Tripoli, e bofonchiando un saluto affettuoso mi propina l’ennesima anguria. Riparato dalle fronde di un sicomoro lo ringrazio con un timido shukran e ingurgito controvoglia. In tutto questo tempo non c’è stato verso di fargli capire che il cocomero mi fa proprio schifo.
(tratto da Ulisse n.292 - Dicembre 2008)

*per le due o tre persone alle quali non ho ancora raccontato la storiella delle bombe, l'appuntamento è con il libro prossimamente in un uscita nelle migliori salsamenterie.

sabato 1 novembre 2008

Mediterraneo

In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare (Henri Laborit)

Il boato scuote l’aria, il bastione di Santa Barbara e la volta calcarea del Victoria Gate, la più antica porta d’accesso alla Valletta, color miele come ogni costruzione nata nelle cave di Birzebbuga ed eretta a Malta sin dall’età del bronzo, quando gli abitanti dell'isola veneravano la Dea della fertilità. Cerco un volto scosso almeno un terzo del mio, ma nessun inquilino del Grand Harbour mi asseconda. Mi guardo il polso, è mezzogiorno. In un Paese che ha imparato a convivere col vuoto azzurro che lo circonda e col pericolo delle incursioni nemiche ma non con le proprie superstizioni (il diavolo s'inganna costruendo sugli edifici due orologi dalle lancette in perfetto disaccordo, la malasorte s'allontana disegnando un occhio sui luzzi, le tipiche barche di legno), lo scorrere senza intoppi della vita si annuncia con fragore, non con un cucù. Almeno è una fortuna che il compito non tocchi al cannone che punta il mare da Fort Rinsella, penso: con la sua canna di 10 metri sparava colpi a 3 miglia di distanza, con 100 tonnellate di peso è – nel suo genere - il pezzo di artiglieria più grande del mondo. Un suo segnale orario sbriciolerebbe il tempio megalitico di Ggantija e obbligherebbe la pro-loco a trovare un nuovo appellativo per Mdina, l’ex capitale barocca, la “città del silenzio”.
Spuntata arida e rocciosa dalle viscere del Mediterraneo, ultima traccia dell’istmo che un tempo collegava la Sicilia all’Africa, Malta sorge esattamente a metà del cammino fra Gibilterra e Libano, al centro dell’ombelico salato del pianeta. Su questi scogli benedetti da Eolo si è sistemata ogni sorta di stirpe, si sono incrociati ordini monastici e associazioni esoteriche, commercianti e massoni, l’evangelista Luca e l’apostolo Paolo hanno seminato una religiosità fiera e arcigna, esibita in 365 chiese spettacolari, Caravaggio ha trovato la libertà, l’ispirazione e la prigione, i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni hanno resistito all’assedio dei turchi, Napoleone ha dato prova della sua astuzia e gli Inglesi del loro potere d’attrazione imperiale, spezzato solo 40 anni fa dal referendum che ha preceduto l’ingresso nell’Europa politica e monetaria. E sempre qui, secondo Omero, la ninfa Calipso ha amato Ulisse, offrendogli invano l’immortalità. Arcipelago sempre conteso fra fedeli e infedeli, esposto alle intemperie della storia e del clima, bagnato dal sole anche a Natale, spazzato dal vento anche a Ferragosto, l’eclettica e multiculturale Repubblica di Malta oggi punta forte tanto sulla storia quanto sulle potenzialità glamour: i wine bar trendy lungo la passeggiata del porto, le discoteche di Paceville, i ristoranti chic e i casinò frequentati per ragioni araldiche anche dai nobili del continente, attirano ogni anno centomila italiani, duecentomila tedeschi e mezzo milioni di britannici. E ancora, l’affascinante contrasto fra i campi da golf di Marsa e il mercato del pesce di Marsaxlokk, fra la rotunda di Mosta, una delle cupole più grandi della cristianità, e le immersioni nei fondali turchesi, fra le guide multimediali ai musei archeologici e il teatro di strada, fra il soggiorno nelle farm-house di Gozo e i set cinematografici di Troy, Braccio di Ferro e Il Gladiatore, tutto produce l’effetto del dado nel brodo di un’industria, quella turistica, che costituisce il 24% del PIL nazionale e che dà lavoro a 27 maltesi su 100. Così, al calar del sole, le anime dell’arcipelago si svelano in tutta la loro inafferrabilità: mentre gli ultimi Ford Plaxton, i caratteristici autobus gialli, scorrazzano per le cittadine, i veicoli del ministero delle infrastrutture puliscono le vie della capitale, i punti di ristoro per gatti si riempiono di felini e Gigi D’Alessio si esibisce in una piazza, Paul Oakenfold, Erick Morillo e i dj di fama internazionale richiamano 3000 ragazzi sulla pista dell’Axis Megaclub. Da una parte la musica trance e hip hop pompa sotto le luci laser fino all’alba, dall’altra le scintille purpuree dei fuochi di artificio delle feste patronali solleticano il cielo. E a mezzanotte si spengono con discrezione.
(tratto da Ulisse n.291 - Novembre 2008)

p.s. Poi ci sarebbe la storia di George, sopravvissuto ad orfanatrofi, salvation army e guerra delle Falkland, e vivente in cicatrici, tatuaggi, crocifissi e una serie di disgrazie familiari che neanche dolce Remì.

n.b. non si fece ricorso ad alcun filtro.


...e c'è un nuovo DarioTube

domenica 5 ottobre 2008

Balkan Express

I ricordi erano le immagini surreali di un incubo. Il buio sfumato da una lunetta impertinente, il rauco sferragliare del treno sui ponti, il binario 4 della stazione, l’insegna Бeoгpaд, l’intervento della milizia, il fermo. Poi l’accusa, l’interrogatorio, le minacce, i fucili. Fino a Dimitrovgrad, frontiera bulgara. Era una sera d’estate del ‘95, il mondo non conosceva ancora l’orrore di Srebrenica, ma per l’Occidente Belgrado era già l’unica responsabile di un’orribile guerra fratricida. Per me - da allora – era stata soprattutto un rischio più grande dei miei 19 anni. Così ora, dopo il settimo smembramento territoriale della ex Jugoslavia, ora che l’ex città-guida degli slavi del sud si è riscoperta una metropoli sempre meno sostenuta dalla Russia, ora che la capitale del Paese non allineato e della Terza Via si limita a trascinare uno staterello che non vedrà mai più il mare, era il momento di tornare all’ombra della Sveti Sava, la cattedrale ortodossa più imponente del mondo. Dove temevo di trovare una Belgrado rabbiosa e impotente, svuotata di energie e di speranze. E dove invece ho trovato l’orgoglio dell’ennesima rinascita. E tanta bellezza. Fondata 2500 anni fa da una tribù celtica, gli Scordisci, conquistata da romani, bulgari, unni, ostrogoti, ottomani, austro-ungarici e nazisti, distrutta 40 volte e battezzata in 13 versioni diverse, la città bianca del III millennio è un salotto accogliente di giorno e un turbine di vitalità di notte. Subito ti sorprende. Poi, lentamente, ti seduce. Solo 15 anni fa il costo della vita cresceva 2.839 volte al mese, e per tenere testa al più grave fenomeno inflazionistico mai registrato si stampavano banconote da 500 miliardi di dinari; oggi la Banca Mondiale scommette su un potenziale di crescita tremendous. Solo dieci anni fa, 80 giorni di bombardamenti della Nato sventravano il quartier generale delle forze armate di Milosevic e scavavano cicatrici sulla pelle dei serbi; oggi il Financial Times la elegge città del futuro dell’Europa meridionale. C’è chi la definisce la nuova Praga, per le 13 gallerie d’arte, per i caffé dei borghesi bohémiens di Skadarska, per i 9.000 fra concerti, mostre, spettacoli e opere teatrali che organizza annualmente, per la vitalità di Kneza Mihailova, la strada pedonale dello shopping e delle birrerie, dei gelati e dei pop-corn, per la fortezza Kalemegdan, dalla cui altura si scorgono le acque della Sava confluire nel Danubio. E per le discoteche, i pubs, i ristoranti dai nomi singolari come “?” e le decine di musei. Belgrado ne dedica uno ad Ivo Andric, il poeta nazionale premio Nobel nel ’61, e uno al maresciallo Tito, Josip Broz. Bosniaco il primo, figlio di un croato e di una slovena il secondo, come se la storia recente non fosse riuscita a tranciare il cordone ombelicale con i vicini. Sloveni, croati, montenegrini, bosniaci e macedoni rappresentano il 40% degli stranieri che annualmente visitano Belgrado (seguono gli italiani, con 20.000 arrivi e il 6% del totale), la cui presenza aumenta del 20% ogni stagione. Per riceverli, in città sono spuntate decine di strutture alberghiere e trenta nuovi ostelli. Uno sorge proprio davanti alla stazione ferroviaria, dove mi affaccio per dare un calcio a quei ricordi lì e dove un poliziotto mi blocca, proprio sul binario 4. Vuole spiegazioni. Ho la coscienza limpida, stavolta. Eppure estraggo i documenti teso come un lampione. L’uomo in divisa mi domanda perché parlo russo, perché scatto foto, qual è il mio lavoro, perché ho tutti quei timbri sul passaporto e soprattutto dove vado. “In Kosovo” rispondo. “Quello non è un posto per stranieri” replica secco. Poi solleva il berretto dagli occhi e ridacchia: “Non è mica come Belgrado”.
(tratto da Ulisse n. 290 - Ottobre 2008)

domenica 21 settembre 2008

Quattro matrimoni e un funerale


"...e domani sereno
volerò in braccio a Dio
tra papaveri e treno
perché là è il posto mio".
(Stefano Rosso)

mercoledì 9 luglio 2008

La polveriera

Questa gente ha sofferto troppo per l'anarchia, i soprusi, le ingiustizie e si è troppo abituata a sopportarli con silenziosa rassegnazione (che) ci si chiede se lo spirito dell'uomo dei Balcani non sia avvelenato per sempre e se potrà mai far altro che sopportare la violenza, o metterla in atto. (Ivo Andric)

Nuovi aggiornamenti in WMNA e DarioTube
Nuova gallery in SCATTI DI VIAGGIO: Est Express 2008
Eppoi, una chicca tutta giallorossa, una Pizzeria berlinese

mercoledì 25 giugno 2008

Blitzkrieg

"Il problema dell'italiano è che bisogna trovare un modo più breve per dire doppiovù". Io pensavo al conflitto di interessi, ma siccome a forza di studiare la comunicazione fra neuroni Antonio ha conseguito lo status di cervello in fuga, do' per scontato che lui si ponga domande più serie delle mie. E che grazie a queste poi giunga a conclusioni più fondate. Tipo "il vero miracolo tedesco sono le stanghe con le tette grosse appese". E io che pensavo alla ripresa postbellica.
Con tredici anni di ritardo sul programma originario, dopo qualche giorno a zonzo per Kreuzberg abbiamo sconfinato in Pomerania. Siamo partiti a bordo di una Panda blu elettrico che avrebbe fatto la felicità di Filippo (è la sua Fiat preferita, dice con quel retro squadrato è adatta al carico e al trasporto di cassette di frutta. A dire il vero Filippo lavora in banca, ma se faccio troppe obiezioni passo per rompicoglioni). Ci siamo accomodati in tenda equipaggiati alla bene e meglio con due colibrì e un materassino e dormito fino alla sigla di testa del Tg1, fatto 20km in kayak (30, considerando gli zigzag) sui laghi Masuri e scovato il quartier generale di Hitler, visitato le città storiche di Gdansk e Torun, la chiesetta di Swieta Lipka e il monumento alla patata di Biesiekierz. Poi ci siamo messi in una fila per lavori sulla via del ritorno, senza neanche ritrovare uno di quei panini stantii grossi come teste di vitello. In una settimana abbiamo guidato per 1798,3 chilometri (prima della partenza ne avevo valutati 1800, ma ho evitato di vantarmene perché lui aveva smesso di sopportarmi molto prima del nono giorno insieme) e abbiamo rimesso piede nel Brandeburgo giusto in tempo per la festina dei tedeschi e la festona dei turchi.
A Berlino siamo andati nella pizzeria 'A magica e in un pub con un altarino eretto in onore di Rudi Voeller, abbiamo mangiato come a Damasco (un couscous, due felafel, quattro fra doner, shawarma e kebab), fatto una puntatina la fete de la musique e soprattutto frequentato le sue ex. Perché dove c'è Antonio ci sono le sue donne. Attualmente la capitale tedesca ne ospita quattro. A volte capita che sei circondato - come durante Spagna-Italia - a volte le vedi singolarmente. E da solo. Come quel pomeriggio in riva alla Sprea, quando Daniela mi ha trascinato in una discussione di tre ore su montatori di maiali (Schweinsteiger ndr) e farfalline nello stomaco. Finché una signorina trafelata ci ha interrotti, eruttando frasi su frasi senza che sul suo sguardo comparisse mai l'ombra del dubbio che io non afferrassi una ceppa.
E' perché col tempo ho affinato la tecnica di tre espressioni facciali: l' "ah-ma-davvero-non-mi-dire", utile per non rovesciare disprezzo su chi mi racconta il suo viaggione a Sharm-El-Sheik; il "già-sono-incazzato-di-mio-se-ti-avvicini-ti-spiezzo-in-due" escogitato quell'indimenticabile primo dì a Johannesburg, e il "hmmm.. davvero-interessante" spendibile con chiunque e ad ogni latitudine. Visto il mio interesse, insomma, quella ha continuato.
Solo quando la giovine ha finito, Daniela ha replicato qualcosa. Alché lei è sparita.
"Cosa ha detto?" ho domandato allora alla ex numero tre. "Mah, niente... c'è un gioco televisivo su una rete stupida... voleva sapere se eri disponibile per un blind date con una ragazza che ti ha visto e ti ha indicato alla produzione... Se avessi accettato sareste andati in giro, poi a cena insieme in un hotel a quattro o cinque stelle e tu avresti vinto un viaggio. Poi potevi decidere se farlo con lei o da solo. Ma io le ho detto che non parli tedesco... così resti qui con me".
Tanto col culo che mi ritrovo vincevo al massimo un viaggio a Borgo Ticino.

domenica 8 giugno 2008

Puci per sempre

Marco e Chiara si sono sposati con rito civile officiato da amico detto 'Il Pera' in chiesetta sconsacrata e con ricevimento equo-solidale. Puci e Donedo hanno affittato pullman, parcheggi e hotel, occupato la chiesa degli Artisti, celebrato in due lingue e sparato fuochi d'artificio a Villa Miani. Il mondo è bello perché è vario. E io sto spesso in mezzo. A parte rispettare i tre appuntamenti per i quali ero rientrato dal periplo del globo - il terzo era quello ravvicinato col cordolo di via Marmorata - in un mese ho cercato chi mi offrisse una cena (con risultati decenti), cercato un lavoro (con risultati discutibili) e cercato una ragazza (con risultati disastrosi). Poi ho conosciuto Paolo Sorrentino e Alex By One, ho parlato con Riccardo Cucchi e Max Leggeri e ho fatto gli auguri ad una trentina di amici. Negli anni Settanta i gemelli andavano di moda e i figli si concepivano solo a fine agosto. I tre Massimiliano si sono guardati bene dall'organizzare qualcosa, mentre Fiorella ha fatto festa al Circo Massimo, Millo a Trastevere, io in un locale pieno di falcette, carrom, jianzi e martellini, Fulippo in quello del fratello che s'era pure dimenticato la ricorrenza e Lidia a casa sua. Dove siamo rimasti fino all'alba a scomporre e ricomporre inutilmente il concetto di viaggio. Avendo sull'argomento le idee ancora confuse, io riparto. Per un trasferimento che potrebbe estendersi ad una gita, quindi ad una visita parentale e magari anche ad un viaggetto.

martedì 27 maggio 2008

On The Road


Il giro del mondo in 15 minuti, 345 scatti e 4 canzoni.
Le più ascoltate in quell'anno a cavallo tra il 2007 e il 2008.
 Vissuto tra 35 Paesi, un'ottantina di frontiere, cinque aerei e mille ore in bus.
Con in tasca ipod, portafoglio nepalese, Lumix col cerotto e passaporto illegale. 
(video da ascrivere ai danni collaterali dell'isolamento sociale)

giovedì 15 maggio 2008

Rehab



...è uno sporco lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo!


creata una nuova galleria di foto di viaggio assortite e stravaganti... RTW Overland 2007-2008): Album di Viaggio ►