domenica 3 febbraio 2013

Cast Away

In linea d'aria, Suva dista da Roma 17.130 chilometri. In pratica da via Affogalasino si fa molto ma molto prima ad andare al Polo Sud. Sulla faccia della Terra, solo Rarotonga e Nuku'alofa sono più lontane dal Cupolone*, e infatti lì non si vedono italiani dai tempi di Antonio Pigafetta.
La premessa serve a spiegare quanto le Figi siano fuori mano: oggi come oggi è il posto migliore per beccarsi un ciclone, ma anche per evitare di incrociare qualcuno che ti chieda conto delle uscite di Goicoechea.
Se in quell'arcipelago hanno girato il film con un pallone da pallavolo come protagonista, è perché in mezzo al Pacifico le isolette spuntano e spariscono senza che nessuno ne prenda nota, figurarsi gli aerei e le navi.
Dice ... bello il vulcano, bello lo squalo, bella la spiaggetta con la palma, ma tutto considerato era proprio il caso di andarci durante la stagione delle piogge?
La risposta è no, ma Port Vila è la capitale straniera più vicina a Melbourne. Il che da un lato rende Figi e Vanuatu destinazioni accessibili con appena 5 ore di volo, dall'altro non depone per niente a favore della posizione dell'Australia sul globo terracqueo.

ITINERARY
3-10/2 - FIJI
10-17/2 - VANUATU (sì, è uno Stato dell'Oceania)

p.s. A proposito del Paese che mi ha appena appena garantito la residenza a titolo permanente... A gennaio, secondo il Bureau of Meteorology, la temperatura media (29,7°) e la media delle massime (36,9°) hanno superato di gran lunga i vecchi primati, che risalivano nientemeno che al 1932. In Australia è stata l'estate più rovente della storia. Gli Stati  più caldi sono risultati il Northern Territory e il Queensland, dove le temperature sono state in media rispettivamente di 31,93° e di 30,75 gradi (fonte SBS). Senza il freddo cane che ha fatto a Melbourne, la media nazionale avrebbe probabilmente superato i 50 gradi. (fonte mia, ma confermabile da chi s'è sorbito i serali nella Rod Laver arena).


* (esclusa la Nuova Zelanda, che è hors catégorie)

giovedì 10 gennaio 2013

La grande abbuffata


JAN 27th - Sun
Per vedere Murray a rete bisogna capitare casualmente ad un suo allenamento.  

JAN 26th - Sat
Dopo essermi scontrato a Roma con l'irritabilità della sua ragazza e a Melbourne con gli afrori della sua ascella, posso affermare con certezza che l'abbigliamento non è l'unico problema di Red Foo (nella foto scattata in sala stampa mentre la sua Vika festeggiava, anche se continuo a non sapere chi sia né per cosa sia famoso).


JAN 25th - Fri

JAN 24th - Thu
Da quando gli italiani sono tutti fuori in singolare, ci dedichiamo a doppi e juniores, cioè categorie del pensiero tennistico ignote persino alle statistiche. L'anno scorso il pungolavo puntualmente Ed dell'ITF, quest'anno l'agnello sacrificale di turno si chiama Jim. Dal mio costante mobbing è emerso che:
- Nessuna coppia italiana ha (anzi, aveva) mai vinto gli Australian Open
- Era dal 2004 che la coppia numero 1 del tabellone di doppio femminile vinceva il torneo
- Nessuna coppia maschile è mai arrivata in finale nel torneo
- Era dal 1994 che due australiani non disputavano la finale juniores maschile
- Nessun junior italiano è mai arrivato in finale a Melbourne (né a vincere, ça va sans dire)
- Era dal 2007 che uno non arrivava in semifinale
- Era dal 1987 che due juniores non arrivavano contemporaneamente ai quarti
- I due erano Diego Nargiso e Eduardo Rossi.
Chi fosse quest'ultimo, non lo sa neanche google.

JAN 21st - Tue
Shit happens, GQ...

JAN 20th - Mon
Channel 7 - titolare dei diritti tv del torneo - pende più verso il genere Studio Aperto che verso il tipo BBC. Ma stasera uno dei titoli d'apertura del telegiornale che prende di mira dei 'vandali' che hanno disegnato graffiti batte pure la storia delle papere che attraversano l'autostrada. Poi dice perché la gente si butta sulla Victoria Bitter.


JAN 18th - Fri
Luke Saville practising with Him
Tennis Australia m'ha mandato sotto una signorina parecchio sorridente per scroccare questa foto.
Ho ceduto di schianto, un po' come Tomic al terzo contro il tizio qua sopra.

p.s. l'altro, per la cronaca, è il vincitore di Wimbledon 2011 e degli Australian Open 2012, junior chiaramente. Non diventerà mai come l'Altro, ma è quanto di più simile ad un tennista under 20  ci sia al momento in Australia. E a differenza dell'Altro mi ha dato la sua email, anche lui per battere la suddetta foto.

JAN 17th - Thu
Il ragazzo dei Seppi vince dopo 4 ore e 7 minuti sotto 40 gradi


JAN 16th - Wed
Uno bravino


JAN 14th - MON
Gianni m'ha chiesto due volte il nome di battesimo della Puchkova. Che è Olga, mica difficile. Dopo aver cambiato idea svariate volte, aveva infatti deciso di scrivere il pezzo sul 6-0 6-0 che la russa ha rimediato dalla Sharapova nel match d'apertura sulla Rod Laver arena. Non un granché, come tema. Nel tentativo di dare un senso a questa storia, Gianni s'è buttato sulle statistiche. E dopo aver abbozzato il pezzo, mi ha chiesto un paio di volte se la Puchkova avesse mai perso 6-0 6-0 (sì), tre volte contro chi (Bartoli), quattro volte dove si giocasse la partita (Quebec City) e a che anno risalisse la partita (2006). A rotazione. Restando deboluccio, come spunto, Gianni mi ha chiesto qualche nota biografica della Puchkova. Non che io la conoscessi, ma almeno a differenza sua bazzico wikipedia e il sito WTA. Spulciati il quale, Gianni ed io siamo finiti dove nessuno dei due avrebbe mai pensato di finire, tantomeno insieme: sul sito di Nicki Minaj. Poi Gianni ha ritrovato l'appunto sul quale aveva scritto Cibulkova-Radwanska 6-0 6-0 - il risultato era al contrario - e mi ha chiesto un paio di volte in quale torneo si fosse giocata quella finale. Quindi mi ha domandato perché avesse preso quell'appunto. Ed è ricominciato il giro di Puchkova-Bartoli, finale di Quebec City 2006, Nicki Minaj e Radwanska-Cibulkova (con divagazioni sul tema, tipo le frequentazioni di quest'ultima con mezzo circuito ATP, da Monfils a Melzer).
Quando Gianni mi ha detto di essere bollito, anzi di avere proprio l'alzheimer, non me la sono sentita di contraddirlo. Su sua richiesta gli ho suggerito che l'autore di Alice nel paese delle meraviglie è Lewis Carroll. Poi ho dovuto puntualizzare che Carroll si scrive con due L. Dopo aver riletto il suo articolo per La Repubblica, Gianni ha confessato che se un pezzo del genere lo avesse scritto un giovane, lo avrebbero licenziato per manifesta incapacità. Anche lì non me la sono sentita di contraddirlo.

p.s. Fra un'intervista e l'altra mi ha raccontato di quando perse lottando con Drobny, di quando da giocatore gli fecero assumere stimolina, di quando a casa sua Tony Roche allungò il barolo con la coca cola, che la segretaria di De Gaulle era stata campionessa di Francia, della sua colf rumena, che il figlio di Gianni Brera gli dà dell'omosessuale in un libro, che nel '60 sarebbe dovuto venire in Australia come capitano di Coppa Davis ma dovette saltare la trasferta per via del tifo e last but not least che Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli non hanno mai fatto l'amore.

JAN 13th - Sun 
Simone Bolelli e Umberto Rianna
L'anno scorso mi chiedevano tutti a che ora avevo il volo di ritorno, quest'anno da quanto sono arrivato. Alla gente proprio non entra in testa che io viva qui. Solo oggi me l'hanno chiesto Seppi, Fognini, Lorenzi, Bracciali, la Santangelo e il coach della Errani, Lozano. Bolelli e la Schiavone stavano per chiedermelo, poi devono essere stati  folgorati da una visione: il Bole delle 10 mail che ci siamo scambiati il mese scorso, la Leonessa del pranzo di Natale a casa del suo ex preparatore atletico, che vive a 2 minuti da casa mia. Durante le qualificazioni invece, la solfa è stata una tassa fissa. Abito lì, alle spalle dello stadio, e lavoro là, a  500 metri di distanza. Qui ci vengo tutti i giorni, sono pure un socio del circolo, quando non giocare voi ci gioco io. Sì, anche Barsacchi lavora a Melbourne Park e sì, anche lui vive a Richmond. Io faccio il giornalista nella radio nazionale australiana. Sono entrato per concorso. No, il programma è in italiano. Sì, mi trovo abbastanza bene. Sì, qui la qualità della vita è molto buona. Sì, gli stipendi sono alti. Sì, l'Australia è benestante e la gente serena. Sì, mi mancano i miei, gli amici, la mozzarella e i salumi. Sì, lo so che l'Italia sta facendo una brutta fine. Sì lo so che è diventata invivibile. Mah, non lo so. A Roma vengo ogni tanto, ma sempre per gli Internazionali. Sì, ci vediamo al Foro. Bella.

JAN 12th - SAT
(e visto che sul sito della FIT non me lo firmano)
Novak Djokovic e Victoria Azarenka tornano a Melbourne da campioni in carica e da numeri 1 delle rispettive classifiche, una doppia circostanza che qui non si verificava da 15 anni. La differenza tra i due la fanno soprattutto le prospettive: il serbo ha evitato Murray in semifinale, dall'Australia ripartirà comunque vada in cima alla graduatoria e può perciò puntare senza troppe pressioni ad un tris consecutivo che a Melbourne non è mai riuscito a nessuno nell'era Open. La bielorussa, al contrario, è obbligata a replicare la vittoria del 2012, quando in finale surclassò Maria Sharapova, per evitare di farsi scavalcare in classifica dalla siberiana o - più probabilmente - da Serena Williams.

Serena Williams - Torna in testa alla classifica WTA se raggiunge almeno le semifinali (andrebbe a 10370 punti) e Maria Sharapova non vince il torneo. Può diventare n.1 anche raggiungendo gli ottavi (9750) o i quarti (9970), se la Sharapova non va in finale (in quel caso salirebbe a 10045) e la Azarenka non vince il torneo (10325). Può tornare in testa al ranking anche fermandosi al terzo turno (9630), ammesso che la Azarenka (9725) e Sharapova (10045) perdano prima della finale. Persino con un'eliminazione al primo (9475) o al secondo (9570) turno, la Williams potrebbe aritmeticamente puntare al primo posto, ma dovrebbe sperare che la Azarenka non arrivi in finale (9725) e la Sharapova non arrivi in semifinale (9545).

Maria Sharapova - Torna in testa alla classifica WTA se vince il torneo e contemporaneamente Serena Williams non va in finale. La russa può riprendersi lo scettro mondiale anche se si ferma in finale (10045), a patto che a batterla non sia la Azarenka (10325) e che la Williams perda prima delle semifinali (10370). Potrebbe bastarle anche arrivare solo in semifinale (9545), ammesso che la Williams perda nei primi 2 turni e che la Azarenka non vada in finale (9725).

Victoria Azarenka - Può conservare il primo posto del ranking WTA solo in caso di vittoria agli Australian Open e se contemporaneamente Serena Williams non arriva in semifinale. Arrivando in finale (9725), la bielorussa può mantenere la leadership solo se la Sharapova non arriva in finale e Serena Williams perde nei primi 3 turni.

Sono esclusi casi di primo post ex-aequo. In caso di finale Sharapova-Williams, la statunitense tornerebbe al primo posto della classifica a prescindere dal risultato. In caso di vittoria della Azarenka (10325) in finale sulla Sharapova (10045), con la Williams eliminata in semifinale (10370), l'americana sarebbe prima per 45 punti.

JAN 10th - Thu
Jordan Pankiw, "coach" di Fabbiano

L'agenzia immobiliare ha impiegato solo 4 settimane per mandarci uno che ci liberasse dalla schiavitù del secchio per scaricare il water. Poi l'idraulico c'ha messo di suo un'altra ora di ritardo, così ho fatto appena in tempo a vedere Igor annullare 3 set point consecutivi e vincere il suo match di primo turno contro Ivo Minar. Quindi ho testato la gamba, macinando chilometri fra un campo e l'altro per vedere Naso, Ghedin, Starace, Giannessi, Berankis, Veic, Dustov e Fabbiano. Questi ultimi due non sapevo neanche che faccia avessero, prima delle quali. Tant'è che venerdì scorso, passando per i campi alla vana ricerca dell'accredito, è stato uno di loro ad attaccare bottone. Farrukh Dustov - uzbeko di Bolzano - aveva bisogno di un paio di scarpe nuove e di incordare le racchette. Nell'universo dei tennisti oltre la centesima posizione vige ancora il fai-da-te. E chi meglio di uno che della città conosce ogni segreto, dalle pizzerie alle sarte cinesi? In breve, dopo un giro di telefonate ho dirottato entrambi su Serving Aces, il negozio di tennis gestito da un italiano - Stefano Prete - dove ad ottobre ho preso, anche se sarebbe più corretto dire rimediato, due Head. Messi in guardia Dustov e Fabbiano (pugliese di Foligno) sul rischio che correvano, e autorizzati entrambi ad usare la forza, li ho affidati a Jordan Pankiw, il sedicenne aspirante giocatore che intanto si fa le ossa come incordatore. Lui ha anzitutto aperto il negozio nel giorno di chiusura, poi da lì in poi gli eventi hanno preso una piega prevedibilissima. Jordi è campione mondiale di faccia come il culo, e per due mesi mi ha martellato per essere messo in contatto con Vinci, Errani, Oprandi e compagnia bella. Oggi però la sua perseveranza e cacacazzaggine è stata premiata, e Jordi gira per Melbourne Park con l'accredito da coach. Se Fabbiano fa strada nel tabellone delle quali, entra nel main draw e pesca uno forte, Jordi è capace che finisce in prima fila sulla Rod Laver Arena, quindi in televisione e magari in futuro pure a fare lo sparring della Schiavone. Cosa che comunque non gli auguro assolutamente.

Thomas Fabbiano dopo la vittoria sull'indiano Bhambri

JAN 9th, Wed

Kunitsyn intervistato dal sito ufficiale
La sarta cinese di Bridge road mi ha sistemato due pantaloni quasi gratis, e quando li ho ritirati ho capito anche perché. "Tu sei un tennista, no? - mi ha fatto, allungandomi un plico di volantini "Puoi girarli a quelli del torneo?". I vantaggi del sembrare un tennista ai civili e un giornalista ai tennisti. Infatti appena è arrivato a Melbourne, Jack Reader mi ha mandato un sms. Era mezzanotte, ma fin qui tutto normale. Voleva scusarsi per avermi infranto il cuore sciogliendo il sodalizio con Dolgopolov, e qui la faccenda si fa già più strana. Ma è il fatto che lui, australiano, chiedesse a me, italiano, dove andare a mangiare in città, sfiora il bizzarro forte. Il primo istinto è stato quello di rispondergli: "Ah Jack, ma un amico non ce l'hai?". Per carità, avendo fatto parte della giuria che ha eletto la miglior pizza della città e del Paese un'idea dei ristoranti che non siano cinesi o indiani me la sono fatta. Ma lui che ne sapeva? Giacomino alla fine ha insistito per portarmi a cena fuori con uno dei suoi giocatori. Si chiama Igor Kunitsyn, parla con l'accento di Parma anche se viene da Vladivostok e in classifica è crollato al 170° posto. Ma qualche anno fa strapazzava Safin nella finale di Mosca, nell'ultimo torneo di Terminator. Eppure, in mezzo ad uno che fino a ieri allenava il numero 13 del mondo e uno che ha battuto l'ex numero 1, il cuoco-tennista veneto della Svolta ha riconosciuto me. "Te hai una faccia conosciuta... ma che lavoravi a SuperTennis?".


JAN 8th, Tue
Roche, ex coach di Lendl e Federer
Mentre i giocatori impegnati nelle quali e la cinquantina già in tabellone che già bazzicano Melbourne sgomitavano per avere un campo periferico sul quale allenarsi per un'oretta salvo poi lasciarlo appena finito il turno, sulla Rod Laver arena giocavano, urlando come ossessi ad ogni punto, il figlio di Piatti e il nipote di Roche. Tredici anni in due. Per la cronaca il campo ha detto che se Rocco ha mezza chance di sfondare, Jack Roche deve trovarsi un lavoro.




giovedì 20 dicembre 2012

La versione di Bruno

Appuntamento a Belgrave, ultima fermata della metro di superficie, ad un'ora esatta dal centro. Arrivo con un borsone da tennis sulle spalle e una felpa della Roma addosso, ma Bruno riesce comunque a guardarmi senza riconoscermi. A bordo della sua utilitaria metallizzata copriamo i sette chilometri di curve che ci separano dalla sua villetta. Li conoscevo bene, visto che avevano separato me dal mio lungamente difeso celibato: casa Racina è a 100 metri da dove mi sono sposato, ma è l'unica costruzione della zona che sia rimasta tale e quale a com'era 40 anni fa, quando il Dandenong Ranges park pullulava di wallabies e wombati, e con pochi spicci si potevano comprare acri su acri per poi piantare castagne e vivere dei frutti della terra. Appena parcheggiato m'è venuto spontaneo annusare l'aria.

"Scusa Bru', ma cos'è 'sta puzza?"

"Ho bruciato un po' di roba, you know, stamattina..."

"Cosa?"

"Vestiti, dry food, cibo in scatola"

"E perché?"

"Eh amico caro... Avevo conservato roba in previsione di una guerra nucleare. Ma ormai non c'è più il rischio".

"E tua moglie lo sa?"

"No".

Si', perché Bruno Racina ha una moglie. La quale non crede ad una virgola di quel che dice il marito e non sa neanche che lui abbia appena acceso un falò. Lui in compenso non sa bene quanti anni abbia lei. Bruno sostiene più o meno 65, ma sa che nonostante l'età, lei continua a lavorare come segretaria in uno studio legale. E' italo-australiana di origine siciliana, e uno malizioso penserebbe che la scelta di lei sia dettata da un calcolo matematico: più ore sto in ufficio e meno le passo a sentir parlare di Ashtar Command.

"Quanti anni mi dai?"

Bruno vuole subito rimettere le cose a posto. Lui forse non saprà quanti anni ha la moglie, ma io non so quanti ne abbia lui.

"Boh, 67-68?"

"Eh, no caro mio... io sono del '39"

In un certo senso se li porta bene. Somiglia vagamente a Cavour, con una vistosa cicatrice in testa sulla quale uno con gli attributi e senza il timore di lasciarci le penne - lassù in montagna - una domanda gliel'avrebbe posta. Se non proprio "Quella è lobotomia?", qualcosa del genere. Invece non ho avuto neanche il coraggio di chiedergli cosa fosse quella cosa nerastra appiccata agli spaghettoni scotti preparati la sera prima dalla moglie e che dopo un giretto nel microonde e una spruzzata di parmesan da discount ci siamo mangiati semifreddi. Lui lo chiamava pesto, ma di tutto quello che mi ha detto in due ore è di gran lunga la sparata più grossa.

"Senti, ma se il 21 dicembre non succede niente?"

Questa invece sì, gliel'ho fatta. Ero salito a Monbulk, sulle colline ad est di a Melbourne, per una serie di motivi. 1. Riempire mezza giornata fra una partita a tennis e l'altra 2. Passare dal cognato per pulire la casa messa in vendita senza però concedergli più di un paio d'ore 3. Avere qualcosa da raccontare al mondo 4. Vedere se nel parapiglia usciva qualcosa in eredità 5. Accertarmi - eventualmente - che Racina non avesse intenzioni strane

"Intendo... hai letto gli appelli nel mondo, hai sentito di persone che in Russia minacciano di uccidere se stesse e i propri figli... Ecco, se il 21 dicembre non succede niente?".

"Vorrà dire che ci siamo illusi per 30 anni".

Io non so se quella risposta l'ho sognata, credo di no. Ma l'ha formulata la stessa persona che solo un paio d'ore prima aveva bruciato scorte alimentari messe insieme all'insaputa della moglie in vista di una guerra atomica. La stessa persona che un giorno di 40 anni fa ha scoperto le teorie new-age e ne ha fatto una ragione di vita, volando anche al più classico dei raduni a Denver e poi finendo per consacrare il proprio tempo libero all'invio di "circa un milione di email" per informare tutto il mondo su quello che sta per succedere. Poco male se non è neanche riuscito a convincere la moglie, figuriamoci il primo ministro australiano. La stessa persona ha ormai rimpiazzato Cristo con Khuthumi, crede ciecamente ai libri di Norma Milanovich (titolo più bello: "We, the Arcturians - A True Experience", ma guai a dimenticare 'Sacred Journey to Atlantis' e sopratutto la Bibbia del bravo sanandiano: 'The Light shall set you free'), e che non si capacita del perché i media di tutto il mondo - da SBS alla CNN - parlino delle eclissi solari ma non dell'ingresso della Terra nella banda fotonica. La stessa persona che non ha fondato sette e non è ha rapporti con altre persone che la pensano come lui. Ma che con gli alieni, anzi con i nostri parenti della quinta dimensione, comunica per via telepatica. In genere nel dormiveglia, salvo qualche eccezione quando si fanno vivi in pieno giorno, mentre fuori grandina, gli alberi cadono a mazzetti sulla linea ferroviaria e per concludere un pranzetto coi fiocchi lui sta preparando una tazza di una sottomarca di caffé solubile.

"Prima non te l'ho detto - mi fa, mollandomi in stazione - ma mentre eravamo in casa, mi hanno dato un segnale".

"Come?".

"Dandomi un pizzicotto qui, sulla coscia".

"A significare che...?".

"Era per dire - you know - che sei una persona interessante".

mercoledì 14 novembre 2012

Extraterrestre

Qualche mese fa mi è arrivata una mail. Parlava di Ashtar Command, Jesus Christ-Sananda e evacuazione della Terra, ed era firmata da tal Bruno Racina. Il giorno seguente l'ho chiamato:
(clicca sull'immagine per ascoltare)

p.s. da marzo me ne sono arrivate 72. E in una delle ultime si dice che la missione diplomatica extraterrestre atterrerà in Australia perché altrove c'è troppo traffico.

martedì 16 ottobre 2012

L'isola del tesoro

Non ci vuole molto a mettere qualche spicciolo da parte, quando dal sottosuolo sgorgano 5000 barili di petrolio al giorno. Persino l'Angola c'e' riuscita. Se poi il mare nasconde i giacimenti di gas naturali più gonfi del pianeta, è automatico accumulare ricchezze individuali che doppino quelle svizzere e triplichino quelle italiane. Si spiega così che il PIL pro capite più alto del mondo sia generato in Qatar, una protuberanza dell'Arabia Saudita che fino agli anni Settanta si arrabattava grazie al commercio delle perle e si divertiva con la caccia col falcone.
Oggi, nel giocattolo della famiglia Al Thani, le perle le pescano solo gli immigrati del subcontinente indiano e i falchi hanno a disposizione cliniche specializzate. A Doha ogni abitante comincia infatti l'anno con 15 milioni di metri cubi di gas sotto le chiappe e 100 mila dollari in tasca, ha sede la più importante base militare statunitense del Medio Oriente e ha piantato radici la CNN del mondo arabo.
Il fatto che Al Jazeera significhi l'isola mentre il Qatar sia in una penisola attaccata ad un'altra penisola, costituisce solo uno dei paradossi di una nazione grande come l'Abruzzo arrivata a comprarsi praticamente tutto. Dal marchio Valentino ai ribelli siriani, dallo spazio sulle maglie del Barcellona ai Mondiali del 2022.
Oltre a cambiare l'immagine di sé all'estero, i petrodollari attirano anche gente da tutto il mondo e modificano il volto interno. Grazie al boom economico, la popolazione del Qatar è raddoppiata negli ultimi 5 anni e quintuplicata nell'ultimo quarto di secolo. Doha oggi conta un milione di abitanti, e di questi i qatarioti sono una piccola minoranza. I residenti nati nel Paese sono precisamente il 20%, come se gli italiani che vivono a Firenze fossero meno di centomila e il resto venisse da fuori.
La metà degli abitanti è composta da lavoratori pakistani e bengalesi, mentre uno su dieci è nato in Occidente. Eppure le compagnie estere non possono investire liberamente, gli stranieri residenti non possono lasciare il Qatar senza un visto di uscita e i turisti non possono visitare uno dei pochi simboli nazionali, il quartier generale dell'emittente panaraba.
Io aggiro il divieto solo grazie ad una richiesta inviata con ampio anticipo e la mediazione di Michela, che oggi lavora per Al Jazeera e nel 1989 - la prima volta in cui misi da solo il piede all'estero - mi venne a cercare all'aeroporto di Bruxelles. Il divieto di scattare foto rimane, per quello sarebbe servita un'altra lettera e un'altra mediazione.
Al di fuori degli studi televisivi, e del suq di Waqif, ricostruito a dovere, a Doha resta poco da vedere.
Certamente non il villaggio culturale di Katara (deserto), l'isola artificiale battezzata The Pearl (deserta), il quartiere fantasma di Venezia (deserto, appunto, ma ancor più patetico che deserto), la Corniche o una serie di grattacieli e centri commerciali. Tutte costruzioni che ogni tanto vanno a fuoco e che spiegano perché in Qatar ci sia tanta richiesta di architetti europei. Come Helena e Antonio, che al termine del secondo giorno mi accompagnano nel vecchio aeroporto prima che allo Juventus stadium si completi la spremuta di sangue.

p.s. per una volta che ho in mano il biglietto di una compagnia di bandiera preso su internet senza scomodare parenti o low cost, al check-in mi fanno sapere che sul volo non c'è posto per me. Overbooking, dicono. Sì, ho presente. Delle 7 persone di troppo, due accettano subito la sistemazione in albergo con biglietto in business per il giorno seguente. Delle altre 5, quattro vengono dirottate su voli alternativi. Resto io, che alternative non ne ho. A luglio m'era stato chiesto di tornare in radio "nella seconda metà di settembre", e io avevo preso le condizioni alla lettera, prenotando un volo che atterrava a Melbourne la sera del 30 settembre e rendendomi disponibile a condurre la trasmissione l'indomani mattina.
Inevitabile che nessuna delle varie opzioni offerte - con scali a Dubai, Singapore o Perth - sia buona per farmi tornare in tempo. Così, dopo un'ora e mezza di trattative, la Qatar Airways è costretta a tirare letteralmente giù dall'aereo un tizio di nome Charles per far salire me. Di corsa e con lo zaino pieno di liquidi, forbici, schiume da barba e magliette usate sotto il sole di Doha. Tutte armi di distruzioni di massa, che i vari metal detector o i loro addetti cercano inutilmente di bloccare. Un libro, tre film e 14 ore di volo più tardi, atterro a Melbourne. Sono le 22 del 30 settembre. Sette ore dopo, una delle quali passata a dormire, sbuco in radio. Si ricomincia.

martedì 25 settembre 2012

Viaggio in Italia

Ho rimesso piede a Castel Sant'Angelo dopo 20 anni, a villa d'Este dopo 25 (era il maggio '87, quel giorno Wilander batteva Jaite in una finale del Foro che ero quasi contento di non vedere) e ad Ostia Antica dopo 30, scoprendo finalmente a cosa serve il tesserino da giornalista: ad entrare gratis nei musei.
Ho fotografato i panni stesi, le facciate color pastello (meglio se con una persiana aperta e un'anziata affacciata) e le adunate di uccelli morti, come li chiama Agroppi. Ho sbavato davanti a un norcino e a un piatto di pici, mi sono sentito un po' nel terzo mondo grazie a Trenitalia e ho schivato la frana nelle Cinque Terre. Mi sono accompagnato ad una guida Touring del '72 - secondo la quale Portofino è un villaggio di pescatori e giuochi si scrive con la U - e mi sono affacciato in qualche chiesa (il Duomo, S. Michele e SS. Giovanni e Reparata a Lucca, S. Pietro e S. Lorenzo a Portovenere, S. Lorenzo, S. Matteo e Santa Maria di Castello a Genova, il Duomo, Sant'Ambrogio e Santa Maria delle Grazie a Milano, il Duomo, S. Giovanni Evangelista e la basilica magistrale di Santa Madonna della Steccata a Parma, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Maria degli Angeli e S. Maria della Concezione a Roma - e ne dimentico qualcuna).
Soprattutto, mi sono fatto spillare 8 euro e mezzo per due panini al prosciutto in un alimentari emiliano. Da vero turista.

p.s. a Portofino sono passato subito dopo Monica Bellucci e subito prima di Gwyneth Paltrow, in compenso ho incrociato Franco Baresi a via Turati, Goran Ivanisevic a via Montenapoleone e Giampiero Mughini a viale Trastevere. Quest'ultimo - memore di quanti spaghetti alla carbonara dovette calare per tenermi buono - mi ha liquidato con un 'ciao'.

lunedì 13 agosto 2012

L'impero del sole

Sulla prima pagina del principale giornale australiano (si chiama The Australian, sempre per quel discorso sui limiti congeniti dell'onomastica nazionale) un boxino mostra quotidianamente la percentuale del riempimento delle dighe statali. Quando mi sono trasferito a Melbourne, l'Australia era reduce da un quinquennio di siccità, i bacini idrici del Victoria erano pieni al 34% e il Paese era tappezzato di pubblicità tipo questa, per sensibilizzare la gente a risparmiare sull'acqua. Del resto l'omo ha da puzza'.
Oggi, dopo i 20 mesi più umidi della storia australiana, le dighe del Victoria si sono riempite mediamente al 75%, fra queste ce ne sono quattro (Maroondah, O'Shanassy, Yan Yean and Sugarloaf) che sono al limite della capacità e la gente ha cominciato persino a risciacquare i piatti. In tutto il 2011 a Sydney ha piovuto il doppio che a Londra, nel Queensland gli incendi sono stati sostituiti dalle alluvioni e neanche nel deserto del Western Australia si chiede più alle famiglie di usare 155 litri d'acqua al giorno, birre escluse. In Australia ne è venuta giù come nella giungla del Borneo. Considerando poi che nei mesi in cui me la sono squagliata sono incappato in Bangladesh, Filippine e Papua Nuova Guinea, posti in cui piove anche 300 giorni l'anno e cadono fino a 9 metri di acqua, capisco da dove viene tutta questa voglia di andare in aeroporto alle 4 di mattina. Giappone e Corea del Sud saranno noiosi come una partita a ramino e costosi come un'assicurazione sul Kymco People, ma vuoi mettere il gusto di svegliarsi col sole alto e arrivare a fine giornata tutto asciutto?

TOKYO
Svegliarsi col sole alto resta un obiettivo al di la` delle mie possibilita`. E questo  perche` Onnis e` gia` stato dappertutto a parte l`enorme mercato del pesce di Tsukiji, dove l`imperdibile asta del tonno comincia alle 5 di mattina, dove noi arriviamo puntuali e dove ci  rispediscono al mittente perche` abbiamo beccato uno dei due giorni di chiusura dell`anno. Un sentito grazie all`impeccabile ufficio del turismo di Asakusa, al quale gliel`avevo pure chiesto. Del resto dovevo aspettarmelo, visto che la mattina avevano consigliato di andare a vedere  l`allenamento delle giovani speranze del sumo, rivelatosi in realta`un tour guidato di un`ora SOLO in giapponese della scuola e delle palestre, senza neanche l`ombra di un tizio sovrappeso. A forza di mezze giornate perse cosi`, Tokyo e` volata senza lasciare traccia. A parte la scultura rappresentante (forse) un peperone d'oro sul quartier generale della birra Asahi e la pubblicità di un reggiseno sponsorizzato Lady Oscar. Stamane riproviamo il mercato del pesce e poi puntiamo il Fuji.

p.s. Per mia fortuna a Onnis non piacciono le giapponesi ("sono tutte cozze, tranne quelle dei porno"), quindi almeno la sera non si tira tardi.

MT FUJI
Anche arrivare asciutti a fine giornata è diventata una chimera. Nel momento in cui siamo scesi da Thomas the Train, sul cielo è comparsa la nuvoletta dell'impiegato che ha coperto la cima del Fuji e ha scaricato un acquazzone che assicura a me il titolo di mago della pioggia o di gatto nero, a seconda del punto di vista. La vicenda abbonda di lati positivi: intanto la tormenta è meglio prenderla in stazione che lungo un sentiero di montagna, e poi comunque sia in tutta Kawaguchiko non c'era un letto libero. Perciò non c'è rimasto che risalire su Thomas the Train, ripassare per Otsuki, Tachiwaka, Shinjiuku e tutte le stazioni dell'orbe terracqueo e infilarci in un capsule hotel di Ikebukuro mente tutto attorno omini e donne lo facevano parecchio strano. L'indomani c'ha piovuto in testa anche a Shibuya. E poi a Kyoto, 500km più a sud.

p.s. Il meteo prevede pioggia per tutta la prossima settimana. Poi Onnis - che giustamente non ha il k-way - se ne va.

HIROSHIMA&NAGASAKI
Dopo aver pescato due geishe per strada a Gion, due neonazisti francesi vestiti da kapo su un autobus di Kyoto e due Testimoni di Geova giapponesi sotto l'Atomic Bomb Dome di Hiroshima, ho improvvisamente timore di Nagasaki. E non perche' quella bomba di 67 anni fa (lanciata qui solo perche' sull'obiettivo-Kokura c'erano troppe nuvole, perche' l'Imperatore non si era arreso dopo Hiroshima e perche' Stalin decise di rientrare frettolosamente in guerra - insomma per una serie di coincidenze fantozziane) era al plutonio, manco al'uranio.

Il ficcanaso in azione a Tokyo
NIKKO&Co.
Tutto nella norma, a Nagasaki sta per arrivare un tifone. E` per questo che dopo due giorni nella citta` piu` sfigata della Terra torno su a Tokyo. Cosi`, con un`unica botta da 8 ore di Shinkansen, mi accerto prima che Onnis salga sull`aereo e poi che il viaggio ricominci. Come se finora fosse stato solo un brutto sogno. Quando mi risveglio, mi ritrovo finalmente circondato da gente che sa il fatto proprio come Zaza Balashvili, georgiano, classe 1991, campione europeo (e dice mondiale, ma ho i miei dubbi) di sumo, venuto a Tokyo per cercare un club dal quale farsi ingaggiare.


SHIMONOSEKI
E` la classica citta` giapponese senza capo ne` coda, una specie di centro commerciale senza aria condizionata frequentato da giappi che dormono sulla metro e che ricoprono le copertine dei loro manga per non farti sapere cosa leggono. Ma che se per caso sfogliano riviste porno tutte ste remore non se le fanno. Con quattro templi in croce la scambieresti per Kyoto, con qualche ragazzina vestita da Barbie come antidoto alla depressione, anche per Tokyo. Come in tutto il Paese i treni spaccano il secondo, ma mancano completamente i lavavetri e i cassonetti dell`immondizia (e le mosche, non sara` che le due cose vanno di pari passo?). In compenso nella dirimpettaia Kokura - la citta' alla quale il 9 agosto 1945 era destinato il fat-boy poi sganciato su Nagasaki causa maltempo - c`e` una replica del Duomo di Venezia, con tanto di campanile di San Marco e colonna col leone alato. A Shimonoseki c'e' invece solo il traghetto notturno per la Corea. Basta e avanza per renderla particolarmente attraente.

JAPAN>SOUTH KOREA
La traversata doveva durare 13 ore, ne sono bastate 7. Tembin, il cugino di Isaac che si aggirava per il mar cinese meridionale, ha spinto il traghetto al doppio della velocita' e en passant ha rovesciato qualche peschereccio e provocato una ventina di morti. Chiaramente Tembin ha portato alla cancellazione di tutti i collegamenti con l'isola di Jeju e mi ha obbligato a dirottare su Gyeongju. Dove sono arrivato sotto un acquazzone, manco a dirlo.

GYEONGJU
La chiamano il museo a cielo aperto della Corea. Il che da un lato fa ridere perche' piove che Dio la manda, quindi aperto de che. E dall'altro fa immediatamente intuire che la Corea riuscira' ad essere meno fotogenica del Giappone. E dire che io ci provo pure a scalare montagne alla ricerca di buddha scolpiti nella roccia (che crolla, per cui arrivato in cima ignoro gli avvertimenti e scavalco pure la recinzione) e a marciare nei campi alla ricerca dei monaci che conservano i segreti del sunmudo, un'arte marziale di ispirazione zen. Il sancta sanctorum di Gyeongju invece e' il parco dei tumuli, una serie di tombe dei regnanti Silla - i primi ad unificare le genti della penisola - che ritrovate anche in Cina fanno ritenere (ai coreani) che il culto dei morti sia stato introdotto nell'Impero di mezzo dagli abitanti di qui. In pratica che la Corea sia la culla della civilta' dell'estremo oriente.
Kwan, che gestisce l'Hanjin Hostel, prima mi racconta che della dinastia reale coreana lui e' un discendente diretto, poi sviene, crollando come un albero abbattuto, a faccia avanti, fra i miei piedi. Non si fracassa il naso sul pavimento in resina solo perche' a differenza di molti coreani ancora non se l'e' ritoccato col bisturi, ma ne esce con un lago di sangue, una commozione cerebrale e 20 punti di sutura sul mento. Tanto per 24 ore nell'ostello ci sono solo io. Poi in camerata si presenta Nunzio Annunziata, 32 anni frigorista salernitano arrivato in Corea dopo 3 mesi di autostop attraverso la Russia e finito a Gyeongju dopo una settimana di meditazione in un monastero della zona. A riportarlo sulla terra dopo sette giorni di silenzio assoluto ci pensano cinque ore filate di chiacchiere, durante le quali esce fuori anche che in passato c'e' capitato, su dariodiviaggio. A sua discolpa non aveva digitato ne' "come faro sesso nei bus in Asia" ne' "ma 9 per 9 fara' 81?".

JEJU-DO
Quando un annetto fa usci' la lista delle "nuove" 7 meraviglie naturali del mondo l'intrusa era questa isola vulcanica sudcoreana. Mai sentita. Vabbe' che nel Cenozoico aveva un'attivita' eruttiva tale che ancora oggi si puo' passeggiare fra i tunnel dove scorreva la lava, ma possibile che un posto ignorato anche dai dvd della Gazzetta (ce credo, li feci io) reggesse il confronto con Komodo, con le cascate dell'Iguazu, con la baia di Ha Long, con l'Amazzonia, con la Table mountain di Citta' del Capo e col fiume sotterraneo di Palawan? Possibile che questa Jeju fosse meglio del Kilimangiaro e delle Galapagos? Soprattutto... avendo visto le 7 meraviglie del mondo moderno e le altre 6 naturali, ti pare che una volta in Corea mi perdo proprio l'unico posto che potrebbe valere il prezzo del biglietto?
Ora, dopo due giorni di cieli grigio-chiaro e bibimbap*, ma anche di cascate, crateri estinti e passaggi in auto (3 autostop a segno in 5 ore, manco fosse la festa mia) l'impressione e' che l'isoletta meriti. Ma resta il fatto che chi l'ha preferita a Canaima e al salto Angel usa roba di prima qualita'.

* premesso che si colaziona in piedi e si salta il pranzo, due giorni fa un expat di Nottingham, tal Meffiu, mi ha consigliato di provare il bibimbap, il tipico piatto misto coreano con un po' di tutto accompagnato da riso, pasta di peperoncino e kimchi assortiti. Ieri sera, avendo finito di ciarlare quando nel quartiere era tutto chiuso, ho bissato lo stesso bibimbap nello stesso locale a gestione familiare. Oggi, poi, entro nell'unico ristorantino di Seogwipo alla mia portata e a gesti le perpetue mi fanno capire che la loro specialita', anzi l'unico piatto sul menu, e' il bibimbap

SEUL (che si pronuncia So-ol)
Appena arrivato ho baciato la terra, come Gelindo nell'88, finche' il gatto strabico dell'ostello non ne ha approfittato per rifarsi le unghie sui miei pantaloni.
Quando ho alzato la testa al cielo era gia' troppo tardi: il ciclone Bolaven che in Corea del Nord ha fatto 48 morti si e' abbattuto su tutti noi a sud del 38mo parallelo, scaricando 95 centrimetri di pioggia in mezza giornata e riducendo la mia Nikon in fin di vita. A 24 ore dal diluvio universale ho ancora scarpe, calzini e pantaloni fradici, e la fotocamera non ha ripreso ancora coscienza.
A proposito della quale, dopo i Testimoni di Geova di Hiroshima sono stato accalappiato da due ragazzotti della sedicente Chiesa di Dio, che impugnando la 'Nuova Versione' della Bibbia mi hanno tenuto un seminario ad un incrocio stradale. In soldoni i due mi hanno spiegato che - Dalla Genesi al Libro delle Leveletions - dai Testi sacri emerge chiaramente che Dio e' una donna. Gli ho detto che mo' me lo segno.

PANMUNJOM
E' il paesello al centro della terra di nessuno fra le due Coree, quella chiamata zona demilitarizzata con sottile gusto del paradosso. Fu qui che 60 anni fa si svolsero i negoziati per mettere fine al conflitto tra il Nord - spalleggiato dai "volontari" cinesi e assistito dall'Urss - e il Sud, supportato militarmente da Washington e dalle Nazioni Unite. L'armistizio al quale si giunse nel '53 in realta' non fu firmato dall'allora leader di Seoul, Rhee, perche' la Repubblica democratica si sentiva ancora in guerra ed era convinta di arrivare all'unificazione della penisola per via militare. Magari con l'atomica americana. La sensazione di conflitto permanente rimane, d'altra parte dal Nord continuano spesso a piovere missili. O asce, come quella con la quale un soldato di Pyongyang trucido' il capitano americano Arthur G. Bonifas nell'agosto del '76. Da allora e' intitolata a lui l'installazione militare alle porte dal confine, alla quale si accede passando sotto una sequela di cavalcavia ripieni di tritolo e pronti a saltare in aria in caso di un'invasione di carri armati.
A nord di Panmunjom si vede Kijong-dong, il villaggio-propaganda della Repubblica popolare, un insediamento disabitato con un pennone da 160 metri, che era il piu' alto del pianeta prima di essere superato da quello tagiko di Dushanbe. A sud invece sono sparpagliate le case modeste di poche centinaia di contadini, che per il disturbo (la scuola elementare c'e', ma all'appello mancano supermercato, cinema e bar dello sport, e alle undici di sera scatta il coprifuoco) intascano dal governo di Seoul un sussidio da 80 mila dollari l'anno. Basta dimostrare che si trascorre almeno due terzi dell'anno core a core con gli ultimi, veri, comunisti della Terra.
Le misure di sicurezza per arrivare a Panmunjom sono da Guerra Fredda (al marine Anderson ho chiesto se hanno controllato il passaporto anche ad Obama, che in gran segreto e' comparso a Camp Bonifas a marzo scorso - nonostante tutto ha capito che scherzavo), la frontiera invece e' tragicomica.
Due pattuglie si fronteggiano vis-a-vis, separate da una striscia sul terreno, un po' di ghiaia e una casupola. Spalleggiati da americani che vorrebbero tanto essere altrove ("Si', qui ci si annoia"), quelli del sud sono rigidi, impassibili e costantemente in posa da taekwondo. Quelli del nord invece sono impegnati in attivita' pratiche tipo l'istallazione di telecamere.
La casupola appartiene ufficialmente per meta' a Seoul e per meta' a Pyongyang. Entrarci significa fare un passo in Corea del Nord e rischiare di essere sequestrati dai militare della Repubblica popolare. Io l'ho fatto. Per 1 minuto e mezzo, ma l'ho fatto.

giovedì 26 luglio 2012

Fields of gold

Nel 1851 Dickens finiva David Copperfield, Hugo lavorava ai Miserabili, Baudelaire ai Fiori del male e Tolstoj maturava nel Caucaso le esperienze che avrebbe tradotto in Guerra e Pace. Nel 1851 Manzoni, Dumas, Flaubert e Dostoevskij erano nel pieno della vita attiva e riproduttiva, mentre Carducci dedicava le prime poesie d'amore alle compagne di classe e Darwin teorizzava l'evoluzione della specie. In pratica in Europa c'era un sacco di gente interessante e non si faceva altro che scrivere.
Il vecchio continente era un posticino tranquillo, quarant'anni dopo Waterloo e sessanta prima di Sarajevo. Nel 1851 la gente inventava i barbiturici, il semaforo e l'accendisigari, Zola giocava a nascondino con Cézanne e Mary Shelley si reincarnava nella regina Margherita di Savoia, quella della pizza. Senza l'ombra della spending review, gli europei stavano tranquilli e paciosi a casetta loro e l'Australia stava bene dov'era, in fondo a sinistra. Lontana lontana e abitata da duecentomila discendenti dei galeotti deportati 60 anni prima dall'Inghilterra, più qualche manciata di aborigeni scampati alle prime pulizie di primavera.
Poi - il 12 febbraio di quel 1851 - un tale di nome Edward Hargraves, dopo un tentativo andato a vuoto in California e un paio di traversate del Pacifico, trovava qualche pagliuzza d'oro vicino Bathurst, a 200 chilometri da Sydney. Con la rapidità che evidentemente già allora li contraddistingueva, gli australiani ne davano notizia 80 giorni dopo, il 2 maggio. In un giro di passaparola si riversavano nel Nuovo Galles del Sud cercatori dai quattro angoli del globo, preceduti ovviamente dagli aussies, ai quali finalmente la vita aveva dato qualcosa fa fare.
Per evitare di ritrovarsi disabitati come prima dell'arrivo di Cook, i governatori degli altri Stati dovettero offrire ricompense a chi avesse trovato filoni auriferi anche nel loro sottosuolo. E in breve l'oro spuntò dappertutto. Nel Victoria sbucarono giacimenti così ricchi che l'affare fu fiutato anche in Cina, e così inesauribili che 130 anni dopo, nel 1980, un signore barbuto e canuto di nome Kevin Hillier portava alla luce la seconda pepita più grande del mondo, un arnese da 30kg poi ribattezzato Hand of Faith e venduto a Las Vegas per 1 milione di dollari. L'aveva scovato con lo stesso metal detector col quale Mike rimedia al massimo una fede sulla spiaggia di Sperlonga.
Finito mio malgrado a Ballarat, 100km a ovest di Melbourne, c'ho provato anch'io. Dopo cinque minuti accovacciato su una padella, dal fiumiciattolo hanno fatto capolino queste robine qui. Dicono sia oro, in effetti.
Tutte insieme valgono meno di un biglietto del tram. E ho dovuto metterci lo scotch, sulla tesserina, altrimenti manco il ricordo mi restava. Ma appena tornato a casa ho trovato una lettera del governo. Sei giorni dopo aver compilato online la dichiarazione dei redditi, mi informava che sul mio conto avrebbe versato un rimborso. Poi l'ha pure fatto. Tremila dollari, precisi precisi il costo dei voli Melbourne-Gold Coast-Tokyo (14 agosto), Seul-Mosca-Roma (7 settembre) e Roma-Doha-Melbourne (27-30 settembre), più il Japan rail pass per due settimane, il traghetto da Fukuoka a Busan in data da stabilire e due cocuzze per la riparazione della Nikon, uscita da Algeria, Bangladesh e Papuasia con circuiti morti e feriti (la qui presente è stata scattata col telefonino, indeed). In Italia aspetto ancora il rimborso del 2008.

giovedì 14 giugno 2012

I diecimila passi

Il pedometro è made in China e si vede. Se starnutisci aggiunge un paio di passi, se abbassi i pantaloni per espletare le funzioni organiche te ne regala come niente sette-otto. Non so quanto contribuisca davvero alla perdita di peso (almeno finché attingi ancora alla scorta di ciobar), ma il giochino è stimolante. A parte quei giorni in cui raggiungi i 10mila passi all'ora di pranzo, e per festeggiare il traguardo ti inchiodi alla sedia con un pacco di doritos fino a notte fonda.

Soprattutto fa piacere sapere che il tuo datore di lavoro*, invece di multarti se entri in studio con una bottiglietta d'acqua (ah, il vecchio vizio di abbeverarsi quando si parla per 4 ore di fila), iscrive te e i tuoi compagni di squadra (The WOGS, che è il nomignolo dispregiativo con cui gli australiani chiamano gli italiani - tanto vale chiamarcisi da soli) e sperpera per la combriccola 600 dollari. In parte bruciati nella speranza che i dipendenti siano più sani più belli e meno assenteisti, in parte girati all'orfanotrofio di Iganga, in Uganda.

*aiuta il fatto che lo Stato australiano, con i conti pubblici in attivo di un miliardo e mezzo di dollari e con un PIL annuale in crescita del 4,3%, nella finanziaria del mese scorso abbia assegnato a SBS 63 milioni di dollari, lo riconosco.

venerdì 11 maggio 2012

Roger & me


Che da domenica e domenica avrei messo le tende al tennis era talmente palese che tutti i progetti di appuntamenti suonavano così: "Ci vediamo lunedì dopo le 23. Ma se piove dobbiamo rimandare all'una. In alternativa vieni al Foro Italico e aspetti che finisca Radwanska-Pavlyuchenkova davanti al chiosco delle patatine fritte". Poi, quando ho comunicato alla Superiora di Supertennis che sabato avevo intenzione di sfruttare l'unica mezza giornata libera per attività amene tipo cappuccino e cornetto col best man, puntata in libreria, capatina al supermercato per reperire tutto ciò che in Australia nessuno inventa o importa (Grisbì, Bucaneve, testine per spazzolini) e infine amatriciana col futuro figlioccio, ella m'ha risposto: "Devi venire sabato mattina, perché sei coinvolto nelle interviste one on one che ho chiesto ad Atp e Wta. Oltre alle telecronache ti occuperai di questo: l'Atp ci darà i top 4, la Wta si saprà solo in loco, ma io ho chiesto un sacco di giocatrici, Williams comprese. Le interviste dovranno avere una primissima parte, breve, contestualizzata al torneo di Roma, e un altra, più lunga, a 365 gradi sulla loro carriera/vita. Forse è meglio che te le prepari prima in questi giorni".
Corriere dello Sport 14/05/2002
Addio sonno, addio sabato mattina, addio colazioni al S. Calisto e addio nono-nono del blitz romano. Fra l'altro "questi giorni" per preparare le interviste sarebbero giovedì, quando cioè ho lavorato a SBS dalle 6 alle 15 prima di andare in aeroporto a Melbourne, e venerdì, quando se non ero in volo, ero all'aeroporto di Abu Dhabi o in giro per Ginevra. Senza laptop e con l'impegno concreto di finire un tomo di Terzani da riporre sull'apposito scaffale. Insomma, essermi preparato quindici fogli di appunti per le telecronache è diventato improvvisamente insufficiente. Una soluzione tappabuchi sarebbe quella di fare due passi sul lungolago e chiedere in giro le ultime chiacchiere su Federer.
Ma se invece per una volta qualche mente amica si spremesse le meningi e mi suggerisse un paio di domande per i tennisti e un paio di curiosità per le tenniste? Sennò er blogghe che ce sta a fa'?


p.s. L'Atp è l'associazione dei tennisti professionisti, la Wta è l'equivalente femminile. Chi non lo sapeva è invitato a formulare solo domande sulle hostess dell'Etihad.
p.p.s. nel sacco di giocatrici temo siano comprese tutte le ove.
p.p.p.s. sì, quello dietro Serena ossigenata sono io dieci anni addietro.


* Fuli', il titolo è quello del primo docu-film di Michael Moore.