Il magheggio alla fine riesce. E in barba al rigido statuto nazionale l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur (per gli amici chei-el) mi rilascia il visto senza visionare la prova che non intendo trasferirmi a tempo indeterminato nel Borneo. Galeotto e' il pizzino abbozzato da un funzionario incrociato su una rampa di scale: quattro parole convincenti, una firma autorevole e a pagina 24 del mio passaporto si materializza l'autorizzazione a girovagare per il Paese musulmano piu' popoloso del globo per 60 giorni invece dei canonici trenta. Cosi', dopo aver sentito il giovane sostenere che il vecchio serve ancora meglio di lui, il vecchio sostenere che il giovane ha un flip di rovescio incantevole ed entrambi assicurare al Primo Ministro che in Malesia torneranno presto - anzi prestissimo - da turisti, invece che dietro lauto compenso, posso lasciare la capitale e proseguire verso sud."E' un peccato". La notizia rabbuia la giovane addetta stampa del clash of times. Alla fine della manifestazione Joyce si scioglie assieme al suo etto di trucco. "Domani torna una mia amica dal Belgio e diamo una festa!". Dimmelo piu' tardi... "E' stato un piacere lavorare con te". Veramente TU hai lavorato. Io mi sono spacciato per giornalista di Rete Sport e oltre a godermi Sampras-Federer ho scroccato tre bottigliette d'acqua, una cena calda che per una volta non sa di sciacquatura d piatti e pure una penna del Ritz Carlton. "Uno con il tuo charm...". Il mio che? "...farebbe impazzire la mia amica". Si', l'amica. "Ci sei su facebook? Allora segnati il mio indirizzo e-mail, quello msn e quello skype. E quando sei a Singapore chiamami, che' usciamo insieme e ti porto in un posticino carino". Ok, Joyce, a patto che mi stacchi dall'epidermide quegli occhi carnivori.
In mezzo alla marmaglia del Pudu, il giro di saluti include anche Dick Springer, l'inviato del Telegraaf di Amesterdam. Ogni anno trascorre venticinque settimane lontano dalla compagna e dal figlio seguendo la Formula Uno e il tennis ma evidentemente non ha fatto il callo agli addii. "Promettimi che torni a casa tutto intero" mi dice, salutandomi con un sincero abbraccio nato da 24 ore abbondanti di chiacchiere, una corsa in treno e una in taxi offerta dal suo direttore. "E tu che non aspetti che Haarhuis si bombi di nuovo per tornare a Roma".
Georgetown, Kuala Lumpur, Melacca. La costa occidentale della Malaysia e' stata terra di passaggio per i traffici provenienti da Giava e dalla Cina e terra conquista per portoghesi, olandesi e inglesi. Fra le indaffaratissime chinatown e le little india ancora strabordanti di Shiva, Ganesh e degli altri simboli del Diwali, il capodanno indiano, spuntano dappertutto i porticati con le colonne indaco squadrate e ammuffite, le persiane in legno essiccato, le grondaie accartocciate. L'architettura coloniale tipica dei Caraibi. Solo che qui l'umidita' mescola l'odore dolce del curry a quello stomachevole del Kentucky fried chicken. La Malaysia riesce nel doppio miracolo di trasformare cinesi e indiani in cittadini ordinati e in cuochi pessimi: l'unica volta che finisco davanti ad uno schermo, osservo un baldo giovane armeggiare una decina di munuti con un tagliere e una macchina del gas prima di mostrare orgoglioso il piatto del giorno. Le patatine fritte.
A Singapore invece di Joyce vedo Jason. Anzi, ri-vedo Jason. Componente malese della caverna dei quattro continenti nel Flintstones di Goreme, si ricordava perfettamente di come avessimo rischiato di essere i primi dispersi nella storia pigeons valley della Cappadocia per oki-colpa di oki-Tim. Percio' una sera di fine novembre mi propone un piatto di ravioli alla bolognese in cambio di una ventina di settimane di racconti. Mi sento citare Ucha, Niyazov e Saiytbek. Lo vedo strabuzzare gli occhi e lo sento ridere a crepapelle. Come lui Emma, Karl, Henning, Rob e Doni - un indonesiano che ha un passato da pizzaiolo ad Auckland - un terzo dei sedici occupanti della piu' abbordabile camerata del piu' abbordabile ostello cittadino. Fenomeno da baraccone, neanche avessi attraversato mezzo mondo.La 'citta' del mare', fondata sull'isola di Temasek li' dove secondo la leggenda un principe di Sumatra vide un leone, sta alla Malaysia come Hong Kong sta alla Cina. Stessa parabola coloniale, stesso mosaico etnico (qui i cinesi sono pero' maggioranza col 76%), stessa struttura cittadina, stessa densita' claustrofobica, stessa simpatica e discreta affabilita' della gente, stessi centri commerciali glaciali. Con in piu' una spruzzata di ulteriore benessere, di cosmopolitismo, di gusto per il cibo e di emancipazione femminile. A nord di Johor Bahru le signorne indossano sovente il tudong, il velo. A sud si coprono con insensibili minigonne lunghe un palmo e sculettano senza ritegno.
Tutti gli indicatori socio-economici, dal reddito pro capite all'HDI - l'indice di sviluppo umano - confermano che nessuno Stato del continente puo' vantare il tenore e il ritmo di crescita della minuscola tigre asiatica. Il connubio fra competitivita' britannica e abnegazione cinese ha fatto poi di Singapore, dell'isoletta che fino a 40 anni fa era solo la quattordicesima provincia malese, la fucina dei migliori studenti mondiali nelle materie scientifiche. E non solo.
L'eccezione mi presta il suo cellulare per fissare l'appuntamento con Jason. "L'Italia sta da qualche parte fra l'Inghilterra e gli Stati Uniti?" mi domanda. Non proprio, quella e' l'Islanda. "Europa meridionale? Mediterraneo?!? Cioe' in Medio Oriente?". Tombola. Le corre in aiuto l'amica, che contrae la mano sinistra nel vuoto, indicando l'Asia, e poi le avvicina la destra, tracciando quella protuberanza informe che ne e' il vecchio continente. Ecco, l'Europa e' li'. La ragazza del cellulare si illumina. "Ma allora siamo vicini!".
Gia'. Illuso io, che pensavo di aver fatto un sacco di strada per arrivare fin qui.
ps. Inserite 2 nuove galleries: Laos e Thailandia... Aggiornato Journeymen
La parlata di F.P. e' un frullato inacidito di veneto, ligure ed emiliano. Assieme alle tracce di quell'eroina di cui nella sua giovinezza veneziana faceva un uso disperato, nelle vene gli sono rimaste spruzzate dei dialetti ciancicati negli ultimi mesi italiani. F.P. ha lasciato lo stivale nel 2002, subito dopo essersi ripreso da uno spaventoso incidente d'auto e aver compiuto quaranta anni. Da allora ha bazzicato in autostop l'Indocina in compagnia di un compatto zainetto verde militare e dei due strumenti che gli danno da vivere. Un'armonica e un mazzo di tarocchi. Finche' il 31 luglio scorso la ruota e' girata. In fondo a Khao San road un gruppo di giovanotti thailandesi gli ha offerto uno spinello e F.P., che da ragazzo non disdegnava ("ero spesso fuori, in tutti i sensi"), ha accettato per goliardia e cameratismo ma non ha neanche aspirato. Si e' ritrovato fra le mani un mozzicone con 5 milligrammi di hashish aggrappati al filtro e subito dopo le manette ai polsi. Arrestato da una pattuglia di Bangkok, che gli ha sequestrato tutti i mille euro che aveva in tasca e lo ha sbattuto in carcere, lasciandocelo per un mese intero con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti e con le catene ai piedi. L'avvocato d'ufficio si e' volatilizzato dopo il primo colloquio, l'ambasciata italiana lo ha abbondonato ("in galera venivano pure i funzionari di quella nigeriana e ugandese; quella americana sostenta i propri concittadini con 10 dollari al giorno. A me hanno detto che la nostra era in una fase di transizione") e senza neanche gli spiccioli per acquistare caffe' o biscotti allo spaccio della prigione, dopo due settimane di brodi vegetali F.P. ha cominciato a svenire ad intervalli regolari. La sorte gli ha strizzato l'occhio quando un giudice magnanimo ha riconosciuto la marginalita' del suo caso e lo ha liberato allo scadere del primo mese di cella, altrimenti la legge thailandese avrebbe previsto il trasferimento in un penitenziario temporaneo, dal quale sarebbe uscito solo pagando. Ma F.P. non aveva piu' un soldo in tasca. E forse neanche un amico.
Spedito di nuovo per le strade di Bangkok, ha ripreso ad unirsi a gruppi blues, a suonare l'armonica nei pub e a leggere le carte ai viaggiatori, ma i dollari raggranellati da settembre in poi sono affondati una notte di novembre su una spiaggia malese. Il portafoglio gli e' scivolato dalla tasca ed e' sparito nella sabbia davanti all'oceano indiano. F.P. mi racconta la sua storia dopo aver chiesto 5 dollari a Simon - un timido assistente sociale tirolese - per leggergli il presente attraverso gli arcani minori e maggiori. Poi aggiunge che cerchera' di salire su un volo per Bangalore, poi forse andra' a far soldi suonando l'armonica negli Usa e infine svernera' in un atollo polinesiano. Forse scrivendo un libro. Ma che non ha intenzione di tornare in un Paese culturalmente schiavo della Sinistra. F.P. mi spiega anche che la droga fa meno male dell'alcool e che sono i pedinamenti di quelle "vere merde" dei carabinieri a spingere gli eroinomani al suicidio. Io non gli nascondo che le nostre vite non saranno mai diverse quanto le nostre certezze.
Anche Joseph ha fatto la valigia dopo aver spento quaranta candeline. Cosi' come quattro generazioni fa un suo antenato era partito da Madras e si era stabilito in Malaysia per lavorare nelle piantagioni di barbabietole da zucchero, lui non si e' accontentato della sua vita di camionista. Ha dato un bacio di arrivederci alla moglie ed e' volato a Southampton, si e' messo a sudare sulle carte universitarie ed e' tornato a Kuala Lumpur con una Laurea e un Master. Oggi fa il professore universitario, insegna lingua inglese e il suo viso tamil scuro e raggrinzito si distende volentieri in risate tenere e coinvolgenti. Joseph concorda che un ristorante indiano non sia degno di tal nome se non ha il naan, e quando mi sente protestare bonariamente con un cameriere mi invita a sedere e mi offre una cena spartana servita su una foglia di banano. Poi mi lascia cosi' come mi aveva trovato, mentre mi lagno con lo stesso cameriere, che' se in tutta la locanda non c'e' un coltello io il pollo affogato nella salsa di cumino e coriandolo lo spolpo pure con le mani. Ma se poi non mi rimedi neanche un fazzoletto e dal rubinetto non esce l'acqua, mi costringi a pulirmele sui pantaloni. Pero' dubito che siano meno impiastricciati delle dita.
Qualsiasi cosa i tarocchi abbiano detto a Simon, lui alla fine da' retta a me e al signor Bavaria. Dopo la terza mezza pinta prende in considerazione l'ipotesi di non tornare in Austria e di raggiungere Jules in Australia. Dopo la sesta invia una mail a casa e una alla sua bella inglese. Ad ogni modo anche lui il giorno dopo impacchetta e se ne va. A Simon succede Akiko. Ad Akiko Frederic. A Frederic Stephan. Poi Rosie, Noel, Mikela, Pat, Sam, Mike e Rachel che inciuciano fino in fondo. Il mio ritmo di viaggio e' costantemente fuori tempo. Quando parto non ce n'e' mai uno che vada nella mia direzione, quando resto sono gli altri che passano di corsa. E a Kuala Lumpur resto una settimana. Per due motivi.
Il secondo e' futile. E attiene indirettamente al fatto che il 31 agosto 1957, esattamente 50 anni prima che F.P. fosse scarcerato a Bangkok, a Merdeka square - l'ombelico verde di Kuala Lumpur - veniva ammainata l'Union Jack e issata per la prima volta la bandiera malese. L'ex colonia si affrancava dalla corona britannica e dichiarava un'indipendenza che per un decennio abbondante sarebbe stata macchiata dal sangue degli scontri fra le tre etnie che arricchiscono in parti quasi uguali la nazione che somiglia ad un bocciolo sul punto di sbocciare. Oggi con la sua prosperita', il suo tasso di crescita annuo vicino all'8%, la sua stabilita' e la sua pacifica convivenza fra cinesi, indiani e malesi, la Malaysia festeggia il primo mezzo secolo di fiera e sobria liberta'. Il che, per un Paese che si ciba di sport ma da Atene 2004 non ha cavato neanche un misero bronzino, per uno Stato che fra regate internazionali e circuito di Sepang ha capito che investire negli eventi sportivi costituisce una vetrina per l'esterno e - finche' i tassisti che guadagnano 250 euro al mese non si ribellano - un motivo di vanto per gli abitanti, equivale ad organizzare una manifestazione memorabile. E per chi ha fame di sport ma si nutre di idoli altrui, il massimo della libidine e' una partita fra i due sovrani del tennis, due signori che insieme hanno vinto ottanta milioni di dollari di soli montepremi, 117 tornei, 26 titoli del Grande Slam, 12 degli ultimi 15 Wimbledon. Quando comincio' il loro regno sull'erba londinese al Quirinale c'era Cossiga. Pete Sampras e Roger Federer oggi parlano, domani - nel palazzetto di Shah Alam - giocano. Una prestigiosa esibizione, uno show di lusso. Sostanzialmente una fesseria. Ma dopo averne fatte tante, perche' negarmi proprio questa.
p.s. nel titolo c'e' anche il salto dal regale inquilino di Bandar Seri Begawan. Ottantamila abitanti affabili e indolenti e un unico bar aperto tutta la notte, quella piovosa di Scozia-Italia. Che i disponibili proprietari proiettano solo per me. Gli altri tredici frequentatori del locale che serve esclusivamente te', caffe' Illy e cioccolata calda sono inebetiti davanti ai loro laptop. Io mi inebetisco non meno di loro davanti ad una partita di calcio. Non ne guardavo da piu' di cinque mesi. Alla fine torno nell'unica, deserta, blindata guesthouse della cittadina. Commentando fra me e me. Panucci 6: mezzo voto in meno per il gol divorato al minuto ottantasette. E mezzo voto in meno per aver portato la Francia agli Europei.
Immagina un mondo a parti invertite. Le coste europee, da Santorini a Saint Tropez, da Torremolinos a Torre a Mare, invase da orde di asiatici, dalla creme del coattume spendaccione di tutto il levante. Vacanzieri famelici, superficiali e un po' maleducati, che convergono da ogni angolo di oriente con i loro pitoni tatuati sul deltoide e 24 ore su 24, 7 su 7, 365 giorni l'anno, si riversano in massa negli stabilimenti mediterranei assetati di svaghi, carichi di soldi e di desideri da esaudire.
Phuket e' cosi'. Al contrario, ovviamente. Perche' attualmente il mondo gira in questa direzione.
Un altro mondo.
"Ciao bello, io sono Patty". Buongiorno, Patty, il piacere e' mio ma soprattutto del mio amico Neil di Kilkenny. Che poi e' un amico in senso molto lato. Fino a dieci minuti fa io non sapevo neanche come si chiamava, lui e' ancora convinto che io sia svizzero. Pero' gli sono debitore, perche' prima di infrangere tutte le basilari regole della prossemica fra sconosciuti e sistemarti quella mano sulla coscia, mi ha offerto una Tiger. All'alba. Per quel poco che ti interessa devi sapere che tre anni fa sempre un irlandese mi allungo' la stessa birra, sempre alle sette di mattina, sempre nella stessa strada, sempre nello stesso pub, sempre allo stesso tavolo. Dove io arrivo sempre sfatto di sonno e dove trovo sempre frotte di ragazzi piu' sfatti di me, anche senz
a una nottata in bus sulle spalle. Il caso sa scadere nella prevedibilita' piu' della routine. Sembra che sulla Terra nessun posto come Khao San road centrifughi le tappe dello sviluppo dei figli del primo mondo in un ciclo e riciclo di dinamiche immutabili e ripetititive. Nella strada 'del riso macinato' si arriva con la puzza di latte e si riparte con quella di marijuana, si celebrano i riti di passaggio ad un'adolescenza quasi matura con una trafila di manifestazioni apparenti e di battesimi - gli henne', i dreadlocks, i tatuaggi, i piercing, sesso droga e rock&roll - conferiti in catene di montaggio sui marciapiedi, qui la dipendenza dai genitori viene soppiantata da quella dello specchio del gruppo, qui il tempo libero comincia a far rima con consumo. Ma siccome gli altri centri di gravita' permanente del movimento turistico di Bangkok - Patpong, Soi Nana e Soi Cowboy - sono autentici puttanai per signori con la bavetta alla bocca e il portafoglio pieno di solitudine, fra i due tipi di squallore dolciastro preferisco questo. Per lo meno spensierato e innocuo, anche se la miscela con Halloween e' micidiale. Oh Neil, oh Patty, se i miei appesantiti e boriosi brusii cerebrali non interferiscono col vostro pomiciare, io resto qui a sorseggiare la mia birra mentre finisco la colazione che mi ha offerto quel francese, Julien. Anzi, scusatemi se ci sto mettendo piu' del dovuto. Ma e' piu' di un mese che non maneggio una forchetta.
"Non sai quanta patata c'e' in giro". Se e' per questo non parlo italiano da sessanta giorni. Ma ricordo abbastanza da riuscire a penetrare i meandri del gergo di Vittorio, che si materializza nel pub quando le Heineken di Neil e Patty - strisciati nell'hotel di fronte - sono ancora fredde. A naso Vittorio intende che l'approccio con una nazione nuova di zecca talvolta puo' essere reso meno traumatico dalla massiccia presenza di ragazze avvenenti, disponibili o avvenenti E disponibili. Vittorio si definisce affascinante, gentile, garbato ed educato. Sotto dettatura aggiunge figlio di. La differenza fra di noi sta negli input visivi assorbiti sin dalla tenera eta': dal suo terrazzo si ammira San Pietro, dal mio balcone la cucina dei Manelli. Apprensivo intraprendente, affettuoso bastardo, goliardico edonista con venature teo-con, torello con un accenno di pancia da commenda, e' venuto in Thailandia con un programma preciso: niente visite alle citta' del triangolo d'oro - Chiang Mai, Chiang Rai e Sukhothai - perche' delle infognate clamorose (nel gergo di Vittorio: "destinazioni di difficile approdo per via della dislocazione remota"), ma una gita ai ruderi di Ayuthaya, per evitare che la vacanza assuma i contorni della papponata (nel gergo di Vittorio: "un'esperienza improntata alla esclusiva soddisfazione degli istinti primordiali - mangiare, bere, dormire, magari fare selvaggiamente all'amore - con atteggiamento da colono") e poi tanto mare con l'obiettivo di conoscere - possibilmente in modo biblico - un numero nutrito di fisicate (nel gergo di Vittorio: "signorine talmente apprezzabili dalle caviglie al collo che tutto quello che sta sopra e sotto e' trascurabile"). E con una tecnica affinata nel rimorchio: "Ormai sono un ghepardo - mi dice - e sono infallibile: quando je parto o ci stanno o mi pisciano". Lo pisciano una russa, un'americana, una svedese e una odiosa hostess ceca.
Alla fine sulla sabbia argentata di Koh Samet si fa cosi' soprattutto la conoscenza di Shannon dal Colorado e Damien da New York, due reduci dal campo base dell'Everest dove una organizzazione non governativa statunitense ha confezionato il concerto piu' alto del mondo per sensibilizzare i nepalesi e raccogliere dei fondi da dirottare nella lotta al cancro. Nonostante la sfacchinata, lei ha ancora la forza di respingere gli assalti di tutti i bonzi da spiaggia che le capitano a tiro, lui di strimpellare fino a notte fonda il suo repertorio Settanta che va da Battisti a Warren Zevon. Barba, baricentro basso, movimenti scattosi e raschio alla Joe Cocker, Damien e' titolare di due aziende imprecisate ma e' anche autore di canzoni calde e orecchiabili, e all'indomani di un due di picche pubblicamente ricevuto da una diciottenne dello Jutland, aspirando un cannone compone una melodia ("Oh sweet Marie-what have you done to me, oh sweet Marie-would you marry me, oh sweet Marie-my danish ba-by...") che si candida a colonna sonora dei falo' del futuro. Forse.
In tutto questo - che poi e' questo al cubo - io non fatico a trovare hobby alternativi. Se attorno al mio ego straripante non succede niente vado anche a stanare i crotali, ma se succede un troppo che mi ripugna osservo, pontifico e poi mi rintano nelle mie abitudini da vecchio giovane. Passeggio, fotografo, gioco a beach volley, rimpinguo il parco-bandierine di tessuto, leggo tre libri in sei giorni e ne compro altrettanti nel buco pieno di primizie gestito da Wa Li, un giulivo thailandese di origine cinese cui rifilo anche una lonely planet di quarta mano e dal quale acquisto due chili di carta di qualita'. Celine, Haddon, Houellebecq, Hosseini, tutto quello che cercavo, tutto in lingua originale. Gli lascio solo un libro di Simenon in italiano, e solo perche' mi dissuade Vittorio. "'L'uomo che guardava passare i treni' e' una palla - mi assicura - E' la storia di un uomo che guardava passare i treni e che ogni tanto dice: 'Toh, e' passato un treno!'". Il mio sguardo di traverso e' divertito, lui si scioglie e spiega. "Se ultimamente sono peggiorato e'... perche' sono migliorato". Nel gergo di Vittorio: un'infognata clamorosa nella papponaggine che si estrinseca davanti a tante patate fisicate. Credo.

Verso il decimo giorno abbiamo iniziato a metterci d'accordo almeno sul concetto di railway station. E' vero, io avrei potuto imparare subito a dire huoche' zhan, ma confidavo nell'insegna che sovrasta l'ingresso di ogni scalo ferroviario cinese. E mi illudevo che quei caratteri cubitali aprissero crepe di luce anche nelle scatole craniche piu' sigillate. Macche'. Per cinque settimane comunicare e' stato come andare in salita col cambio inceppato e le ruote sgonfie. Se non ti dispiace scendo e spingo, che faccio prima. Ce l'ho anche con te, prototipo del venditore di bevande. Sarebbe interessante sapere perche' si smerciano contenitori da 596ml o se quest'acqua sgorga da una sorgente tibetana o e' fiume Giallo purificato, ma ti assicuro che se sventolo le banconote e abbozzo ghirigori con la mano e' solo per sapere quanto cacchio costa questa bottiglietta. Nient'altro. E anche con te, proprietaria della drogheria che ovviamente non capisci la parola deodorant. Possibile che il mio mimo, il gesto di strofinarmi le ascelle con uno stick, ti faccia venire in mente, nell'ordine, un rasoio, un pettine e un pacco di assorbenti interni?
Tu non ridere, oh gioviale uomo della strada, che ti avvicini disponibile e poi ti fai attanagliare da un timor panico che ti secca la gola e l'inglese: se la domanda che ti rivolgo e' introdotta dagli avverbi where, when o what, e' inutile che mi rispondi yes, yes, perche' io non ho bisogno di una conferma, ma di un'informazione, cribbio. Chiaro? Ooohhh.... yes, yes, yes! D'altra parte vai a farti intendere a gesti, quando qui il numero uno si indica sollevando il mignolo, per il due si aggiunge l'anulare, per tre il medio, per il cinque c'e' chi apre tutte le dita e chi chiude il pugno e per il dieci si incrociano gli indici disegnando la X latina. E se fin qui ci si puo' pure arrivare, la vicenda si complica col sei, che si fa stendendo oltre al pollice anche il mignolo, col sette e il nove, uncini pressoche' identici con gli indici, e con l'otto, quel segno che per i nostri bambini indica una pistola e per i nostri bassi un manifesto consolatorio. Stando cosi' i numeri, figuriamoci i contenuti. L'incomunicabilita' deflagra nello scontro di etnocentrismi idiosincratici al relativismo culturale. Rinchiuso nella mia angusta forma mentis, per esempio, io c'ho messo sei viaggi asiatici per capire che la maniera orientale di sedere sui talloni non ha nulla a che vedere con l'elongazione del quadricipite femorale. Serve a garantire l'equilibrio quando si caca nei cessi alla turca.
"Il fascino unico che la Cina esercita su coloro che l'avvicinano puo' essere paragonato all'attrazione fra i sessi - ha scritto il sinologo belga-australiano Simon Leys - ... (a differenza dell'India)... la Cina rappresenta il polo opposto dell'esperienza umana...e' l'indispensabile altro che l'Occidente deve incontrare per prendere davvero coscienza del proprio Io culturale". Ecco, il mio Io culturale (che davanti a quei pezzi di cadavere a mollo nel Gange non s'era comunque sentito fra due cuscini) c'ha messo tutta la buona volonta' per abituarsi al sottofondo musicale, quella nota di risucchio collettivo con parcheggio del catarro nella cavita' orale, quella rullata da sistemazione della saliva sulla lingua e quell'acuto da feroce espulsione del composto che scandisce una normale giornata cinese. Ma lo spartito fatica a fare breccia e a provocare un senso di limitatezza nel mio Io culturale. Tanto piu' che se papa' sputacchia, l'erede al trono piscia. I vestitini per bambini in Cina incorporano uno spacco sotto il cavallo, un lasciapassare per l'evacuazione seduta stante che rende superflui i pampers. Basta arrivare all'eta' della parola e dire "mi scappa", che la mamma ti prende in braccio, ti solleva le gambe, ti allarga il pantaloncino e te la fa fare dove capita. Quando cala la sera, fra composti organici di varia provenienza, sulle piastrelle delle sale d'attesa delle stazioni si stratifica una patina di fluidi collosi, una polpa di umori rancidi. Se ti si slacciano le scarpe e' consigliabile lasciarle cosi' per sempre.
Man mano che obbligavo le mie giunture a sopportare strizzate da 26 ore su brandine rigide larghe 50 centimetri e le papille gustative a reggere l'ustione degli spaghettini istantaneamente piccanti, l'interazione e' comunque progredita. Nel raggio di un sorriso si materializzava sempre un volontario disposto a capirmi, un gruppetto di ragazzine vogliose di praticare l'inglese o un bambino col desiderio feticistico di farsi immortalare con uno straniero coi peli sulle braccia e la barba di tre giorni. Ma da li' a evadere un po' di questioni in sospeso ce ne passa. Avrei voluto per esempio domandare ad una donna incinta con quanta malinconica intensita' si vive la gravidanza, un evento che nella Cina del terzo millennio e' doppiamente unico. Mi sono consolato pensando che in Asia non ho mai cavato nessun ragno da nessun buco. Che fosse futile ("Perche' in Libano tante auto hanno l'adesivo CH?" "Quale adesivo?" "Questo, ce l'hai anche tu!" "Ah, questo... boh!"), contorta ("Come vi rapportate in Mongolia con l'anomalia che
difficilmente vedrete mai il mare, l'elemento preponderante sulla Terra?" "Io l'ho visto, e' sporco") o sostanziale ("Cosa spinge un bambino a farsi monaco buddista?" "I genitori") la mia curiosita' e' sempre andata a sbattere contro un muro di commovente naivete'. Questo e' solo un altro piccolo dubbio da appendere all'albero degli interrogativi irrisolti.
Quattro anni fa, di Pechino mi aveva impressionato l'ottimismo acritico della gente di fronte al vortice del modernismo, una superficialita' inquietante perche' fatta di ignoranza ma trascinante e coinvolgente, perche' fatta di fiducia e di uno strato di umilita' e deferenza che condiva anche i rapporti con lo straniero. Spesso trattato come un capolavoro da fotografare. Attraversando una buona fetta del resto del Paese, oggi ho fatto il pieno di ammiccamenti e sguardi curiosi, ma quel trasporto e quel riguardo l'ho appena subodorato.Nulla a che vedere con le paventate forme di nazionalismo xenofobo, ma se all'epoca della febbre aviaria i pechinesi mi avevano avvolto in un alone magico, adesso mi devo accontentare di suscitare interesse. Sorpresa, non piu' meraviglia. E se da una parte pesa il consolidamento del benessere e la maggiore consapevolezza di se', dall'altra si percepisce un atteggiamento meno scanzonato e piu' egocentrico nei confronti della vita e degli altri. Me lo hanno confermato - da Jay a Paul - alcuni cinesi emigrati all'estero, che tornano a casa ogni anno e ogni anno trovano "un Paese che cambia". Economicamente in meglio, umanamente in peggio. Uno Stato nel quale il crollo delle ideologie ha creato un vuoto morale riempito alla rinfusa da valori protoborghesi e da Starbucks, anche nella Citta' Proibita. Nel giro di tre decenni, la Cina e' passata da importatore a produttore, da consumatore a investitore, e lo sviluppo e' andato di pari passo con il cambiamento di stili di vita e di mentalita'. La nazione rurale e patriarcale ha lasciato spazio a quella utilitaristica, che ha replicato il salto compiuto dall'Europa in tutto il Novecento nello schiocco di in una sola generazione. E la prossima si trovera' a vivere in un Paese tre volte piu' ricco degli Stati Uniti. Fra i problemi che pone il futuro, i miei soci apocalittici inseriscono ai primi posti la scarsita' di risorse, l'impatto ambientale, la gestione delle disuguaglianze e della previdenza. La legge del figlio unico sta
Insomma, chi vuole puo' cominciare a preparare le lettere di protesta e a mettersi l'anima in pace: siamo nati americani e invecchieremo cinesi. O tutt'al piu' indiani.
Quell'acronimo - ADA - ci aveva incuriosito. Sinistramente ripetuto ad ogni angolo di Rocinha, suonava minaccioso e sapeva di losco. Non si scrive nulla per caso sui muri della favela piu' estesa e malfamata del Brasile, uno slum con una sua banca che fra le mura delle catapecchie ha generato milioni di affamati e migliaia di delinquenti, ispirato libri e film. "Significa Amigos dos Amigos - ci aveva spiegato il responsabile dell'asilo nido che stavamo sostentando - ed e' il nome
della fazione che controlla il territorio". Per la precisione di un clan criminale che organizza ronde in motorino, gestisce una sottospecie di ordine pubblico parallelo, ad ogni incrocio dispone di vedette che comunicano in codice usando walkie talkie e che non gradisce le incursioni dell'antidroga. Anzi, le combatte a colpi di pistola. Come fanno intendere altri graffiti, i suoi vicoli purtidi demarcano la linha da morte. Matt e Anthea li ho conosciuti cosi', saltellando fra rivoli di fango e imboccando un gruppetto di bambini di Rio de Janeiro, cuccioli privilegiati in un contesto di degrado e violenza. Del Kent lui, di Sydney lei, sposati da tre anni, avevano deciso di riflettere sul loro futuro lavorativo in un ballo sudamericano lungo due mesi. Poi, a maggio, la mail illustrata che annunciava: '...fra l'Inghilterra e l'Australia abbiamo optato per Hong Kong, dove Matt lavorera' come analista per gli americani della Morgan Stanley e gestira' portafogli clienti da 10 milioni di dollari. P.s. Ti sei fidanzato?'. No, Anthe', no...
E sul bus che mi raccatta a Yangshuo non dormo un secondo. Ma e' un bene. Primo perche' ho la fortuna di ammirare la celebre alba di Shenzen, il regno del falso, la cittadina con la qualifica di prima zona economica speciale che a partire dagli anni Settanta ha raggranellato 30 miliardi di dollari di investimenti di aziende estere attratte dall'escamotage della delocalizzazione della produzione e si e' allargata fino a diventare la dimora di 8 milioni (e trecentomila) anime e l'icona dell'espansione urbanistica legata all'impennata econonimica della Cina. E poi nel corso della notte ho pure la possibilita' di avvertire un tizio di Guangzhou che sta inavvertitamente scendendo dal bus con le mie scarpe in mano, 'sto sbadato.
Fra qui e Shanghai centoventi anni fa fu fondata la banca HSBC, il cui logo compare sui dollari locali e sulla cui affidabilita' punto' anche Saddam Hussein, quando nella filiale di Amman decise di versare i risparmi di una vita. Qui il sindaco e' definito chief executive, la locuzione con la quale altrove si designa l'amministratore delegato di un'azienda. E sempre qui si stanno allungando gli appetiti di Pechino. Risanato lo strappo con il Partito dopo la vicenda della Sars - che qui ha lasciato una proliferazione di mascherine, guantini e precauzioni assortite - oggi il destino di Hong Kong sembra segnato. Non sventolando le velleita' indipendentiste di Taiwan, l'isoletta non verra' ricondotta all'ovile patrio con la minaccia delle armi ma fagocitata col potere dei soldi. Gia' oggi la Cina incentiva le sue societa' a legarsi all'Hang Seng, a quotarsi presso la borsa di Hong Kong, e un accordo bilaterale facilita l'ingresso dei facoltosi cinesi con voglie di shopping d'alto bordo. Cosi' come a Macao affluiscono in massa quelli affetti dalla sindrome del gioco d'azzardo. Come conseguenza di questa reciproca attrazione fatale, di imperfetto oggigiorno ad Hong Kong c'e' anzitutto la democrazia. Il Parlamento e' eletto solo in parte dal popolo, il resto e' espressione di corporazioni di lavoratori e di uomini di affari sui quali gravano sempre di piu' l'ingerenza, le intenzioni e soprattutto i metodi di Pechino. Liberticidi e intimidatori.
"Guarda,
Io vedo l'aura di fortuna attorno a te" (e' pure pesante, allora...). "Sei una persona che vive amando; e di notte il tuo cervello non risposa ma si libra come una farfalla" (facciamo un caterpillar). "Sei fidanzato?" (Moretto, ti manda Anthea, vero?). "No?!? E' perche' ti piacciono gli uomini?" (Ho capito, ti manda Lo Monaco...). "Io vedo che c'e' una donna che ti pensa intensamente, giorno e notte" (Dev'essere mia madre, soffre di insonnia). "Che troverai l'amore e avrai tanto successo e denaro" (questo e' il futuro, invece nel presente quanto vuoi?). "Vedo dalla linea della vita che vivrai 85, forse 90 anni" (con quello che me sto a mangia' se arrivo a 70 e' grasso che cola)."E che nel prossimo mese la tua vita cambiera' con tre avvenimenti eccezionali". Questo lo so pure io: a Bangkok arriva Manu' con quattro libri, le infradito da spiaggia e il mio deodorante preferito. Non chiedo altro.