sabato 1 agosto 2015

High and Dry


Se mi negano il visto di ingresso nonostante 4 libri a tema, 3 ostelli prenotati, 2 passaporti validi e 1 nome di battesimo che piu' persiano non si puo', peggio per loro. Dirotto sull'Etiopia.



Day 1-2
Qualcuno tra Virgin e Etihad non ha fatto il suo dovere. Cosi' per una volta che decido di imbarcare lo zainetto, mi ritrovo a dover girare un bazar* alla ricerca di un paio di mutande.


* tra parentesi pure bello, a Kashan

Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
 In the jingle jangle morning I'll come followin' you

martedì 30 giugno 2015

Citizen Castaldo

Una mattinata grigioscura di dicembre ho capito che l'ansia da prestazione è come andare in bici. Una volta sperimentata, non si dimentica. Lonsdale street, angolo Spring, secondo piano, Ministero dell'Immigrazione, test per la cittadinanza. Prima di consegnare un faldone con tutti i passaggi di frontiera degli ultimi 10 anni, ho ripassato quello che viene chiamato study book.
In realtà un opuscolo sottile come il manuale della lavastoviglie.
Tra una sequela di date, personaggi e informazioni che in altre circostanze sarebbero entrate da una parte con la stessa velocità con la quale sarebbero uscite dall'altra, una ridda di ovvieta'. Tipo il funzionamento di una democrazia parlamentare, la tripartizione dei poteri e la laicita' dello Stato. Roba che ai rifugiati beluci, azara e dinka deve sembrare la formula di Eulero, ma che all'occidentale medio fa ripensare con nostalgia all'ora di educazione civica. Quando potevi tranquillamente dedicarti al picchetto e al fantacalcio.
Una passeggiata di salute, a walk in the park, 'sto test.
Tra l'altro - mi dicono - se lo fallisco al primo giro posso riprovarci subito, con un tutor che mi tiene la manina. Ecco perche' dal 2007 l'hanno affrontato in 650mila e sono stati bocciati giusto 7.200. Ed ecco perche' se toppo mi conviene espatriare assieme alla mia spocchia eurocentrica e sparire senza lasciare traccia.
E l'ansia pompa.
Perche' la procedura e' a ostacoli e prevede che prima passi per un funzionario di origine salvadoregna. Il quale insiste col chiedermi per quale motivo uno debba andare in vacanza in Libia, in Yemen e in Oman.
Quando mi siedo davanti al pc ho la salivazione azzerata.
Quant'e' che non mi ritrovo faccia a faccia con un test a risposta multipla? In inglese, per giunta? Per una prova anonima e facile, poi, dove non te la puoi prendere neanche con la piaga del nepotismo? E dove in 15 minuti devi azzeccare 16 risposte su 20, mica due o tre. Cosi', sulla prima domanda, mi blocco. Leggo, rileggo e ririleggo.
Poi la leggo ancora, dall'inizio, con calma.
"Quali sono i colori della bandiera australiana?" chiede, se ho letto bene.
Respiro, ragiono, rileggo,
Dev'esserci una trappola.
Forse qualche stella e' bordata di nero, il blu in verita' e' elettrico, oppure azzurro. O forse cobalto. E il rosso e' pompeiano. Niente, tra le risposte multiple 'pompeiano' non c'e'. Clicco su "Bianco-rosso-blu". Risposta corretta. Sono passati 44 secondi. Per rispondere correttamente alle altre 19 domande - un filino meno scontate - servono altri 2 minuti e mezzo. Una ogni 8 secondi.

Dopo sei mesi e un giro di fax per spiegare che a maggio vado all'estero (al Foro Italico, mica in Corea del Nord, fossi scemo), nella cassetta della posta arriva finalmente l'invito a comparire. La cerimonia si tiene nel municipio di Preston nel giorno piu' corto dell'anno, il 21 giugno. Il che per il mio dirimpettaio cantonese (che ha dovuto rinunciare alla sua cittadinanza cinese) e' metafora della luce che sta per illuminare la sua esistenza, per me del buio nel quale e' precipitata la mia. Assieme ad altri 79 immigrati mi ritrovo a giurare fedelta' ai principi costituzionali della federazione e del Commonwealth, a mugugnare quel che poco che so dell'inno nazionale e a spazzolare un tiramisu' gigante a forma di nuova Patria. Non prima di aver stretto la mano al sindaco di Darebin, al signor Rajish (che pero' non so chi sia, visto che mentre parlava cercavo di ripassare le parole dell'inno), ad un ragazzotto che mi regala una spilletta, ad un tizio che mi offre una piantina, ad una signora che mi allunga un attestato e a tal Fiona Patten, deputata del Sex Party che li' per li' lancia occhiate de fuego a tutti i maschi presenti, e che poi inviera' una letterina ammiccante a tutti i neo australiani, perche' 80 voti vergini fanno parecchio sangue.
Faccio fatica a respirare la solennita' del momento, e non me ne puo' fregare di meno di farmi immortalare mentre stringo le mani a tutti i delegati, ma visto che gli altri 79 non sono del mio stesso avviso, si esce dal Municipio quando e' gia' sera. Dopodiche' bastano altri 250 dollari e un paio fototessere nelle quali faccio uno sforzo disumano per non sorridere, e il passaporto e' pronto.
D'ora in poi, se un Ministero degli Esteri dimentica di convalidarlo e mi manda in giro per il mondo con un documento irregolare, ho comunque un altro passaporto da mostrare alla pattuglia ucraina che mi ferma per atti osceni in luogo pubblico.
Se il diluvio sul Kilimangiaro ne cancella la data di scadenza, ne ho sempre un altro da sventolare sotto al naso del doganiere di Fiumicino che mi accusa di averlo fatto apposta (eppure la data di emissione parla chiaro, pirla).
Se al confine tra Aqaba e Eilat imbrattano una pagina col visto israeliano posso ancora completare il puzzle col Pakistan, il Sudan e gli altri Paesi che altrimenti non mi farebbero entrare.
Se poliziotti turchi mi divelgono un pagina, se funzionari mongoli si lamentano perche' non riesco ad assumere la stessa espressione della foto, se gabellieri moldavi mi tengono a bagnomaria perche' sono entrato illegalmente passando dalla Transnistria, se ne dimentico uno nella tasca interna della giacca e me ricordo quando la lavatrice e' arrivata alla centrifuga, in tutti i casi ne ho uno di riserva. Da lasciare sotto la doccia di un ostello di Chicago. 
Di buono c'e' anche che se finisco nella morsa dell'ISIS, d'ora in poi ho il doppio delle possibilita' che un governo si muova per togliermi dai guai. Ma ho pure il doppio del doppio del doppio delle chances che contro di me si scaglino i leoni da tastiera. Di buono c'e' che adesso diventero' parecchio piu' bello agli occhi di un sacco di italiane, ma e' pure vero che se continuo a frequentare australiani diventero' palloso come un film di Lars von Trier. E allora non mi restera' che diventare pure ricco. O prendere una terza cittadinanza.
Quel che mi lascia perplesso, adesso, non e' tanto lo sdoppiamento dell'identita' e della personalita', il raddoppiamento delle tessere elettorali e del tempo necessario per spiegare da dove vengo e che sono si', italo-australiano, ma mica come quelli la'. No, quel che non capisco e' cosa rappresento da oggi in termini statistici. Per dire, se domattina schiatto per parassitosi o trafitto da un'alabarda mentre piscio dalla finestra come Remigio, divento un numero per le statistiche di Roma, di Canberra o di tutte e due? 
p.s. questo non e' l'inno. L'inno e' peggio.

mercoledì 6 maggio 2015

A volte ritorno

A Tullamarine, su un paio di A330 dell'Air Asia, a Kuala Lumpur, a Pechino (dove in primis si dorme in aeroporto, poi si spera che la compagnia di turno non chiuda), a Panmunjom (stavolta dall'altra parte, pero'), ad Abu Dhabi, a Fiumicino, al Foro Italico, su Supertennis. E poi da Jonas, da Filippo, da Viggo, da Valerio, da Bruno grande e da Bruno piccolo.

venerdì 19 dicembre 2014

Le isole degli amici

Pure a Tonga sono riuscito a camminare come un pellegrino, a fare autostop, a dormire a casa di una famiglia locale, e a non godermi il mare.
(to be continued)

domenica 30 novembre 2014

In un Paese bruciato dal sole


MELBOURNE 

Lord Melbourne era nel bel mezzo del suo del secondo mandato da Premier britannico quando la terra attorno all’estuario dello Yarra passò dagli aborigeni della tribù Kulin a un uomo d’affari tasmaniano per 20 coperte, 30 paia di occhiali, 50 di forbici, 100 coltelli e una manciata di fazzoletti. Era il 1835, l’imprenditore si chiamava John Batman, e l’insediamento che nel giro di 40 anni si sarebbe trasformato nella città più ricca del pianeta grazie alla corsa all’oro, venne per un periodo battezzata proprio Batmania. Dal punto strettamente turistico sarebbe stata la sua fortuna.  Oggi Melbourne si consola col titolo di città letteraria dell’UNESCO e di capitale mondiale dello sport (Gran Premio di Formula Uno, di moto e di ippica, torneo dello Slam di tennis, rugby, calcio e cricket come se piovesse, ed è anche la culla di una disciplina – il footy – che ferma uno Stato, riempe uno stadio da 100mila posti e fa pure chiudere gli uffici), si distingue per l’offerta musicale e culinaria e per una calendario di Festival che non conosce soluzione, per la rete tramviaria più estesa del mondo e per uno dei primi dieci Atenei del globo. Ok, le quattro stagioni (inteso come clima, non come pizza) in un giorno possono rendere inutili le previsioni del tempo, ma se dal 2011 Melbourne viene ininterrottamente nominata “città più vivibile al mondo” significa quantomeno che il caffé è decente.


SYDNEY

Fondata il 26 gennaio 1788 come colonia per galeotti da deportare il più lontano possibile dalla madrepatria britannica, la Harbour City è sopravvissuta agli inverni seguiti allo sbarco della Prima Flotta grazie a tanta forza di volontà e a tantissimi distillati. A Sydney il consumo pro capite di alcol è stato il più alto mai registrato della storia umana, e fino al 1808 il rum veniva ancora usato come merce di scambio. Oggi non è che l’amore dei sydneysiders per la birra sia venuto meno, ma la ‘Città di Smeraldo’ - sede della più antica Università del Paese - è riconosciuta soprattutto come una delle metropoli più vivaci e spettacolari del globo, bagnata per 240 giorni dal sole e per quattro mesi da piogge che non si vedono neanche a Londra. Ogni anno 11 milioni di turisti vengono attirati da una ventina di spiagge, da una baia spettacolare - che dà il meglio di sé tra Natale e Capodanno - dalla vibrante vita notturna, da un numero a due cifre di acquari, mercatini delle pulci e giardini botanici e dall’icona australiana per antonomasia, l’Opera House, prodotto della fantasia geometrica di un architetto danese e del lavoro di 100mila operai, inaugurata 40 anni fa, costata più di 100 milioni di dollari (a fronte dei 7 previsti) e dichiarata nel 2007 Patrimonio dell’Umanità. 


BRISBANE

La terza del città del Paese, compromesso tra la frenesia delle metropoli e la monotonia delle cittadine di mare, Brisbane offre un concentrato di caos calmo, quello che gli anglossassoni definiscono ‘the best of both worlds’. Soprannominata Bris-Vegas per la sua aria cosmopolita e edonistica, la capitale del Queensland mette sul piatto della bilancia un lungofiume glamour, quello che  nel 2003 è stato eletto ‘il centro più IN’ del mondo, un’economia in costante crescita e – cosa che non guasta mai – temperature che oscillano tutto l’anno tra i 22 e i 30 gradi. In pratica da marzo a novembre si può uscire dal lavoro o da scuola e nel giro di un’ora ritrovarsi con i piedi a mollo a Bulcock beach, Moreton Bay o Bribie Island. Da dicembre a febbraio è tempo di piogge, meglio rivolgersi altrove, qui. Sede dell’esposizione universale nel 2008 e del G20 nel 2014, casa di nutrite comunità indiane, sudafricane, cinesi e filippine, Brisbane è servita dal secondo aereoporto internazionale d’Australia, che ad Agosto viene preso d’assalto dai frequentatori dell’Ekka, un Festival che si svolge interrottamente dal 1876 per celebrare l’indipendenza dal Nuovo Galles del Sud. Una scelta che nessun Queenslander ha mai rinnegato. Anzi.  


ADELAIDE

A differenza di Sydney e Hobart (ma anche di Brisbane e Melbourne), la capitale del South Australia non è cresciuta sulle fondamenta e col materiale umano delle colonie penali, ma grazie a uomini liberi, che nell’Ottocento fuggivano dalle persecuzioni religiose in Germania. Quest’anima anglo, bianca e religiosa era andava di pari passo con un nome mutuato da una Regina d’Inghilterra teutonica che significa ‘di nobile nascita’, e che in barba a quello che ci hanno insegnato Heidi e gli Aristogatti si pronuncia Ádeleid. Un’impronta che poi era rimasta impressa in un accento vagamente british e nell’etichetta di “città delle Chiese”.  In realtà, come qualsiasi metropoli australiana, Adelaide è oggi un agglomerato etnicamente misto, con qualche discutibile specialità culinaria (il piatto tipico è un tortino di carne affogato in una zuppa di piselli) e nel quale per ogni costruzione dedicata al culto dell’Altissimo ce ne sono almeno un paio dedicate a quello dell’alcol. A differenza delle altre capitali, però, più che alla birra Adelaide è legata al vino prodotto nelle 160 aziende della Barossa, una valle che diventa meta di tour para-culturali nei fine settimana nei quali non si prende il traghetto per Kangaroo Island, alla ricerca di un wombato, di un canguro o di un’echidna, e del like automatico che una loro foto garantisce sui social. E la città in sé? Probabilmente le mancano il benessere di Perth, la personalità di Melbourne, le bellezze di Sydney e le spiagge del Queensland, ma un clima caldo e secco, un ritmo quotidiano sincopato e i prezzi più abbordabili del Paese giustificano il fatto che l’Economist l’abbia inserita tra le cinque più vivibili del mondo. Metteteci anche il Fringe, il più grande Festival culturale dell’emisfero australe, e va a finire che l’unica pecca di Adelaide sta paradossalmente proprio nel nome. Perché una volta lì si diventa adelaidiani. 

PERTH

Esplorata da navigatori olandesi 150 anni prima di Sydney ma pianificata solo nel 1829 sull’estuario del fiume Swan, la quarta metropoli australiana è la più calda, la più cara, e la più isolata città del continente. O per la precisione di tutto il pianeta: in aereo ci si impiega meno per andare a Jakarta che a Sydney, e per trovare un’altra città degna di tal nome bisogna percorrere uno per uno i 2700 km che la separano da Adelaide, attraversando una pianura arida il cui nome – Nullarbor - illustra chiaramente l’assenza di alberi e sottintende altrettanto chiaramente la scarsità di pompe di benzina. Stretta com’è tra l’oceano indiano e un deserto così vasto da avere cinque nomi diversi (Great Victoria, Great Sandy, Little Sandy, Gibson e Tanami), Perth è cresciuta come una figlia unica, intraprendente, fortunata e un po’ capricciosa. Nota per aver dato i natali a Heath Ledger, Megan Gale, Daniel Ricciardo e Cadel Evans, ma anche per i tramonti di Cottesloe beach, i frutti di mare di Fremantle e gli squali bianchi della vicina Rottnest island, fu annessa al resto della federazione solo nel 1901, ma dopo poco i cittadini del WA (dabliù-ei) chiesero con un referendum di trasformare Perth nella capitale di uno stato indipendente, la Westralia. Non se ne fece nulla, ma nonostante la massiccia immigrazione (quasi il 5% degli abitanti è nato in Italia) la città non ha mai smesso di sentirsi un’entità separata, e oggi le spinte centrifughe sono alimentate da questioni economiche: il WA produce da solo il 46% dell’export nazionale e un quinto di tutto il ferro mondiale, il PIL pro capite è il doppio di quello della Tasmania e i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti possono contare su stipendi che superano – in media - i 100mila dollari annui. E poco male se il caffè costa 4 dollari e 23.

HOBART

Dopo aver circumnavigato i mari del Sud, toccando le coste della Nuova Guinea, delle Salomone, delle Figi, di Tonga e della Nuova Zelanda, 370 anni fa un navigatore olandese di nome Abel Tasman avvistò una costa che credeva appartenere al continente australiano, e per questo ribattezzò quel lembo di terra Van Diemen's Land. Era un omaggio al governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali ma anche e soprattutto una topica clamorosa, che data la lontananza e la difficoltà di ritrovare la strada a quelle latitudini rimase tale per la bellezza 135 anni. Tanto ci volle, prima che un certo Matthew Flinders si accorgesse che quelle coste appartenevano in realtà a un'isola. Il fatto che a questo mondo non ci sià giustizia è testimoniato dal fatto che Tasman si vide intitolata tutta l'isola e da lì a cascata mezza fauna autoctona (compreso Taz, il cartone della Warner Bros), mentre a Flinders toccarono un'autostrada nel Queensland, la stazione dei treni di Melbourne e una catena montuosa del Sud Australia. Non il massimo, per uno che di mestiere faceva il navigatore. Amenità a parte, l’isola offre davvero tutto (fuorché - forse - il clima). Parchi adatti a magnifiche passeggiate come Cradle Mountain, baie incorniciate da spiagge incantevoli come la Bay of Fires, e miracoli della natura come la penisola Freycinet. E ancora siti ‘storici’ (vabbé…) come il penitenziario di Port Arthur, il MONA, lo stravagante museo di arte contemporanea di Hobart, la crociera da Strahan (che per qualche motivo si pronuncia Stro-on), le gole di Launceston, il panorama dal monte Wellington e Salamanca square, l’unica piazza degna di tal nome di tutta Australia. Infine una fauna variegata e unica, dalle balene ai pinguini, dai wombati ai diavoli. No, la tigre no. Quella è estinta. Ma sopravvive sull’etichetta della migliore birra nazionale. Tasmaniana, ca va sans dire. 

CANBERRA

Un italiano direbbe che la cosa migliore di Canberra è il treno per Sydney. Peccato che oltre a non avere uno straccio di spiaggia o di squadra di calcio, la capitale sia pure a corto di stazioni ferroviarie. Anche i collegamenti aerei internazionali non sono pervenuti, ma per fortuna Sydney è comodamente raggiungibile in meno di tre ore di auto e date le premesse rappresenta una tentazione così forte che negli anni Ottanta persino l’allora Primo Ministro John Howard decise di fare il pendolare su e giù per la Hume Highway pur di non viverci, a Canberra. La regione nella quale sorge la Bush Capital era stata abitata aborigeni per più di 20mila anni, ma quando nel 1908 fu scelta come sede della nuova capitale, era abitata solo da poche migliaia di agricoltori. Per la maggior parte dei libri di storia, la Federazione optò per la costruzione di un agglomerato tutto nuovo per non esacerbare la rivalità tra Sydney e Melbourne; secondo altri, invece, l’imperativo era evitare l’afa estiva di una qualsiasi delle metropoli del Paese, in un momento nel quale il brevetto dell’aria condizionata non era ancora stato perfezionato. Risultato? Come Washington, Ottawa e Brasilia, Canberra fu progettata allo scopo di ospitare il Parlamento e le altre istituzioni governative, ma a differenza delle altre, la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione frenarono lo sviluppo iniziale e il clima fin troppo rigido per queste latitudini non contribuì a farla entrare nel cuore degli australiani. Ispirata al movimento delle ‘città giardino’, Canberra è oggi un centro di 300mila persone, tagliato in due dal lago Burley Griffin (dal nome dell’architetto statunitense che la progettò, convinto - bontà sua - di disegnare la città ideale) che è allo stesso tempo verde, moderno, dispersivo e perfetto per le biciclette. La disoccupazione al 3.2% - ben al di sotto dei sogni keynesiani – rivela un dato ancor più indicativo: di fatto a Canberra ci vive solo chi è obbligato per lavoro. Al quale la città offre musei, parchi, gallerie, feste etniche a cadenza quasi settimanale e la sensazione che le cose possano solo migliorare. In fondo, se a forza di investimenti, esperimenti e gigantismi architettonici ce l’ha fatta Brasilia, perché non Canberra? 


DARWIN

Se pensate che la storia delle città australiane sia piatta come una tavola da surf avete ragione da vendere, ma se ci tenete alla pelle evitate di dirlo a uno/a di Darwin. La parabola del capoluogo più piccolo, giovane e settentrionale del Paese è un concentrato di eventi drammatici e di calamità naturali, che hanno presa di mira l’insediamento sin da quando fu fondato, nel 1870, per collegare via telegrafo l’Australia col resto del mondo.
Frequentata per millenni da decine di tribù aborigene e per decenni da centinaia di impavidi cercatori d’oro, Darwin è stata teatro di cruente rivolte indigene e sindacali che poi si sono rivelate nulla di fonte al massiccio bombardamento giapponese del 1942. Se la città ha evitato per un pelo l’invasione dalle truppe nipponiche, poi non è riuscita a schivare le tempeste tropicali che si sono affacciate puntualmente ogni 40 anni. L’ultimo, il famigerato ciclone Tracy, uccise 71 persone e rase al suolo il 70% degli edifici cittadini alla vigilia di Natale del 1974. 
Poteva andarle peggio. Per esempio poteva continuare a chiamarsi Palmerston, come il Primo Ministro che governava la Gran Bretagna il giorno in cui i primi 135 coloni stabilirono nucleo originario nel golfo avvistato anni prima dalla nave Beagle. Invece nel 1911 la maggior parte dei 1100 residenti chiese di ribattezzare il capoluogo come Charles, il famoso naturalista britannico, che nel cammino verso le teorie evoluzionistiche pare fosse stato illuminato tanto dalle tartarughe delle Galapagos quanto dagli ornitorinchi down under.
Darwin non ha mai visto un canguro, eppure gli sarebbe bastato spingersi lungo la Stuart highway, verso Katherine e lo spettacolare parco Kakadu per imbattersi in coccodrilli d’acqua salata lunghi 5 metri e in canguri rossi da 90 chili. Se poi avesse proseguito per altri 2000 km attraverso il deserto, dopo aver superato Alice Springs avrebbe sbattuto contro Uluru, il monolito più grande della Terra, una roccia di arenaria che sta lì, al centro del continente, da 500 milioni di anni ed oggi è Patrimonio dell’Umanità, simbolo dell’Australia e luogo sacro della mitologia aborigena.


(n.b. testi scritti per il sito Just Australia)

venerdì 31 ottobre 2014

Hostel Rwanda

La sera del 6 aprile 1994, l’aereo che trasporta il presidente Ruandese Juvenál Habyarimana e quello burundese Cyprien Ntaryamira viene abbattuto poco prima dell’atterraggio all’aeroporto di Kigali. I due Capi di Stato provengono da Arusha, in Tanzania, dove hanno appena firmato l’accordo di pace col Fronte Patriottico Ruandese, il braccio politico-militare degli esuli Tutsi. Nessuna inchiesta riesce a fare piena luce sui mandanti e sugli autori del lancio del missile terra-aria che fa esplodere il velivolo, ma le piste più battute rimandarono agli estremisti Hutu, contrari a qualsiasi riconoscimento dell’FPR, o agli stessi rappresentanti della dispora Tutsi, convinti che la situazione in Ruanda non sarebbe cambiata nonostante l’esito apparentemente positivo del vertice di Arusha. Comunque sia, l’attentato accende la miccia che scatena le violenze: col pretesto di una vendetta trasversale, all’alba del 7 aprile iniziano i massacri, orchestrati dalle milizie paramilitari Hutu e dall’esercito regolare, che prendono di mira i Tutsi. 
Per 100 giorni il Rwanda piombò all’inferno, e nella rabbia cieca che alimentò il genocidio ci fu spazio solo per la violenza. Tutto il resto, compreso il calcio, si fermò. Non per rispetto, per paura o per ipocrisia, ma perché era proprio negli stadi che gli Hutu, i più poveri, i più numerosi e i più neri, si radunavano ogni giorno all’alba. Ed era proprio dai campi di calcio dei villaggi che partivano le ronde per stanare e giustiziare i Tutsi nascosti nelle foreste e negli aquitrini. 
L’abbattimento sistematico degli alberi alti - i Tutsi, appunto, che noi chiamavamo Watussi - durò 3 mesi, duranti i quali furono massacrate quasi un milione di persone, colpevoli di essere presuntamente diverse e certamente minoritarie in quello che allora era il quinto Paese più povero del mondo. Un Paese del quale avevano rappresentato per secoli l’aristocrazia e del quale costituivano ancora di un’élite talmente povera che per farne parte bastava avere 10 capi di bestiame.
La follia collettiva Hutu portò alla morte di un Tutsi ogni 12 secondi, tutti o quasi uccisi barbaramente a colpi di machete, compresi 300 mila bambini. 
Undicimila scarafaggi furono trucidati in una chiesa. Il genocidio ruandese, uno degli eventi più sanguinosi degli ultimi 70 anni, un eccidio che ha visto salire sul banco degli imputati persino un sacerdote, un ex segretario generale dell’ONU e tutto il governo francese, non risparmiò nulla e nessuno. 
A Kigali si salvarono appena un migliaio tra Tutsi e Hutu moderati che trovarono rifugio nell’Hotel des Mille Collines e circa 12,000 persone asserragliate nello stadio Amahoro. L’impianto della Pace ospitava infatti lo sparuto contingente delle Nazioni Unite, e da zona franca venne trasformato in una specie di campo profughi prima e di concentramento poi. Almeno fino a quando le milizie del Fronte Patriottico Ruandese, un gruppo nato dalla diaspora Tutsi in Uganda, non prese il controllo della capitale, rovesciando così le sorti del conflitto e avviando una nuova serie di atrocità.
Era il 4 luglio del 1994, e nel giro di 2 settimane la rappresaglia Tutsi portò alla fuga di milioni di Hutu, a loro volta bersaglio di un profondo odio interetnico che alla lunga sfociò in due successive conflitti in Congo e provocò una guerra civile anche in Burundi. Spargimenti di sangue che hanno lasciato ferite profonde, visibili ai confini del Ruanda e in tutta la regione dei Grandi Laghi, dove enormi tendopoli testimoniano 20 anni di brutalità e ritorsioni, di assalti, ritirate ed esilii forzati.
Le prove più evidenti sono a Gisenyi, cittadina di frontiera ai piedi delle montagne che ospitano i gorilla nella nebbia amati da Dian Fossey e un volcano, il Nyiragongo - che ogni 25 anni gioca a fare il Vesuvio, vomitando cenere e lava sulle case di centinaia di migliaia di persone. Gisenyi spartisce col Congo anche le sponde del lago Kivu, una bestia poderosa capace di generare tsunami devastanti con l’emissione di gas naturali e il cui metano viene sfruttato per produrre Guinness, Amstel e un paio di birre locali, la Primus e la Mützig. Ma con la Repubblica Democratica, Gisenyi condivide soprattutto decenni di drammi umani. È lì che sono passati infatti i Tutsi in fuga dagli Hutu, poi gli Hutu in fuga dalle milizie del Fronte Patriottico, quindi i congolesi in fuga da due guerre civili e poi tutti da tutti, in quello che è stato chiamato ‘il Conflitto del Kivu’ per l’impossibilità di delimitare un confine preciso tra vittime e carnefici, mandanti e prede, ribelli e profughi. Né tantomeno l’identità e l’origine geografica degli uni e degli altri.
È lì, nella terra delle gioventù bruciate e delle guerre dimenticate, del tutti contro tutti, dei rancori etnici intrecciati con gli interessi del coltan e del rame che inauguro ufficialmente il primo ostello del paese. Una struttura talmente nuova che in paese nessuno la conosce per cui vago a lungo prima di trovarla. Sono il primo backpacker a metterci piede, e il responsabile trattiene a stento le lacrime. 
Mi racconta di essere fuggito dalla furia degli Hutu quando aveva 16 anni, di aver camminato due settimane per le montagne, di essere stato più forte della fame, della sete e del terrore e di aver trovato la salvezza nell’ex Zaire. 
E sempre lì mi imbatto in Rasheed, un ex calciatore di seconda divisione ruandese che ora mette tempo e passione al servizio dei ragazzini di Gisenyi gestendo una scuola-calcio rudimentale, improvvisata su un terreno pubblico sconnesso, con porte pericolanti e ciuffi d’erba cresciuti in modo incontrollabile. L’ha battezzata ‘Yamutoto’, che significa ‘insegnare ai bambini’, perché la storia ha fatto del lago Kivu una delle capitali mondiali dei bambini-soldato, e la piaga non è declinabile solo al passato. Per strappare i giovani ai pericoli della strada o almeno per limitare i rischi dei tempi morti, Rasheed ha avuto il sostegno di un benefattore norvegese, che ogni anno mette a disposizione un po’ di attrezzatura: pettorine e coni per gli allenamenti, magliette e palloni per le partite. Così, nel suo piccolo, anche lui lavora per il futuro, in un Paese in cui la complicata ricerca della pace e della normalità è uno sforzo congiunto operato dai cittadini reduci e da quell’Occidente additato all’epoca come corresponsabile, morale e materiale, delle carneficine. 
A 20 anni esatti dal genocidio - ricordato con una commovente cerimonia organizzata il 7 aprile scorso nello stadio Amahoro - il Ruanda oggi ha voltato pagina, ripartendo letteralmente da zero. Oltre ai massicci investimenti internazionali, alla base di una crescita dell’economia che sfiora l’8% annuo, c’è voluto acume politico e spirito di conciliazione nazionale per spingere i ruandesi a risalire dopo aver toccato il fondo, e a prendere in mano le sorti del loro piccolo Stato trasformandolo in una gemma nel cuore dell’Africa. Una strada lunga, ma partita da gesti semplici e iniziative concrete per rinforzare il sentimento di unità, come quella di dedicare un giorno del mese alla pulizia delle strade, alla quale prende parte anche il Presidente della Repubblica. La scelta del cleaning day non poteva che cadere sul sabato, dato che la domenica è consacrata per metà alla religione e per metà al calcio.
Nel dopoguerra, la nazionale oggi guidata dall’ex tecnico del Milwall Stephen Constantine ha cambiato colori e soprannome, strappando nel 2004 la sua prima qualificazione alla Coppa d’Africa. Il goal che permise alle Wasps di presentarsi alla fase finale in Tunisia fu segnato al Ghana da tal Jimmy Gatete e valse all’attaccante ruandese l’appellativo un filino pretenzioso di God of Goals. Con quel risultato, gli Amavubi si ritagliarono un posto tra le prime 100 Nazionali del ranking FIFA, posizione che occupano tuttora. A livello di club, la Premier League nazionale è terreno di conquista dell’APR, che ha vinto 14 dei 20 campionati cui ha preso parte.  E poco male se l’acronimo nasconde il nome dell’Armée Patriotique Rwandaise F.C., squadra fondata come costola sportiva del Fronte Patriottico Ruandese, o se il Presidente onorario del club è James Kabarebe, oggi braccio destro del Presidente della Repubblica Paul Kagame ma in passato accusato dal Tribunale Internazionale dell’ONU di aver ricoperto un ruolo centrale durante il genocidio, prendendo in prima persona parte agli atti che hanno preceduto e seguito i massacri del ‘94. Poco male, dicevo, perché a 20 anni dal momento più buio della sua storia, in Rwanda nessuno riesce a dimenticare, ma a nessuno viene concesso di fomentare rancori, di rimestare nel torbido.  E probabilmente nessuno può davvero perdonare, ma almeno a nessuno viene più consentito di risvegliare i fantasmi, di parlare di appartenenza etnica. Come una scoria radioattiva impossibile da smaltire, il passato viene sepolto sotto una colata di cemento. Impossibilitato a guardarsi dietro e con poca voglia di guardarsi dentro, al Rwanda non resta infatti che puntare avanti.

sabato 13 settembre 2014

Leave in the Time of Ebola

In genere funziona così: decidi di andare in un posto, in qualsiasi posto, e improvvisamente la cronaca nera si accorge che esiste. Sembrano coincidenze - e in qualche caso lo sono pure - ma è soprattutto questione di livello di attenzione e di messa a fuoco. Tua, non dei media. Ogni tanto il caso calca un po' troppo la mano e ti ritrovi in Cina mentre arriva l'aviaria, nel sud-est asiatico mentre arriva lo tsunami o in Georgia mentre arrivano le bombe russe. Perciò all'inizio ti chiedi se sei tu a portare sfiga oppure se lo stellone che porti dietro è di marca. Ma col tempo piuttosto ti fai una birra. Perciò se il 14 giugno compri il volo per Nairobi, il 16 Al Shabaab dichiara il Kenya "zona di guerra" e il 18 massacra una sessantina di persone, non ti passa manco per la capa di pensare che sia un segno del destino. La derubrichi a fatalità. Come gli attentati in Egitto, la seconda intifada in Palestina, le rivolte in Nepal, il golpe anti Chavez, i droni in Yemen, un sacco di terremoti, quasi quasi pure Fukushima. Se in Bosnia c'è la guerra non si cambia strada, ci si va. Figurati se la peggiore epidemia degli ultimi 40 anni bussa alle porte di Uganda e Ruanda, o se la settimana della partenza si apre col massacro di tre povere suore in Burundi. L'idea che un elefante ti passi sopra la tenda non attira per niente, ma il resto fa l'effetto del miele, della marmellata, del cacio sui maccheroni.
Giusto quando arriva il momento in cui ti fanno firmare il testamento ecco, due scongiuri ti scappano.
In caso contrario, ci si vede a Roma tra un mese.

Day 26 (frontiera Ruanda-Burundi)
The hut at the border between Rwanda and Burundi was stinking hot. A guard snuck me in and let me jump the queue, as I was the only westerner and we feared I wasn't going to get through customs on time for the minibus departure. At least I did. "Do you have a Fanta?" he mumbled. Before he stamped the entry visa on my passport, the policeman thought he'd check if I had something to reward him with other than a shirt. Nope. I was in my last few days in the Great Lake region, I left Kigali with a day pack and I didn't have much left on me. Not a can of soft drink, surely not a cold Fanta. Desolé.

Two hours later I arrived in Bujumbura. A civil guard slowly handwrote my ID details on a bulky register and only let me out of the dusty bus terminal and into the wild after begging for a Fanta. Finally, later that day, two policemen chased me down to inspect my camera, suspecting I took a picture of the local American Embassy. They too asked, I swear God, for a Fanta. And for the third time I didn't have any on me. (btw I did take that photo, but I deleted it when they raided the guesthouse and scared the pants off me).

When I get asked which country I would NOT live in, the first that comes to my mind is Burundi. The tiny, troubled and overpopulated nation gained independence 58 years ago today, on July 1st 1962. The reason I wouldn't move there is not related to that awkward soft spot for Fanta and only slightly more to the shocking murder of an Italian nun back in the days I was there. It's more about extreme poverty, as locals could only daydream of migrating to Tanzania, or anywhere else beyond the mighty and depressing Tanganyika lake. Even Congo, go figure.

It comes down to the sense of hopelessness. The friction between Hutu and Tutsi never burst the way they did in Rwanda. As the neighbour bounced back big time, I wondered, did Burundi need a human tragedy to get out of hell with the help of the international community?

Ranked 185th of 189 for Human Development index, according to the World Happiness Report 2016 and 2018 Burundi is the world's least happy nation. Which proves that I wasn't the only one at unease. Yet...this girl selling food wrapped in banana leaves as I was on the mini bus back to Kigali (while a peasant who never jumped on a motor vehicle threw up big time before resting on my shoulder) was the last Burundian face I encountered. The story goes that even a basket case of a country can produce heartwarming memories.


venerdì 29 agosto 2014

The Tetere Redemption

La strada è dissestata come da copione. Inevitabile, in una Nazione del Terzo Mondo che balla appena sotto la linea dell’equatore ed è reduce da un decennio di guerra. Storia e natura hanno fatto delle Salomone un laboratorio sperimentale, e prima ancora che dallo tsunami del 2009 e del terremoto del 2013, le infrastrutture del sono state messe a soqquadro dalla guerra civile che tra il ’97 e il 2003 è costata la vita a 30mila persone. Durante i tumulti, per rallentare la corsa dei ribelli della provincia orientale di Malaita verso Honiara, era necessario che le arterie stradali fossero accidentate. E ancora oggi per coprire i 30km che separano la capitale dalla prigione di Tetere ci vuole piu' di un’ora. Se non altro, l’ultimo conflitto inter-etnico che ha insanguinato l’arco di instabilità a nord del dodicesimo parallelo si è risolto con una vera pace sociale. Le lingue parlate sulle 992 isole sono una settantina e le etnie rimangono fiere della loro identità, ma dopo gli scontri del 2006 i problemi irrisolti sono rimasti quelli economici e ambientali, non certo quelli di ordine pubblico.
Oggi la popolazione carceraria dell’arcipelago è di 321 persone* e la percentuale di cittadini dietro le sbarre è di 55 ogni 10.000 abitanti. Un dato in linea col Giappone e più basso di quelli dei Paesi scandinavi; quasi 3 volte inferiore all’Australia e 13 volte meno degli Stati Uniti. Tra i detenuti, 3 sono donne, e nessuno – almeno ad ottobre scorso - è straniero. Prima di finire tra i protettorati della Regina, gli isolani non conoscevano la tradizione dell’incarceramento e della privazione della libertà, tanto che fino agli Anni 60 la prigione di Rove, la principale del Paese, era un ampio luogo aperto e senza sbarre. C’è voluto 1 milione di dollari devoluto dalla Nuova Zelanda per trasformare la struttura, che proprio per questo suscita agli occhi dei solomoni l’orrore maledetto del luogo dantesco. Chi entra lì dentro, lascia ogni speranza di uscirne vivo.
Non perché lo attenda il braccio della morte, ma perché indulti, grazie, assoluzioni e sconti di pena sono pratiche sconosciute. L’obiettivo massimo, una volta in gattabuia, è che anni di buona condotta convincano le autorità carcerarie e giudiziari a dirottare il detenuto verso un regime più soft . In quel caso, solo in quel caso, i reclusi finiscono i loro giorni a Tetere. 
La prigione, l’anello di congiunzione tra quello che era e quello che è il sistema carcerario nazionale, è circondata su tre lati da una fitta schiera di alberi altissimi. Il legname costituisce l’80% delle esportazioni del Paese, mentre in barba ad un nome che richiama miniere di oro del mitico re biblico il resto è rappresentato esclusivamente da copra, olio di cocco e pesce. Sul quarto lato c’è il mare, appunto.
Al di là del cancello si entra in un’area vasta e piatta, con caseggiati ad un solo piano e tanto verde e un’atmosfera rilassata, nella quale si fa fatica a distinguere i detenuti dai secondini. Fino a 20 anni fa, Tetere era un lebbrosario gestito da suore cattoliche, poi la malattia è stata circoscritta – non debellata, nel 2014 sono stati rivelati una trentina di casi in giro per la Melanesia – e la struttura è stata riconvertita. 
Nella perlustrazione mi accompagna Kitty, che a dispetto del nome è un uomo, è massiccio e indossa la maglia dei Parramatta Eagles. Le camerate da 8 sono spoglie ma dignitose, grigie ma luminose. E, soprattutto, non sono chiuse a chiave. I 17 detenuti hanno infatti solo un bagno comune a disposizione, e sarebbe crudele, oltre che illegale, impedire ai carcerati di espletare le funzioni fisiologiche.
A Tetere l’elettricità è limitata alla mezz’ora che segue le 18, durante la quale si ritrovano tutti davanti al televisore, ma pur nella sua lentezza la vita offre parecchio, e l ’organizzazione ricorda quella di un collettivo. Un po’ perché i fondi a disposizione scarseggiano, un po’ come forma di realizzazione personale, a rotazione tutti cucinano i pasti, lavano i bagni e le cucine, sistemano le camerate. Gestendo se stessi e la struttura in giornate che iniziano alle 6 di mattina, i reclusi imparano a relazionarsi, a responsabilizzarsi e anche un mestiere, sperando che un giorno possa tornare utile. C’è l’officina dove si apprende a diventare falegname, fabbro o meccanico, e c’è la terra da lavorare, per sostentare i prigionieri e le 22 guardie, che guadagnano 180 dollari al mese. 
Il vedere crescere tra le proprie mani un ortaggio o una sedia aiuta a processare la colpa della quale ci si è macchiati e riempie i polmoni di ossigeno e buoni propositi. A Tetere non si respirano rabbia e rassegnazione, vendetta o angoscia, ma vitalità e speranza. Dolore sì, perché i cari sono lontani e perché la lucidità rende più chiari i propri errori. Ma c’è soprattutto voglia di riscatto e di normalità. 
I 30 detenuti sognano la libertà, ma hanno ragioni sufficienti per vivere il presente. E fra tutte, ne spicca una.
I sorrisi sui volti e il fermento che anima la prigione, quando arrivo, dipendono dal fatto che oggi è venerdì. Significa che da venerdì scorso è passata un’altra settimana, di vita, scoperte e allenamenti. Significa che il cancello si apre verso il resto del mondo come succede solo una volta ogni sette giorni. Il grande campo che confina con la strada diventa il Maracanà, il Bernabeu, l’Old Trafford. Ad attenderli c’è un gruppo di ragazzi venuti da Honiara e che ha sfidato le buche a bordo di un furgone perché anche loro – per una settimana intera – non hanno pensato ad altro. Ad un unirsi a loro, proprio in quell’istante, compare un convoglio che trasporta 5 reduci dalla prigione di Rove. Ex compagni di cella che non fanno in tempo ad uscire dal cellulare che si ritrovano un paio di Lotto di seconda mano ai piedi.
L’erba è alta, le righe sono appena visibili, le reti sono sbrindellate, il pallone è sull’orlo dell’implosione. Eppure nel momento in cui detenuti e guardie carcerarie indossano la maglietta governativa con l’acronomo SIG e calzano le Lotto di seconda mano rimediate in un negozio in città, le differenze tra il dentro e il fuori, tra il prima e il dopo, tra il mai e il per sempre, spariscono, il presente torna ad avere un senso, il futuro un orizzonte. E lì capisci una volta per tutte il potere di quella sfera cucita a mano. 
La livella. 
Per la cronaca, finisce 2-2.
(tratto da Thin White Line magazine n.2)