lunedì 26 novembre 2007

So far, so good

Il magheggio alla fine riesce. E in barba al rigido statuto nazionale l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur (per gli amici chei-el) mi rilascia il visto senza visionare la prova che non intendo trasferirmi a tempo indeterminato nel Borneo. Galeotto e' il pizzino abbozzato da un funzionario incrociato su una rampa di scale: quattro parole convincenti, una firma autorevole e a pagina 24 del mio passaporto si materializza l'autorizzazione a girovagare per il Paese musulmano piu' popoloso del globo per 60 giorni invece dei canonici trenta. Cosi', dopo aver sentito il giovane sostenere che il vecchio serve ancora meglio di lui, il vecchio sostenere che il giovane ha un flip di rovescio incantevole ed entrambi assicurare al Primo Ministro che in Malesia torneranno presto - anzi prestissimo - da turisti, invece che dietro lauto compenso, posso lasciare la capitale e proseguire verso sud.
"E' un peccato". La notizia rabbuia la giovane addetta stampa del clash of times. Alla fine della manifestazione Joyce si scioglie assieme al suo etto di trucco. "Domani torna una mia amica dal Belgio e diamo una festa!". Dimmelo piu' tardi... "E' stato un piacere lavorare con te". Veramente TU hai lavorato. Io mi sono spacciato per giornalista di Rete Sport e oltre a godermi Sampras-Federer ho scroccato tre bottigliette d'acqua, una cena calda che per una volta non sa di sciacquatura d piatti e pure una penna del Ritz Carlton. "Uno con il tuo charm...". Il mio che? "...farebbe impazzire la mia amica". Si', l'amica. "Ci sei su facebook? Allora segnati il mio indirizzo e-mail, quello msn e quello skype. E quando sei a Singapore chiamami, che' usciamo insieme e ti porto in un posticino carino". Ok, Joyce, a patto che mi stacchi dall'epidermide quegli occhi carnivori.
In mezzo alla marmaglia del Pudu, il giro di saluti include anche Dick Springer, l'inviato del Telegraaf di Amesterdam. Ogni anno trascorre venticinque settimane lontano dalla compagna e dal figlio seguendo la Formula Uno e il tennis ma evidentemente non ha fatto il callo agli addii. "Promettimi che torni a casa tutto intero" mi dice, salutandomi con un sincero abbraccio nato da 24 ore abbondanti di chiacchiere, una corsa in treno e una in taxi offerta dal suo direttore. "E tu che non aspetti che Haarhuis si bombi di nuovo per tornare a Roma".
Georgetown, Kuala Lumpur, Melacca. La costa occidentale della Malaysia e' stata terra di passaggio per i traffici provenienti da Giava e dalla Cina e terra conquista per portoghesi, olandesi e inglesi. Fra le indaffaratissime chinatown e le little india ancora strabordanti di Shiva, Ganesh e degli altri simboli del Diwali, il capodanno indiano, spuntano dappertutto i porticati con le colonne indaco squadrate e ammuffite, le persiane in legno essiccato, le grondaie accartocciate. L'architettura coloniale tipica dei Caraibi. Solo che qui l'umidita' mescola l'odore dolce del curry a quello stomachevole del Kentucky fried chicken. La Malaysia riesce nel doppio miracolo di trasformare cinesi e indiani in cittadini ordinati e in cuochi pessimi: l'unica volta che finisco davanti ad uno schermo, osservo un baldo giovane armeggiare una decina di munuti con un tagliere e una macchina del gas prima di mostrare orgoglioso il piatto del giorno. Le patatine fritte.
A Singapore invece di Joyce vedo Jason. Anzi, ri-vedo Jason. Componente malese della caverna dei quattro continenti nel Flintstones di Goreme, si ricordava perfettamente di come avessimo rischiato di essere i primi dispersi nella storia pigeons valley della Cappadocia per oki-colpa di oki-Tim. Percio' una sera di fine novembre mi propone un piatto di ravioli alla bolognese in cambio di una ventina di settimane di racconti. Mi sento citare Ucha, Niyazov e Saiytbek. Lo vedo strabuzzare gli occhi e lo sento ridere a crepapelle. Come lui Emma, Karl, Henning, Rob e Doni - un indonesiano che ha un passato da pizzaiolo ad Auckland - un terzo dei sedici occupanti della piu' abbordabile camerata del piu' abbordabile ostello cittadino. Fenomeno da baraccone, neanche avessi attraversato mezzo mondo.
La 'citta' del mare', fondata sull'isola di Temasek li' dove secondo la leggenda un principe di Sumatra vide un leone, sta alla Malaysia come Hong Kong sta alla Cina. Stessa parabola coloniale, stesso mosaico etnico (qui i cinesi sono pero' maggioranza col 76%), stessa struttura cittadina, stessa densita' claustrofobica, stessa simpatica e discreta affabilita' della gente, stessi centri commerciali glaciali. Con in piu' una spruzzata di ulteriore benessere, di cosmopolitismo, di gusto per il cibo e di emancipazione femminile. A nord di Johor Bahru le signorne indossano sovente il tudong, il velo. A sud si coprono con insensibili minigonne lunghe un palmo e sculettano senza ritegno.
Tutti gli indicatori socio-economici, dal reddito pro capite all'HDI - l'indice di sviluppo umano - confermano che nessuno Stato del continente puo' vantare il tenore e il ritmo di crescita della minuscola tigre asiatica. Il connubio fra competitivita' britannica e abnegazione cinese ha fatto poi di Singapore, dell'isoletta che fino a 40 anni fa era solo la quattordicesima provincia malese, la fucina dei migliori studenti mondiali nelle materie scientifiche. E non solo.
L'eccezione mi presta il suo cellulare per fissare l'appuntamento con Jason. "L'Italia sta da qualche parte fra l'Inghilterra e gli Stati Uniti?" mi domanda. Non proprio, quella e' l'Islanda. "Europa meridionale? Mediterraneo?!? Cioe' in Medio Oriente?". Tombola. Le corre in aiuto l'amica, che contrae la mano sinistra nel vuoto, indicando l'Asia, e poi le avvicina la destra, tracciando quella protuberanza informe che ne e' il vecchio continente. Ecco, l'Europa e' li'. La ragazza del cellulare si illumina. "Ma allora siamo vicini!".
Gia'. Illuso io, che pensavo di aver fatto un sacco di strada per arrivare fin qui.
ps. Inserite 2 nuove galleries: Laos e Thailandia... Aggiornato Journeymen

mercoledì 21 novembre 2007

Sultans of Swing

(of blues, of oil, of serve&volley)

La parlata di F.P. e' un frullato inacidito di veneto, ligure ed emiliano. Assieme alle tracce di quell'eroina di cui nella sua giovinezza veneziana faceva un uso disperato, nelle vene gli sono rimaste spruzzate dei dialetti ciancicati negli ultimi mesi italiani. F.P. ha lasciato lo stivale nel 2002, subito dopo essersi ripreso da uno spaventoso incidente d'auto e aver compiuto quaranta anni. Da allora ha bazzicato in autostop l'Indocina in compagnia di un compatto zainetto verde militare e dei due strumenti che gli danno da vivere. Un'armonica e un mazzo di tarocchi. Finche' il 31 luglio scorso la ruota e' girata. In fondo a Khao San road un gruppo di giovanotti thailandesi gli ha offerto uno spinello e F.P., che da ragazzo non disdegnava ("ero spesso fuori, in tutti i sensi"), ha accettato per goliardia e cameratismo ma non ha neanche aspirato. Si e' ritrovato fra le mani un mozzicone con 5 milligrammi di hashish aggrappati al filtro e subito dopo le manette ai polsi. Arrestato da una pattuglia di Bangkok, che gli ha sequestrato tutti i mille euro che aveva in tasca e lo ha sbattuto in carcere, lasciandocelo per un mese intero con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti e con le catene ai piedi. L'avvocato d'ufficio si e' volatilizzato dopo il primo colloquio, l'ambasciata italiana lo ha abbondonato ("in galera venivano pure i funzionari di quella nigeriana e ugandese; quella americana sostenta i propri concittadini con 10 dollari al giorno. A me hanno detto che la nostra era in una fase di transizione") e senza neanche gli spiccioli per acquistare caffe' o biscotti allo spaccio della prigione, dopo due settimane di brodi vegetali F.P. ha cominciato a svenire ad intervalli regolari. La sorte gli ha strizzato l'occhio quando un giudice magnanimo ha riconosciuto la marginalita' del suo caso e lo ha liberato allo scadere del primo mese di cella, altrimenti la legge thailandese avrebbe previsto il trasferimento in un penitenziario temporaneo, dal quale sarebbe uscito solo pagando. Ma F.P. non aveva piu' un soldo in tasca. E forse neanche un amico. Spedito di nuovo per le strade di Bangkok, ha ripreso ad unirsi a gruppi blues, a suonare l'armonica nei pub e a leggere le carte ai viaggiatori, ma i dollari raggranellati da settembre in poi sono affondati una notte di novembre su una spiaggia malese. Il portafoglio gli e' scivolato dalla tasca ed e' sparito nella sabbia davanti all'oceano indiano. F.P. mi racconta la sua storia dopo aver chiesto 5 dollari a Simon - un timido assistente sociale tirolese - per leggergli il presente attraverso gli arcani minori e maggiori. Poi aggiunge che cerchera' di salire su un volo per Bangalore, poi forse andra' a far soldi suonando l'armonica negli Usa e infine svernera' in un atollo polinesiano. Forse scrivendo un libro. Ma che non ha intenzione di tornare in un Paese culturalmente schiavo della Sinistra. F.P. mi spiega anche che la droga fa meno male dell'alcool e che sono i pedinamenti di quelle "vere merde" dei carabinieri a spingere gli eroinomani al suicidio. Io non gli nascondo che le nostre vite non saranno mai diverse quanto le nostre certezze.

Anche Joseph ha fatto la valigia dopo aver spento quaranta candeline. Cosi' come quattro generazioni fa un suo antenato era partito da Madras e si era stabilito in Malaysia per lavorare nelle piantagioni di barbabietole da zucchero, lui non si e' accontentato della sua vita di camionista. Ha dato un bacio di arrivederci alla moglie ed e' volato a Southampton, si e' messo a sudare sulle carte universitarie ed e' tornato a Kuala Lumpur con una Laurea e un Master. Oggi fa il professore universitario, insegna lingua inglese e il suo viso tamil scuro e raggrinzito si distende volentieri in risate tenere e coinvolgenti. Joseph concorda che un ristorante indiano non sia degno di tal nome se non ha il naan, e quando mi sente protestare bonariamente con un cameriere mi invita a sedere e mi offre una cena spartana servita su una foglia di banano. Poi mi lascia cosi' come mi aveva trovato, mentre mi lagno con lo stesso cameriere, che' se in tutta la locanda non c'e' un coltello io il pollo affogato nella salsa di cumino e coriandolo lo spolpo pure con le mani. Ma se poi non mi rimedi neanche un fazzoletto e dal rubinetto non esce l'acqua, mi costringi a pulirmele sui pantaloni. Pero' dubito che siano meno impiastricciati delle dita.

Qualsiasi cosa i tarocchi abbiano detto a Simon, lui alla fine da' retta a me e al signor Bavaria. Dopo la terza mezza pinta prende in considerazione l'ipotesi di non tornare in Austria e di raggiungere Jules in Australia. Dopo la sesta invia una mail a casa e una alla sua bella inglese. Ad ogni modo anche lui il giorno dopo impacchetta e se ne va. A Simon succede Akiko. Ad Akiko Frederic. A Frederic Stephan. Poi Rosie, Noel, Mikela, Pat, Sam, Mike e Rachel che inciuciano fino in fondo. Il mio ritmo di viaggio e' costantemente fuori tempo. Quando parto non ce n'e' mai uno che vada nella mia direzione, quando resto sono gli altri che passano di corsa. E a Kuala Lumpur resto una settimana. Per due motivi.
Il primo e' pratico. La frontiera marittima indonesiana rilascia visti solo dietro presentazione del titolo di viaggio che attesti l'intenzione di lasciare l'arcipelago entro un mese. Ma il biglietto non ce l'ho, ne' lo avro' quando mi imbarchero' da Singapore. Percio' non mi resta che addentrarmi in quella foresta di grate che e' l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur munito di una collaudata faccia da gnorri e di una versione triple face da sfoderare in base alla malleabilita' dell'interlocutore. C'e' quella "Certo che il tagliando ce l'ho. E' in ostello e lo esibiro' alla frontiera", quella "Non sapevo ma provvedero' appena sapro' quando entrero'" e soprattutto quella "Intanto di grazia favoritemi il visto, che' senza la certezza di entrare in Indonesia cosa lo compro a fare il biglietto per lasciarla?".
Il secondo e' futile. E attiene indirettamente al fatto che il 31 agosto 1957, esattamente 50 anni prima che F.P. fosse scarcerato a Bangkok, a Merdeka square - l'ombelico verde di Kuala Lumpur - veniva ammainata l'Union Jack e issata per la prima volta la bandiera malese. L'ex colonia si affrancava dalla corona britannica e dichiarava un'indipendenza che per un decennio abbondante sarebbe stata macchiata dal sangue degli scontri fra le tre etnie che arricchiscono in parti quasi uguali la nazione che somiglia ad un bocciolo sul punto di sbocciare. Oggi con la sua prosperita', il suo tasso di crescita annuo vicino all'8%, la sua stabilita' e la sua pacifica convivenza fra cinesi, indiani e malesi, la Malaysia festeggia il primo mezzo secolo di fiera e sobria liberta'. Il che, per un Paese che si ciba di sport ma da Atene 2004 non ha cavato neanche un misero bronzino, per uno Stato che fra regate internazionali e circuito di Sepang ha capito che investire negli eventi sportivi costituisce una vetrina per l'esterno e - finche' i tassisti che guadagnano 250 euro al mese non si ribellano - un motivo di vanto per gli abitanti, equivale ad organizzare una manifestazione memorabile. E per chi ha fame di sport ma si nutre di idoli altrui, il massimo della libidine e' una partita fra i due sovrani del tennis, due signori che insieme hanno vinto ottanta milioni di dollari di soli montepremi, 117 tornei, 26 titoli del Grande Slam, 12 degli ultimi 15 Wimbledon. Quando comincio' il loro regno sull'erba londinese al Quirinale c'era Cossiga. Pete Sampras e Roger Federer oggi parlano, domani - nel palazzetto di Shah Alam - giocano. Una prestigiosa esibizione, uno show di lusso. Sostanzialmente una fesseria. Ma dopo averne fatte tante, perche' negarmi proprio questa.

p.s. nel titolo c'e' anche il salto dal regale inquilino di Bandar Seri Begawan. Ottantamila abitanti affabili e indolenti e un unico bar aperto tutta la notte, quella piovosa di Scozia-Italia. Che i disponibili proprietari proiettano solo per me. Gli altri tredici frequentatori del locale che serve esclusivamente te', caffe' Illy e cioccolata calda sono inebetiti davanti ai loro laptop. Io mi inebetisco non meno di loro davanti ad una partita di calcio. Non ne guardavo da piu' di cinque mesi. Alla fine torno nell'unica, deserta, blindata guesthouse della cittadina. Commentando fra me e me. Panucci 6: mezzo voto in meno per il gol divorato al minuto ottantasette. E mezzo voto in meno per aver portato la Francia agli Europei.

giovedì 15 novembre 2007

What's my name, again?

Come ti chiami. Da dove vieni. Dove vai. Un fiorino. Panettieri o viaggiatori, albergatori o scansafatiche, ogni benedetto giorno non si scappa da questa sequenza di domande. Che se per difetto me le hanno rivolte una decina di volte al dì, staremo a milleecinquecento recite del copione. Ogni tanto rispondo che vengo dal Turkmenistan e che vado dove mi porta il vento, ma il più delle volte faccio il bravo. Dopodiché, quando l'interrogatorio preliminare è finito, o l'interlocutore si è dimenticato il mio nome, oppure - visto che all'orecchio asiatico deve suonare strano come Tuvshinghargal - me lo storpia, me lo strapazza o me lo ingentilisce. E giusto come curiosità, un paio di volte m'è capitato di chiedere di ripeterlo davanti alla Lumix. Ma questi qui sono fenomeni di bravura.

4. Performance di Monixo (Bukittinggi, Indonesia - 01.12.2007)

3. Performance di Mister Low (Georgetown, Malaysia - 14.11.2007)


2. Performance di Keo, monaco buddhista thailandese (Vientiane, Laos - 29.10.2007)

1. Performance di Igor (Kadji Say, Kyrgyzstan - 12.09.2007)

martedì 13 novembre 2007

De bich

Immagina un mondo a parti invertite. Le coste europee, da Santorini a Saint Tropez, da Torremolinos a Torre a Mare, invase da orde di asiatici, dalla creme del coattume spendaccione di tutto il levante. Vacanzieri famelici, superficiali e un po' maleducati, che convergono da ogni angolo di oriente con i loro pitoni tatuati sul deltoide e 24 ore su 24, 7 su 7, 365 giorni l'anno, si riversano in massa negli stabilimenti mediterranei assetati di svaghi, carichi di soldi e di desideri da esaudire. Metti che il primo sia che il posto che li accoglie somigli a quelli che hanno lasciato a casa. Metti che la necessita' e l'impreparazione prima, la connivenza e la mancanza di responsabilita' poi, indeboliscano l'istinto di conservazione della propria identita' di chi li ospita e col tempo trasformino dalle fondamenta le localita' balneari europee secondo le direttive e le inclinazioni degli ultimi arrivati. Metti che alla fine l'imperativo categorico diventi di assecondarne le richieste perche' o cosi' o pomi'. Come effetto di queste tensioni centrifughe spariscono gli alfabeti latino e greco e ovunque spuntano insegne, pubblicita', prodotti e menu esclusivamente in ideogrammi o roba simile. Poi gradualmente le balere arrivano a suonare solo buona musica vietnamita, i bar a trasmettere i match clou del campionato di cricket pakistano, i chioschi a preparare leccornie cinesi come gli spiedini di scorpione e le zuppe di zampe di gallina. Perche' i turisti orientali sono abituati a questo, pretendono questo, e nessuno ha la voglia di sottrarsi all'imposizione dei loro costumi o ha la forza di combattere le leggi del mercato. Va a finire che per campare, nelle localita' di mare europee manipolate come pezzi di pongo, le anziane sono obbligate ad indossare abiti folkloristici e a far gracidare rospi di legno pur di attirare l'attenzione degli stranieri per vendergli qualche ammennicolo strambo, le donne si piegano a fare massaggi ai piedi di bofonchianti panzoni cambogiani e nepalesi, gli uomini non fanno altro che propinare souvenir, magliettine, scarpe e pantaloni falsi ma pari pari agli originali di moda cingalesi e iraniani. E le ragazze e i ragazzi vendono semplicemente il loro corpo. Phuket e' cosi'. Al contrario, ovviamente. Perche' attualmente il mondo gira in questa direzione.
Sulla battigia thailandese gli stranieri sono arrivati in massa una ventina di anni fa. Hanno cominciato in punta dei piedi, chiedendo l'usufrutto di spiagge candide e larghe, quindi le hanno attrezzate con i loro passatempi e infine si sono appropriati del manico. Per le loro serate hanno consigliato ai locali di seminare trappole per lo shopping convulso ogni metro quadro, per le loro notti, visto che c'erano, hanno chiesto e ottenuto che il Paese offrisse sesso facile a prezzi modici. Hanno investito. Tutto e tutti. E di fronte al dilagare della contaminazione, l'unico Stato del Siam mai occupato da una potenza coloniale ha detto si', si' e ancora si', consegnandosi alla masnada che si muove da casa solo a patto che il diverso non sia troppo diverso, che la globalizzazione sia all'insegna dell'occidentalizzazione, che il terzo mondo scimmiotti se stesso, si faccia addolcire da un paio di palline Haagen Dasz e si prostri davanti agli sghei. Ringraziando, pure. E la Thailandia ha ringraziato. Khawp khun (ka').
Figa - pensa qualcuno - naturale che vada cosi': noi siamo forti, intraprendenti e civilizzati. Loro sono succubi, disponibili e sostanzialmente pirla.
Figa - penso io - per produrre una siffatta aberrazione culturale e umana bisogna essere in due, infatti.

Viaggiare da straniero nel Paese che da piu' di sessanta anni e' governato da Bhumibol Adulyadej, un monarca in rosa sempre piu' incartapecorito e sempre meno rappresentativo, e' difficile muoversi senza ritrovarsi un adesivo sul petto che dica a chi di dovere dove ti deve portare. Ed e' impossibile capire di cos'altro vivano i thailandesi se non degli introiti derivati dall'afflusso scomposto di 12 milioni di turisti all'anno. Qui si vende tutto, e quello che non si vende si affitta: una barca, un paracadute, una moto d'acqua, un buggy, un paio di mani delicate. O una spiaggia teoricamente protetta. Quella di Maya bay, in uno spicchio della piu' piccola delle due incantevoli isole di Phi Phi, e' stata chiusa per quasi un mese, nel 2000. Danny Boyle e la sua produzione di Hollywood hanno preso spunto dalla omonima novella di Alex Garland e si sono installati in un parco naturale, dove hanno ripreso il faccino di Di Caprio e il faccione di Carlyle nel film The Beach, una pellicola dalla quale risulta che i viaggiatori indipendenti siano membri di una setta di invasati antropofagi. "Quando se ne sono andati avevano modificato per sempre il profilo della spiaggia", si lamenta una signora che mi affitta maschera e boccaglio per lo snorkelling. Pero' adesso il numero di chi va a vedere quella distesa di sabbia e' quasi raddoppiato. E allora va bene cosi', perche' e' il risultato che conta.
E a giudicare dalla rapidita' con la quale si e' ripresa dalla devastazione del 26 dicembre 2004, l'isola che penzola come una goccia di terra nel mare delle Andamane ha imparato a perseguirlo senza troppi scrupoli. Progettata come un parco giochi per turisti poco abbienti, col tempo e' diventata il Bengodi degli acquisti e la Las Vegas della lussuria. Una volta che hai partorito un posto cosi' e' difficile tornare indietro, e' indispendabile andare avanti ed e' consigliato accelerare, perche' chi si ferma e' perduto e chi rallenta si fa scavalcare in un baleno. L'ovest sforna dissociati a iosa, e se Phuket dovesse arrestarsi davanti a qualche rimorso di coscienza o dubbio esistenziale, spunterebbe certamente qualche altra spiaggetta, qualche altra comunita', disposta a mettersi in mutande. E poi a togliersele davanti ai soldi stranieri.
Percio' quando cala la sera, l'isola da' il meglio di se'. Davanti ad ogni bar, anche il piu' periferico e pudico, spuntano una mezza dozzina di signorine che ti invitano a bere. Non mordono, ma garantiscono quella compagnia che la maggior parte di chi e' volato fin qui non disdegna. E che a Phuket e' il minimo sindacale per sopravvivere alla concorrenza. Li' dove invece il gioco si fa' piu' duro, a Bangla', in una costola di Patong, proliferano i banana e i ping pong show, i locali dove pulzelle succinte ballano su una passerella finche' non arriva il turista di turno che per una cinquantina di euro se le porta un'oretta nell'hotel di fianco. Per strada si moltiplicano le avances delle meretrici, le occhiate spermatozoiche dei lady boy e le proposte di massaggio. Ai piedi, alla testa, su tutto il corpo, con olio o "sportivi", quelli con gradita sorpresa finale. Il mare e' un accessorio, le giornate scivolano veloci verso la loro consacrazione. E siccome nell'hard discount della depravazione si respira polvere di viagra, l'identita' di ogni avventore pare marchiata a fuoco dalle sue abitudini sessuali, etichettata dalle finalita' della sua visita. Allora noti centinaia di lui bianco e lei thai, decine di lui bianco canuto e lei thai giovane, di lui bianco con un lui thai che pero' si sente una lei thai, di lui bianco con un lui thai che si sente un lui thai, di lui bianco venuto a cercare una lei thai, di lui bianco venuto a cercare un lui thai, di lui bianco venuto a prendere quel che offre la piazza. Se sei a corto di fantasie sessuali, fai una passeggiata per Patong e alla fine ne saprai piu' di prima. Tanto tutto si svolge en plein air, dalle proposte verbali alle carezze sullo scroto. Sara' un caso, forse una forma di prudenza, spero non una conseguenza di altro, ma a Phuket quasi non si vedono bambini. "Io vengo qui due volte l'anno - mi dice Uwe, un quarantreenne tedesco - passo un po' di tempo a Patong e un po' a Pattaya dalla mia ragazza. La quale (ride) e' sposata con un italiano che la mantiene a distanza girandole 300 euro al mese". Mi ricorda un'altra storia. Quella che che fini' con una ragazza peruviana sposata col gestore di un bar di Pavia che in una discoteca di Arequipa mi pianto' cinematograficamente un dito sullo sterno e mi disse: "Non sai quello che ti perdi". Sbagliato. Con uno sforzo di immaginazione ci arrivavo, invece.
Per questo, per evitare che anche Uwe mi pianti un dito al centro del petto e mi dica che non so quel che mi perdo, non glielo confesso che per la seconda volta me ne vado dalla Thailandia senza scopatine all'attivo. E non gli dico neanche che a Phuket non ho comprato una t-shirt una, e che i miei unici souvenir sono una contusione al polso sinistro, una al ginocchio destro, una all'anca e due ecchimosi grosse come ricciarelli sugli avambracci. Non mi ha mazzulato nessuno, e' solo overdose di beach volley. L'unica cosa che mi manca della Thailandia quando martedi' sera, dopo 13 ore di trasferimenti, arrivo a Georgetown, in Malaysia. Un altro mondo.

venerdì 9 novembre 2007

Un po' dolce, un po' salato...

Un piccolo salto all'indietro per inaugurare la playlist di mini-video by DariodiViaggio.net... una piccola testimonianza della colonna sonora che ha accompagnato il passaggio attraverso il Kyrgyzstan a bordo dell'auto del buon Aleksej.



p.s. 2 nuove gallerie di foto nel RTW Overland 2007: Kazakhstan e Kyrgyzstan

martedì 6 novembre 2007

Corsi percorsi ricorsi concorsi

"Ciao bello, io sono Patty". Buongiorno, Patty, il piacere e' mio ma soprattutto del mio amico Neil di Kilkenny. Che poi e' un amico in senso molto lato. Fino a dieci minuti fa io non sapevo neanche come si chiamava, lui e' ancora convinto che io sia svizzero. Pero' gli sono debitore, perche' prima di infrangere tutte le basilari regole della prossemica fra sconosciuti e sistemarti quella mano sulla coscia, mi ha offerto una Tiger. All'alba. Per quel poco che ti interessa devi sapere che tre anni fa sempre un irlandese mi allungo' la stessa birra, sempre alle sette di mattina, sempre nella stessa strada, sempre nello stesso pub, sempre allo stesso tavolo. Dove io arrivo sempre sfatto di sonno e dove trovo sempre frotte di ragazzi piu' sfatti di me, anche senza una nottata in bus sulle spalle. Il caso sa scadere nella prevedibilita' piu' della routine. Sembra che sulla Terra nessun posto come Khao San road centrifughi le tappe dello sviluppo dei figli del primo mondo in un ciclo e riciclo di dinamiche immutabili e ripetititive. Nella strada 'del riso macinato' si arriva con la puzza di latte e si riparte con quella di marijuana, si celebrano i riti di passaggio ad un'adolescenza quasi matura con una trafila di manifestazioni apparenti e di battesimi - gli henne', i dreadlocks, i tatuaggi, i piercing, sesso droga e rock&roll - conferiti in catene di montaggio sui marciapiedi, qui la dipendenza dai genitori viene soppiantata da quella dello specchio del gruppo, qui il tempo libero comincia a far rima con consumo. Ma siccome gli altri centri di gravita' permanente del movimento turistico di Bangkok - Patpong, Soi Nana e Soi Cowboy - sono autentici puttanai per signori con la bavetta alla bocca e il portafoglio pieno di solitudine, fra i due tipi di squallore dolciastro preferisco questo. Per lo meno spensierato e innocuo, anche se la miscela con Halloween e' micidiale. Oh Neil, oh Patty, se i miei appesantiti e boriosi brusii cerebrali non interferiscono col vostro pomiciare, io resto qui a sorseggiare la mia birra mentre finisco la colazione che mi ha offerto quel francese, Julien. Anzi, scusatemi se ci sto mettendo piu' del dovuto. Ma e' piu' di un mese che non maneggio una forchetta.
"Non sai quanta patata c'e' in giro". Se e' per questo non parlo italiano da sessanta giorni. Ma ricordo abbastanza da riuscire a penetrare i meandri del gergo di Vittorio, che si materializza nel pub quando le Heineken di Neil e Patty - strisciati nell'hotel di fronte - sono ancora fredde. A naso Vittorio intende che l'approccio con una nazione nuova di zecca talvolta puo' essere reso meno traumatico dalla massiccia presenza di ragazze avvenenti, disponibili o avvenenti E disponibili. Vittorio si definisce affascinante, gentile, garbato ed educato. Sotto dettatura aggiunge figlio di. La differenza fra di noi sta negli input visivi assorbiti sin dalla tenera eta': dal suo terrazzo si ammira San Pietro, dal mio balcone la cucina dei Manelli. Apprensivo intraprendente, affettuoso bastardo, goliardico edonista con venature teo-con, torello con un accenno di pancia da commenda, e' venuto in Thailandia con un programma preciso: niente visite alle citta' del triangolo d'oro - Chiang Mai, Chiang Rai e Sukhothai - perche' delle infognate clamorose (nel gergo di Vittorio: "destinazioni di difficile approdo per via della dislocazione remota"), ma una gita ai ruderi di Ayuthaya, per evitare che la vacanza assuma i contorni della papponata (nel gergo di Vittorio: "un'esperienza improntata alla esclusiva soddisfazione degli istinti primordiali - mangiare, bere, dormire, magari fare selvaggiamente all'amore - con atteggiamento da colono") e poi tanto mare con l'obiettivo di conoscere - possibilmente in modo biblico - un numero nutrito di fisicate (nel gergo di Vittorio: "signorine talmente apprezzabili dalle caviglie al collo che tutto quello che sta sopra e sotto e' trascurabile"). E con una tecnica affinata nel rimorchio: "Ormai sono un ghepardo - mi dice - e sono infallibile: quando je parto o ci stanno o mi pisciano". Lo pisciano una russa, un'americana, una svedese e una odiosa hostess ceca.
Alla fine sulla sabbia argentata di Koh Samet si fa cosi' soprattutto la conoscenza di Shannon dal Colorado e Damien da New York, due reduci dal campo base dell'Everest dove una organizzazione non governativa statunitense ha confezionato il concerto piu' alto del mondo per sensibilizzare i nepalesi e raccogliere dei fondi da dirottare nella lotta al cancro. Nonostante la sfacchinata, lei ha ancora la forza di respingere gli assalti di tutti i bonzi da spiaggia che le capitano a tiro, lui di strimpellare fino a notte fonda il suo repertorio Settanta che va da Battisti a Warren Zevon. Barba, baricentro basso, movimenti scattosi e raschio alla Joe Cocker, Damien e' titolare di due aziende imprecisate ma e' anche autore di canzoni calde e orecchiabili, e all'indomani di un due di picche pubblicamente ricevuto da una diciottenne dello Jutland, aspirando un cannone compone una melodia ("Oh sweet Marie-what have you done to me, oh sweet Marie-would you marry me, oh sweet Marie-my danish ba-by...") che si candida a colonna sonora dei falo' del futuro. Forse.

In tutto questo - che poi e' questo al cubo - io non fatico a trovare hobby alternativi. Se attorno al mio ego straripante non succede niente vado anche a stanare i crotali, ma se succede un troppo che mi ripugna osservo, pontifico e poi mi rintano nelle mie abitudini da vecchio giovane. Passeggio, fotografo, gioco a beach volley, rimpinguo il parco-bandierine di tessuto, leggo tre libri in sei giorni e ne compro altrettanti nel buco pieno di primizie gestito da Wa Li, un giulivo thailandese di origine cinese cui rifilo anche una lonely planet di quarta mano e dal quale acquisto due chili di carta di qualita'. Celine, Haddon, Houellebecq, Hosseini, tutto quello che cercavo, tutto in lingua originale. Gli lascio solo un libro di Simenon in italiano, e solo perche' mi dissuade Vittorio. "'L'uomo che guardava passare i treni' e' una palla - mi assicura - E' la storia di un uomo che guardava passare i treni e che ogni tanto dice: 'Toh, e' passato un treno!'". Il mio sguardo di traverso e' divertito, lui si scioglie e spiega. "Se ultimamente sono peggiorato e'... perche' sono migliorato". Nel gergo di Vittorio: un'infognata clamorosa nella papponaggine che si estrinseca davanti a tante patate fisicate. Credo.