lunedì 14 luglio 2014
mercoledì 11 giugno 2014
Simply The Best
| Il ponte di tek di Amarapura (Myanmar)
Melbourne è la città più vivibile del mondo, dicono. Poco importa che il dato non sia misurabile, una volta che l'etichetta è appiccicata, il marchio va esibito. Così fan tutti, del resto. Il mondo vive per stilare e spiattellare graduatorie, primati e numeri. Un po' è il mestiere delle proloco, un po' la dittatura del titolo, soprattutto è colpa nostra. Se un tempo bastava un collage di immagini scolorite su sfondo pastello per far appendere una cartolina sul frigo, oggi guardiamo spot, apriamo link e stiamo a sentire qualcuno solo se chi parla si sa imporre nel lasso di tempo che gli possiamo concedere. Circa 11 secondi. E visto che siamo saturi di tutto e assuefatti a tutto, l'unico modo per richiamare davvero l'attenzione e imporsi alla memoria, è presentarsi come un unicum, e farlo pure in fretta. Tanto più quando in ballo non ci sono emozioni o massimi sistemi ma ponti, strade, tappeti e funivie. Chi viene dall'Italia mette a fuoco la questione e viene preso dall'impulso di contattare il grande capo estiqaatsi. Un po' perché dall'alto del Paese più bello del mondo che ce frega di vantare il primato del camino di terracotta a spirale più pesante o delle tapparelle avvolgibili più lunghe del pianeta? Ma un po' anche perché se ci attaccassimo alle graduatorie oggettive, scopriremmo che ben prima della bellezza, in Italia ci sono la corruzione, la bassa natalita', la decrescita e gli asini che volano, tipo questo.
In quelle cose si' che siamo primi.
Anche in questo l'AUSTRALIA sta agli antipodi. Vanta il deserto più antico del mondo, il monolite più grande del globo, la barriera corallina più lunga e la città più isolata, ma anche una serie di grandi raffigurazioni, dal koala alla pecora merino, dall'ananas alla trota, dal pollice verso al gamberetto, che dimostrano quanto questa mania possa essere contagiosa, ridicola e tendenzialmente illimitata. A Gumeracha, vicino Adelaide, per esempio, c'e' il cavallo a dondolo piu' grande del mondo. A Launceston - in Tasmania - mi sono imbattuto pure in questa cosa raffigurata qui sotto. Che solo a spiegare cos'e' ci vogliono 4 righe. |
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| Il piu'... di Lauceston |
| Il Burj Khalifa di Dubai (Emirati Arabi) |
L'esempio più palese è nella corsa alla costruzione dell'edificio più alto del mondo.
Quando sono nati i miei genitori era l'Empire state building di New York (381 metri), quando sono nato io era la Sears Tower di Chicago (442 metri), quando è nato il mio primo nipote erano le Petronas di Kuala Lumpur (452) e quando è venuto al mondo il secondo lo era diventato il grattacielo 101 di Taipei (509). Adesso come adesso è il Burj Khalifa (ex Burj Dubai, ma siccome per completarlo hanno dovuto chiedere i soldi in prestito ad Abu Dhabi, gli emiratini della capitale li hanno obbligati a cambiare nome) con quasi 830 metri. Il quale prima o poi sarà scavalcato dalla Kingdom Tower di Jedda, ammesso che i sauditi riescano effettivamente ad arrivare al chilometro di altezza, il triplo del grattacielo sul quale si aggrappava King Kong.
Dubai s'è comunque cautelata con la Cayan tower, la torre più alta con una torsione di 90 gradi. Già, perché dal momento che ogni classifica contempla le sottocategorie, ci sono le graduatorie che includono l'antenna, che distinguono in base all'abitabilità e secondo criteri geografici. Così il CANADA ha avuto il suo quarto di secolo e passa di fama grazie alla CN Tower di Toronto, che con i suoi 553 metri è stata la costruzione non abitabile più alta del globo tra il '76 e il 2010, prima di essere superata da una torre di Canton e poi dallo Skytree di Tokyo, che di metri ne misura 634 ed è stata completata giusto in tempo per permettermi di scattargli questa foto.
Visto che tutti 'sti posti sono a nord dell'equatore, anche la NUOVA ZELANDA ha cercato di finire nel medagliere, mettendo in piedi i 328 metri della Sky Tower di Auckland. E allora Melbourne ha risposto con l'Eureka Tower, che di metri ne misura 297 ma in quanto abitabile ha vinto anche lei il suo premio. Almeno prima che Gold Coast le scippasse la scena con la Q1 di 322 metri. Dato che il Victoria se l'è legata al dito, qui è già in costruzione un pezzo da 108 piani e 388 metri. Giurerei che non sara' l'ultimo. Ma per una questione meschina legata alle ritenute in busta paga spero che non la costruzione non costi come quella del Marina Bay Sands di SINGAPORE, un casino da 6 miliardi di dollari finito per questo nel Guinness come l'edificio piu' caro del pianeta.
E qui sarebbero applausi a scena aperta. Peccato che sia solo una leggenda metropolitana.
Poi la diga più grande del mondo (primato conteso a quella tra Brasile e Paraguay), sullo Yangtze. Poi la città più distante dal mare, Urumqi. A Chengdu c'e' il New Century Global Center, il palazzo piu' grande del mondo (seguito - in ROMANIA - dalla casa del Popolo di Bucarest, che e' il secondo edificio per estensione e il terzo per volume) con una superficie di 1.760.000 metri quadrati. Calpestabili.
Per non farsi mancare niente, sempre in Cina, a Leshan, c'è l'enorme Buddha scolpito nella roccia. Alta 71 metri è la più grande statua premoderna del globo. Superata da un'altra, sempre cinese e sempre del Buddha, realizzata nel 2002 nella quasi omonima Lushan e che raffigura un Siddhartone di 128 metri. Due volte e mezza i 50 metri di Santa Rita, statua che non è a Cascia - per fortuna - ma a Santa Cruz, in BRASILE, ed è l'unica cattolica in mezzo a una serie di figure del Buddha o Madri Patrie russe e ucraine, ma stacca pur sempre di 4 metri la Statua della Libertà. Gli STATI UNITI si consolano con i presidenti di Mount Rushmore, che per ora fanno corsa a sé. Anche perché non è mica facile trovare motivi per trascinare turisti nel South Dakota e soprattutto Paesi che abbiano 4 presidenti che vadano d'accordo tra di loro.
Certo, non tutto si fa per soldi, spesso solo per sboronaggine. Raramente per necessità.
In GIAPPONE - A Kobe c'è il ponte Akashi Kaikyo, il più lungo del mondo tra quelli sospesi. Invece in RUSSIA, a Vladivostok, c'è il ponte più lungo tra quello strallati, qualsiasi cosa voglia dire. In
MYANMAR - ad Amarapura, vicino a Mandalay, c'è il ponte di tek più lungo del mondo. Infine in
YEMEN - c'è il ponte di pietre sospeso più alto del mondo. Poco distante, in
OMAN - c'è il tappeto fatto a mano più grande del mondo. Si trova nella moschea del sultano Qaboos a Muscat. Che non è la più grande del mondo perché quella si trova in ARABIA SAUDITA, a La Mecca, ed è la Masjid al-Haram.
| Il Buddha di Leshan, Cina |
MYANMAR - ad Amarapura, vicino a Mandalay, c'è il ponte di tek più lungo del mondo. Infine in
YEMEN - c'è il ponte di pietre sospeso più alto del mondo. Poco distante, in
OMAN - c'è il tappeto fatto a mano più grande del mondo. Si trova nella moschea del sultano Qaboos a Muscat. Che non è la più grande del mondo perché quella si trova in ARABIA SAUDITA, a La Mecca, ed è la Masjid al-Haram.
Se la cosa sembra tutto sommato scontata, non lo è, visto che la basilica di San Pietro è stata usurpata del titolo di chiesa cattolica piu' vasta da quella di Notre Dame de la Paix, a Yamoussoukro, in COSTA D'AVORIO. Meno sorprendente che la sinagoga più grande del mondo sia a New York, anche se per una volta non pare se ne vantino più di tanto.
In compenso a Ulm, in GERMANIA, c'è il campanile più alto, a Salisbury, in INGHILTERRA, la prima guglia del mondo anglicano (seguita a sorpresa da quella di una chiesa di Melbourne che se tanto mi dà tanto è la più alta nell'emisfero australe) e - restando in tema - in RUSSIA, al Cremlino, è sistemata la campana dello zar, alta 6 metri e pesante più di 200 tonnellate, di gran lunga la maggiore sulla Terra.
Anche i piccoli hanno i loro altarini. TONGA ne mette in mostra addirittura un paio: intanto e' l'unico Paese del Pacifico a non essere mai stato "ufficialmente" colonizzato, e poi ospita il volo commerciale piu' breve del pianeta: tra Nuku'alofa e 'Eua ci vogliono due e mezzo di dondolii in nave oppure sette minuti in aereo. Inutile specificare che a 'Eua ci andai via mare e che lo soffrii pure parecchio.
Pleonastico anche sottolineare che nei Paesi più grandi ci siano più possibilità di imbattersi in certi primati: la superficie (Russia) la popolazione (Cina) o il PIL (gli Usa, ancora per poco) - o nel loro opposto (vedi la densità, in MONGOLIA, che è anche il Paese più grande senza accesso al mare). O che in quelli più sfigati ci siano i record meno invidiabili (il BANGLADESH non ha solo la più alta densità abitativa e la più grande foresta di mangrovie, ma ha messo la crocetta anche la più grande carestia e la più grande contaminazione da arsenico nel mondo).
In compenso a Ulm, in GERMANIA, c'è il campanile più alto, a Salisbury, in INGHILTERRA, la prima guglia del mondo anglicano (seguita a sorpresa da quella di una chiesa di Melbourne che se tanto mi dà tanto è la più alta nell'emisfero australe) e - restando in tema - in RUSSIA, al Cremlino, è sistemata la campana dello zar, alta 6 metri e pesante più di 200 tonnellate, di gran lunga la maggiore sulla Terra.
Anche i piccoli hanno i loro altarini. TONGA ne mette in mostra addirittura un paio: intanto e' l'unico Paese del Pacifico a non essere mai stato "ufficialmente" colonizzato, e poi ospita il volo commerciale piu' breve del pianeta: tra Nuku'alofa e 'Eua ci vogliono due e mezzo di dondolii in nave oppure sette minuti in aereo. Inutile specificare che a 'Eua ci andai via mare e che lo soffrii pure parecchio.
Pleonastico anche sottolineare che nei Paesi più grandi ci siano più possibilità di imbattersi in certi primati: la superficie (Russia) la popolazione (Cina) o il PIL (gli Usa, ancora per poco) - o nel loro opposto (vedi la densità, in MONGOLIA, che è anche il Paese più grande senza accesso al mare). O che in quelli più sfigati ci siano i record meno invidiabili (il BANGLADESH non ha solo la più alta densità abitativa e la più grande foresta di mangrovie, ma ha messo la crocetta anche la più grande carestia e la più grande contaminazione da arsenico nel mondo).
Sono però le cose completamente random che mi fanno impazzire. In CILE, per dirne una, ad Algarrobo c'e' una piscina lunga piu' di un chilometro e profonda 35 metri (anche se a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, ce n'e' una profonda 40). In, TAGIKISTAN, per dirne un'altra, c'è il pennacchio più alto del mondo. Per dare un'idea della competizione, basta specificare che Dushanbe ha strappato il record alla COREA DEL NORD. Che si rifà con i 150mila posti del Rungnado, che a dispetto del nome da paesino della Brianza è lo stadio più grande del mondo.
venerdì 9 maggio 2014
I Miti del Foro
Giornata tipo: sveglia alle 7.50. Rapida presa di coscienza a colpi di maledizioni sparse seguita da doccia, barba (un giorno sì e tre no), caffé, colazione a base di Bucaneve (o, in alternativa, del ciambellone della moglie del dottore), subitanea vestizione con l'abito d'ordinanza e alle 8.25 sono fuori. Quindi al Foro dalle 9 alle 23-quando-va-bene infine eventuale birra-amaro-limoncello a Trastevere (o a Bravetta o sulla Colombo) col nottambulo di turno fino alle 2am. Così per 9 dei 12 giorni in cui sono rimasto a Roma. Gli altri 3 sono stati peggio. Chi si è lamenta perché non ho trovato il tempo di vederlo/a/i/e merita di passare l'eternità tra le fiamme dell'inferno. Assieme a quelli che si sono lamentati perché non gli ho rimediato i biglietti.
mercoledì 30 aprile 2014
La partita di pallone
I controlli ai
cancelli sono più rigidi del previsto, ma lo spettro del terrorismo non c’entra
niente. In Oman l’abbigliamento tradizionale prevede la dishdasha – una tunica bianca –la kuma - un berretto ricamato - e il khanjar, un coltello ricurvo agganciato alla cintura. In pratica le
perquisizioni servono soprattutto ad evitare che i match si trasformino in
duelli rusticani. Ma una volta messe le mani nel mio zaino, i poliziotti ne
approfittano per requisire quanto di più prezioso ci sia al Tropico del
Capricorno, quando il pomeriggio è giovane, l’estate alle porte e in giro non
c’è l’ombra di un bibitaro: l’acqua.
Lo stadio costruito
nel distretto di Boshar, periferia nord della capitale Muscat, è battezzato Bin
said Qaboos, come il Sultano patito di musica classica che da 40 anni governa
l’Oman con piglio illuminato, e a colpi di infrastrutture e di welfare ha
trasformato uno dei pochi lembi di Penisola Arabica senza massicce riserve di
petrolio (da qui sgorga meno dell’1% della produzione mondiale di greggio) in
uno Stato moderno, stabile e relativamente benestante, che dialoga con i vicini
senza strizzare l’occhio al fondamentalismo islamico e con l’Occidente senza
scimmiottare il gigantismo di Dubai. Una nazione entro certi limiti persino laica,
nella quale tre-quarti della popolazione segue una confessione che non ha
legami né con lo sciismo né con il sunnismo, ma nella quale le partite di
calcio iniziano alle 17. Tanto per evitare di intralciare la preghiera delle 19 e urtare
la sensibilità di qualcuno.
Oman-Iraq è
valida per le qualificazioni ai Mondiali. In un gruppo dominato dal Giappone di
Zaccheroni, le due squadre sono ancora in corsa per una storica promozione alla
fase finale: i padroni di casa – guidati dal francese Paul Le Guen, ex manico
del Lione e del Camerun - hanno battuto
la Giordania e pareggiato entrambe le partite con l’Australia. Due mesi fa, a
Sydney, ad inizio ripresa conducevano addirittura 2-0, prima che i Socceroos rimontassero lo svantaggio limitando i danni.
L’Iraq è lontana parente della formazione che nel 2007 ha vinto la Coppa
d’Asia, ma è arrivato a metter paura ai nipponici a Saitama e non ha mai perso
con più di un gol di scarto. Insomma, i 3 punti contano eccome, ma per chi è
abituato al rombo dell’Olimpico, il clima sembra quello da amichevole estiva. Anche,
o forse soprattutto, per i 40 gradi.
Superato lo schieramento di soldati, e rimasto senza liquidi a 2 ore dal fischio d’inizio, mi accodo al primo gruppo di tifosi di casa. Rimasti senza daga, gli ultrà sono armati di megafoni e stendardi, e portano al collo sciarpe –di lana per giunta - con l’effige di Qaboos. La sistemazione obbligata è nella tribuna centrale, dove alcuni volontari distribuiscono delle pettorine di plastica rosse da indossare a scopi scenografici. Un impianto da 40mila posti intitolato al monarca assoluto ha il compito di rappresentare il sentimento di attaccamento alle vicende nazionali, sia pure calcistiche, anche a costo di prendersi un’insolazione. La letteratura sull’argomento insegna che il rischio di trasmettere un’immagine desolante si può prevenire in due modi: vendendo i biglietti a 2 dollari e accalcando i presenti proprio a beneficio delle telecamere. La federcalcio locale prova entrambe le soluzioni con risultati apprezzabili: inquadrato alla TV, il Sultan Qaboos Sport Complex sembra tutto esaurito, e nella tribuna centrale ogni spettatore contribuisce a formare una macchia monocroma. Rossa, come le maglie degli idoli di casa.
In realtà l’afflusso sugli spalti è lento, e oltre allo spicchio che condivido con altre 3 mila persone il colpo d’occhio è deprimente. I minuti scorrono lenti e l’afa è un potente silenziatore. La miccia che accende l’entusiasmo – poco prima del riscaldamento – è l’ingresso in campo di un uomo col braccio legato al collo. E’ Ali Abdullah Al-Habsi, il portiere della nazionale, l’unico giocatore omanita con un pedegree internazionale. Dieci anni fa è diventato il primo calciatore del suo Paese ingaggiato da un club europeo; dopo un paio di campionati in Norvegia, ha compiuto il grande salto nella Premier League inglese, vestendo le maglie del Bolton prima e del Wigan poi. Nella stagione di debutto coi Latics è stato pure eletto miglior giocatore della rosa, grazie ad una statistica formidabile per chiunque, tanto più per un portiere nato a queste latitudini: nelle varie competizioni Al Habsi ha parato la metà dei calci di rigori, neutralizzando gente del calibro di Tevez, Van Persie e Chicharito Hernandez. Ad ogni prodezza, la popolarità sua e del calcio, in Oman, ha subìto un’impennata.
Al Habsi anche contribuito allo storico successo nell’FA Cup del Wigan, che meno di un mese fa a Wembley ha conquistato il suo primo trofeo nazionale superando 1-0 il City. Insomma, oltre ad essere capitano per l’anagrafe, Al Habsi ha tutti i requisiti del mito vivente. In patria ha anche fondato ‘Safety first’, un’associazione no profit che intende sensibilizzare gli omaniti a guidare con prudenza, visto che in un Paese tanto vasto quando scarsamente popolato la gente inebriata dalle strade ampie, nuove e vuote tende a premere scriteriatamente sul l’acceleratore, e il tasso degli incidenti mortali in rapporto ai veicoli che circolano è undici volte maggiore all’Australia.
Il boato che accompagna l’ingresso in campo di Al Habsi è però soprattutto carico di commozione: un infortunio alla spalla obbligherà il portierone a sottoporsi ad una delicata operazione che a 31 anni potrebbe anticipare la fine della carriera, e intanto costringe l’Oman a fare a meno del suo numero 1 sulla strada verso il Brasile. Il posto del capitano tra i pali viene preso da Faiz Al-Rushaidi, uno spilungone che ha debuttato in nazionale 3 anni fa ma che da allora ha collezionato appena un paio di presenze; un po’ per le garanzie offerte dal titolare, un po’ perché Rushaidi, di garanzie, ne offre poche. Il pubblico lo sa, e durante il riscaldamento sostiene il ragazzo con cori che partono proprio dallo spicchio in cui sono confinato io e che si mescolano a quelli dedicati alla grandezza della squadra, della nazione, di Qaboos e di Allah.Non necessariamente in quest’ordine.
Quando i giocatori scendono finalmente in campo, un segnale indica che le telecamere si sono accese, così i miei vicini di seggiola sfidano la calura indossando la pettorina rossa, sopra la dishdasha o al posto delle magliette ufficiali con le quali i giovani si sono presentati allo stadio. In giro c’è di tutto, da simpatizzanti di Barcellona e Real a quelli di Juventus e Napoli; sono rappresentate le due sponde di Milano, le due di Manchester e le tre o quattro di Londra, ma per qualche minuto il pubblico di casa cede alla ragion di Stato e la tribuna dello stadio Qaboos diventa tutta rossa. Poi, ad un primo boato, segue qualche timido fischio.
Sono cominciate infatti a risuonare le note del Mawtini, la marcia patriottica palestinese composta 70 anni fa e adottata come inno nazionale iracheno dopo la caduta di Saddam Hussein. Il disappunto che si leva dal settore del tifo organizzato omanita si ripiega presto su se stesso, traformandosi rapidamente in un mugugno che viene altrettanto in fretta fagocitato dal coro del migliaio di iracheni sistemati accanto alla tribuna autorità. I rapporti tra le anime del mondo arabo non sono appesantiti da secoli di violenze e rancori come nel Vecchio Continente, ma le rivalità posso essere altrettanto aspre. L’Iraq, però, fa eccezione: negli ultimi 30 anni il popolo ne ha passate di tutti i colori, e anche i vicini meno amichevoli non possono fare a meno di provare un moto di empatia, anche quando in ballo c’è il pallone.
Mesi fa fa l’Iraq ha celebrato il primo decennale della fine del Regime, e secondo l’ONU il numero dei profughi fuggiti durante il conflitto con l’Iran, la guerra del Golfo, la dittatura di Saddam e l’invasione Alleata che adesso rientra nel Paese è in continuo aumento, e ha toccato l’anno scorso quota 80mila. Tre decenni di sangue hanno devastato la terra tra il Tigri e l’Eufrate, provocando la più grande e continua diaspora dei tempi recenti. Il 15% della popolazione irachena ha lasciato le proprie case e di questi – in gran parte giovani e professionisti - quasi due milioni di rifugiatii sono stati accolti tra Giordania e Siria, da dove hanno poi preso il volo per il resto del mondo, dal Canada alla Gran Bretegna, dagli Stati Uniti all’Australia. Oltre centomila hanno trovato asilo in Egitto, almeno diecimila in Turchia, ma neanche un iracheno è stato accolto in Oman.
L’inizio del match è al piccolo trotto: tolto Habsi e quattro giocatori ingaggiati da società della Penisola, infatti, tutti i componenti dei Red Warriors giocano nel campionato nazionale, finito esattamente da due settimane. Dall’altra parte Vlado Petrovic, alla dodicesima panchina diversa negli ultimi 17 anni (meglio, o peggio, di lui ha fatto la federazione omanita, che con Le Guen ha ingaggiato il trentesimo commissario tecnico in 29 stagioni), ha gli stessi problemi del collega francese, ma l’Iraq è talmente a corto di uomini di talento da mandare in campo un minorenne, Humam Tariq, classe 1996.
Il mix di caldo, inesperienza e gambe pesanti rende il primo tempo uno sterile, prolungato possesso palla dei padroni di casa, ma la rete in qualche modo arriva, allo scadere della frazione, grazie ad un’indecisione del portiere iracheno Sabri (90 presenze e un esordio in nazionale nel lontano 2002) della quale approfitta Ismail Al Ajmi, che gioca in Kuwait e perciò in Oman ha solo estimatori. L’esultanza per il vantaggio dura tutto l’intervallo.
Durante la pausa esco dalla fossa rossa per esplorare gli altri settori del complesso e visto che ci sono per cercare magari dell’acqua potabile. Passo attraverso la curva, che negli stadi occidentali è sinonimo di tifo esagitato mentre qui sembra il buen retiro di uomini di mezza età, poi mi accomodo nella tribuna per famiglie, frequentata in gran parte da ragazzini e donne con l’omaniya, ma con una rappresentanza di 900 mila expats che abitano nel Sultanato. Per la maggior parte sono lavoratori del subcontinente indiano, ma ci sono anche professionisti nel settore dell’estrazione e delle inftrastrutture e non mancano medici, insegnanti, broker finanziari e archeologi europei.
La destinazione finale, alla quale arrivo dopo essere stato invitato dai militari a fare un salto simbolico in tribuna stampa e uno molto più pratico oltre un muro di cinta, è però la curva degli ospiti. Quando entro, assieme al sole stanno tramontando le ultime speranze dei Leoni della Mesopotamia di qualificarsi a Brasile 2014. Nello spicchio risuonano cori rabbiosi e tamburi, ma nonostante il chiasso e le occasioni dell’Oman – che almeno tre volte potrebbe chiudere il match in contropiede - riesco a scambiare alcune parole con i tifosi. C’è Ahmed, che vive in Nuova Zelanda ma quando può vola in Medio Oriente per seguire la nazionale irachena, c’è Mohammed, che è scappato da Basra quand’era bambino e da allora non ha più rimesso piede nel suo Paese ma ora gestisce un’azienda negli Emirati, e c’è Samir, che insegna ingegneria civile all’Università di Muscat. Nessuno si spiega perché un Paese abitato da gente tanto cordiale come l’Oman non abbia aperto le frontiere ai profughi iracheni quando ce n’era bisogno. Ma nessuno si spiega soprattutto perché diamine, a tempo scaduto, il
pallone scagliato da un attaccante di Petrovic passi in mezzo ad una dozzina di
gambe ma finisca in pieno tra le braccia tremebonde di Al Rushaidi.
Il risultato non
cambia e così, al fischio finale della terna coreana, il settore ospite ammutolisce
e gli occhi di mille iracheni arrivati dai quattro angoli del pianeta si
riempono di lacrime. Se per una notte di inizio estate l’Oman scende in strada
sognando i Mondiali di calcio, la diaspora irachena riunita per un pomeriggio
grazie al calcio si risveglia ancora una volta a mani vuote. E ancora una volta
deve aggrapparsi ad un orgoglio nazionale che non ha nulla di nazionalistico.
Gli iracheni sono felici di essere qui, ma più probabilmente sono ancora più
felici di essere. “Siamo giovani,
resistenti e abituati alle botte – dice Samir - Tranquilli, fra quattro anni
tocca a noi”.
(tratto da 'The Thin White Line' - issue n.1)
domenica 30 marzo 2014
domenica 23 febbraio 2014
Il Mago di Oz
E adesso? Ci
vorranno altri 4 anni e 4 mesi prima che qualcun altro spezzi l’egemonia dei Fantastici 4 o Melbourne ha segnato l’inizio della rivoluzione
copernicana? I buoi sono scappati o quello di Stan the Man verrà ricordato come
un incidente della storia? E’ un segno dei tempi o la montagna australiana partorirà
il solito topolino parigino? Sulla Rod Laver Arena si sono affacciati uno dopo
l’altro i titolari di un’ottantina di majors,
quasi tutte le leggende viventi della racchetta. Ma a nessuno è venuto in mente
di riattizzare il dibattito sul più grande di sempre, perché l’Happy Slam 2014 ha
lasciato al tennis un’eredità più preziosa: i dubbi sul presente e sul futuro. Antidoti
ad una prevedibilità che stava per scadere in monotonia, ma anche cause di forti
emicranie da crisi delle certezze. Dovevano vincere a mani basse Nole e Serena,
tutt’al più impegnati in finale da Rafa e Vika. Invece un giorno ha stravinto
Li Na, l’altro abbiamo scoperto di aver avuto per anni uno Stanislas Wawrinka in
fondo al cassetto. Se la cinese aveva giocato a tira e molla col bersaglio grosso,
lo svizzero era considerato fino all’altroieri solo uno dei tanti talenti. Incompiuto
perché imperfetto. Un ottimo comprimario, dal rovescio d’oro ma anche dal
carattere fumantino e dal fisico non proprio
asciutto. Poi, improvvisamente, Stan ha trovato in Australia la quadratura del
cerchio, sedendosi al tavolo dei grandi senza essere stato invitato. E ha
obbligato il tennis maschile a farsi qualche domanda: Wawrinka è il nuovo Petr
Korda, che apre le danze dell’anarchia tra un’èra e l’altra, o è il Del Potro gattopardesco
di New York, uno sparo nel buio prima che tutto torni come prima?
Il primo tassello
era stato sistemato proprio in quello stadio, esattamente un anno prima. Lo
svizzero con antenati polacchi e sangue ceco aveva messo paura a RoboNole,
uscendo dal campo a notte fonda, tra le lacrime, sconfitto in un epico 12-10. Da
allora, in ossequio alla frase di Beckett tatuata sul braccio, Stan è stato
lungimirante nell’affidarsi ad un guru lucido e silenzioso come Magnus Norman,
sfacciato nel credere che giocare alla pari con Djokovic a Melbourne e New York
non fosse un punto d’arrivo, umile ne mettere il talento al servizio di un
piano tattico, determinato nel lavorare sulla tenuta atletica e sulla potenza
della battuta. E’ stato Intelligente nel trasformare l’adorazione per Federer
in un rapporto di collaborazione, meno subalterno. E anche fortunato, perché
no, nel trovarsi al momento giusto al posto giusto. L’unico più forte lui nella
metà bassa del tabellone era il campione uscente, ma il rimpasto di governo in
casa Nole non era stato indolore, e dopo un set di rodaggio lo ha capito anche
Stan. Le idiosincrasie di Roger a certe rotazioni e le schiene di Andy e Rafa
hanno fatto il resto, mettendo fuori gioco la concorrenza. Bisogna tornare indietro
a Parigi ’93 per trovare un giocatore – Bruguera - in grado di mandare al tappeto
le prime due teste di serie sulla strada verso uno Slam. Ma l’ultimo outsider a
mettere la museruola ai due migliori giocatori in circolazione e ad
aggiudicarsi un major alla prima vera
occasione era stato proprio Del Potro agli Us Open. Era il settembre del 2009 e
Dinara Safina era n.1 al mondo, tanto per intenderci.
P.s. Il suo quinto successo a Melbourne, il quarto consecutivo agli Australian Open, era pagato dalle agenzie di scommesse 2,10 volte la puntata. Una quota ridicola, paragonabile a quella di Serena Williams - con la differenza che l'americana gioca da sola, mentre il serbo sarebbe il numero 2 del mondo e vivrebbe in teoria nell'epoca d'oro del tennis, circondato da una generazione di fenomeni mai vista prima. Il motivo non era sicuramente il binomio con Boris Becker (sempre sia lodato, nonostante il botulino, l'imbolsimento e l'accenno di rachitismo) né il fatto che il sorteggio avesse disegnato un tabellone nel quale Nadal, Del Potro, Murray, Tsonga e Federer si scannavano dalla stessa parte per un posto in finale. No, il motivo era semplicemente statistico: dal vivo avevo seguito quattro prove del Grande Slam, gli Australian Open 2008, 2011, 2012 e 2013. E il vincitore era sempre stato lo stesso. A maggio Roma, Nole mi aveva pure detto che in caso di necessità mi avrebbe invitato a Melbourne a mie spese.
Il primo tassello
era stato sistemato proprio in quello stadio, esattamente un anno prima. Lo
svizzero con antenati polacchi e sangue ceco aveva messo paura a RoboNole,
uscendo dal campo a notte fonda, tra le lacrime, sconfitto in un epico 12-10. Da
allora, in ossequio alla frase di Beckett tatuata sul braccio, Stan è stato
lungimirante nell’affidarsi ad un guru lucido e silenzioso come Magnus Norman,
sfacciato nel credere che giocare alla pari con Djokovic a Melbourne e New York
non fosse un punto d’arrivo, umile ne mettere il talento al servizio di un
piano tattico, determinato nel lavorare sulla tenuta atletica e sulla potenza
della battuta. E’ stato Intelligente nel trasformare l’adorazione per Federer
in un rapporto di collaborazione, meno subalterno. E anche fortunato, perché
no, nel trovarsi al momento giusto al posto giusto. L’unico più forte lui nella
metà bassa del tabellone era il campione uscente, ma il rimpasto di governo in
casa Nole non era stato indolore, e dopo un set di rodaggio lo ha capito anche
Stan. Le idiosincrasie di Roger a certe rotazioni e le schiene di Andy e Rafa
hanno fatto il resto, mettendo fuori gioco la concorrenza. Bisogna tornare indietro
a Parigi ’93 per trovare un giocatore – Bruguera - in grado di mandare al tappeto
le prime due teste di serie sulla strada verso uno Slam. Ma l’ultimo outsider a
mettere la museruola ai due migliori giocatori in circolazione e ad
aggiudicarsi un major alla prima vera
occasione era stato proprio Del Potro agli Us Open. Era il settembre del 2009 e
Dinara Safina era n.1 al mondo, tanto per intenderci.
Le analogie col blitz dell’argentino a Flushing Meadows, però, finiscono qui: JMDP non aveva ancora 21 anni, e il suo bussare alle porte del Paradiso provocò una reazione uguale e contraria. Il mastro di chiavi e i suoi scagnozzi erano all’apice della forma, si affrettarono a mettere lucchetto e catenaccio e per altre 3 stagioni non fecero entrare nessuno. Wawrinka non corre il rischio di Palito, che nel tentativo di buttare giù l’entrata ci ha rimesso il polso. A quasi 29 anni non ha lanciato una sfida alla storia, ha semplicemente vissuto un sogno ad occhi aperti. Un sogno– lo ha ripetuto fino alla nausea, anche quando il trofeo intitolato a Norman Brookes brillava accanto al suo naso rosso, neanche si fosse avvinazzato prima del match – che non credeva di poter vivere. Wawrinka è diventato uno splendido animale da palcoscenico, un cavallo da corsa, capace di battere se stesso e gli altri, di mettere in riga un Djokovic meno affamato del solito e un Nadal più incerottato del solito, senza smarrirsi nel frattempo contro un Berdych meno insicuro del solito. Ma senza nulla togliere all’ex svizzero di riserva, che per 4 ore contro Nole e per un’ora contro Rafa ha dimostrato di saper vincere guerre di fisico e di nervi e di essere arrivato lassù per meriti propri, i dubbi rimangono. Non sul valore, né tantomeno sulla bellezza della favola. Ma sulla morale sì. Se ce l’ha fatta lui, penseranno Berdych, Tsonga e, perché no, Ferru... se ce l’ha fatta lui, si dirà il gruppone dei vorrei-ma-non-posso, da Gasquet in giù... se ce l’ha fatta lui, si diranno i Dimitrov e l’esercito delle teste calde... se ce l’ha fatta lui, penserà persino Roger. Stanislas Wawrinka ha riaperto le porte dell’Eden. Da oggi, grazie a lui, hanno tutti qualcosa in più da sognare e da perdere. Ma per vedere un altro nome nuovo nell’albo d’oro di uno Slam, forse, ci vorrà ancora del tempo.
(Tratto da SuperTennis Magazine gennaio-febbraio 2014)
venerdì 31 gennaio 2014
The Hangover
Alle soglie dei 38 ho bevuto alcol e ho vomitato. Anche se a sparigliare le carte e' stata l'aranciata andata a male nella vodka. A rendere davvero esotica la vicenda c'e' la location. La spiaggia di Taufua, a Upolu - la piu' orientale tra le due principali isole di Samoa. A quasi 17mila km da casa.
venerdì 13 dicembre 2013
Van Diemen's Land
Dopo aver circumnavigato i mari del Sud, toccando le coste della Nuova Guinea, delle Salomone, delle Figi, di Tonga e della Nuova Zelanda, 370 anni fa un navigatore olandese di nome Abel Tasman avvistò una costa che credeva appartenere al continente australiano e per questo ribattezzò quel lembo di terra Van Diemen's Land. Era un omaggio al governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali ma anche e soprattutto una topica clamorosa, che data la lontananza e la difficoltà di ritrovare la strada a quelle latitudini rimase tale per la bellezza 135 anni. Tanto ci volle, prima che un certo Matthew Flinders si accorgesse che quelle coste appartenevano in realtà a un'isola. Che a questo mondo non ci sià giustizia è testimoniato dal fatto che Tasman si vide intitolata tutta l'isola e da lì a cascata mezza fauna autoctona e pure Taz, il cartone della Warner Bros, mentre a Flinders toccarono un'autostrada nel Queensland, la stazione dei treni di Melbourne e una catena montuosa del Sud Australia. Non il massimo, per uno che di mestiere faceva il navigatore.
Hold me now, oh hold me now
'Til this hour has gone around
And I'm gone on the rising tide
For to face Van Diemen's land
It's a bitter pill I swallow here
To be rent from one so dear
We fought for justice and not for gain
But the magistrate sent me away
Now kings will rule and the poor will toil
And tear their hands as they tear the soil
But a day will come in this dawning age
When an honest man sees an honest wage
Hold me now, oh hold me now
'til this hour has gone around
And I'm gone on the rising tide
For to face Van Diemen's land
giovedì 14 novembre 2013
Working boy
Qualche tempo fa, ficcando il naso tra le carte dell'istituto
nazionale di previdenza sociale, ho scoperto di avere un fondo pensione
anoressico. Non che mi illudessi, ma fra una decina di datori di lavoro,
una quindicina di anni di attività e tante di quelle tasse pagate da
ricevere sempre rimborsi pari a una tredicesima, speravo in
qualcosa di più di 9 mesi di contributi.
Pare che all'INPS risultino solo i versamenti fatti quando ero ancora vergine, nel '96.Oltre a bazzicare i corridoi della Lumsa e a raccontare in radio e sul Corriere le partite di Almas, Montespaccato e spesso pure Rebibbia, all'epoca arrotondavo facendo lo steward alla Fiera di Roma.
Il lavoro era semplice: bastava calzare le scarpe della cresima e indossare un vestito fatto su misura (detratto dai compensi, ça va sans dire) e rassegnarsi a trascorrere lunghissime giornate in piedi e a digiuno, in attesa che Steve Jobs o chi per lui risolvessero l'impasse con qualcosa di più interattivo di un walkie talkie..
L'unico modo per combattere la noia era dedicarsi ad uno sport nel quale da allora, modestamente, me la cavo alla grande: attaccare bottone con gli sconosciuti.
Se mi assegnavano al cancello su via Cristoforo Colombo potevo conoscere ricchissime nobili col barboncino che poi mi tempestavano di chiamate e mi invitavano alle loro cene eleganti ai Parioli per presentarmi il figlio chirurgo e l'amico dell'ex Scià di Persia. Coi quali - a sentire la contessa - avevo un sacco di cose in comune.
Se finivo sul retro, a via dell'Arcadia, capitava che mi ritrovassi a piegarmi dalle risate con un muratore rumeno. Salvo poi scoprire che per rispondere al mio istinto feticista avevo appena fregato la targhetta metallica della sua Dacia. E mentre ridevamo insieme ce l'avevo nel taschino.
Se invece dovevo tenere a bada il famigerato ingresso secondario di via dei Georgofili, potevo ripassare l'esame di Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di Massa o leggere il Paradiso degli Orchi in due giorni.
Il tempo non mancava, soprattutto se in assenza di qualche collega toccava coprire due turni, lavorando dalle 7 alle 23. A me in realtà successe solo una volta: tornai a casa a mezzanotte con due occhiaie e un sorriso così, perché con una botta sola avevo fatto 96mila lire. Abbastanza per una settimana in Guatemala.
La Gesman - la benemerita cui devo gli unici versamenti INPS della mia vita lavorativa - pagava 6 mila lire all'ora. Poco prima che arrivasse l'euro, non ai tempi del Quartetto Cetra.
C'ho ripensato stamane, quando ho avuto la conferma che domani lavorerò dalle 6 alle 14.30 per il programma italiano di radio SBS e poi - come inviato allo stadio - dalle 17 alle 23 per quello inglese di SBS 3. Non siamo alle 16 ore di fila ma poco ci manca.
Pare che all'INPS risultino solo i versamenti fatti quando ero ancora vergine, nel '96.Oltre a bazzicare i corridoi della Lumsa e a raccontare in radio e sul Corriere le partite di Almas, Montespaccato e spesso pure Rebibbia, all'epoca arrotondavo facendo lo steward alla Fiera di Roma.
Il lavoro era semplice: bastava calzare le scarpe della cresima e indossare un vestito fatto su misura (detratto dai compensi, ça va sans dire) e rassegnarsi a trascorrere lunghissime giornate in piedi e a digiuno, in attesa che Steve Jobs o chi per lui risolvessero l'impasse con qualcosa di più interattivo di un walkie talkie..
L'unico modo per combattere la noia era dedicarsi ad uno sport nel quale da allora, modestamente, me la cavo alla grande: attaccare bottone con gli sconosciuti.
Se mi assegnavano al cancello su via Cristoforo Colombo potevo conoscere ricchissime nobili col barboncino che poi mi tempestavano di chiamate e mi invitavano alle loro cene eleganti ai Parioli per presentarmi il figlio chirurgo e l'amico dell'ex Scià di Persia. Coi quali - a sentire la contessa - avevo un sacco di cose in comune.
Se finivo sul retro, a via dell'Arcadia, capitava che mi ritrovassi a piegarmi dalle risate con un muratore rumeno. Salvo poi scoprire che per rispondere al mio istinto feticista avevo appena fregato la targhetta metallica della sua Dacia. E mentre ridevamo insieme ce l'avevo nel taschino.
Se invece dovevo tenere a bada il famigerato ingresso secondario di via dei Georgofili, potevo ripassare l'esame di Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di Massa o leggere il Paradiso degli Orchi in due giorni.
Il tempo non mancava, soprattutto se in assenza di qualche collega toccava coprire due turni, lavorando dalle 7 alle 23. A me in realtà successe solo una volta: tornai a casa a mezzanotte con due occhiaie e un sorriso così, perché con una botta sola avevo fatto 96mila lire. Abbastanza per una settimana in Guatemala.
La Gesman - la benemerita cui devo gli unici versamenti INPS della mia vita lavorativa - pagava 6 mila lire all'ora. Poco prima che arrivasse l'euro, non ai tempi del Quartetto Cetra.
C'ho ripensato stamane, quando ho avuto la conferma che domani lavorerò dalle 6 alle 14.30 per il programma italiano di radio SBS e poi - come inviato allo stadio - dalle 17 alle 23 per quello inglese di SBS 3. Non siamo alle 16 ore di fila ma poco ci manca.
mercoledì 4 settembre 2013
Viaggi di nozze
Avevo chiesto le ferie una decina di mesi fa, a costo di passare per quello che è attaccato al lavoro nella misura in cui la redazione è a 600 metri dai campi di Melbourne Park e il contratto gli consente di accumulare 2 settimane di vacanze a febbraio, 5 fra maggio e giugno e 3 a settembre. Le avevo chieste perché in qualità di causa primigenia mi toccava fare un salto in Italia per celebrare il matrimonio di due stranamorizzati appena prima dell'esilio. Millo e Sunnja si sarebbero giurati ammmore eterno nello stesso giardino nel quale lui aveva festeggiato i 18 anni, i cento giorni e la maturità. Sempre con me fra i piedi, essendo noi due nati a circa 24 ore di distanza ed essendo sopravvissuti alle lezioni di greco a circa 2 metri l'uno dall'altro.Visto che c'ero, avrei pure assistito al giorno in cui un sedicente architetto - dopo aver educato la futura consorte al mare e al viaggio ma non alla Roma - avrebbe messo fine a quattro decenni di celibato granitico a piedi nudi sulla spiaggia, copiando spudoratamente Ridge Forrester.
Invece niente.
Dato che la carne è debole, non ci sono più i sani valori di una volta e le americane non sanno resistere a chi indossa con nonchalance gli occhiali da sole fucsia, nel terzo millennio succede pure che si rimanga incinta con ampio anticipo sulla prima notte di luna di miele. Così, col Millino in arrivo, arrivederci sposalizio da celebrare. E arrivederci Casperia, Fregene e Islanda passando per Guangzhou, Pechino, Parigi, Londra e Stoccolma. Siccome però la faccia di tolla di richiedere le ferie l'avevo ormai sfoderata, si va lo stesso in aeroporto. Destinazione al di là del mar dei Coralli, isole Salomone. Così si risparmiano ore su ore e euri su euri di aerei, si pianta la terza bandiera melanesiana del 2013 e si evita di andare a trovare due cugini acquisiti (e i loro animaletti domestici) nella stagione delle piogge.
p.s. sì, le isole Salomone sono uno Stato indipendente, più o meno da quando sono nato io. Per l'esattezza sono un gruppo di mille isole di origine vulcanica situate tra le latitudini di 5°S e 13°S e le longitudini di 155°E e 169°E. Si chiamano così perché nel XVI secolo gli spagnoli che ci misero casualmente piede sulla strada tra il Messico e le Filippine trovarono parecchio oro. Lo stemma nazionale raffigura un coccodrillo e uno squalo perché ad oggi i metalli preziosi scarseggiano, ma di animali pericolosi ce ne sono quanti ne volete. Teatro di battaglie navali e aeree fra gli Alleati e i giapponesi durante la seconda guerra mondiale e di violenti scontri etnici fino a pochi anni fa, assieme a Timor Est e Papua Nuova Guinea compongono il cosiddetto arco di instabilità a nord dell'Australia. Il 6 febbraio scorso, mentre ero alle Figi, uno tsunami si è abbattuto sulle coste, provocando milioni di dollari di danni e una mezza dozzina di vittime. Fossi nei figiani mi gratterei convintamente.
Invece niente.
Dato che la carne è debole, non ci sono più i sani valori di una volta e le americane non sanno resistere a chi indossa con nonchalance gli occhiali da sole fucsia, nel terzo millennio succede pure che si rimanga incinta con ampio anticipo sulla prima notte di luna di miele. Così, col Millino in arrivo, arrivederci sposalizio da celebrare. E arrivederci Casperia, Fregene e Islanda passando per Guangzhou, Pechino, Parigi, Londra e Stoccolma. Siccome però la faccia di tolla di richiedere le ferie l'avevo ormai sfoderata, si va lo stesso in aeroporto. Destinazione al di là del mar dei Coralli, isole Salomone. Così si risparmiano ore su ore e euri su euri di aerei, si pianta la terza bandiera melanesiana del 2013 e si evita di andare a trovare due cugini acquisiti (e i loro animaletti domestici) nella stagione delle piogge.
p.s. sì, le isole Salomone sono uno Stato indipendente, più o meno da quando sono nato io. Per l'esattezza sono un gruppo di mille isole di origine vulcanica situate tra le latitudini di 5°S e 13°S e le longitudini di 155°E e 169°E. Si chiamano così perché nel XVI secolo gli spagnoli che ci misero casualmente piede sulla strada tra il Messico e le Filippine trovarono parecchio oro. Lo stemma nazionale raffigura un coccodrillo e uno squalo perché ad oggi i metalli preziosi scarseggiano, ma di animali pericolosi ce ne sono quanti ne volete. Teatro di battaglie navali e aeree fra gli Alleati e i giapponesi durante la seconda guerra mondiale e di violenti scontri etnici fino a pochi anni fa, assieme a Timor Est e Papua Nuova Guinea compongono il cosiddetto arco di instabilità a nord dell'Australia. Il 6 febbraio scorso, mentre ero alle Figi, uno tsunami si è abbattuto sulle coste, provocando milioni di dollari di danni e una mezza dozzina di vittime. Fossi nei figiani mi gratterei convintamente.
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