sabato 16 luglio 2022

L'ultima crociata - part II

Daniele ed io all'assalto del Qasr Ibn Ma'an, il castello di Palmyra 
Allestiti in due capusole di cemento spartane e illuminate da luce una fioca, i due posti di frontiera di Aboudieh erano separati da poche centinaia di metri e dalle sponde del fiume al Kabir. Un corso d'acqua, citato da Flavio Giuseppe nel primo libro dei Maccabei, che gli antichi greci chiamavano Eleutherus, che un tempo faceva da spartiacque tra l'impero Tolemaico e quello Seleucide e che adesso segna il confine tra Libano e Siria. Ma che in quella sera del primo agosto1999 segno' piu' banalmente il momento nel quale la Dodge di Shamir inizio' a singhiozzare e sobbalzare in modo sinistro. Eravamo avvolti nel buio e stretti tra i canneti, ma quel poco che si vedeva nell'abitacolo mi fece capire che l'autista che ci aveva caricato a Tripoli con la promessa di portarci al Krak des Chevaliers stava smanettando col cambio e con la frizione, pestando l'acceleratore a vuoto per poi inserire marce basse. Cosi' facendo, la vecchia Dodge procedeva boccheggiando a strappi.

Negli ultimi 5 anni avevo passato piu' tempo al volante di un'auto che davanti alla TV, avevo guidato fino alla Slovenia e all'Andalusia, nell'A112 avevo fatto l'amore e una volta ci avevo anche dormito dopo un concerto. Insomma, quello era il mio habitat. "Ce sta a prova'" sentenziai. Dopo una pantomina di qualche minuto, la Dodge si sgionfio', Shamir mollo' un pugno sul cruscotto e scese imprecando in arabo. Avvolto nella kefiah emise il verdetto. "L'auto non va".  Era chiaro che stesse fingendo. Quel che non era chiaro era perche' avesse inscenato quel guasto, quali fossero le sue intenzioni e soprattutto come potessimo uscirne. Nel farlo, dovevamo ballare sul filo della determinazione e della condiscendeza, cercare di fargli insomma capire che non eravamo sprovveduti ma anche che non cercavamo lo scontro. Erano passate le 10 di sera, eravamo appiedati nella campagna siriana e quando c'eravamo fermati sul ciglio della strada, la Dodge era stata accerchiata da un nugolo di ombre. Tra quei figuri, potevano celarsi impiccioni, bricconi occasionali o loschi sodali dell'autista. Nel fazzoletto di territorio siriano appena oltre il confine libanese, la condiscendenza poteva passare facilmente per malleabilita', che verso mezzanotte poteva sapere tanto di vulnerabilita'.
Eravamo stanchi, frustrati e un po' allarmati, ma non era il caso ne' di sembrare impauriti ne' di tirare troppo la corda.

"Hai detto che ci porti a Qalat al Hosn e ci porti a Qalat al Hosn", insistemmo. Con un'intensita' inversamente proporzionale al numero di persone che si accalcavano attorno alla macchina quando ci fermavamo. Shamir ribadi' che non poteva farci nulla. E lo disse con la faccia da impunito e un pizzico di finta contrizione. Gli veniva facile, visto che un po' dispiaciuto lo era davvero. Era dispiaciuto di averci caricato a Tripoli per quattro denari, era dispiaciuto di non aver trovato altri passeggeri, forse era dispiaciuto di essersi giocato la serata e magari anche perche' quel giochino rischiava di fargli bruciare la frizione. "Non possiamo proseguire, ma vi assicuro che a destinazione vi ci porta un bus. E non dovete pagare altro", chioso'.

Nel frattempo avevamo raggiunto un'arteria piu' illuminata, il che ci consentiva di vedere i volti della dozzina di siriani che si accalcavano su di noi ogni volta che la Dodge tirava il fiato e noi ne uscivamo. Proprio in quell'istante si fermo' un minibus con a bordo una ventina di persone. "Questo va al Krak des Chevaliers", disse Shamir. Era il caso di tenere alta la guardia ma di abbassare toni e pretese. L'autista del furgoncino confermo', ci prese a bordo gratis e noi facemmo buon viso a cattivo gioco. Alla frontiera, il nostro guidatore aveva avuto uno scambio con un altro uomo. Col senno di poi, in quel momento aveva escogitato il piano per per sbolognarci sul primo bus di passaggio e proseguire per Tartus o tornare in Libano. L'unica possibilita' che gli restava per farlo senza restituirci i pochi soldi che gli avevamo dato era quella di inscenare un problema meccanico. Accettammo. E verso mezzanotte arrivammo ai piedi dell'aspra e imponente struttura che 8 secoli fa ospitava fino a 4mila crociati sulla strada verso la Terra Santa.

Questa in realtà è la cittadella di Aleppo, non il Crac des Chevaliers 

Il castello - inizialmente curdo - fu occupato dai cavalieri dell'ordine di S.Giovanni in Gerusalemme, da quelli di Rodi e di Malta nel 1099, durante la prima spedizione per liberare il Santo Sepolcro, e nei due secoli successivi fu fortificato divetando un avamposto imprescindibile in tutte le crociate. Cosi' facendo, vide alternarsi condottieri dai nomi che piu' medievali non si puo'. Tipo Baldovino e Goffredo di Buglione, Boemondo di Antiochia a Tancredi d'Altavilla. Accanto alla fortezza in tempi piu' recenti era sorta la cittadina di Hosn (il castello, appunto) nella quale c'era un'unica struttura ricettiva - l'hotel Baibar - ben oltre le nostre magre disponibilita' economiche. Non potendo permetterci una camera tripla e non essendoci dei dormitori, contrattammo uno spazio nel parcheggio antistante l'albergo per piazzare la tenda oltre all'uso del bagno pubblico nella hall. Eravamo partiti la mattina da Beirut e, passando per Baalbek, Bcharre', la valle di Kadisha, Tripoli e la disavventura con la Dodge di Shamir, eravamo arrivati a destinazione piuttosto provati, oltre che lerci. Tolta una patina di polvere prendemmo subito sonno. Nonostante la tenda fosse piantata su un basamento di cemento e nonostante avessimo dovuto mettere fuori i tre zaini, che' dentro c'entravamo giusto noi tre. 


L'indomani ripresi coscienza per primo. Era piena estate, e in quelle condizioni si cominciava a fare la sauna nelle prime ore dell'alba. Senza un materassino, poi, la schiena strillava. Misi la mano fuori e presi la prima bottiglia che trovai. Una Coca-Cola acquistata sulla strada fra Tripoli e la frontiera, quando c'eravamo liberati delle ultime lire libanesi. Il primo sorso ando' giu' spedito. Il secondo molto meno. Tra la lingua e i denti sentii un nugolo di pezzettini. 

"Qualcuno ha comprato i biscottini al cocco e poi li ha sputazzati nella bottiglia", pensai. 
Il terzo sorso era troppo pieno di corpi estranei per pensare che fossero davvero pezzettini di cocco finiti inavvertitamente prima nella bottiglia e poi nella mia bocca. Aprii gli occhi. Nel liquido marroncino galleggiavano centinaia di formiche moribonde, ma talmante dopate di zuccheri da agitarsi per aggrapparsi alla vita. Di notte avevano preso d'assalto gli zaini che avemo lasciato accanto alla tenda e avevano pure trovato il modo di praticare un suicidio di massa nella Coca Cola.
L'effetto del primo narghile' alla mela su Daniele

Il pasto successivo fu peggiore. Dopo aver visitato il castello dei crociati prendemmo un minibus per Homs e - in attesa di quello successivo per Aleppo - comprammo quel poco che offriva uno spaccio vicino alla fermata: nel mio caso una confezione di corned beef, un blocco salato di carne di manzo in scatola che probabilmente gia' faceva ribrezzo quando era stata infilata nella sua lattina giallastra, ma che aveva trascorso gli ultimi anni sullo scaffale di una drogheria nei pressi dell'Oronte, il fiume ribelle, e che aveva assorbito tanto di quel calore da aver assunto il sapore del pancreas di un dromedario. Ne mangiai due bocconi e cosi', quando la sera arrivammo ad Aleppo, ero praticamente a digiuno.
Di Aleppo amammo tutto.

La cittadella, il souq piu labirintico e profumato del Medio Oriente, il Kawkab hotel col vecchio fac-totum Ehlu, il bagno alla turca in pendenza e il letto singolo sul quale ci allungammo dopo aver diviso un materasso in Libano e una tenda sotto il castello dei crociati. Amammo la suggestione magnetica della basilica di San Simeone, lo scheletro delle mura erette attorno ai resti della colonna di 15 metri in cima alla quale 1600 anni fa un eremita figlio di pastori si ritiro' per pregare, scrivere e dispensare consigli tanto ai devoti quanto alla Chiesa. Visto che non riusciva ad isolarsi dal mondo, Simeone aveva deciso di fuggire in verticale, perciò trascorse 37 anni, fino alla sua morte, su un pilastro del quale oggi non rimane che una pietra ovoidale e una pellicola di Buñuel. Di Aleppo amammo le serate a base di inebrianti e innocenti narghile' alla frutta, di pane e hummus, di pasticcini al miele e te', di domino e di briscola in tre. E la storia che contribuiva a raccontare. 
Un'ora a nord-ovest di Aleppo si trovano le rovine della basilica di S.Simeone lo stilita  - Qal'at Sim'an - costruita attorno ai resti della colonna sulla quale visse l'eremita e che ora e' ridotta a poco piu' di una pietra perche' nel corso dei secoli i fedeli hanno sviluppato la tradizione di portarne via un pezzetto

Manufatto geopolitico del XX secolo, prodotto del divide et impera occidentale fra le due guerre mondiali, tappeto verde per i rilanci di Regno Unito e Francia nel gioco d’azzardo mediorientale, palcoscenico delle vite da film della regina Zenobia e di Lawrence d’Arabia, nei millenni la mezzaluna fertile a ovest del Tigri ha attirato civiltà che hanno lasciato testimonianze spettacolari della loro dominazione. Dagli hittiti agli egiziani, dai persiani ai bizantini, dagli ottomani ai mongoli. In Siria questo bendiddio si traduce nel triangolo tra Aleppo, Damasco e Palmyra. Cosi', dopo 48 ore ad Halab, prendemmo un bus per Hama e poi un altro per Tadmor, dove arrvammo mentre faceva buio, in tempo per sistemare la tenda tra le meravigliose rovine della sposa del deserto, la città dei datteri e – appunto - delle palme, quella che i romani non furono mai del tutto in grado di conquistare.
Nelle distese un tempo insanguinate dalla ferocia del Saladino, le estati sono segnate dalla lotta all’afa e agli insetti. Nel primo caso l’alleato si chiama chai, ed e' nella giornata successiva che scopriamo che il tè aromatizzato offerto da beduini e dai contadini ad ogni angolo e ad ogni oasi abbia effettivamente il suo perche'. Dopo aver girato da soli lo splendido sito archeologico, decidemmo di salire verso il castello arroccato scenograficamente in cima alla collina che fa da spettacolare sfondo a Palmyra. Il Qasr Ibn Ma'an e' un cartolina vivente e rappresenta un richiamo troppo forte. Peccato che ci fossero 40 gradi e che i liquidi scarseggiassero. 
Quando arrivammo in cima eravamo vicini al collasso.
Ci salvarono un pugno di ragazzetti locali, dei frangipanini che scesero e risalirono con l'acqua. "Quella non vi aiutera'. Provate questo, piuttosto", ci dissero poi degli anziani della zona, offrendoci il loro te' versato in bicchierini di vetro. Era talmente bollente che non riuscimmo a tenere i continitori in mano, ma effettivamente caldo com'era alzo' immediatamente la temperatura corporea e rese meno traumatico il contrasto fra la nostra epidermide e la calura del deserto. La saccarina fece il resto.
Palmyra vista dalla cima del castello
La sera stessa lasciamo Palmyra e costeggiammo il Badyiat ash sham, il deserto orientale, la distesa di sassi percorsa da carovane di pellegrini che dall'Asia Minore si dirigono verso La Mecca. Alla nostra sinistra non c'era traccia di esseri umani per centinaia di chilometri. Quando il bus si fermo' per una sosta tecnica, nella baracca nella quale mangiammo un boccone, cercando di schivare l'assalto delle mosche, compariva la scritta in arabo Benvenuti in Siria, anche se il confine iracheno distava 160km. Tanto per cambiare, arrivammo a Damasco col buio. 
Damasco, la moschea degli Omayyadi
Il fatto che non avessimo cellulari, che internet praticamente non esistesse e che l'unica fonte di informazioni fosse la guida Lonely Planet non aveva mai costituito un grosso problema fino a quando il primo alberghetto preso di mira era quello buono. Lo divenne, nel caso di Damasco, visto che nel quartiere nel quale ci sistemammo non c'erano alimentari aperti e avevamo finito l'acqua. Quella sera la disperazione mi porto' ad entrare nell'unica bottega illuminata in zona, quella di un macellaio, e a chiedergli di darmi gentilmente qualcosa, qualsiasi cosa. La bottiglia col suo qualsiasi cosa, conteneva un qualcosa di liquido vagamente giallognolo e limaccioso. Per poco non mi ci strozzai. 
Daniele, Antonio e l'abbiocco omayyade
Appunti per il diariodiviaggio con la t-shirt Rosolina Po 
Un tempo definita ‘la perla tempestata di diamanti’, per suoi i parchi e i suoi giardini, la città che contende ad altri centri del vicino oriente il titolo di abitato più antico del mondo nel 1999 era un agglomerato variegato, zeppo di parabole, che ospitava un terzo di tutti siriani piu' minoranze curde, cristiano-maronite, armene e circasse, e ancora centinaia di migliaia di profughi iracheni e persino genti che si esprimevano in aramaico, l’antica lingua della Bibbia. A Damasco si respirano la Bibbia e il Corano, ma i precedetti tramandati dallo stile di vita nomade si toccano con mano.
Primo fra tutti, l’accoglienza verso lo straniero. Non ci sorprese, insomma, che due figli di kashkash, gli allevatori di piccionici invitassero subito nel loro cortile per sorseggiare insieme te' alla menta e per far gorgogliare pipe piene di tabacco alla mela. Leggermente di piu', invece, ci sorprese 
il fatto che Hossein e il suo amico si tenessero la mano in pubblico. Un'abitudine forse figlia illegittima dei costumi sessuali della regione e dei rapporti umani e fisici inesistenti tra uomini e donne, ma che comunque col tempo scopriremo essere all'ordine del giorno, in Medio Oriente. E soprattutto non essere ne' un comportamento stigmatizzato in quanto sconveniente ne' considerato in se' indice di omosessualita'. Che pure esiste e viene rispettata piu' di quanto si possa immaginare. 
Il giorno seguente visitammo 
la moschea degli Omayyadi, il luogo sacro che custodisce la testa di Giovanni il Battista e nel quale – primo Papa della storia – Karol Wojtyla di lì a poco si toglierà le scarpe in segno di rispetto verso i fratelli musulmani. Dopo una gita a Maalula dettata in parte dalle indicazioni della guida e molto da quelli che diventano i nostri mantra (con Daniele ogni parola veniva  storpiata duventando un feticcio dotato di vita propria, da Scopation wagon a Topo-talkie, da Bcharre Qalat-al-Hosn, da Palmyra a Maalula - mentre Antonio nel frattempo era diventato Scapigliato, anzi ScapigliEto), tornammo a Damasco a bordo dell'ennesimo bus sul quale campeggiavano due foto: quella del presidente, il vecchio Hafez Assad, ormai quasi 70enne e leone piu' di nome che di fatto, e quella del figlio Bashar, la cui testa piccola in cima al collo lungo lo faceva sembrare un'oliva su uno stuzzicadenti, piu' che uno statista. 
Maalula, uno degli ultimi posti al mondo nei quali si parla l'aramaico occidentale
Il culto della personalita' dei leader nelle giovani nazioni mediorientali era un materia di studio, soprattutto in epoche i passaggio di potere e di consegne. Il fatto che Siria e Giordania stessero contemporaneamente per voltare pagina rendeva la questione ancor piu' delicata. Chiuso il capitolo Siria, era proprio in Giordania che eravamo diretti. Stavolta, per evitare sorprese ci mettemmo in marcia nel primo pomeriggio, ma le formalita' doganali alla frontiera andarono per le lunghe e arrivammo ad Amman solo quando il sole era già tramontato.

A differenza di Damasco, la capitale giordana non ha una pianta concentrica ed e' anzi costruita su varie colline e ogni quartiere sembra scrutare gli altri da lontano, con diffidenza. Il taxi collettivo ci scarico' dalle parti del Wadi Al Srour, uno dei sobborghi piu' centrali, dove oltre alla maggior parte delle attrazioni turistiche - il teatro romano e l'Odeon, la moschea e il palazzo Omayyade - secondo la guida ci sarebbero potute essere un paio di di stemazioni adatte a noi.
In realta' Talal street non aveva nulla per le nostre tasche. Il primo hotel nel quale entrammo era troppo caro, il secondo era pieno. Anche se forse avevano una soluzione alternativa. Un omino ci accompagno' per le scale fino all'ultimo piano dell'edificio. Li apri' una porta di metallo e ci illustro' l'alternativa
Sul tetto c'era una costruzione in lamiera, un cubo zincato all'interno del quale era stata ricavata una stanza. Il nostro arabo e l'inglese dell'omino non ci consenti' di capire se quello fosse un alloggio di servizio o una sala delle torture, ma l'informazione non avrebbe cambiato la sostanza
Nonostante fosse notte, sembrava di essere entrati in un forno. La cameretta non aveva finestre, non era stata aperta da una vita e aveva assorbito il calore asfissiante dell'estate mediorientale. Era rovente, non circolava un filo d'aria e in piu' puzzava da morire. Anche volendo chiudere un occhio sulle brandine, sarebbe stato impossibile passare la notte tra quelle quattro pareti di metallo incandescente e fetente. 
"E' quasi meglio dormire all'aperto", dicemmo.
All'aperto c'era il bivacco di alcuni barboni, che in quel momento si stavano preparando ad affrontare la notte. 
Il tetto confinava con la Grand Al Husseini mosque e alcuni gia' dormivano a pochi metri dal minareto. 
Ci guardammo. 
Piuttosto che rimetterci in marcia con gli zaini in spalla alla ricerca di una soluzione alternativa, decidemmo che per una notte ci saremmo potuto accontentare. 
(fine part - 2)

giovedì 14 luglio 2022

Il tempo maledetto - part III

La moschea Grand Al Husseini era stata eretta nel 1924 - per volonta' del re Abdallah I - sui resti di uno dei templi musulmani piu' antichi di Amman, un edificio religioso inaugurato dal califfo al-Khattab nel 640 e considerato il primo esempio architettonico del genere nella storia del regno di Giordania. In quello stesso 1924 venne eretto il primo dei due minareti: alto 13 metri era - ed e' - una delle costruzioni piu' visibili e riconoscibili del centro di Amman. Dal tetto dell'hotel Zahran, oltre che visibile e riconoscibile, era quasi abbracciabile. I due edifici erano attigui, il minareto si poteva toccare. 
L'omino che ci aveva mostrato la stanza di zinco prese atto del fatto che preferivamo unirci agli homeless e ci indico' una pila di materassini sottili come trapunte. Ne prendemmo uno a testa e li trascinammo nell'angolo piu' lontano rispetto alla moschea. Il resto dello spazio era occupato da una ventina di persone senza fissa dimora, delle quali non sapevamo fino a che punto potevamo fidarci.
Ci sistemammo accanto alle ringhiere con vista sul una delle arterie della capitale giordana, piazzammo gli zaini tra noi e il vuoto e ci infilammo nei sacchi a pelo. Non per il freddo, ma per frapporre uno strato tra noi e quel condensato di germi sui quali avremmo trascorso la notte. 
Devastati dalla ultime due in tenda e con addosso l'insolazione di Palmyra, prendemmo subito sonno.
Dai tempi di Bilal l'Abissino, agli inizi del settimo secolo dopo Cristo, fino agli anni Venti del Novecento, il richiamo della preghiera era sempre stata un'operazione casereccia: l'adhan era a carico di un gentiluomo - il muezzin - che Ariosto chiamava talacimanno, il quale saliva su per il minareto, si affacciava da un balconcino e ricordava cinque volte al giorno ai fedeli che era giunto il momento dell'orazione. Approfittandone anche per rammentare loro qualche precetto fondamentale. Anzi, gridandolo a squarciagola. Negli anni Trenta, nelle moschee comparvero i primi altoparlanti, i quali da una parte facilitarono la vita dei muezzin, dall'altra pero' la complicarono dannatamente a chi abitava nei pressi dei minareti. 
E' stato calcolato che l'adhan puo' durare fino a 5 minuti e raggiungere l'intensita' di 88 decibel, laddove 90 corrispondono al passaggio di un treno e all'azione di una motosega. 
Noi quel minareto avremmo potuto toccarlo con mano. Invece fu lui a schiaffeggiare noi.  
L'adhan del salat al fajr, il richiamo della preghiera che corrisponde al crepuscolo, ci sfondo' i timpani alle 4 di mattina, nel mezzo della fase Rem. Poi si placo'. Appena riprendemmo sonno, gli altoparlanti del minareto ci seviziarono di nuovo le orecchie. Poi si acquietarono, illudendoci ancora. E li' l'urlo registrato ci mise il carico, massacrandoci le ultime gonadi intatte e lasciando una traccia talmente profonda che anche "Allahu Akhbar" e "Mohammed" divennero dei mantra di Daniele. 
Del resto uno dei passaggi recita: "Pregare e' meglio che dormire".
Quando finalmente ci decidemmo ad alzarci, gli altri senzattto si erano ormai dispersi per Amman.
Noi li seguimmo, e in un paio d'ore vedemmo quello che c'era da vedere nel centro cittadino. La tappa successiva sarebbe stata quella di Jerash, ma prima buttammo giu' un piano d'attacco per il proseguo del viaggio. Io avevo davanti a me piu' di due settimane, Daniele almeno una, mentre Antonio sarebbe ripartito da li' a tre giorni proprio da Amman. Ci restava poco tempo per vedere il Paese. A parte Jerash, Petra e il castello di Kerak, poi, le principali attrazioni giordane erano fuori mano, richiedevano insomma un proprio mezzo di trasporto per poter essere viste in un lasso di tempo cosi' contenuto. Decidemmo pertanto di affittare un'auto. Avremmo dovuto stanziare piu' di quanto previsto dal nostro budget, ma il mezzo privato ci avrebbe consentito di girare la Giordania e avrebbe permesso ad Antonio di rientare ad Amman in tempo per il volo. Avremmo potuto ammortizzare la spesa dormendo in macchina: eravamo in tre, ma non poteva essere mica tanto peggio della tenda o del tetto della moschea.   
Prima di farci consegnare le chiavi dell'auto, pero', prendemmo un bus per Jerash, che in epoca Imperiale era stato uno dei principali centri romani del Medio Oriente. La visita fu breve, e anche se in teoria tutto quello che vedemmo non avrebbe dovuto avere il sapore della novita', in realta' ci sorprese. Lo schema urbanistico dell'eta' di Traiano e Adriano - il decumano e il cardo massimo in splendio stato di conservazione - l'arco di trionfo e soprattutto il Foro, apparentemente l'unico nel mondo romano di forma ovale, facevano di Jerash uno splendore, non a caso la seconda meta turistica della Giordania. 
Ci restammo meno di quanto avremmo voluto solo perche' la contrattazione per l'affitto della Hyundai era stata all'arma bianca. Pur di spuntare un prezzo piu' basso, ci eravamo impegnati a riportare la macchina nella capitale entro 72 ore: per questo andammo a Jerash coi mezzi pubblici, per poi rientrare ad Amman prima della chiusura del concessionario. Presa la macchina, sgasammo verso est e appena fece buio uscimmo dalla pista di asfalto e parcheggiammo nel deserto.           
Dopo aver visto il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi (i mantra di Antonio comprendevano citazioni di Kant, di Proust e di Colpo Grosso), abbandonai la lotta e mi accomodai sui sedili posteriori della Accent, mentre i miei compagni di viaggio dormirono all'addiaccio, noncuranti del crollo della temperatura. Dopodiche' dovettero farsi bastare un pacchetto di biscottini a colazione per rimettersi in sesto dopo la notte stesi sul pietrisco del deserto giordano. Deserto che in mattinata tagliammo prima verso est, verso l'Iraq, poi verso ovest, verso la Cisgiordania, e infine verso sud, verso il Mar Rosso. In mezza giornata facemmo tappa in tre dei palazzi fortificati costruiti dagli Omayyadi tra il settimo e l'ottavo secolo, prima della rivoluzione abasside che rese piu' inclusivo l'impero guida del Medio Oriente. Ne visitammo uno in pietra basaltica nera, l'Azraq, uno piccolo, curioso, ricco di affreschi sotto le volte, l'Amra, e uno grosso e squadrato, il Kharaneh. Dopodiche' altre 5 ore di strada ci separavano da Petra. Lungo il percorso, sostammo davanti al castello crociato di Karak e rischiammo grosso quando tra un wadi e l'altro incrociammo una pattuglia della polizia nel momento in cui alla guida c'era Daniele, che con i suoi 18 anni, 3 mesi e 10 giorni ovviamente la patente non ce l'aveva. Arrivammo a Petra in serata, in una drogheria comprammo acqua e cibo e - senza l'assillo di trovare una sistemazione per la notte - ci dirigemmo al piccolo trotto verso l'ingresso del sito. 
Fondata attorno al V secolo a.C. dagli Edomiti, successivamente occupata da Assiri, Babilonesi, Persiani, Seleucidi e Romani, Petra aveva vissuto il periodo di massimo splendore sotto i Nabatei e aveva vissuto il suo apice attorno al primo secolo dopo Cristo, quando l'insediamento all'epoca chiamato Raqqa' - in aramaico La Variopinta - era stato abitato da 30mila persone. Ribattezzata dopo che la dominazione di Alessandro Magno aveva portato all'ellenizzazione della lingua e dei costumi, Petra aveva poi subito un destino simile a quello di altre famosissime meraviglie del mondo antico come Machu Picchu e Angkor Wat, Tikal e l'esercito di terracotta. Era stata cioe' inghiottita dall'ambiente circostante, e la sua memoria era stata risucchiata nell'oblio. 
Per secoli le sue meraviglie erano diventate parte della quotidianita' dei beduini locali, che bivaccavano nelle grotte scavate nella roccia finche' Petra non era stata riportata all'attenzione occidentale solo nel 1812, grazie a Johann Burckhardt, un orientalista svizzero-tedesco convertito all'Islam. Prima di morire a 33 anni, logorato della dissenteria e delle febbri, Burckhardt aveva esplorato il Medio Oriente - dalla Nubia alla Siria - documentando Abu Simbel e Dongola, traducendo Robinson Crusoe in arabo e diventanto un apprezzato giurista e conoscitore del Corano. Nonostante la sua testimonianza postuma, Petra era comunque rimasta isolata per le difficolta' incontrate dagli esploratori dell'epoca a superare la diffidenza delle tribu' del deserto. Solo nel 1929, l'Impero britannico era riuscito ad organizzare una vera spedizione archeologica. 
Le sfide di tiro al bersaglio tra Daniele e Antonio
Ancora relativamente poco conosciuta, Petra era poi entrata nell'immaginario occidentale di quelli della nostra generazione grazie alla serie di copertine del National Geographic seguite all'uscita di Indiana Jones e l'ultima crociata. Il film in se' non era bastato, perche' il tempio nel quale Harrison Ford e Sean Connery scovano il sacro Graal appare come un luogo talmente magico da sembrare finto, come molte delle location dei film di George Lucas. Ed invece esiste ed e' il Khazneh, il Tesoro, uno dei primi monumenti del sito di Petra. Attorno al quale, a partire dagli anni Novanta, crebbero l'interesse mondiale e si alimento' l'industria turistica, che in quegli anni arrivo' a garantire il 15% del PIL nazionale giordano. 
Bastava dare un'occhiata al piazzale antistante l'entrata per capire che Petra era diventata la gallina dalle uova d'oro della regione. Un pavimento in pietre lavorate, curate, pulite e perfettamente incastonate, luci al neon, un hotel quattro stelle e nessuna spazzatura in giro. La biglietteria, la prima struttura autenticamente turistica che vedessimo in quel viaggio, faceva sapere che l'ingresso costava 25 dollari americani - ovvero 45mila lire. Piu' del nostro budget giornaliero, peraltro gia' eroso dall'affitto dell'auto. Mentre una famiglia di turisti arabi scattava le foto davanti all'ingresso, scrutammo il cancello. Era alto un paio di metri e non era sorvegliato. Volendo, qualcuno avebbe potuto scavalcarlo. Rischioso si', ma per nulla difficile. Sul lato destro, il cancello finiva contro il muro di cinta dell'albergo. A sinistra, invece, il muro piegava, seguendo il perimetro esterno del sito archeologico. Piegava e declinava, perche' l'accesso al cuore di Petra avveniva a piccoli passi, con un lungo camminamento in discesa, e perche' alla sinistra dell'ingresso si apriva una piccola vallata. Il buio non ci consenti' di capire ne' quanto fosse profonda, ne' cosa ci fosse in fondo al dirupo, ma basto' sporgersi per capire tre cose: il muro non era costruito a strapiombo, ma tra i mattoni e la vallata c'era un piccolo camminamento e il muro stesso diventava presto un parapetto che costeggiava la rampa d'accesso. Nel giro di pochi passi, si passava dai due metri e mezzo del muro all'altezza del cancello a due metri, poi ad un metro e mezzo e poi ancora ad un metro scarso d'altezza. Insomma, incamminarsi lungo il muro esternamente rispetto al sito e camminare lungo il ciglio della vallata, significava mettersi nelle condizioni di scavalcarlo agevolmente ed entrare a Petra senza passare per la biglietteria.   
Il tramonto da Tafilah, cittadina giordana a meta' strada tra Kerak e Petra
"Scavalchiamo". Fu Antonio a formulare l'idea ad alta voce. Quella era l'ultima serata insieme: dopo Petra, Scapigliato avrebbe dovuto guidare a tutta velocita' per riportare la Hyundai ad Amman e da li' andare in aeroporto. Per la prima volta dall'inizio del viaggio, decidemmo quindi di concederci il lusso di una birra. E li', seduti in un locale vuoto di Wadi Musa, ci confrontammo. Antonio, acqua cheta, richiamato sempre alla prudenza per indole, come gli spesso gli capitava si scaldava in corso d'opera. Era stato lui, 4 anni prima, a cambiare i soldi in nero sul treno jugoslavo, accendendo la miccia che avrebbe portato al fermo della polizia serba a Belgrado. Daniele, che pure aveva accolto con favore ogni deviazione dalla retta via che quel viaggio ci aveva presentato, oppose un tiepido no. Io mi sedevo a meta' del guado. Era stato proprio il treno serbo a farmi scoprire il gusto per quel gioco 3D nel quale ci si immergeva in una realta' cercando di esplorarne i confini legali e comportamentali e nel quale pur essendo l'anello debole della catena si provava a mettere tutto in discussione, nel nome della conoscenza e degli effetti della vita sui propri neurotrasmettitori. In pratica l'adrenalina era diventata una delle misure della profondita' e del peso specifico dell'esperienza. D'altra parte, pero', appena 7 mesi prima ero finito in gattabuia in Tunisia per molto meno, per aver scattato una fotografia innocente. E me l'ero vista bruttarella. Negli ultimi 10 giorni, poi, tra bombe israeliane su Jbaa, auto in panne nella campagna siriana e notti all'addiaccio assieme ai senzatetto di Amman avevamo fatto il pieno di emozioni, esperienze e epinefrina. 
Non sapevo se fosse davvero il caso di sfidare ancora una volta la sorte. 
La mente e il caghetta, sull'album del viaggio questa l'ho intitolata cosi'
Invece lo facemmo. E lo facemmo pure strano. Finita la birra, guidammo verso la periferia di Wadi Musa - letteralmente la Valle di Mose' - per evitare di dare troppo nell'occhio e per non dovere avere a che fare con l'illuminazione stradale. Parcheggiammo la Accent su un greppo, dove anche le luci della cittadina erano poco visibili. Noncuranti della nottata precedente nel deserto, Daniele e Antonio si sistemarono all'aperto, salvo poi scapicollarsi dentro l'abitacolo. L'agglomerato, come molti centri mediorientali, pullulava infatti di cani randagi per proteggerci dai quali ci ritrovammo barricati dentro la macchina, circondati da animali, neanche fossimo i protagonisti di Cujo II. Dormimmo poco e male, e alle 4 e mezza suono' la sveglia. Dovevamo sfruttare il buio e non avevamo tempo da perdere. Ci vestimmo di nero - anche se questo significava indossare vari strati - e prima delle 5 eravamo nuovamente all'ingresso del sito archeologico, spalle al muro di cinta e con lo sguardo rivolto verso la vallata. L'aurora ci consenti' di intravedere tutto: la profondita', la pendenza e soprattutto il fatto che sull'altro versante, a 200 metri in linea d'aria, c'erano alcune baracche sorvegliate da cani i quali probabilmente ci videro, sicuramente ci sentirono e di fatto abbaiarono. 
"Merda", pensammo. Nel biancore dell'alba, i nostri vestiti neri facevano l'effetto di un neo sulla fronte.
Il Wadi al Hasa
Come facilmente previsto, meno di 100 metri piu' giu' rispetto al cancello d'entrata, il muro di cinta si era ridotto ad una fila di mattoni scavalcabili senza problemi. Eravamo dentro, senza esattamente sapere cosa aspettarci ne' come agire. In epoca proto-internettiana, l'unica mappa di cui disponevamo era lo schizzo della Lonely Planet, dal quale si capiva che il Khazneh, l'edificio piu' iconico di Petra, distava circa 2 chilometri e mezzo dall'entrata, la meta' dei quali stretti in un canyon quasi altrettanto celebre, il Siq. Cos'altro ci fosse esattamente tra l'ingresso e il Tesoro o se il sito fosse pattugliato, controllato da telecamere a circuito chiuso ed eventualmente dove potessimo nasconderci, furono domande che ci ponemmo solo una volta che eravamo dentro, sentendoci improvvisamente esposti ad una serie di intemperie ben peggiori di quelle che avevamo superato. Scavalcare il muro era stato come tuffarsi nell'oceano, ma adesso ci toccava sopravvivere in mare aperto. Le prime luci dell'alba illuminarono il profilo della roccia sedimentaria clastica nella quale i Nabatei avevano scavato monumenti, templi e tombe come quella dell'obelisco, accanto al Bab-al Siq Triclinium, nella quale ci rifugiammo attorno alle 5.30 di mattina, come naufraghi su quell'isoletta.     
L'anfratto nel quale ci infilammo, era alto un metro e mezzo, ma profondo e largo abbastanza da ospitare comodamente noi tre piu' lo scheletro di un vacca. Non sapevamo se qualcuno ci aveva visto e aspettava solo che uscissimo allo scoperto per coglierci con le mani nel sacco. Il timore ci avrebbe accompagnato per tutto il giorno. Ma pensavamo, o speravamo, che da li' a poco il sito sarebbe stato preso d'assalto dai visitatori. L'anno prima, Antonio ed io eravamo stati a Tikal, dove i cancelli aprivano prima dell'alba perche' quello era il momento migliore per esplorare la rovine Maya nella giungla del Guatemala. Motivo per il quale tra l'altro ero dovuto restare a digiuno per 28 ore filate. Immaginavamo insomma che dalle 6 in poi saremmo potuti uscire e mescolarci alla folla che avrebbe preso d'assalto Petra. Ma quella si dimostro' una speranza vana. Alle 6.10 passo' una persona. Alle 6.30 altre due. Prima delle 7, poi, proprio mentre eravamo pronti ad uscire, sbuco' un uomo armato in groppa ad un ciuco. Nella grotta cominciava a fare troppo caldo per gli strati di nero e ci spogliammo. Poi prendemmo il coraggio a due mani e uscimmo allo scoperto, lasciando li' lo scheletro della vacca.    
Per dare leggermente meno nell'occhio e per poter abbozzare una tesi difensiva, all'imbocco del Siq ci separammo. Io davanti, poi Daniele e in fondo Antonio. Se la security avesse fermato uno dei tre, avremmo potuto prendere tempo affermando che i biglietti ce li aveva un altro membro della combriccola. Architettai quello stratagemma, che serviva piu' altro per rallentare i battiti cardiaci, e cedetti alla tentazione di aggiungerci un dettaglio assolutamente ridondante. 
Se fossi arrivato a destinazione senza problemi, avrei canticchiato la colonna sonora di Indiana Jones, per comunicare che il grosso era fatto. Quando in fondo al Siq intravidi la facciata del Tesoro, tirai fuori la Nikon e contemporaneamente intonai il ritornello di Riders March.
Non ce l'avevamo ancora fatta, anzi il dubbio che qualcuno ci stesse aspettando all'ingresso con le manette ci rimase incollato addosso fino al pomeriggio inoltrato. Ma intanto, man mano che passava il tempo e che aumentava la distanza dall'ingresso, potevamo millantare di aver smarrito i biglietti. Tanto piu' che appena ci riunimmo davanti al Tesoro, ci issammo su uno degli speroni di fronte al Khazneh e ci immortalammo alla maniera del secolo scorso, con un autoscatto a tempo e con un'inquadratura della quale non avemmo riprova fino al mese successivo, quando sviluppai il rullino. Non ci restava che goderci la visita di una delle sette meraviglie del mondo moderno, anche se a complicarlae c'era un altro fattore.   
C'e' sempre un altro fattore. Nella circostanza un appuntamento in linea di massima con Giancarlo, il fratello di Daniele, nonche' mio para-cognato. Viveva e lavorava in Egitto, e quando aveva sentito pronunciare il nome di Petra, s'era impegnato a fare di tutto per raggiungerci. Peccato che nessuno di noi avesse un cellulare e che le sporadiche comunicazioni avvenissero in differita via posta elettronica. L'ultima volta che gli avevamo scritto un'email, avevamo confermato la data dell'arrivo a Petra avevamo stabilito che l'incontro sarebbe eventualmente avvenuto davanti al Khazneh, che era l'unico riferimento possibile, l'unico monumento del quale conoscessimo nome e volto. 
Quel che non sapevamo, pero', era che il Khazneh e' all'imbocco, una specie di porta d'accesso ad un sito che si estende per 260km quadrati. Non sapendo neanche a che ora Giancarlo si sarebbe potuto palesare, avevamo fissato dei possibili appuntamenti ad intervalli regolari. "Ci vediamo o alle 9 o alle 10, o alle 11 o a mezzogiorno davanti al Tesoro", gli avevamo scritto. 

Cosi' facendo, per quattro ore ci obbligammo a fare l'elastico tra il Khazneh e tutto quello che si apriva c'era alle sue spalle. Alla fine, Giancarlo non venne. E noi camminammo come uomini degli altipiani, consumando il doppio delle energie e il triplo dell'acqua. All'una eravamo cotti, oltre che a digiuno, ma nonostante questo ci inerpicammo fino all'altra grande attrazione del sito, il Monastero - al Deir - chiamato cosi' perche' quella che probabilmente era una tomba dei Nabatei era stata utilizzata come un luogo di culto dai Romani.
Per arrivarci, bisognava camminare 3 chilometri e mezzo dal Khazneh e poi salire 800 gradini scavati nella roccia, tant'e' che i turisti meno in forma si affidavano volentieri al trasporto a pagamento offerto dagli asini. Non noi, che se non avevamo avuto i soldi per il biglietto d'ingresso e non ne avevamo per comprare da mangiare o da bere tra le mura di Petra, certo non ne avevamo per farci trasportare dai somari. Anche se sarebbe stato quantomeno consigliabile. 
Quando scendemmo a valle, eravamo alla frutta: solo dal Monastero all'ingresso sono piu' di 6km di strada. Ad inizio agosto, a digiuno, a corto d'acqua, dopo una serie di notti trascorse in auto, in tenda, sotto le stelle nel deserto e sul tetto della moschea, e dopo esserci costretti a camminare per Petra il doppio di quanto dovuto alla ricerca de Giancarlo perduto, Daniele arrivo' ad un passo dallo svenimento. Si rianimo' per un frangente, quando davanti a noi una signora si sciacquo' i piedi con dell'acqua potabile e lui per poco non puni' quell'oltraggio saltandole alla giugulare. Ma pur con la spada di Damocle del dubbio che saremmo stati arrestati all'uscita, accelerammo il passo e guadagnammo l'uscita, dove Antonio ci avrebbe salutati per riportare nella capitale la Hyundai color carta da zucchero, mentre Daniele e io avremmo proseguito verso sud, salendo in fretta su un bus diretto verso il porto di Aqaba.  
Mentre Daniele lottava tra la vita e la morte, tenuto per i capelli da un sacchetto di zucchero che avevo rimediato chissà dove, mi guardai attorno. Anche sull'autobus di linea giordano il ritratto del figlio era compariva accanto a quello del padre. In questo caso, però, re Hussein era passato a miglior vita 5 mesi prima. Dopo un funerale mai visto, che era riuscito a mettere insieme Arafat e Netanyahu, i presidenti di Russia, Egitto e Siria, Boris Eltsin e cinque presidenti americani, per la sua successione si era scatenato un bel casino. E non solo perché il re hascemita aveva avuto 11 figli da 4 donne diverse e una dodicesima era stata adottata dalla terza moglie. Per provare a regolare i conti e il traffico nel palazzo e nella società giordana, il figlio prescelto - Abdallah - finirà per cucinare una serie di frittate. La più clamorosa delle quali si sarebbe rivelata concedere l'amnistia ad alcuni fondamentalisti in carcere. Un modo per ingraziarsi il clero e i musulmani oltranzisti ma che porto' alla liberazione di molti terroristi, tra i quali quell'al-Zarqawi che 5 anni dopo sarebbe diventato l'emiro di Al Qaeda in Iraq. E che dopo, assieme ad Abu Bakr al Baghdadi, avrebbe fondato lo Stato Islamico, diventandone il simbolo, la mano armata e l'orrificante tagliagole. 
Al Zarqawi era a piede libero, quando arrivammo ad Aqaba il 9 agosto del '99. A due giorni da un evento astronomico che monopolizzò l'interesse e la curiosità del mondo, ma che in Giordania fu vissuto come l'avvento dell'Apocalisse. L'eclissi solare.     
(fine -part 3)

martedì 12 luglio 2022

Il regno del teschio di cristallo - part IV

Quando arrivammo ad Aqaba avevamo disperato bisogno di acqua e di cibo, di una doccia e di un letto. Venivamo da due notti in macchina, due in tenda e una su un tetto - non che quelle prima fossero state all'insegna del comfort - avevamo consumato le suole ed esaurito le energie. A due isolati dal golfo trovammo una stanza in una pensione della quale eravamo gli unici clienti e che forse in una vita precedente era stata una scuola o un ospedale, a giudicare dalle camere e dai lavabi quadrati in metallo nel bagno comune. L'uomo che ci diede le chiavi ci fece leggere un avviso alla cittadinanza che era stato appena emesso. "Il giorno 11 agosto, tutti gli uffici e le attivita' commerciali resteranno chiusi. In Giordania non circoleranno mezzi pubblici, mentre quelli privati potranno essere usati solo in casi eccezionali". 
In pratica il Paese si fermava, bloccato da un'eclissi solare che sarebbe durata un paio d'ore, durante le quali la Luna si sarebbe frapposta tra la Terra e la sua stella, tagliando diagonalmente l'emisfero boreale dalla Normandia all'Iran passando per l'Europa centrale, la Romania e la Turchia. Un fenomeno che per qualche decina di minuti avrebbe interessato di sguincio anche la Giordania.
Il fuoristrada che ci diede un passaggio nel Wadi Rum

Visto che l'11 agosto saremmo rimasti bloccati ad Aqaba, l'indomani ci ingegnammo per raggiungere e visitare il Wadi Rum, la valle della Luna, la zona desertica formata da valli sabbiose e particolari formazioni geologiche che il colonnello Edward Lawrence aveva descritto come 'simili ad una divinita'' e che oltre a panorami impressionanti ospita anche lupi e volpi, stambecchi e orici, petroglifi e incisioni rupestri e dei thamadeni e dei nabatei. Un'operazione che da backpackers indipendenti, senza mezzi di trasporto e con pochi soldi fu piu' facile a dirsi che a farsi. Prendemmo prima un bus, poi camminammo finche' rimediammo un primo passaggio. Quindi ci facemmo adottare da un gruppetto di stranieri che aveva affittato due fuoristrada e grazie a loro vedemmo archi e formazioni rocciose a sazieta'. Dopodiche' trovammo un passaggio verso l'ingresso del parco, un altro verso la strada principale, da dove salimmo su un bus che - mentre il sole tramontava - ci riporto' nella scuola/ospedale di Aqaba nella quale trascorremmo la notte.
L'eclissi non oscuro' il cielo, ne' lo annebbio' o lo velo'. Non si vide ne' si percepi'. Se non avessimo saputo che in quel momento la luna stava passando tra il sole e la Terra e se non ci fossimo sforzati di scrutare verso l'alto attraverso il filtro degli occhiali, non ci saremmo accorti assolutamente di nulla. Eppure quel giorno la Giordania si paralizzo'. Ad Aqaba non circolarono auto, la gente rimase sigilata in casa a poltrire e per noi fu complicato anche solo trovare qualcosa da mangiare. Le zelanti e allarmate autorita' locali imposero anche l'accensione dei lampioni per tutto il giorno. Uno spreco senza precedenti e senza motivo. Il governo aveva talmente sorvadimensionato la portata dell'eclissi, che l'11 agosto 1999 Aqaba non solo non piombo' nel buio, ma fu illuminata come mai prima nella sua storia. Trascorremmo la mattinata passeggiando per le vie vuote della cittadina strappata da Lawrence d'Arabia ai turchi e vedemmo il castello ottomano. Poi ci allungammo in spiaggia, l'unica del Paese, dove eravamo soli e da soli ci venne la balzana idea di tuffarci in mare. L'acqua era bassa, limpida e tiepida, ma stracolma di ricci. Passamo la serata, l'ultima insieme, a toglierci la spine da sotto i piedi. L'indomani ci salutammo.  
11 agosto 1999 - a mezzogiorno il cielo di Aqaba si oscuro' in questo modo
Daniele prese un taxi verso il porto, da dove si sarebbe imbarcato per Nuweiba, in Egitto, per poi raggiungere il fratello. Io partii qualche minuto dopo e mi diressi verso il Wadi Araba, la valle d'origine fluviale che taglia il Negev dal mar Morto al golfo di Aqaba e che segna il confine naturale tra Giordania e Israele. Il posto di frontiera era distante poche centinaia di metri in linea d'aria e una decina di chilometri via terra. 
I confini terrestri tra due Stati rappresentano quanto di piu' complesso e affascinante possa offrire il viaggio. Il fatto che una nazione A finisca qui, dove inizia il territorio di una nazione B, non e' praticamente mai determinato da fattori assoluti, oggettivi e univoci. L'Asia e' grande una volta e mezzo l'Africa, ma ospita meno Stati sovrani (49 contro 54). L'Europa e l'Australia hanno dimensioni molto simili, solo che l'Australia e' un unico Stato confederato, mentre l'Europa e' spezzettata in piu' di 45 staterelli, tutti piu' piccoli del New South Wales. 
Bella forza, si dira'. Una e' un'isola e l'altra e' la costola di un continente. 
Peccato che Madagascar e Nuova Guinea abbiamo dimensioni paragonabili, solo che una e' un'isola-nazione, mentre l'altra e' divisa a meta' tra Indonesia e Papua, nazioni che si completano con centinaia di altre isolette. La Groenlandia, che e' piu' grossa di entrambe, e' una nazione costitutiva del regno di Danimarca, mentre il Borneo - che e' la terza isola al mondo per superficie - e' addirittura suddiviso in tre entita' statuali: Indonesia, Malesia e Brunei. 
Idem per Sri Lanka e Hispaniola: stessa area, solo che uno e' uno Stato insulare, mentre l'altra e' un'isola spaccata tra Haiti e Repubblica Dominicana. E ancora: la Polinesia Francese e' composta da 188 isole e 5 arcipelaghi sparpagliati su 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati nel Pacifico, tutte facenti capo ad una cosiddetta collettivita' d'oltremare che dipende, appunto, dalla Francia. Su una superficie molto simile, il mar dei Caraibi ospita una trentina di Stati, una quindicina dei quali indipendenti e sovrani, piu' centinaia di isole che appartengono geograficamente ad altri Paesi (Roatan all'Honduras, Cozumel al Messico, Margarita al Venezuela e via dicendo) e altre ancora che sono possidimenti d'oltre mare amministrativamente dipendenti da Stati in qualche caso lontanissimi (Guadalupa e Martinica alla Francia, Aruba e Curacao ai Paesi Bassi, le Cayman e Montserrat al Regno Unito ecc). 
In totale nei Caraibi ci sono 1300 isole facenti capo a 34 Paesi diversi. Le Filippine, al contrario, contano 7000 isole, cinque volte il numero di quelle dei Caraibi, ma sono tutte sotto il governo di Manila, anche se al loro interno non mancano etnie, lingue e religioni diverse. Se la questione e' complessa quando si tratta di isole, diventa ancora piu' contorta quando i confini geografici e identitari sono piu' confusi e sfumati.
Di base non e' solo la geografia e non e' solo la componente etnico-linguistica a determinare il punto in cui finisce un Paese e ne comincia un altro. Altrimenti il Canada e gli Stati Uniti sarebbero una cosa sola, e magari anche tutto quel che va dal Messico alla Terra del Fuoco. A stabilirlo e' quel gomitolo fittissimo di eventi e circostanze che chiamiamo Storia. Dipanare quel gomitolo significa ricostruirla, risalendo a tutti quegli arabeschi che hanno portato allo status quo attuale, in base al quale oggi esiste un confine che fino a ieri passava altrove oppure che non c'era proprio. 
Dipanarlo significa sapere che per una Germania che si unifica ci sono venti Paesi che nascono dalla frammentazione di altre entita' statuali, perche' fino a 100 anni fa la normalita' era rappresentata dagli Imperi mentre oggi si riconosce il principio dell'autodeterminazione dei popoli. Almeno entro certi limiti, altrimenti domani l'Europa si ritrovebbe con 100 Stati - tra i quali la Catalogna, la Lapponia e la Transnistria - mentre l'Asia ne germinerebbe altri 300. 
E soprattutto finche' i popoli che si vogliono autodeterminare non si scontrano con Russia o Cina, Turchia o Israele, perche' in quel caso son dolori. 
Ad ogni modo, le frontiere sono la fotografia dell'insieme degli eventi che ha portato anche un confine a passare proprio oggi proprio li'. Pertanto i confini sono la sintesi della Storia e raccontano storie. 
Il paradosso, ma anche la riprova del loro essere entita' contingenti e non spontanee, quasi convenzionali, e' che l'uomo deve farsi carico della loro salvaguardia. Proprio a cavallo di dove oggi passa una linea di frontiera, infatti, gli abitanti di due Paesi confinanti un tempo interagivano molto piu' di quanto non possano fare oggi e spesso piu' di quanto facciano con il centro del loro Paese d'appartenenza. 
La Storia ha tracciato una linea proprio laddove l'identita' di una Nazione e' meno definita e dove i suoi cittadini meno si riconoscono nell'identita' tipicamente nazionale. Una linea tracciata dove le persone sono talvolta piu' simili ai loro dirimpettai d'oltre confine che con quelli della capitale del loro Paese. Proprio li' l'autorita' centrale compare d'emblee e impone la propria presenza. Senza andare troppo lontano, penso all'AltoAdige, ai Paesi Baschi, all'Alsazia, alla Pomerania. Tutti posti i cui abitanti si trovano al di qua' a causa dei ghirigori della Storia, ma che in un mondo ideale sarebbero cittadini di altri Stati. Penso allo Xinjang, il Turkestan orientale, o al Kurdistan. 
Insomma, attraversare le frontiere consente si' di apporre un timbro sul passaporto e di piantare un'altra bandierina a completamento della propria mappa del mondo, ma permette soprattutto di tastare con mano quel che narrano i manuali di storia, di geografia e di antropologia. 
Quasi sempre, poi, le frontiere costituiscono un momento di tensione, oltre che di riflessione. 
Intanto perche' non e' sempre facile raggiungerle e poi perche' non e' scontato attraversale senza aver prima dovuto fare i conti con la burocrazia, con le leggi o con la voglia dei doganieri di affermare il loro potere assoluto rendendoti la vita difficile. 
Poi spesso io ci metto del mio, perche' anche quando ho i documenti in ordine subisco il fascino dei posti in cui e' vietato scattare foto per motivi di sicurezza, e che quindi non sono visti e stravisti. 
Una foto, sia pure fessa, per immortalare quei luogi proibiti, ogni tanto mi scappa.
Alle frontiere, insomma, succede sempre qualcosa.
Esausti nel centro di Elat
Quel che successe alla frontiera tra Giordania e Israele fu che riapparve Daniele. 
Il traghetto per l'Egitto quel giorno non partiva, per cui non gli restava che fare il giro largo per raggiungere Sharm el Sheik via terra. Quel che accadde fu che i controlli giordani furono sommari e che quelli israeliani durarono una mezz'oretta, nulla a fronte delle 3 ore di interrogatorio che mi dovro' sorbire all'aeroporto di Ben Gurion. E successe che appena messo piede in Israele, ci scontrammo con una realta' diversa da quella che avevamo lasciato. Il centro di Eilat distava 6 chilometri dal posto di frontiera. Trasporti pubblici non ce n'erano, l'unico taxi non si degno' neanche di farci un preventivo - tanto era chiaro che non avessimo sheqel - e non trovammo un passaggio neanche a implorarlo. E dire che lo implorammo, perche' la temperatura media ad agosto nella punta meridionale del Negev tocca i 40 gradi, e quel 12 agosto '99 non fece eccezione. A differenza della sfacchinata di Petra, la passeggiata fu in linea retta e tutta piatta, ma a differenza di Petra il sole incoccio' senza concederci ombre e soprattutto in spalla avevamo gli zaini. Sul mio, poi, c'era anche la tenda.
Arrivammo ad Eilat sfiniti. Dopo un paio d'ore ci salutammo davvero e Daniele riprese la marcia per coprire i 220km che lo separavano da Sharm, nella speranza di arrivarci prima del tramonto. 
Anche a me mancavano 220km, ma io andavo nella direzione opposta, verso nord. E capii subito che non ci sarei potuto arrivare prima del tramonto, perche' il bus sarebbe partito alle 9 di sera.
Questa e' stata fatta al Wadi Rum, ma qui ci sta bene
Mangiai un panino e cercai di riprendere un po' di energie con uno yogurt. Quel poco che recuperai lo mandai in fumo con gli interessi nelle 12 ore successive. 
Ero cotto quando finalmente salii a bordo del torpedone. A differenza di quelli che avevamo utilizzato in Siria e in Giordania, quel bus israeliano aveva un sapore occidentale. Pure troppo. Il controllore mi fece presente che quell'autobus era diretto a Gerusalemme e che i posti a sedere erano riservati per chi sarebbe arrivato a destinazione. Non essendo quello il mio caso, potevo sedere solo finche' a bordo non fosse salito qualcuno diretto nella citta' santa. Nel qual caso gli o le avrei dovuto cedere il posto. Lui sali' alla prima fermata. Per cui non solo dovetti abbandonare la speranza di riposare le stanche membra sul sedile, ma mi ritrovai in piedi per tre ore e mezza, con la testa che ciondolava da tutte le parti, tipo bobblehead, finche' all'1 e mezza di notte mi avvisarono che il bus mi avrebbe scaricato sulla complanare di Masada, senza uscire dalla Highway 90, la strada piu' lunga d'Israele.
La fortuna volle che di fronte alla fermata ci fosse il Masada Hostel. 
La sfortuna volle pero' che l'ostello fosse chiuso, nel senso che pur essendo perfettamente funzionante, era letteralmente sigillato. Non un concierge, non un portiere di notte, non una porta a vetri per sbirciare dentro. O per fracassare il vetro ed entrare, tanto ormai ero un fuorilegge conclamato.
Provai a suonare il campanello, ma non rispose nessuno. Il Masada Hostel era un guscio chiuso. 
L'alba sul mar Morto dalla fortezza di Masada 

Di Masada mi affascinavano la storia e la collocazione drammatiche. Il palazzo costruito da Erode - proprio quell'Erode - in cima ad uno sperone roccioso che si stagliava a 400metri di altezza sul deserto di pietra e a strapiombo sul mar Morto, il punto piu' basso tra le terre emerse. Il palazzo che dopo la caduta di Gerusalemme per mano dei Romani era stato teatro di un tragico assedio durante il quale le truppe di Lucio Flavio Silva Nono Basso sconfissero gli zeloti, ovvero gli ebrei che non si erano arresi e che finirono invece per suicidarsi in massa. Il tutto in uno scenario naturale da film, con l'altipiano sul quale sorgeva la fortezza con mura alte 5 metri e che era accessibile solo attraverso il sentiero del Serpente. 
"Talmente ripido, tortuoso, sinuoso e impervio - raccontano le cronache del primo secolo dopo Cristo - da impedire ad un soldato romano di poggiare contemporaneamente entrambi i piedi", tanto era ripido. 
L'anno precedente, non a caso, era stata inaugurata una funivia che portava i visitatori da valle fino alla cima dell'altipiano. Mio padre, nella sua prima e unica missione solitaria all'estero dell'ultimo mezzo secolo, l'aveva presa a gennaio.
Io no, ovviamente. Io feci parte dei visitatori che prendevano l'antica via e si incamminavano lungo il sentiero del Serpente. E che partivano col buio, in modo da arrivare in cima a Masada in tempo per l'alba, per vedere il sole sorgere tra le acque del mar Morto e le rovine della fortezza. 
Fin qui niente di troppo strano. 
Sapendo che verso le 3.30 di notte qualcuno sarebbe uscito dal bunker dell'ostello e deciso ad aggregarmi lungo l'ascesa - se non altro perche' non avevo una torcia - mi stesi sul prato davanti all'ingresso della struttura ricettiva. Il terreno era abbastanza morbido, piu' del deserto giordano, la temperatura era ideale per prendere sonno, lo zaino mi faceva da cuscino. Mi rilassai. La camminata sotto al sole d'agosto, dalla frontiera fino ad Eilat e il tragitto sul bus in piedi mi avevano fuso. Il mio corpo chiedeva solo di staccare la spina.
Zzzzzz.... Zzzzzz...... Zzzzzzzzz..
Non feci in tempo a chiudere gli occhi che un nugolo di zanzare mi comincio' a ronzare attorno e a pizzicare ovunque. Madonna benedetta. Ridotto ai minimi termini, optai per il laissez faire - mi misi una t-shirt davanti alle orecchie e agli occhi e provai ad abbandonarmi lo stesso al sonno. Ma invece di pasteggiare, saziarsi, ringraziare e allontanarsi, quelle bagasce richiamarono tutto il vicinato e io non riuscii a prendere sonno. In breve, mi ridussero ad un campo di battaglia. Dovetti desistere, ripresi lo zaino e verso le 3 di notte cominciai a percorrere il sentiero che saliva a Masada. Dopo una notte insonne e con uno zaino da 15 chili sulle spalle, visto che l'ostello era sempre chiuso e non sapevo dove lasciarlo.
Per percorrere il sentiero del Serpente ci vuole un'ora abbontante. Io ne impiegai quasi due, pensando a piu' riprese che non ce l'avrei fatta. Piu' la temperatura saliva, piu' sudavo. Ma sudavo freddo, freddissimo, e annaspavo. Riuscii a stento a scattare una foto dell'alba in uno degli ultimi tornanti e poi - appena messo piede sull'altopiano - mi stesi sul terriccio e rifiatai, con la testa poggiata su un masso appuntito. La gente attorno a me penso' che ero passato a miglior vita. Quando riaprii gli occhi, dondolai tra i resti dei campi militari romani costruiti sul palazzo di Erode e degli zeloti, mangiai quel po' di yogurt avanzato dal giorno prima e mi rimisi in marcia, sapendo che quello sarebbe stato l'ultimo grosso sforzo fisico del viaggio.
Non l'ultimo momento di strizza, pero'. 
Ripassai davanti all'ostello, che nel frattempo si era animato, e salii su un bus diretto a nord. 
Di Gerusalemme vidi solo la cupola della Roccia, da lontano. Sarebbe stata l'ultima tappa del percorso e non avevo voglia di bruciarla. L'ultima parte del viaggio sarebbe stato un pellegrinaggio storico tra i luoghi dell'Antico e del Nuovo Testamento in compagnia dei ragazzi di una parrocchia di Roma.
O meglio, per loro sarebbe stato un pellegrinaggio tra i luoghi della Bibbia. Per me una visita soft di Israele, la chiusura di un cerchio geografico del vicino Oriente con la possibilita' di capire se c'era ancora margine per ricostruire il rapporto con la mia prima e unica ragazza, che un anno prima aveva detto basta.
L'appuntamento con gli altri sarebbe stato da li' a 24 ore a Nazareth. Chiaramente.
Da Masada presi un primo mezzo che attraverso' parti della Cisgiordania e arrivo' a Gerusalemme. Da li' i bus e i minibus diretti verso nord facevano il giro largo, evitando Ramallah, Nablus e tutte le localita' della West Bank a maggioranza musulmana nelle quali il risentimento per le politiche di Netanyahu e per la liberta' concessa ai nuovi insediamenti dei coloni stava montando. 
E dove sarebbe culminata un anno dopo nella seconda Intifada. 
Il bus che presi da Gerusalemme impiego' due ore ad arrivare ad Haifa. Almeno la meta' degli occupanti erano militari e almeno la meta' dei militari aveva un'arma in bella mostra. Per buona parte di quelle due ore la canna di un fucile mi sfioro' il piede sinistro. Mi basto' quel tragitto per intuire cosa comporti da una parte la sindrome di accerchiamento e dall'altra il terrore di essere costantemente sotto tiro. Poi, ad Haifa, aggiunsi un tassello. 
Il bus successivo, quello per Nazareth, sarebbe partito dopo altre due ore, ragion per cui sfruttai il tempo a disposizione anche per rinfrescarmi. Non facevo una doccia da Aqaba, non mi sciacquavo il viso e i denti da quasi 24 ore e necessitavo di un pit stop nel bagno del terminal. Una toilette angusta attraverso la cui porta il mio zaino neanche passava. Lo poggiai a terra, entrai e mi concessi il lusso di qualche abluzione. Quando ne uscii, ancora cotto e sempre piu' deperito ma almeno pulito, attorno al mio Invicta viola c'erano tre uomini. Uno con un metal detector, uno con un fucile e uno con un equipaggiamento per far brillare un ordigno.
"E' tuo questo?", mi chiesero i tre militari, un attimo prima di far esplodere il mio zaino. 
Areen e i suoi fratelli
Chiesi scusa per il procurato allarme. Loro no. Entrambi avevamo le nostre buone ragioni ed entrambi avevamo trascurato le buone ragioni dell'altro. Quando il quarto bus della giornata mi scarico' a Nazareth, sospirai. Poi guardai l'altimetria della cittadina dell'annunciazione e dell'infanzia di Gesu' e capii che non era mica tanto finita, quella giornata. Il monastero nel quale avrei trascorso la notte era in cima al paese e c'era ancora parecchia strada da fare in salita e con lo zaino. A meta' del percorso avevo ricominciato a sudare freddo, mi riposai poggiandomi su un muretto quando una ragazza mi vide in ambasce e mi invito' ad entrare per bere un bicchiere d'acqua e un te'. Si chiama Areen, aveva una sorella gemella e un fratellino. I tratti somatici erano mediterranei, la carnagione olivastra, parlava arabo, nella modesta casa di famiglia c'erano un passaporto israeliano, una kefiah e un crocifisso. 
Capii in pochi minuti quel che aveva provato ad inculcarmi per un lustro il professore di storia e filosofia quando alludeva alla distinzione tra popoli, stati, nazioni e etnie. 
Capii che certe vite sono davvero complesse. 
Areen era cittadina israeliana di lingua araba e di fede cattolica.
Era era un'esponente di quel 30% di palestinesi di fede cristiana e con cittadinanza dello Stato Ebraico che abita a Nazareth. Per quelli come lei il passaporto va di pari passo con la leva militare obbligatoria ma statisticamente non garantisce i livelli di integrazione dei suoi connazionali. 
Anzi, quelli come Areen nascono sapendo che vivranno situazioni di emarginazione, che saranno destinati ad essere ospiti nel proprio Paese, diversi da tutti e mai completamente a casa da nessuna parte.
Persone per le quali tral'altro Dio, il Dio cristiano, si chiama Allah.   
Areen mi scrivera' per molti mesi a venire, via email, chiedendomi di aiutarla a lasciare Israele prima che la situazione precipitasse. In quel lasso di tempo processero' tutto quanto propinato dai dieci giorni successivi. Nazareth e Betlemme, Gerico e Qumran, Tabgha e il lago Tiberiade, lo splendore di Gerusalemme e la certezza che con Paola era finita. 
Accompagnai i ragazzi della parrocchia in aeroporto: loro partirono a mezzogiorno con un volo, io avrei lasciato Tel Aviv quattro ore dopo. Tre ore e mezza delle quali passate alle prese con due soldatesse specializzate negli interrogatori dei passeggeri in partenza dallo scalo dedicato alla memoria del presidente Ben Gurion. Tutto quello che non mi era stato chiesto alla frontiera tra Aqaba e Eilat, tutto quello che non mi era stato e non mi sarebbe stato chiesto prima, durante e dopo il viaggio, me lo chiesero quelle due ragazze in divisa. 
Non solo dove ero stato e con chi ero stato, ma anche come fosse composta la mia famiglia, in cosa consistesse il mio corso di laurea e il mio lavoro per l'agenzia stampa, come avevo rimediato il denaro per permettermi il viaggio. E poi perche' avevo scelto Israele, perche' la Giordania, perche' la Siria, perche' il Libano. 
Soprattutto, perche' il Libano. 
Di tutto quello che avevo fatto e visto sapevo che dovevo omettere un dettaglio: la figura di Mustafa'. Perche' quello avrebbe potuto far saltare il banco, facendomi sembrare un sospetto. 
Era il rovescio della medaglia di Jbaa, dove i Ghamloush temevano che i parenti e i compaesani mi avrebbero preso per una spia se avessi rivelato che sarei andato in Israele. 
Il doganiere libanese dell'aeroporto di Beirut mi aveva lasciato passare anche se l'unica informazione di cui ero in possesso era il nome di chi mi avrebbe ospitato. 
Le soldatesse israeliane invece non si sarebbero accontentate di sapere che si chiamava Mustafa', non si sarebbero accontentate di tutti i dati sensibili di cui ero venuto a conoscenza e probabilmente non si sarebbero neanche fatte bastare la verita'. Anzi, la verita' mi avrebbe trasformato in uno straniero che aveva flirtato con gli stessi hezbollah che l'aviazione di Tel Aviv bombardava. 
L'essere amico del nemico mi avrebbe trasformato automaticamente da sospetto a indesiderato a nemico a mia volta. Per di piu' colpevole di falsa testimonianza.
Del fatto che fossi entrato a Petra senza biglietto, scavalcando di notte, probabilmente a loro non fregava nulla, ma anche su quello era meglio sorvolare. 
Per il resto potevo permettermi di essere sincero. 
Eppure, il fatto che l'interrogatorio si dilatasse all'infinito, il fatto che si palleggiassero i ruolo di poliziotto buono e cattivo, il fatto che mi rivolsero alcune domande quattro volte, che cercassero a ripetizione di farmi cadere in contraddizione o di innervosirmi, che vivisezionassero ogni mia risposta - commentandola tra di loro in ebraico - e ogni mio gesto, per capire se il mio body language tradisse le mie mancate verita', mi fece pensare che le soldatesse qualcosa sapessero o per lo meno intuissero. 
Mi portarono anche in una stanza, dove mi fecero spogliare completamente, affidandomi per qualche minuti ad un collega maschio che ispezio' il mio corpo. Poi, quando avevo almeno ricoperto le nudita', le soldatesse mi ripresero in consegna. Analizzarono nel dettaglio ogni componente del mio Invicta viola, dallo spazzolino ai cotton fiocs avanzati, e ricominciarono la pantomina, incuranti del fatto che dovessi imbarcarmi.
Mentre una annuiva, l'altra mi fulminava con lo sguardo. Dove sei stato, perche' la Siria e la Giordania, perche' Palmyra e Petra, dove hai dormito, come hai girato, chi hai frequentato, come ti sei pagato il viaggio. 
Il fatto che mi fossi sostentato scrivendo per tre anni per un'agenzia stampa, sembrava un altro indizio a mio carico. La punta di un iceberg che avrebbero voluto sciogliere per vederci chiaro. 
Non trovando la pistola fumante, dopo tre ore abbondanti di interrogatorio le due soldatesse israeliane mi lasciarono andare. Salii sul volo per Roma spossato nel corpo ma ritemprato in tutti gli altri aspetti, sulla falsariga di come mi sentivo prima, durante e dopo ogni viaggio. 
Piu' ricco, piu' carico. Una spugna che ha assorbito talmente tanto da non poter fare altro che restituire.
Nei mesi successivi diedi tutto quel che avevo sul lavoro finche' non ne ebbi abbastanza e lo lasciai esattamente quando la carriera stava decollando.
Anche grazie a quella mezzaluna in Medio Oriente avevo capito che qualsiasi strada avessi imboccato avrebbe dovuto contemplare la possibilita' di viaggiare. 
Anche a costo di lasciare la professione che avevo sempre amato.
 
àèéìòù