domenica 30 novembre 2014

In un Paese bruciato dal sole


MELBOURNE 

Lord Melbourne era nel bel mezzo del suo del secondo mandato da Premier britannico quando la terra attorno all’estuario dello Yarra passò dagli aborigeni della tribù Kulin a un uomo d’affari tasmaniano per 20 coperte, 30 paia di occhiali, 50 di forbici, 100 coltelli e una manciata di fazzoletti. Era il 1835, l’imprenditore si chiamava John Batman, e l’insediamento che nel giro di 40 anni si sarebbe trasformato nella città più ricca del pianeta grazie alla corsa all’oro, venne per un periodo battezzata proprio Batmania. Dal punto strettamente turistico sarebbe stata la sua fortuna.  Oggi Melbourne si consola col titolo di città letteraria dell’UNESCO e di capitale mondiale dello sport (Gran Premio di Formula Uno, di moto e di ippica, torneo dello Slam di tennis, rugby, calcio e cricket come se piovesse, ed è anche la culla di una disciplina – il footy – che ferma uno Stato, riempe uno stadio da 100mila posti e fa pure chiudere gli uffici), si distingue per l’offerta musicale e culinaria e per una calendario di Festival che non conosce soluzione, per la rete tramviaria più estesa del mondo e per uno dei primi dieci Atenei del globo. Ok, le quattro stagioni (inteso come clima, non come pizza) in un giorno possono rendere inutili le previsioni del tempo, ma se dal 2011 Melbourne viene ininterrottamente nominata “città più vivibile al mondo” significa quantomeno che il caffé è decente.


SYDNEY

Fondata il 26 gennaio 1788 come colonia per galeotti da deportare il più lontano possibile dalla madrepatria britannica, la Harbour City è sopravvissuta agli inverni seguiti allo sbarco della Prima Flotta grazie a tanta forza di volontà e a tantissimi distillati. A Sydney il consumo pro capite di alcol è stato il più alto mai registrato della storia umana, e fino al 1808 il rum veniva ancora usato come merce di scambio. Oggi non è che l’amore dei sydneysiders per la birra sia venuto meno, ma la ‘Città di Smeraldo’ - sede della più antica Università del Paese - è riconosciuta soprattutto come una delle metropoli più vivaci e spettacolari del globo, bagnata per 240 giorni dal sole e per quattro mesi da piogge che non si vedono neanche a Londra. Ogni anno 11 milioni di turisti vengono attirati da una ventina di spiagge, da una baia spettacolare - che dà il meglio di sé tra Natale e Capodanno - dalla vibrante vita notturna, da un numero a due cifre di acquari, mercatini delle pulci e giardini botanici e dall’icona australiana per antonomasia, l’Opera House, prodotto della fantasia geometrica di un architetto danese e del lavoro di 100mila operai, inaugurata 40 anni fa, costata più di 100 milioni di dollari (a fronte dei 7 previsti) e dichiarata nel 2007 Patrimonio dell’Umanità. 


BRISBANE

La terza del città del Paese, compromesso tra la frenesia delle metropoli e la monotonia delle cittadine di mare, Brisbane offre un concentrato di caos calmo, quello che gli anglossassoni definiscono ‘the best of both worlds’. Soprannominata Bris-Vegas per la sua aria cosmopolita e edonistica, la capitale del Queensland mette sul piatto della bilancia un lungofiume glamour, quello che  nel 2003 è stato eletto ‘il centro più IN’ del mondo, un’economia in costante crescita e – cosa che non guasta mai – temperature che oscillano tutto l’anno tra i 22 e i 30 gradi. In pratica da marzo a novembre si può uscire dal lavoro o da scuola e nel giro di un’ora ritrovarsi con i piedi a mollo a Bulcock beach, Moreton Bay o Bribie Island. Da dicembre a febbraio è tempo di piogge, meglio rivolgersi altrove, qui. Sede dell’esposizione universale nel 2008 e del G20 nel 2014, casa di nutrite comunità indiane, sudafricane, cinesi e filippine, Brisbane è servita dal secondo aereoporto internazionale d’Australia, che ad Agosto viene preso d’assalto dai frequentatori dell’Ekka, un Festival che si svolge interrottamente dal 1876 per celebrare l’indipendenza dal Nuovo Galles del Sud. Una scelta che nessun Queenslander ha mai rinnegato. Anzi.  


ADELAIDE

A differenza di Sydney e Hobart (ma anche di Brisbane e Melbourne), la capitale del South Australia non è cresciuta sulle fondamenta e col materiale umano delle colonie penali, ma grazie a uomini liberi, che nell’Ottocento fuggivano dalle persecuzioni religiose in Germania. Quest’anima anglo, bianca e religiosa era andava di pari passo con un nome mutuato da una Regina d’Inghilterra teutonica che significa ‘di nobile nascita’, e che in barba a quello che ci hanno insegnato Heidi e gli Aristogatti si pronuncia Ádeleid. Un’impronta che poi era rimasta impressa in un accento vagamente british e nell’etichetta di “città delle Chiese”.  In realtà, come qualsiasi metropoli australiana, Adelaide è oggi un agglomerato etnicamente misto, con qualche discutibile specialità culinaria (il piatto tipico è un tortino di carne affogato in una zuppa di piselli) e nel quale per ogni costruzione dedicata al culto dell’Altissimo ce ne sono almeno un paio dedicate a quello dell’alcol. A differenza delle altre capitali, però, più che alla birra Adelaide è legata al vino prodotto nelle 160 aziende della Barossa, una valle che diventa meta di tour para-culturali nei fine settimana nei quali non si prende il traghetto per Kangaroo Island, alla ricerca di un wombato, di un canguro o di un’echidna, e del like automatico che una loro foto garantisce sui social. E la città in sé? Probabilmente le mancano il benessere di Perth, la personalità di Melbourne, le bellezze di Sydney e le spiagge del Queensland, ma un clima caldo e secco, un ritmo quotidiano sincopato e i prezzi più abbordabili del Paese giustificano il fatto che l’Economist l’abbia inserita tra le cinque più vivibili del mondo. Metteteci anche il Fringe, il più grande Festival culturale dell’emisfero australe, e va a finire che l’unica pecca di Adelaide sta paradossalmente proprio nel nome. Perché una volta lì si diventa adelaidiani

PERTH

Esplorata da navigatori olandesi 150 anni prima di Sydney ma pianificata solo nel 1829 sull’estuario del fiume Swan, la quarta metropoli australiana è la più calda, la più cara, e la più isolata città del continente. O per la precisione di tutto il pianeta: in aereo ci si impiega meno per andare a Jakarta che a Sydney, e per trovare un’altra città degna di tal nome bisogna percorrere uno per uno i 2700 km che la separano da Adelaide, attraversando una pianura arida il cui nome – Nullarbor - illustra chiaramente l’assenza di alberi e sottintende altrettanto chiaramente la scarsità di pompe di benzina. Stretta com’è tra l’oceano indiano e un deserto così vasto da avere cinque nomi diversi (Great Victoria, Great Sandy, Little Sandy, Gibson e Tanami), Perth è cresciuta come una figlia unica, intraprendente, fortunata e un po’ capricciosa. Nota per aver dato i natali a Heath Ledger, Megan Gale, Daniel Ricciardo e Cadel Evans, ma anche per i tramonti di Cottesloe beach, i frutti di mare di Fremantle e gli squali bianchi della vicina Rottnest island, fu annessa al resto della federazione solo nel 1901, ma dopo poco i cittadini del WA (dabliù-ei) chiesero con un referendum di trasformare Perth nella capitale di uno stato indipendente, la Westralia. Non se ne fece nulla, ma nonostante la massiccia immigrazione (quasi il 5% degli abitanti è nato in Italia) la città non ha mai smesso di sentirsi un’entità separata, e oggi le spinte centrifughe sono alimentate da questioni economiche: il WA produce da solo il 46% dell’export nazionale e un quinto di tutto il ferro mondiale, il PIL pro capite è il doppio di quello della Tasmania e i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti possono contare su stipendi che superano – in media - i 100mila dollari annui. E poco male se il caffè costa 4 dollari e 23.

HOBART

Dopo aver circumnavigato i mari del Sud, toccando le coste della Nuova Guinea, delle Salomone, delle Figi, di Tonga e della Nuova Zelanda, 370 anni fa un navigatore olandese di nome Abel Tasman avvistò una costa che credeva appartenere al continente australiano, e per questo ribattezzò quel lembo di terra Van Diemen's Land. Era un omaggio al governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali ma anche e soprattutto una topica clamorosa, che data la lontananza e la difficoltà di ritrovare la strada a quelle latitudini rimase tale per la bellezza 135 anni. Tanto ci volle, prima che un certo Matthew Flinders si accorgesse che quelle coste appartenevano in realtà a un'isola. Il fatto che a questo mondo non ci sià giustizia è testimoniato dal fatto che Tasman si vide intitolata tutta l'isola e da lì a cascata mezza fauna autoctona (compreso Taz, il cartone della Warner Bros), mentre a Flinders toccarono un'autostrada nel Queensland, la stazione dei treni di Melbourne e una catena montuosa del Sud Australia. Non il massimo, per uno che di mestiere faceva il navigatore. Amenità a parte, l’isola offre davvero tutto (fuorché - forse - il clima). Parchi adatti a magnifiche passeggiate come Cradle Mountain, baie incorniciate da spiagge incantevoli come la Bay of Fires, e miracoli della natura come la penisola Freycinet. E ancora siti ‘storici’ (vabbé…) come il penitenziario di Port Arthur, il MONA, lo stravagante museo di arte contemporanea di Hobart, la crociera da Strahan (che per qualche motivo si pronuncia Stro-on), le gole di Launceston, il panorama dal monte Wellington e Salamanca square, l’unica piazza degna di tal nome di tutta Australia. Infine una fauna variegata e unica, dalle balene ai pinguini, dai wombati ai diavoli. No, la tigre no. Quella è estinta. Ma sopravvive sull’etichetta della migliore birra nazionale. Tasmaniana, ca va sans dire. 

CANBERRA

Un italiano direbbe che la cosa migliore di Canberra è il treno per Sydney. Peccato che oltre a non avere uno straccio di spiaggia o di squadra di calcio, la capitale sia pure a corto di stazioni ferroviarie. Anche i collegamenti aerei internazionali non sono pervenuti, ma per fortuna Sydney è comodamente raggiungibile in meno di tre ore di auto e date le premesse rappresenta una tentazione così forte che negli anni Ottanta persino l’allora Primo Ministro John Howard decise di fare il pendolare su e giù per la Hume Highway pur di non viverci, a Canberra. La regione nella quale sorge la Bush Capital era stata abitata aborigeni per più di 20mila anni, ma quando nel 1908 fu scelta come sede della nuova capitale, era abitata solo da poche migliaia di agricoltori. Per la maggior parte dei libri di storia, la Federazione optò per la costruzione di un agglomerato tutto nuovo per non esacerbare la rivalità tra Sydney e Melbourne; secondo altri, invece, l’imperativo era evitare l’afa estiva di una qualsiasi delle metropoli del Paese, in un momento nel quale il brevetto dell’aria condizionata non era ancora stato perfezionato. Risultato? Come Washington, Ottawa e Brasilia, Canberra fu progettata allo scopo di ospitare il Parlamento e le altre istituzioni governative, ma a differenza delle altre, la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione frenarono lo sviluppo iniziale e il clima fin troppo rigido per queste latitudini non contribuì a farla entrare nel cuore degli australiani. Ispirata al movimento delle ‘città giardino’, Canberra è oggi un centro di 300mila persone, tagliato in due dal lago Burley Griffin (dal nome dell’architetto statunitense che la progettò, convinto - bontà sua - di disegnare la città ideale) che è allo stesso tempo verde, moderno, dispersivo e perfetto per le biciclette. La disoccupazione al 3.2% - ben al di sotto dei sogni keynesiani – rivela un dato ancor più indicativo: di fatto a Canberra ci vive solo chi è obbligato per lavoro. Al quale la città offre musei, parchi, gallerie, feste etniche a cadenza quasi settimanale e la sensazione che le cose possano solo migliorare. In fondo, se a forza di investimenti, esperimenti e gigantismi architettonici ce l’ha fatta Brasilia, perché non Canberra? 


DARWIN

Se pensate che la storia delle città australiane sia piatta come una tavola da surf avete ragione da vendere, ma se ci tenete alla pelle evitate di dirlo a uno/a di Darwin. La parabola del capoluogo più piccolo, giovane e settentrionale del Paese è un concentrato di eventi drammatici e di calamità naturali, che hanno presa di mira l’insediamento sin da quando fu fondato, nel 1870, per collegare via telegrafo l’Australia col resto del mondo.
Frequentata per millenni da decine di tribù aborigene e per decenni da centinaia di impavidi cercatori d’oro, Darwin è stata teatro di cruente rivolte indigene e sindacali che poi si sono rivelate nulla di fonte al massiccio bombardamento giapponese del 1942. Se la città ha evitato per un pelo l’invasione dalle truppe nipponiche, poi non è riuscita a schivare le tempeste tropicali che si sono affacciate puntualmente ogni 40 anni. L’ultimo, il famigerato ciclone Tracy, uccise 71 persone e rase al suolo il 70% degli edifici cittadini alla vigilia di Natale del 1974. 
Poteva andarle peggio. Per esempio poteva continuare a chiamarsi Palmerston, come il Primo Ministro che governava la Gran Bretagna il giorno in cui i primi 135 coloni stabilirono nucleo originario nel golfo avvistato anni prima dalla nave Beagle. Invece nel 1911 la maggior parte dei 1100 residenti chiese di ribattezzare il capoluogo come Charles, il famoso naturalista britannico, che nel cammino verso le teorie evoluzionistiche pare fosse stato illuminato tanto dalle tartarughe delle Galapagos quanto dagli ornitorinchi down under.
Darwin non ha mai visto un canguro, eppure gli sarebbe bastato spingersi lungo la Stuart highway, verso Katherine e lo spettacolare parco Kakadu per imbattersi in coccodrilli d’acqua salata lunghi 5 metri e in canguri rossi da 90 chili. Se poi avesse proseguito per altri 2000 km attraverso il deserto, dopo aver superato Alice Springs avrebbe sbattuto contro Uluru, il monolito più grande della Terra, una roccia di arenaria che sta lì, al centro del continente, da 500 milioni di anni ed oggi è Patrimonio dell’Umanità, simbolo dell’Australia e luogo sacro della mitologia aborigena.


(n.b. testi scritti per il sito Just Australia)

venerdì 31 ottobre 2014

Hostel Rwanda

La sera del 6 aprile 1994, l’aereo che trasporta il presidente Ruandese Juvenál Habyarimana e quello burundese Cyprien Ntaryamira viene abbattuto poco prima dell’atterraggio all’aeroporto di Kigali. I due Capi di Stato provengono da Arusha, in Tanzania, dove hanno appena firmato l’accordo di pace col Fronte Patriottico Ruandese, il braccio politico-militare degli esuli Tutsi. Nessuna inchiesta riesce a fare piena luce sui mandanti e sugli autori del lancio del missile terra-aria che fa esplodere il velivolo, ma le piste più battute rimandarono agli estremisti Hutu, contrari a qualsiasi riconoscimento dell’FPR, o agli stessi rappresentanti della dispora Tutsi, convinti che la situazione in Ruanda non sarebbe cambiata nonostante l’esito apparentemente positivo del vertice di Arusha. Comunque sia, l’attentato accende la miccia che scatena le violenze: col pretesto di una vendetta trasversale, all’alba del 7 aprile iniziano i massacri, orchestrati dalle milizie paramilitari Hutu e dall’esercito regolare, che prendono di mira i Tutsi. 
Per 100 giorni il Rwanda piombò all’inferno, e nella rabbia cieca che alimentò il genocidio ci fu spazio solo per la violenza. Tutto il resto, compreso il calcio, si fermò. Non per rispetto, per paura o per ipocrisia, ma perché era proprio negli stadi che gli Hutu, i più poveri, i più numerosi e più neri  si radunavano ogni giorno all’alba. Ed era proprio dai campi di calcio dei villaggi che partivano le ronde per stanare e giustiziare i Tutsi nascosti nelle foreste e negli aquitrini. L’abbattimento sistematico degli alberi alti durò 3 mesi, duranti i quali furono massacrate quasi un milione di persone, colpevoli di essere presuntamente diverse e certamente minoritarie in quello che allora era il quinto Paese più povero del mondo. Un Paese del quale avevano rappresentato per secoli l’aristocrazia e del quale costituivano ancora di un’élite talmente povera che per farne parte bastava avere 10 capi di bestiame.
La follia collettiva Hutu portò alla morte di un Tutsi ogni 12 secondi, tutti o quasi uccisi barbaramente a colpi di machete, compresi 300 mila bambini. Undicimila scarafaggi furono trucidati in una chiesa. Il genocidio ruandese, uno degli eventi più sanguinosi degli ultimi 70 anni, un eccidio che ha visto salire sul banco degli imputati persino un sacerdote, un ex segretario generale dell’ONU e il governo francese, non risparmiò nulla e nessuno: a Kigali si salvarono appena un migliaio tra Tutsi e Hutu moderati che trovarono rifugio nell’Hotel des Mille Collines e circa 12,000 persone asserragliate nello stadio Amahoro. L’impianto della Pace ospitava infatti lo sparuto contingente delle Nazioni Unite, e da zona franca venne trasformato in una specie di campo profughi prima e di concentramento poi. Almeno fino a quando le milizie del Fronte Patriottico Ruandese, un gruppo nato dalla diaspora Tutsi in Uganda, non prese il controllo della capitale, rovesciando così le sorti del conflitto e avviando una nuova serie di atrocità.
Era il 4 luglio del 1994, e nel giro di 2 settimane la rappresaglia Tutsi portò alla fuga di milioni di Hutu, a loro volta bersaglio di un profondo odio interetnico che alla lunga sfociò in due successive conflitti in Congo e provocò una guerra civile anche in Burundi. Spargimenti di sangue che hanno lasciato ferite profonde, visibili ai confini del Ruanda e in tutta la regione dei Grandi Laghi, dove enormi tendopoli testimoniano 20 anni di brutalità e ritorsioni, di assalti, ritirate ed esilii forzati.
Le prove più evidenti sono a Gisenyi, cittadina di frontiera ai piedi delle montagne che ospitano i gorilla nella nebbia amati da Dian Fossey e un volcano, il Niragongo - che ogni 25 anni gioca a fare il Vesuvio, vomitando cenere e lava sulle case di centinaia di migliaia di persone. Gisenyi spartisce col Congo anche le sponde del lago Kivu, una bestia poderosa capace di generare tsunami devastanti con l’emissione di gas naturali e il cui metano viene sfruttato per produrre Guinness, Amstel e un paio di birre locali, la Primus e la Mützig. Ma con la Repubblica Democratica, Gisenyi condivide soprattutto decenni di drammi umani. È lì che sono passati infatti i Tutsi in fuga dagli Hutu, poi gli Hutu in fuga dalle milizie del Fronte Patriottico, quindi i congolesi in fuga da due guerre civili e poi tutti da tutti, in quello che è stato chiamato ‘il Conflitto del Kivu’ per l’impossibilità di delimitare un confine preciso tra vittime e carnefici, mandanti e prede, ribelli e profughi. Né tantomeno l’identità e l’origine geografica degli uni e degli altri.
È lì, nella terra delle gioventù bruciate e delle guerre dimenticate, del tutti contro tutti, dei rancori etnici intrecciati con gli interessi del coltan e del rame che inauguro ufficialmente il primo ostello del paese, il cui responsabile trattiene a stento le lacrime mentre mi racconta di essere fuggito dalla furia degli Hutu quando aveva 16 anni, di aver vagato due settimane per le montagne, di essere stato più forte della fame, della sete e del terrore e di aver trovato la salvezza nell’ex Zaire. E sempre lì mi imbatto in Rasheed, ex calciatore di seconda divisione ruandese che ora mette tempo e passione al servizio dei ragazzini di Gisenyi gestendo una scuola-calcio rudimentale, improvvisata su un terreno pubblico sconnesso, con porte pericolanti e ciuffi d’erba cresciuti in modo incontrollabile. L’ha battezzata ‘Yamutoto’, che significa ‘insegnare ai bambini’, perché la storia ha fatto del lago Kivu una delle capitali mondiali dei bambini-soldato, e la piaga non è declinabile solo al passato. Per strappare i giovani ai pericoli della strada o almeno per limitare i rischi dei tempi morti, Rasheed ha avuto il sostegno di un benefattore norvegese, che ogni anno mette a disposizione un po’ di attrezzatura: pettorine e coni per gli allenamenti, magliette e palloni per le partite. Così, nel suo piccolo, anche lui lavora per il futuro, in un Paese in cui la complicata ricerca della pace e della normalità è uno sforzo congiunto operato dai cittadini reduci e da quell’Occidente additato all’epoca come corresponsabile, morale e materiale, delle carneficine. 
A 20 anni esatti dal genocidio - ricordato con una commovente cerimonia organizzata il 7 aprile scorso nello stadio Amahoro - il Ruanda oggi ha voltato pagina, ripartendo letteralmente da zero. Oltre ai massicci investimenti internazionali, alla base di una crescita dell’economia che sfiora l’8% annuo, c’è voluto acume politico e spirito di conciliazione nazionale per spingere i ruandesi a risalire dopo aver toccato il fondo, e a prendere in mano le sorti del loro piccolo Stato trasformandolo in una gemma nel cuore dell’Africa. Una strada lunga, ma partita da gesti semplici e iniziative concrete per rinforzare il sentimento di unità, come quella di dedicare un giorno del mese alla pulizia delle strade, alla quale prende parte anche il Presidente della Repubblica. La scelta del cleaning day non poteva che cadere sul sabato, dato che la domenica è consacrata per metà alla religione e per metà al calcio.
Nel dopoguerra, la nazionale oggi guidata dall’ex tecnico del Milwall Stephen Constantine ha cambiato colori e soprannome, strappando nel 2004 la sua prima qualificazione alla Coppa d’Africa. Il goal che permise alle Wasps di presentarsi alla fase finale in Tunisia fu segnato al Ghana da tal Jimmy Gatete e valse all’attaccante ruandese l’appellativo un filino pretenzioso di God of Goals. Con quel risultato, gli Amavubi si ritagliarono un posto tra le prime 100 Nazionali del ranking FIFA, posizione che occupano tuttora. A livello di club, la Premier League nazionale è terreno di conquista dell’APR, che ha vinto 14 dei 20 campionati cui ha preso parte.  E poco male se l’acronimo nasconde il nome dell’Armée Patriotique Rwandaise F.C., squadra fondata come costola sportiva del Fronte Patriottico Ruandese, o se il Presidente onorario del club è James Kabarebe, oggi braccio destro del Presidente della Repubblica Paul Kagame ma in passato accusato dal Tribunale Internazionale dell’ONU di aver ricoperto un ruolo centrale durante il genocidio, prendendo in prima persona parte agli atti che hanno preceduto e seguito i massacri del ‘94. Poco male, dicevo, perché a 20 anni dal momento più buio della sua storia, in Rwanda nessuno riesce a dimenticare, ma a nessuno viene concesso di fomentare rancori, di rimestare nel torbido.  E probabilmente nessuno può davvero perdonare, ma almeno a nessuno viene più consentito di risvegliare i fantasmi, di parlare di appartenenza etnica. Come una scoria radioattiva impossibile da smaltire, il passato viene sepolto sotto una colata di cemento. Impossibilitato a guardarsi dietro e con poca voglia di guardarsi dentro, al Rwanda non resta infatti che puntare avanti.

sabato 13 settembre 2014

Leave in the Time of Ebola

In genere funziona così: decidi di andare in un posto, in qualsiasi posto, e improvvisamente la cronaca nera si accorge che esiste. Sembrano coincidenze - e in qualche caso lo sono pure - ma è soprattutto questione di livello di attenzione e di messa a fuoco. Tua, non dei media. Ogni tanto il caso calca un po' troppo la mano e ti ritrovi in Cina mentre arriva l'aviaria, nel sud-est asiatico mentre arriva lo tsunami o in Georgia mentre arrivano le bombe russe. Perciò all'inizio ti chiedi se sei tu a portare sfiga oppure se lo stellone che porti dietro è di marca. Ma col tempo piuttosto ti fai una birra. Perciò se il 14 giugno compri il volo per Nairobi, il 16 Al Shabaab dichiara il Kenya "zona di guerra" e il 18 massacra una sessantina di persone, non ti passa manco per la capa di pensare che sia un segno del destino. La derubrichi a fatalità. Come gli attentati in Egitto, la seconda intifada in Palestina, le rivolte in Nepal, il golpe anti Chavez, i droni in Yemen, un sacco di terremoti, quasi quasi pure Fukushima. Se in Bosnia c'è la guerra non si cambia strada, ci si va. Figurati se la peggiore epidemia degli ultimi 40 anni bussa alle porte di Uganda e Ruanda, o se la settimana della partenza si apre col massacro di tre povere suore in Burundi. L'idea che un elefante ti passi sopra la tenda non attira per niente, ma il resto fa l'effetto del miele, della marmellata, del cacio sui maccheroni.
Giusto quando arriva il momento in cui ti fanno firmare il testamento ecco, due scongiuri ti scappano.
In caso contrario, ci si vede a Roma tra un mese.

venerdì 29 agosto 2014

The Tetere Redemption

La strada è dissestata come da copione. Inevitabile, in una Nazione del Terzo Mondo che balla appena sotto la linea dell’equatore ed è reduce da un decennio di guerra. Storia e natura hanno fatto delle Salomone un laboratorio sperimentale, e prima ancora che dallo tsunami del 2009 e del terremoto del 2013, le infrastrutture del sono state messe a soqquadro dalla guerra civile che tra il ’97 e il 2003 è costata la vita a 30mila persone. Durante i tumulti, per rallentare la corsa dei ribelli della provincia orientale di Malaita verso Honiara, era necessario che le arterie stradali fossero accidentate. E ancora oggi per coprire i 30km che separano la capitale dalla prigione di Tetere ci vuole piu' di un’ora. Se non altro, l’ultimo conflitto inter-etnico che ha insanguinato l’arco di instabilità a nord del dodicesimo parallelo si è risolto con una vera pace sociale. Le lingue parlate sulle 992 isole sono una settantina e le etnie rimangono fiere della loro identità, ma dopo gli scontri del 2006 i problemi irrisolti sono rimasti quelli economici e ambientali, non certo quelli di ordine pubblico.
Oggi la popolazione carceraria dell’arcipelago è di 321 persone* e la percentuale di cittadini dietro le sbarre è di 55 ogni 10.000 abitanti. Un dato in linea col Giappone e più basso di quelli dei Paesi scandinavi; quasi 3 volte inferiore all’Australia e 13 volte meno degli Stati Uniti. Tra i detenuti, 3 sono donne, e nessuno – almeno ad ottobre scorso - è straniero. Prima di finire tra i protettorati della Regina, gli isolani non conoscevano la tradizione dell’incarceramento e della privazione della libertà, tanto che fino agli Anni 60 la prigione di Rove, la principale del Paese, era un ampio luogo aperto e senza sbarre. C’è voluto 1 milione di dollari devoluto dalla Nuova Zelanda per trasformare la struttura, che proprio per questo suscita agli occhi dei solomoni l’orrore maledetto del luogo dantesco. Chi entra lì dentro, lascia ogni speranza di uscirne vivo.
Non perché lo attenda il braccio della morte, ma perché indulti, grazie, assoluzioni e sconti di pena sono pratiche sconosciute. L’obiettivo massimo, una volta in gattabuia, è che anni di buona condotta convincano le autorità carcerarie e giudiziari a dirottare il detenuto verso un regime più soft . In quel caso, solo in quel caso, i reclusi finiscono i loro giorni a Tetere. 
La prigione, l’anello di congiunzione tra quello che era e quello che è il sistema carcerario nazionale, è circondata su tre lati da una fitta schiera di alberi altissimi. Il legname costituisce l’80% delle esportazioni del Paese, mentre in barba ad un nome che richiama miniere di oro del mitico re biblico il resto è rappresentato esclusivamente da copra, olio di cocco e pesce. Sul quarto lato c’è il mare, appunto.
Al di là del cancello si entra in un’area vasta e piatta, con caseggiati ad un solo piano e tanto verde e un’atmosfera rilassata, nella quale si fa fatica a distinguere i detenuti dai secondini. Fino a 20 anni fa, Tetere era un lebbrosario gestito da suore cattoliche, poi la malattia è stata circoscritta – non debellata, nel 2014 sono stati rivelati una trentina di casi in giro per la Melanesia – e la struttura è stata riconvertita. Nella perlustrazione mi accompagna Kitty, che a dispetto del nome è un uomo, è massiccio e indossa la maglia dei Parramatta Eagles. Le camerate da 8 sono spoglie ma dignitose, grigie ma luminose. E, soprattutto, non sono chiuse a chiave. I 17 detenuti hanno infatti solo un bagno comune a disposizione, e sarebbe crudele, oltre che illegale, impedire ai carcerati di espletare le funzioni fisiologiche.
A Tetere l’elettricità è limitata alla mezz’ora che segue le 18, durante la quale si ritrovano tutti davanti al televisore, ma pur nella sua lentezza la vita offre parecchio, e l ’organizzazione ricorda quella di un collettivo. Un po’ perché i fondi a disposizione scarseggiano, un po’ come forma di realizzazione personale, a rotazione tutti cucinano i pasti, lavano i bagni e le cucine, sistemano le camerate. Gestendo se stessi e la struttura in giornate che iniziano alle 6 di mattina, i reclusi imparano a relazionarsi, a responsabilizzarsi e anche un mestiere, sperando che un giorno possa tornare utile. C’è l’officina dove si apprende a diventare falegname, fabbro o meccanico, e c’è la terra da lavorare, per sostentare i prigionieri e le 22 guardie, che guadagnano 180 dollari al mese. Il vedere crescere tra le proprie mani un ortaggio o una sedia aiuta a processare la colpa della quale ci si è macchiati e riempie i polmoni di ossigeno e buoni propositi. A Tetere non si respirano rabbia e rassegnazione, vendetta o angoscia ma vitalità e speranza. Dolore sì, perché i cari sono lontani e perché la lucidità rende più chiari i propri errori. Ma c’è soprattutto voglia di riscatto e di normalità. I 30 detenuti sognano la libertà, ma hanno ragioni sufficienti per vivere il presente. E fra tutte, ne spicca una.
I sorrisi sui volti e il fermento che anima la prigione, quando arrivo, dipendono dal fatto che oggi è venerdì. Significa che da venerdì scorso è passata un’altra settimana, di vita, scoperte e allenamenti. Significa che il cancello si apre verso il resto del mondo come succede solo una volta ogni sette giorni. Il grande campo che confina con la strada diventa il Maracanà, il Bernabeu, l’Old Trafford. Ad attenderli c’è un gruppo di ragazzi venuti da Honiara e che ha sfidato le buche a bordo di un furgone perché anche loro – per una settimana intera – non hanno pensato ad altro. Ad un unirsi a loro, proprio in quell’istante, compare un convoglio che trasporta 5 reduce dalla prigione di Rove. Ex compagni di cella che non fanno in tempo ad uscire dal cellulare che si ritrovano un paio di Lotto di seconda mano ai piedi.
L’erba è alta, le righe sono appena visibili, le reti sono sbrindellate, il pallone è sull’orlo dell’implosione. Eppure nel momento in cui detenuti e guardie carcerarie indossano la maglietta governativa con l’acronomo SIG e calzano le Lotto di seconda mano rimediate in un negozio in città, le differenze tra il dentro e il fuori, tra il prima e il dopo, tra il mai e il per sempre, spariscono, il presente torna ad avere un senso, il futuro un orizzonte. E lì capisci una volta per tutte il potere di quella sfera cucita a mano. La livella. Per la cronaca, finisce 2-2.
(tratto da Thin White Line magazine n.2

mercoledì 11 giugno 2014

Simply The Best

Il ponte di tek di Amarapura (Myanmar)

Melbourne è la città più vivibile del mondo, dicono. Poco importa che il dato non sia misurabile, una volta che l'etichetta è appiccicata, il marchio va esibito. Così fan tutti, del resto. Il mondo vive per stilare e spiattellare graduatorie, primati e numeri. Un po' è il mestiere delle proloco, un po' la dittatura del titolo, soprattutto è colpa nostra. Se un tempo bastava un collage di immagini scolorite su sfondo pastello per far appendere una cartolina sul frigo, oggi guardiamo spot, apriamo link e stiamo a sentire qualcuno solo se chi parla si sa imporre nel lasso di tempo che gli possiamo concedere. Circa 11 secondi. E visto che siamo saturi di tutto e assuefatti a tutto, l'unico modo per richiamare davvero l'attenzione e imporsi alla memoria, è presentarsi come un unicum, e farlo pure in fretta. Tanto più quando in ballo non ci sono emozioni o massimi sistemi ma ponti, strade, tappeti e funivie. Chi viene dall'Italia mette a fuoco la questione e viene preso dall'impulso di contattare il grande capo estiqaatsi. Un po' perché dall'alto del Paese più bello del mondo che ce frega di vantare il primato del camino di terracotta a spirale più pesante o delle tapparelle avvolgibili più lunghe del pianeta? Ma un po' anche perché se ci attaccassimo alle graduatorie oggettive, scopriremmo che ben prima della bellezza, in Italia ci sono la corruzione, la bassa natalita', la decrescita e gli asini che volano, tipo questo. 
In quelle cose si' che siamo primi. 
Anche in questo l'AUSTRALIA sta agli antipodi. Vanta il deserto più antico del mondo, il monolite più grande del globo, la barriera corallina più lunga e la città più isolata, ma anche una serie di grandi raffigurazioni, dal koala alla pecora merino, dall'ananas alla trota, dal pollice verso al gamberetto, che dimostrano quanto questa mania possa essere contagiosa, ridicola e tendenzialmente illimitata. A Gumeracha, vicino Adelaide, per esempio, c'e' il cavallo a dondolo piu' grande del mondo. A Launceston - in Tasmania - mi sono imbattuto pure in questa cosa raffigurata qui sotto. Che solo a spiegare cos'e' ci vogliono 4 righe.
Il piu'... di Lauceston
Perché le cose grandi e uniche puoi avercele, ma puoi anche fare a gara per costruirle.
Il Burj Khalifa di Dubai (Emirati Arabi)
L'esempio più palese è nella corsa alla costruzione dell'edificio più alto del mondo. Quando sono nati i miei genitori era l'Empire state building di New York (381 metri), quando sono nato io era la Sears Tower di Chicago (442 metri), quando è nato il mio primo nipote erano le Petronas di Kuala Lumpur (452) e quando è venuto al mondo il secondo lo era diventato il grattacielo 101 di Taipei (509). Adesso come adesso è il Burj Khalifa (ex Burj Dubai, ma siccome per completarlo hanno dovuto chiedere i soldi in prestito ad Abu Dhabi, quelli li hanno obbligati a cambiare nome) con quasi 830 metri. Il quale prima o poi sarà scavalcato dalla Kingdom Tower di Jedda, ammesso che i sauditi riescano effettivamente ad arrivare al chilometro di altezza, il triplo del grattacielo sul quale si aggrappava King Kong. Dubai s'è comunque cautelata con la Cayan tower, la torre più alta con una torsione di 90 gradi. Già, perché dal momento che ogni classifica contempla le sottocategorie, ci sono le graduatorie che includono l'antenna, che distinguono in base all'abitabilità e secondo criteri geografici. Così il CANADA ha avuto il suo quarto di secolo e passa di fama grazie alla CN Tower di Toronto, tra il '76 e il 2010 la costruzione non abitabile più alta del globo con i suoi 553 metri, prima di essere superata prima da una torre di Canton e poi dallo Skytree di Tokyo, che di metri ne misura 634 ed è stata completata giusto in tempo per permettermi di scattargli questa.

Visto che tutti 'sti posti sono a nord dell'equatore, anche la NUOVA ZELANDA ha cercato di finire nel medagliere, mettendo in piedi i 328 metri della Sky Tower, ad Auckland. E Melbourne ha risposto con l'Eureka Tower, che di metri ne misura 297 ma in quanto abitabile ha vinto anche lei il suo premio, prima che Gold Coast le scippasse la scena con la Q1 di 322 metri. Dato che il Victoria se l'è legata al dito, qui è già in costruzione un pezzo da 108 piani e 388 metri. Giurerei che non sara' l'ultimo. Ma per una questione meschina legata alle ritenute in busta paga spero che non la costruzione non costi come quella del Marina Bay Sands di SINGAPORE, un casino da 6 miliardi di dollari finito per questo nel Guinness come l'edificio piu' caro del pianeta.
Fin qui curiosità che non capita solo agli autistici e ai cuori solitari di porsi. Primati che rispondono a esigenze demografico-spaziali-strategiche e d'immagine (infatti nel 90% dei casi c'è di mezzo l'Asia) oltre a impulsi economico-freudiani (idem), un po' come quelli sulla montagna più alta, il fiume più lungo o l'abisso più profondo. Ma il parossismo che può raggiungere la ricerca del primato e soprattutto il vanto del ce l'abbiamo solo noi, raggiunge confini che solo guardandosi in giro si intravedono nella loro mastodontica inutilita'. La CINA, il Paese più popoloso del mondo (ma verrà presto superato dall'INDIA, per ora comunque la più grande democrazia del mondo), vanta un sacco di primati. Intanto la grande muraglia - l'unica costruzione dell'uomo visibile dalla Luna. E qui applausi a scena aperta. Poi la diga più grande del mondo (primato conteso a quella tra Brasile e Paraguay), sullo Yangtze. Poi la città più distante dal mare, Urumqi.  A Chengdu c'e' il New Century Global Center, il palazzo piu' grande del mondo (seguito - in ROMANIA - dalla casa del Popolo di Bucarest, che e' il secondo edificio per estensione e il terzo per volume) con una superficie di 1.760.000 metri quadrati. Calpestabili. Per non farsi mancare niente, sempre in Cina a Leshan c'è l'enorme Buddha scolpito nella roccia. Alta 71 metri è la più grande statua premoderna del globo. Superata da un'altra, sempre cinese e sempre del Buddha, realizzata nel 2002 nella quasi omonima Lushan e che raffigura un Siddharta di 128 metri. Due volte e mezza i 50 metri di Santa Rita, statua che non è a Cascia - per fortuna - ma a Santa Cruz, in BRASILE, ed è l'unica cattolica in mezzo a una serie di figure del Buddha o Madri Patrie russe e ucraine, ma stacca pur sempre di 4 metri la Statua della Libertà. Gli STATI UNITI si consolano con i presidenti di Mount Rushmore, che per ora fanno corsa a sé. Anche perché sennò ti voglio a trovare motivi per trascinare turisti nel South Dakota o Paesi che abbiano 4 presidenti che vadano d'accordo tra di loro. Certo, non tutto si fa per soldi, spesso solo per sboronaggine. Raramente per necessità.
Il Buddha di Leshan, Cina
In GIAPPONE - A Kobe c'è il ponte Akashi Kaikyo, il più lungo del mondo tra quelli sospesi. Invece in RUSSIA, a Vladivostok, c'è il ponte più lungo tra quello strallati, qualsiasi cosa voglia dire. In
MYANMAR - ad Amarapura, vicino a Mandalay, c'è il ponte di tek più lungo del mondo. Infine in
YEMEN - c'è il ponte di pietre sospeso più alto del mondo. Poco distante, in
OMAN - c'è il tappeto fatto a mano più grande del mondo. Si trova nella moschea del sultano Qaboos a Muscat. Che non è la più grande del mondo perché quella si trova in ARABIA SAUDITA, a La Mecca, ed è la Masjid al-Haram. Se la cosa sembra tutto sommato scontata, non lo è, visto che la basilica di San Pietro è stata usurpata del titolo di chiesa cattolica piu' vasta da quella di Notre Dame de la Paix, a Yamoussoukro, in COSTA D'AVORIO. Meno sorprendente che la sinagoga più grande del mondo sia a New York, anche se per una volta non pare se ne vantino più di tanto.
In compenso a Ulm, in GERMANIA, c'è il campanile più alto, a Salisbury, in INGHILTERRA, la prima guglia del mondo anglicano (seguita a sorpresa da quella di una chiesa di Melbourne che se tanto mi dà tanto è la più alta nell'emisfero australe) e - restando in tema - in RUSSIA, al Cremlino, è sistemata la campana dello zar, alta 6 metri e pesante più di 200 tonnellate, di gran lunga la maggiore sulla Terra.
Anche i piccoli hanno i loro altarini. TONGA ne mette in mostra addirittura un paio: intanto e' l'unico Paese del Pacifico a non essere mai stato "ufficialmente" colonizzato, e poi ospita il volo commerciale piu' breve del pianeta: tra Nuku'alofa e 'Eua ci vogliono due e mezzo di dondolii in nave oppure sette minuti in aereo.
Pleonastico sottolineare che nei Paesi più grandi ci siano più possibilità di imbattersi in certi primati: la superficie (Russia) la popolazione (Cina) o il PIL (gli Usa, ancora per poco) - o nel loro opposto (vedi la densità, in MONGOLIA, che è anche il Paese più grande senza accesso al mare). O che in quelli più sfigati ci siano i record meno invidiabili (il BANGLADESH non ha solo la più alta densità abitativa e la più grande foresta di mangrovie, ma ha messo la crocetta anche la più grande carestia, le la più grande contaminazione da arsenico nel mondo). Sono però le cose random che mi fanno impazzire. In CILE, per dirne una, ad Algarrobo c'e' una piscina lunga piu' di un chilometro e profonda 35 metri (anche se a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, ce n'e' una profonda 40). In, TAGIKISTAN, per dirne un'altra, c'è il pennacchio più alto del mondo. Per dare un'idea della competizione, basta specificare che Dushanbe ha strappato il record alla COREA DEL NORD. Che si rifà con i 150mila posti del Rungnado, che a dispetto del nome da paesino della Brianza è lo stadio più grande del mondo.

venerdì 9 maggio 2014

I Miti del Foro




Giornata tipo: sveglia alle 7.50. Rapida presa di coscienza a colpi di maledizioni sparse seguita da doccia, barba (un giorno sì e tre no), caffé, colazione a base di Bucaneve (o, in alternativa, del ciambellone della moglie del dottore), subitanea vestizione con l'abito d'ordinanza e alle 8.25 sono fuori. Quindi al Foro dalle 9 alle 23-quando-va-bene infine eventuale birra-amaro-limoncello a Trastevere (o a Bravetta o sulla Colombo) col nottambulo di turno fino alle 2am. Così per 9 dei 12 giorni in cui sono rimasto a Roma. Gli altri 3 sono stati peggio. Chi si è lamenta perché non ho trovato il tempo di vederlo/a/i/e merita di passare l'eternità tra le fiamme dell'inferno. Assieme a quelli che si sono lamentati perché non gli ho rimediato i biglietti.

mercoledì 30 aprile 2014

La partita di pallone

I controlli ai cancelli sono più rigidi del previsto, ma lo spettro del terrorismo non c’entra niente. In Oman l’abbigliamento tradizionale prevede la dishdasha – una tunica bianca –la kuma - un berretto ricamato - e il khanjar, un coltello ricurvo agganciato alla cintura. In pratica le perquisizioni servono soprattutto ad evitare che i match si trasformino in duelli rusticani. Ma una volta messe le mani nel mio zaino, i poliziotti ne approfittano per requisire quanto di più prezioso ci sia al Tropico del Capricorno, quando il pomeriggio è giovane, l’estate alle porte e in giro non c’è l’ombra di un bibitaro: l’acqua.
Lo stadio costruito nel distretto di Boshar, periferia nord della capitale Muscat, è battezzato Bin said Qaboos, come il Sultano patito di musica classica che da 40 anni governa l’Oman con piglio illuminato, e a colpi di infrastrutture e di welfare ha trasformato uno dei pochi lembi di Penisola Arabica senza massicce riserve di petrolio (da qui sgorga meno dell’1% della produzione mondiale di greggio) in uno Stato moderno, stabile e relativamente benestante, che dialoga con i vicini senza strizzare l’occhio al fondamentalismo islamico e con l’Occidente senza scimmiottare il gigantismo di Dubai. Una nazione entro certi limiti persino laica, nella quale tre-quarti della popolazione segue una confessione che non ha legami né con lo sciismo né con il sunnismo, ma nella quale le partite di calcio iniziano alle 17. Tanto per evitare di intralciare la preghiera delle 19 e urtare la sensibilità di qualcuno.
Oman-Iraq è valida per le qualificazioni ai Mondiali. In un gruppo dominato dal Giappone di Zaccheroni, le due squadre sono ancora in corsa per una storica promozione alla fase finale: i padroni di casa – guidati dal francese Paul Le Guen, ex manico del Lione e  del Camerun - hanno battuto la Giordania e pareggiato entrambe le partite con l’Australia. Due mesi fa, a Sydney, ad inizio ripresa conducevano addirittura 2-0, prima che i Socceroos  rimontassero lo svantaggio limitando i danni. L’Iraq è lontana parente della formazione che nel 2007 ha vinto la Coppa d’Asia, ma è arrivato a metter paura ai nipponici a Saitama e non ha mai perso con più di un gol di scarto. Insomma, i 3 punti contano eccome, ma per chi è abituato al rombo dell’Olimpico, il clima sembra quello da amichevole estiva. Anche, o forse soprattutto, per i 40 gradi.
Superato lo schieramento di soldati, e rimasto senza liquidi a 2 ore dal fischio d’inizio, mi accodo al primo gruppo di tifosi di casa. Rimasti senza daga, gli ultrà sono armati di megafoni e stendardi, e portano al collo sciarpe –di lana per giunta - con l’effige di Qaboos. La sistemazione obbligata è nella tribuna centrale, dove alcuni volontari distribuiscono delle pettorine di plastica rosse da indossare a scopi scenografici. Un impianto da 40mila posti intitolato al monarca assoluto ha il compito di rappresentare il sentimento di attaccamento alle vicende nazionali, sia pure calcistiche, anche a costo di prendersi un’insolazione. La letteratura sull’argomento insegna che il rischio di trasmettere un’immagine desolante si può prevenire in due modi: vendendo i biglietti a 2 dollari e accalcando i presenti proprio a beneficio delle telecamere. La federcalcio locale prova entrambe le soluzioni con risultati apprezzabili: inquadrato alla TV, il Sultan Qaboos Sport Complex sembra tutto esaurito, e nella tribuna centrale ogni spettatore contribuisce a formare una macchia monocroma. Rossa, come le maglie degli idoli di casa.
In realtà l’afflusso sugli spalti è lento, e oltre allo spicchio che condivido con altre 3 mila persone il colpo d’occhio è deprimente. I minuti scorrono lenti e l’afa è un potente silenziatore. La miccia che accende l’entusiasmo – poco prima del riscaldamento – è l’ingresso in campo di  un uomo col braccio legato al collo. E’ Ali Abdullah Al-Habsi, il portiere della nazionale, l’unico giocatore omanita con un pedegree internazionale. Dieci anni fa è diventato il primo calciatore del suo Paese ingaggiato da un club europeo; dopo un paio di campionati in Norvegia, ha compiuto il grande salto nella Premier League inglese, vestendo le maglie del Bolton prima e del Wigan poi. Nella stagione di debutto coi Latics è stato pure eletto miglior giocatore della rosa, grazie ad una statistica formidabile per chiunque, tanto più per un portiere nato a queste latitudini: nelle varie competizioni Al Habsi ha parato la metà dei calci di rigori, neutralizzando gente del calibro di Tevez, Van Persie e  Chicharito Hernandez. Ad ogni prodezza, la popolarità sua e del calcio, in Oman, ha subìto un’impennata.
Al Habsi anche contribuito allo storico successo nell’FA Cup del Wigan, che meno di un mese fa a Wembley ha conquistato il suo primo trofeo nazionale superando 1-0 il City. Insomma, oltre ad essere capitano per l’anagrafe, Al Habsi ha tutti i requisiti del mito vivente. In patria ha anche fondato ‘Safety first’, un’associazione no profit che intende sensibilizzare gli omaniti a guidare con prudenza, visto che in un Paese tanto vasto quando scarsamente popolato la gente inebriata dalle strade ampie, nuove e vuote tende a premere scriteriatamente sul l’acceleratore, e il tasso degli incidenti mortali in rapporto ai veicoli che circolano è undici volte maggiore all’Australia.
Il boato che accompagna l’ingresso in campo di Al Habsi è però soprattutto carico di commozione:  un infortunio alla spalla obbligherà il portierone a sottoporsi ad una delicata operazione che a 31 anni potrebbe anticipare la fine della carriera, e intanto costringe l’Oman a fare a meno del suo numero 1 sulla strada verso il Brasile. Il posto del capitano tra i pali viene preso da Faiz Al-Rushaidi, uno spilungone che ha debuttato in nazionale 3 anni fa ma che da allora ha collezionato appena un paio di presenze; un po’ per le garanzie offerte dal titolare, un po’ perché Rushaidi, di garanzie, ne offre poche. Il pubblico lo sa, e durante il riscaldamento sostiene il ragazzo con cori che partono proprio dallo spicchio in cui sono confinato io e che si mescolano a quelli dedicati alla grandezza della squadra, della nazione, di Qaboos e di Allah.Non necessariamente in quest’ordine.

Quando i giocatori scendono finalmente in campo, un segnale indica che le telecamere si sono accese, così i miei vicini di seggiola sfidano la calura indossando la pettorina rossa, sopra la dishdasha o al posto delle magliette ufficiali con le quali i giovani si sono presentati allo stadio. In giro c’è di tutto, da simpatizzanti di Barcellona e Real a quelli di Juventus e Napoli; sono rappresentate le due sponde di Milano, le due di Manchester e le tre o quattro di Londra, ma per qualche minuto il pubblico di casa cede alla ragion di Stato e la tribuna dello stadio Qaboos diventa tutta rossa. Poi, ad un primo boato, segue qualche timido fischio.
Sono cominciate infatti a risuonare le note del Mawtini,  la marcia patriottica palestinese composta 70 anni fa e adottata come inno nazionale iracheno dopo la caduta di Saddam Hussein. Il disappunto che si leva dal settore del tifo organizzato omanita si ripiega presto su se stesso, traformandosi rapidamente in un mugugno che viene altrettanto in fretta fagocitato dal coro del migliaio di iracheni sistemati accanto alla tribuna autorità. I rapporti tra le anime del mondo arabo non sono appesantiti da secoli di violenze e rancori come nel Vecchio Continente, ma le rivalità posso essere altrettanto aspre. L’Iraq, però, fa eccezione: negli ultimi 30 anni il popolo ne ha passate di tutti i colori, e anche i vicini meno amichevoli non possono fare a meno di provare un moto di empatia, anche quando in ballo c’è il pallone.
Mesi fa fa l’Iraq ha celebrato il primo decennale della fine del Regime, e secondo l’ONU il numero dei profughi fuggiti durante il conflitto con l’Iran, la guerra del Golfo, la dittatura di Saddam e l’invasione Alleata che adesso rientra nel Paese è in continuo aumento, e ha toccato l’anno scorso quota 80mila. Tre decenni di sangue hanno devastato la terra tra il Tigri e l’Eufrate, provocando la più grande e continua diaspora dei tempi recenti. Il 15% della popolazione irachena ha lasciato le proprie case e di questi – in gran parte giovani e professionisti - quasi due milioni di rifugiatii sono stati accolti tra Giordania e Siria, da dove hanno poi preso il volo per il resto del mondo, dal Canada alla Gran Bretegna, dagli Stati Uniti all’Australia. Oltre centomila hanno trovato asilo in Egitto, almeno diecimila in Turchia, ma neanche un iracheno è stato accolto in Oman.
L’inizio del match è al piccolo trotto: tolto Habsi e quattro giocatori ingaggiati da società della Penisola, infatti, tutti i componenti dei Red Warriors giocano nel campionato nazionale, finito esattamente da due settimane. Dall’altra parte Vlado Petrovic, alla dodicesima panchina diversa negli ultimi 17 anni (meglio, o peggio, di lui ha fatto la federazione omanita, che con Le Guen ha ingaggiato il trentesimo commissario tecnico in 29 stagioni), ha gli stessi problemi del collega francese, ma l’Iraq è talmente a corto di uomini di talento da mandare in campo un minorenne, Humam Tariq, classe 1996.
Il mix di caldo, inesperienza e gambe pesanti rende il primo tempo uno sterile, prolungato possesso palla dei padroni di casa, ma la rete in qualche modo arriva, allo scadere della frazione, grazie ad un’indecisione del portiere iracheno Sabri (90 presenze e un esordio in nazionale nel lontano 2002) della quale approfitta Ismail Al Ajmi, che gioca in Kuwait e perciò in Oman ha solo estimatori. L’esultanza per il vantaggio dura tutto l’intervallo.

Durante la pausa esco dalla fossa rossa per esplorare gli altri settori del complesso e visto che ci sono per cercare magari dell’acqua potabile. Passo attraverso la curva, che negli stadi occidentali è sinonimo di tifo esagitato mentre qui sembra il buen retiro di uomini di mezza età, poi mi accomodo nella tribuna per famiglie, frequentata in gran parte da ragazzini e donne con l’omaniya, ma con una  rappresentanza di 900 mila expats che abitano nel Sultanato. Per la maggior parte sono lavoratori del subcontinente indiano, ma ci sono anche professionisti nel settore dell’estrazione e delle inftrastrutture e non mancano medici, insegnanti, broker finanziari e archeologi europei.
La destinazione finale, alla quale arrivo dopo essere stato invitato dai militari a fare un salto simbolico in tribuna stampa e uno molto più pratico oltre un muro di cinta, è però la curva degli ospiti. Quando entro, assieme al sole stanno tramontando le ultime speranze dei Leoni della Mesopotamia di qualificarsi a Brasile 2014. Nello spicchio risuonano cori rabbiosi e tamburi, ma nonostante il chiasso e le occasioni dell’Oman – che almeno tre volte potrebbe chiudere il match in contropiede - riesco a scambiare alcune parole con i tifosi. C’è Ahmed, che vive in Nuova Zelanda ma quando può vola in Medio Oriente per seguire la nazionale irachena, c’è Mohammed, che è scappato da Basra quand’era bambino e da allora non ha più rimesso piede nel suo Paese ma ora gestisce un’azienda negli Emirati, e c’è Samir, che insegna ingegneria civile all’Università di Muscat. Nessuno si spiega perché un Paese abitato da gente tanto cordiale come l’Oman non abbia aperto le frontiere ai profughi iracheni quando ce n’era bisogno. Ma nessuno si spiega soprattutto perché diamine, a tempo scaduto, il pallone scagliato da un attaccante di Petrovic passi in mezzo ad una dozzina di gambe ma finisca in pieno tra le braccia tremebonde di Al Rushaidi.
Il risultato non cambia e così, al fischio finale della terna coreana, il settore ospite ammutolisce e gli occhi di mille iracheni arrivati dai quattro angoli del pianeta si riempono di lacrime. Se per una notte di inizio estate l’Oman scende in strada sognando i Mondiali di calcio, la diaspora irachena riunita per un pomeriggio grazie al calcio si risveglia ancora una volta a mani vuote. E ancora una volta deve aggrapparsi ad un orgoglio nazionale che non ha nulla di nazionalistico. Gli iracheni sono felici di essere qui, ma più probabilmente sono ancora più felici di essere. “Siamo giovani, resistenti e abituati alle botte – dice Samir - Tranquilli, fra quattro anni tocca a noi”.



(tratto da 'The Thin White Line' - issue n.1)

domenica 23 febbraio 2014

Il Mago di Oz

E adesso? Ci vorranno altri 4 anni e 4 mesi prima che qualcun altro spezzi l’egemonia dei Fantastici 4 o Melbourne ha segnato l’inizio della rivoluzione copernicana? I buoi sono scappati o quello di Stan the Man verrà ricordato come un incidente della storia? E’ un segno dei tempi o la montagna australiana partorirà il solito topolino parigino? Sulla Rod Laver Arena si sono affacciati uno dopo l’altro i titolari di un’ottantina di majors, quasi tutte le leggende viventi della racchetta. Ma a nessuno è venuto in mente di riattizzare il dibattito sul più grande di sempre, perché l’Happy Slam 2014 ha lasciato al tennis un’eredità più preziosa: i dubbi sul presente e sul futuro. Antidoti ad una prevedibilità che stava per scadere in monotonia, ma anche cause di forti emicranie da crisi delle certezze. Dovevano vincere a mani basse Nole e Serena, tutt’al più impegnati in finale da Rafa e Vika. Invece un giorno ha stravinto Li Na, l’altro abbiamo scoperto di aver avuto per anni uno Stanislas Wawrinka in fondo al cassetto. Se la cinese aveva giocato a tira e molla col bersaglio grosso, lo svizzero era considerato fino all’altroieri solo uno dei tanti talenti. Incompiuto perché imperfetto. Un ottimo comprimario, dal rovescio d’oro ma anche dal carattere fumantino  e dal fisico non proprio asciutto. Poi, improvvisamente, Stan ha trovato in Australia la quadratura del cerchio, sedendosi al tavolo dei grandi senza essere stato invitato. E ha obbligato il tennis maschile a farsi qualche domanda: Wawrinka è il nuovo Petr Korda, che apre le danze dell’anarchia tra un’èra e l’altra, o è il Del Potro gattopardesco di New York, uno sparo nel buio prima che tutto torni come prima?
Il primo tassello era stato sistemato proprio in quello stadio, esattamente un anno prima. Lo svizzero con antenati polacchi e sangue ceco aveva messo paura a RoboNole, uscendo dal campo a notte fonda, tra le lacrime, sconfitto in un epico 12-10. Da allora, in ossequio alla frase di Beckett tatuata sul braccio, Stan è stato lungimirante nell’affidarsi ad un guru lucido e silenzioso come Magnus Norman, sfacciato nel credere che giocare alla pari con Djokovic a Melbourne e New York non fosse un punto d’arrivo, umile ne mettere il talento al servizio di un piano tattico, determinato nel lavorare sulla tenuta atletica e sulla potenza della battuta. E’ stato Intelligente nel trasformare l’adorazione per Federer in un rapporto di collaborazione, meno subalterno. E anche fortunato, perché no, nel trovarsi al momento giusto al posto giusto. L’unico più forte lui nella metà bassa del tabellone era il campione uscente, ma il rimpasto di governo in casa Nole non era stato indolore, e dopo un set di rodaggio lo ha capito anche Stan. Le idiosincrasie di Roger a certe rotazioni e le schiene di Andy e Rafa hanno fatto il resto, mettendo fuori gioco la concorrenza. Bisogna tornare indietro a Parigi ’93 per trovare un giocatore – Bruguera - in grado di mandare al tappeto le prime due teste di serie sulla strada verso uno Slam. Ma l’ultimo outsider a mettere la museruola ai due migliori giocatori in circolazione e ad aggiudicarsi un major alla prima vera occasione era stato proprio Del Potro agli Us Open. Era il settembre del 2009 e Dinara Safina era n.1 al mondo, tanto per intenderci.
Le analogie col blitz dell’argentino a Flushing Meadows, però, finiscono qui: JMDP non aveva ancora 21 anni, e il suo bussare alle porte del Paradiso provocò una reazione uguale e contraria. Il mastro di chiavi e i suoi scagnozzi erano all’apice della forma, si affrettarono a mettere lucchetto e catenaccio e per altre 3 stagioni non fecero entrare nessuno. Wawrinka non corre il rischio di Palito, che nel tentativo di buttare giù l’entrata ci ha rimesso il polso. A quasi 29 anni non ha lanciato una sfida alla storia, ha semplicemente vissuto un sogno ad occhi aperti. Un sogno– lo ha ripetuto fino alla nausea, anche quando il trofeo intitolato a Norman Brookes brillava accanto al suo naso rosso, neanche si fosse avvinazzato prima del match – che non credeva di poter vivere. Wawrinka è diventato uno splendido animale da palcoscenico, un cavallo da corsa, capace di battere se stesso e gli altri, di mettere in riga un Djokovic meno affamato del solito e un Nadal più incerottato del solito, senza smarrirsi nel frattempo contro un Berdych meno insicuro del solito. Ma senza nulla togliere all’ex svizzero di riserva, che per 4 ore contro Nole e per un’ora contro Rafa ha dimostrato di saper vincere guerre di fisico e di nervi e di essere arrivato lassù per meriti propri, i dubbi rimangono. Non sul valore, né tantomeno sulla bellezza della favola. Ma sulla morale sì. Se ce l’ha fatta lui, penseranno Berdych, Tsonga e, perché no, Ferru... se ce l’ha fatta lui, si dirà il gruppone dei vorrei-ma-non-posso, da Gasquet in giù... se ce l’ha fatta lui, si diranno i Dimitrov e l’esercito delle teste calde... se ce l’ha fatta lui, penserà persino Roger.  Stanislas Wawrinka ha riaperto le porte dell’Eden. Da oggi, grazie a lui, hanno tutti qualcosa in più da sognare e da perdere. Ma per vedere un altro nome nuovo nell’albo d’oro di uno Slam, forse, ci vorrà ancora del tempo.
(Tratto da SuperTennis Magazine gennaio-febbraio 2014)

(tratto invece dal diario del Mago Otelma)
P.s. Il suo quinto successo a Melbourne, il quarto consecutivo agli Australian Open, era pagato dalle agenzie di scommesse 2,10 volte la puntata. Una quota ridicola, paragonabile a quella di Serena Williams - con la differenza che l'americana gioca da sola, mentre il serbo sarebbe il numero 2 del mondo e vivrebbe in teoria nell'epoca d'oro del tennis, circondato da una generazione di fenomeni mai vista prima. Il motivo non era sicuramente il binomio con Boris Becker (sempre sia lodato, nonostante il botulino, l'imbolsimento e l'accenno di rachitismo) né il fatto che il sorteggio avesse disegnato un tabellone nel quale Nadal, Del Potro, Murray, Tsonga e Federer si scannavano dalla stessa parte per un posto in finale. No, il motivo era semplicemente statistico: dal vivo avevo seguito quattro prove del Grande Slam, gli Australian Open 2008, 2011, 2012 e 2013. E il vincitore era sempre stato lo stesso. A maggio Roma, Nole mi aveva pure detto che in caso di necessità mi avrebbe invitato a Melbourne a mie spese.