lunedì 26 novembre 2007

So far, so good

Il magheggio alla fine riesce. E in barba al rigido statuto nazionale l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur (per gli amici chei-el) mi rilascia il visto senza visionare la prova che non intendo trasferirmi a tempo indeterminato nel Borneo. Galeotto e' il pizzino abbozzato da un funzionario incrociato su una rampa di scale: quattro parole convincenti, una firma autorevole e a pagina 24 del mio passaporto si materializza l'autorizzazione a girovagare per il Paese musulmano piu' popoloso del globo per 60 giorni invece dei canonici trenta. Cosi', dopo aver sentito il giovane sostenere che il vecchio serve ancora meglio di lui, il vecchio sostenere che il giovane ha un flip di rovescio incantevole ed entrambi assicurare al Primo Ministro che in Malesia torneranno presto - anzi prestissimo - da turisti, invece che dietro lauto compenso, posso lasciare la capitale e proseguire verso sud.
"E' un peccato". La notizia rabbuia la giovane addetta stampa del clash of times. Alla fine della manifestazione Joyce si scioglie assieme al suo etto di trucco. "Domani torna una mia amica dal Belgio e diamo una festa!". Dimmelo piu' tardi... "E' stato un piacere lavorare con te". Veramente TU hai lavorato. Io mi sono spacciato per giornalista di Rete Sport e oltre a godermi Sampras-Federer ho scroccato tre bottigliette d'acqua, una cena calda che per una volta non sa di sciacquatura d piatti e pure una penna del Ritz Carlton. "Uno con il tuo charm...". Il mio che? "...farebbe impazzire la mia amica". Si', l'amica. "Ci sei su facebook? Allora segnati il mio indirizzo e-mail, quello msn e quello skype. E quando sei a Singapore chiamami, che' usciamo insieme e ti porto in un posticino carino". Ok, Joyce, a patto che mi stacchi dall'epidermide quegli occhi carnivori.
In mezzo alla marmaglia del Pudu, il giro di saluti include anche Dick Springer, l'inviato del Telegraaf di Amesterdam. Ogni anno trascorre venticinque settimane lontano dalla compagna e dal figlio seguendo la Formula Uno e il tennis ma evidentemente non ha fatto il callo agli addii. "Promettimi che torni a casa tutto intero" mi dice, salutandomi con un sincero abbraccio nato da 24 ore abbondanti di chiacchiere, una corsa in treno e una in taxi offerta dal suo direttore. "E tu che non aspetti che Haarhuis si bombi di nuovo per tornare a Roma".
Georgetown, Kuala Lumpur, Melacca. La costa occidentale della Malaysia e' stata terra di passaggio per i traffici provenienti da Giava e dalla Cina e terra conquista per portoghesi, olandesi e inglesi. Fra le indaffaratissime chinatown e le little india ancora strabordanti di Shiva, Ganesh e degli altri simboli del Diwali, il capodanno indiano, spuntano dappertutto i porticati con le colonne indaco squadrate e ammuffite, le persiane in legno essiccato, le grondaie accartocciate. L'architettura coloniale tipica dei Caraibi. Solo che qui l'umidita' mescola l'odore dolce del curry a quello stomachevole del Kentucky fried chicken. La Malaysia riesce nel doppio miracolo di trasformare cinesi e indiani in cittadini ordinati e in cuochi pessimi: l'unica volta che finisco davanti ad uno schermo, osservo un baldo giovane armeggiare una decina di munuti con un tagliere e una macchina del gas prima di mostrare orgoglioso il piatto del giorno. Le patatine fritte.
A Singapore invece di Joyce vedo Jason. Anzi, ri-vedo Jason. Componente malese della caverna dei quattro continenti nel Flintstones di Goreme, si ricordava perfettamente di come avessimo rischiato di essere i primi dispersi nella storia pigeons valley della Cappadocia per oki-colpa di oki-Tim. Percio' una sera di fine novembre mi propone un piatto di ravioli alla bolognese in cambio di una ventina di settimane di racconti. Mi sento citare Ucha, Niyazov e Saiytbek. Lo vedo strabuzzare gli occhi e lo sento ridere a crepapelle. Come lui Emma, Karl, Henning, Rob e Doni - un indonesiano che ha un passato da pizzaiolo ad Auckland - un terzo dei sedici occupanti della piu' abbordabile camerata del piu' abbordabile ostello cittadino. Fenomeno da baraccone, neanche avessi attraversato mezzo mondo.
La 'citta' del mare', fondata sull'isola di Temasek li' dove secondo la leggenda un principe di Sumatra vide un leone, sta alla Malaysia come Hong Kong sta alla Cina. Stessa parabola coloniale, stesso mosaico etnico (qui i cinesi sono pero' maggioranza col 76%), stessa struttura cittadina, stessa densita' claustrofobica, stessa simpatica e discreta affabilita' della gente, stessi centri commerciali glaciali. Con in piu' una spruzzata di ulteriore benessere, di cosmopolitismo, di gusto per il cibo e di emancipazione femminile. A nord di Johor Bahru le signorne indossano sovente il tudong, il velo. A sud si coprono con insensibili minigonne lunghe un palmo e sculettano senza ritegno.
Tutti gli indicatori socio-economici, dal reddito pro capite all'HDI - l'indice di sviluppo umano - confermano che nessuno Stato del continente puo' vantare il tenore e il ritmo di crescita della minuscola tigre asiatica. Il connubio fra competitivita' britannica e abnegazione cinese ha fatto poi di Singapore, dell'isoletta che fino a 40 anni fa era solo la quattordicesima provincia malese, la fucina dei migliori studenti mondiali nelle materie scientifiche. E non solo.
L'eccezione mi presta il suo cellulare per fissare l'appuntamento con Jason. "L'Italia sta da qualche parte fra l'Inghilterra e gli Stati Uniti?" mi domanda. Non proprio, quella e' l'Islanda. "Europa meridionale? Mediterraneo?!? Cioe' in Medio Oriente?". Tombola. Le corre in aiuto l'amica, che contrae la mano sinistra nel vuoto, indicando l'Asia, e poi le avvicina la destra, tracciando quella protuberanza informe che ne e' il vecchio continente. Ecco, l'Europa e' li'. La ragazza del cellulare si illumina. "Ma allora siamo vicini!".
Gia'. Illuso io, che pensavo di aver fatto un sacco di strada per arrivare fin qui.
ps. Inserite 2 nuove galleries: Laos e Thailandia... Aggiornato Journeymen

mercoledì 21 novembre 2007

Sultans of Swing

(of blues, of oil, of serve&volley)

La parlata di F.P. e' un frullato inacidito di veneto, ligure ed emiliano. Assieme alle tracce di quell'eroina di cui nella sua giovinezza veneziana faceva un uso disperato, nelle vene gli sono rimaste spruzzate dei dialetti ciancicati negli ultimi mesi italiani. F.P. ha lasciato lo stivale nel 2002, subito dopo essersi ripreso da uno spaventoso incidente d'auto e aver compiuto quaranta anni. Da allora ha bazzicato in autostop l'Indocina in compagnia di un compatto zainetto verde militare e dei due strumenti che gli danno da vivere. Un'armonica e un mazzo di tarocchi. Finche' il 31 luglio scorso la ruota e' girata. In fondo a Khao San road un gruppo di giovanotti thailandesi gli ha offerto uno spinello e F.P., che da ragazzo non disdegnava ("ero spesso fuori, in tutti i sensi"), ha accettato per goliardia e cameratismo ma non ha neanche aspirato. Si e' ritrovato fra le mani un mozzicone con 5 milligrammi di hashish aggrappati al filtro e subito dopo le manette ai polsi. Arrestato da una pattuglia di Bangkok, che gli ha sequestrato tutti i mille euro che aveva in tasca e lo ha sbattuto in carcere, lasciandocelo per un mese intero con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti e con le catene ai piedi. L'avvocato d'ufficio si e' volatilizzato dopo il primo colloquio, l'ambasciata italiana lo ha abbondonato ("in galera venivano pure i funzionari di quella nigeriana e ugandese; quella americana sostenta i propri concittadini con 10 dollari al giorno. A me hanno detto che la nostra era in una fase di transizione") e senza neanche gli spiccioli per acquistare caffe' o biscotti allo spaccio della prigione, dopo due settimane di brodi vegetali F.P. ha cominciato a svenire ad intervalli regolari. La sorte gli ha strizzato l'occhio quando un giudice magnanimo ha riconosciuto la marginalita' del suo caso e lo ha liberato allo scadere del primo mese di cella, altrimenti la legge thailandese avrebbe previsto il trasferimento in un penitenziario temporaneo, dal quale sarebbe uscito solo pagando. Ma F.P. non aveva piu' un soldo in tasca. E forse neanche un amico. Spedito di nuovo per le strade di Bangkok, ha ripreso ad unirsi a gruppi blues, a suonare l'armonica nei pub e a leggere le carte ai viaggiatori, ma i dollari raggranellati da settembre in poi sono affondati una notte di novembre su una spiaggia malese. Il portafoglio gli e' scivolato dalla tasca ed e' sparito nella sabbia davanti all'oceano indiano. F.P. mi racconta la sua storia dopo aver chiesto 5 dollari a Simon - un timido assistente sociale tirolese - per leggergli il presente attraverso gli arcani minori e maggiori. Poi aggiunge che cerchera' di salire su un volo per Bangalore, poi forse andra' a far soldi suonando l'armonica negli Usa e infine svernera' in un atollo polinesiano. Forse scrivendo un libro. Ma che non ha intenzione di tornare in un Paese culturalmente schiavo della Sinistra. F.P. mi spiega anche che la droga fa meno male dell'alcool e che sono i pedinamenti di quelle "vere merde" dei carabinieri a spingere gli eroinomani al suicidio. Io non gli nascondo che le nostre vite non saranno mai diverse quanto le nostre certezze.

Anche Joseph ha fatto la valigia dopo aver spento quaranta candeline. Cosi' come quattro generazioni fa un suo antenato era partito da Madras e si era stabilito in Malaysia per lavorare nelle piantagioni di barbabietole da zucchero, lui non si e' accontentato della sua vita di camionista. Ha dato un bacio di arrivederci alla moglie ed e' volato a Southampton, si e' messo a sudare sulle carte universitarie ed e' tornato a Kuala Lumpur con una Laurea e un Master. Oggi fa il professore universitario, insegna lingua inglese e il suo viso tamil scuro e raggrinzito si distende volentieri in risate tenere e coinvolgenti. Joseph concorda che un ristorante indiano non sia degno di tal nome se non ha il naan, e quando mi sente protestare bonariamente con un cameriere mi invita a sedere e mi offre una cena spartana servita su una foglia di banano. Poi mi lascia cosi' come mi aveva trovato, mentre mi lagno con lo stesso cameriere, che' se in tutta la locanda non c'e' un coltello io il pollo affogato nella salsa di cumino e coriandolo lo spolpo pure con le mani. Ma se poi non mi rimedi neanche un fazzoletto e dal rubinetto non esce l'acqua, mi costringi a pulirmele sui pantaloni. Pero' dubito che siano meno impiastricciati delle dita.

Qualsiasi cosa i tarocchi abbiano detto a Simon, lui alla fine da' retta a me e al signor Bavaria. Dopo la terza mezza pinta prende in considerazione l'ipotesi di non tornare in Austria e di raggiungere Jules in Australia. Dopo la sesta invia una mail a casa e una alla sua bella inglese. Ad ogni modo anche lui il giorno dopo impacchetta e se ne va. A Simon succede Akiko. Ad Akiko Frederic. A Frederic Stephan. Poi Rosie, Noel, Mikela, Pat, Sam, Mike e Rachel che inciuciano fino in fondo. Il mio ritmo di viaggio e' costantemente fuori tempo. Quando parto non ce n'e' mai uno che vada nella mia direzione, quando resto sono gli altri che passano di corsa. E a Kuala Lumpur resto una settimana. Per due motivi.
Il primo e' pratico. La frontiera marittima indonesiana rilascia visti solo dietro presentazione del titolo di viaggio che attesti l'intenzione di lasciare l'arcipelago entro un mese. Ma il biglietto non ce l'ho, ne' lo avro' quando mi imbarchero' da Singapore. Percio' non mi resta che addentrarmi in quella foresta di grate che e' l'ambasciata indonesiana di Kuala Lumpur munito di una collaudata faccia da gnorri e di una versione triple face da sfoderare in base alla malleabilita' dell'interlocutore. C'e' quella "Certo che il tagliando ce l'ho. E' in ostello e lo esibiro' alla frontiera", quella "Non sapevo ma provvedero' appena sapro' quando entrero'" e soprattutto quella "Intanto di grazia favoritemi il visto, che' senza la certezza di entrare in Indonesia cosa lo compro a fare il biglietto per lasciarla?".
Il secondo e' futile. E attiene indirettamente al fatto che il 31 agosto 1957, esattamente 50 anni prima che F.P. fosse scarcerato a Bangkok, a Merdeka square - l'ombelico verde di Kuala Lumpur - veniva ammainata l'Union Jack e issata per la prima volta la bandiera malese. L'ex colonia si affrancava dalla corona britannica e dichiarava un'indipendenza che per un decennio abbondante sarebbe stata macchiata dal sangue degli scontri fra le tre etnie che arricchiscono in parti quasi uguali la nazione che somiglia ad un bocciolo sul punto di sbocciare. Oggi con la sua prosperita', il suo tasso di crescita annuo vicino all'8%, la sua stabilita' e la sua pacifica convivenza fra cinesi, indiani e malesi, la Malaysia festeggia il primo mezzo secolo di fiera e sobria liberta'. Il che, per un Paese che si ciba di sport ma da Atene 2004 non ha cavato neanche un misero bronzino, per uno Stato che fra regate internazionali e circuito di Sepang ha capito che investire negli eventi sportivi costituisce una vetrina per l'esterno e - finche' i tassisti che guadagnano 250 euro al mese non si ribellano - un motivo di vanto per gli abitanti, equivale ad organizzare una manifestazione memorabile. E per chi ha fame di sport ma si nutre di idoli altrui, il massimo della libidine e' una partita fra i due sovrani del tennis, due signori che insieme hanno vinto ottanta milioni di dollari di soli montepremi, 117 tornei, 26 titoli del Grande Slam, 12 degli ultimi 15 Wimbledon. Quando comincio' il loro regno sull'erba londinese al Quirinale c'era Cossiga. Pete Sampras e Roger Federer oggi parlano, domani - nel palazzetto di Shah Alam - giocano. Una prestigiosa esibizione, uno show di lusso. Sostanzialmente una fesseria. Ma dopo averne fatte tante, perche' negarmi proprio questa.

p.s. nel titolo c'e' anche il salto dal regale inquilino di Bandar Seri Begawan. Ottantamila abitanti affabili e indolenti e un unico bar aperto tutta la notte, quella piovosa di Scozia-Italia. Che i disponibili proprietari proiettano solo per me. Gli altri tredici frequentatori del locale che serve esclusivamente te', caffe' Illy e cioccolata calda sono inebetiti davanti ai loro laptop. Io mi inebetisco non meno di loro davanti ad una partita di calcio. Non ne guardavo da piu' di cinque mesi. Alla fine torno nell'unica, deserta, blindata guesthouse della cittadina. Commentando fra me e me. Panucci 6: mezzo voto in meno per il gol divorato al minuto ottantasette. E mezzo voto in meno per aver portato la Francia agli Europei.

giovedì 15 novembre 2007

What's my name, again?

Come ti chiami. Da dove vieni. Dove vai. Un fiorino. Panettieri o viaggiatori, albergatori o scansafatiche, ogni benedetto giorno non si scappa da questa sequenza di domande. Che se per difetto me le hanno rivolte una decina di volte al dì, staremo a milleecinquecento recite del copione. Ogni tanto rispondo che vengo dal Turkmenistan e che vado dove mi porta il vento, ma il più delle volte faccio il bravo. Dopodiché, quando l'interrogatorio preliminare è finito, o l'interlocutore si è dimenticato il mio nome, oppure - visto che all'orecchio asiatico deve suonare strano come Tuvshinghargal - me lo storpia, me lo strapazza o me lo ingentilisce. E giusto come curiosità, un paio di volte m'è capitato di chiedere di ripeterlo davanti alla Lumix. Ma questi qui sono fenomeni di bravura.

4. Performance di Monixo (Bukittinggi, Indonesia - 01.12.2007)

3. Performance di Mister Low (Georgetown, Malaysia - 14.11.2007)


2. Performance di Keo, monaco buddhista thailandese (Vientiane, Laos - 29.10.2007)

1. Performance di Igor (Kadji Say, Kyrgyzstan - 12.09.2007)

martedì 13 novembre 2007

De bich

Immagina un mondo a parti invertite. Le coste europee, da Santorini a Saint Tropez, da Torremolinos a Torre a Mare, invase da orde di asiatici, dalla creme del coattume spendaccione di tutto il levante. Vacanzieri famelici, superficiali e un po' maleducati, che convergono da ogni angolo di oriente con i loro pitoni tatuati sul deltoide e 24 ore su 24, 7 su 7, 365 giorni l'anno, si riversano in massa negli stabilimenti mediterranei assetati di svaghi, carichi di soldi e di desideri da esaudire. 
Metti che il primo dei desiderata sia che il posto che li accoglie somigli a quelli che hanno lasciato a casa. Metti che la necessita' economica e l'impreparazione prima, la connivenza e la mancanza di responsabilita' poi, indeboliscano l'istinto di conservazione della propria identita' di chi li ospita e col tempo gli amministratori locali e la legge del piu' forte trasformino dalle fondamenta le localita' balneari europee secondo le direttive e le inclinazioni degli ultimi arrivati. 
Metti che alla fine l'imperativo categorico diventi di assecondarne le richieste perché o così o pomì. 
Come effetto di queste tensioni centrifughe, dalle coste europee spariscono gradualmente gli alfabeti latino e greco e ovunque spuntano insegne, pubblicita', prodotti e menu esclusivamente in ideogrammi. Piano piano, le balere arrivano a suonare solo buona musica vietnamita, i bar a trasmettere i match del campionato pakistano di cricket, i chioschi a preparare leccornie cinesi come gli spiedini di scorpione e le zuppe di zampe di gallina. Perché i turisti orientali sono abituati a questo, pretendono questo. E nessuno ha la voglia di sottrarsi all'imposizione dei loro costumi o ha la forza di combattere le leggi del mercato. 
Va a finire che, nelle località di mare europee manipolate come pezzi di pongo, per tirare a campare le anziane devono indossare abiti folkloristici e armeggiare con rospi di legno pur di attirare l'attenzione dei ricchi turisti stranieri per vendergli qualche ammennicolo, le donne devono piegarsi a fare massaggi ai piedi di bofonchianti panzoni cambogiani, gli uomini non possono far altro che propinare souvenir tibetani, magliettine cingalesi, scarpe nepalesi e pantaloni indiani - falsi ma pari pari agli originali di moda in Asia. E le ragazze e i ragazzi possono semplicemente vendere il loro corpo.
Phuket e' cosi'. Al contrario, ovviamente. Perche' attualmente il mondo gira in questa direzione.
Sulla battigia thailandese gli stranieri sono arrivati in massa una ventina di anni fa. Hanno cominciato in punta dei piedi, chiedendo l'usufrutto di spiagge candide e larghe, quindi le hanno attrezzate con i loro passatempi e infine si sono appropriati del manico. Per le loro serate hanno consigliato ai locali di seminare trappole per lo shopping compulsivo ad ogni metro quadro. E per le loro notti, visto che c'erano, hanno chiesto e ottenuto che il Paese offrisse sesso facile a prezzi modici. 
Hanno investito tutto e tutti.
E di fronte al dilagare della contaminazione, l'unico Stato del Siam che nella sua storia non e' mai stato occupato da una potenza coloniale ha detto si', si' e ancora si', consegnandosi al dollaro e alla masnada che si muove da casa solo a patto che il diverso non sia troppo diverso, che la globalizzazione sia all'insegna dell'occidentalizzazione, che il terzo mondo scimmiotti se stesso, si faccia addolcire da un paio di palline Haagen Dasz e si prostri davanti agli sghei. Ringraziando, pure. E la Tailandia ha ringraziato.
Khawp khun (ka').
Figa - pensa qualcuno - naturale che vada cosi': noi siamo abili, forti, intraprendenti e civilizzati. Loro sono succubi, fragili, disponibili e sostanzialmente pirla. Ovvio - penso io - infatti per produrre una siffatta aberrazione culturale e umana bisogna essere in due.

Viaggiare da straniero nel Paese che da piu' di sessanta anni e' governato da Bhumibol Adulyadej, un monarca in rosa sempre piu' incartapecorito e sempre meno rappresentativo, e' difficile muoversi senza ritrovarsi un adesivo sul petto che dica a chi di dovere dove ti deve portare. Ed e' impossibile capire di cos'altro vivano i thailandesi se non degli introiti derivati dall'afflusso scomposto di 12 milioni di turisti all'anno. Qui si vende tutto, e quello che non si vende si affitta: una barca, un paracadute, una moto d'acqua, un buggy, un paio di mani delicate. O una spiaggia teoricamente protetta. Quella di Maya bay, in uno spicchio della piu' piccola delle due incantevoli isole di Phi Phi, nel 2000 e' stata chiusa per quasi un mese. Danny Boyle e la sua produzione di Hollywood hanno preso spunto dall'omonima novella di Alex Garland e si sono installati in un parco naturale, dove hanno ripreso il faccino di Di Caprio e la scucchia di Robert Carlyle nel film The Beach.
Una pellicola dalla quale si desume che i viaggiatori indipendenti siano membri di una setta di invasati antropofagi costantemente sotto l'effetto di sostanze psicotrope. 
"Quando se ne sono andati avevano modificato per sempre il profilo della spiaggia" si lamenta una signora che mi affitta maschera e boccaglio per lo snorkelling. 
Pero' adesso il numero di chi va a vedere quella distesa di sabbia e' quasi raddoppiato. E allora va bene cosi', perche' e' il risultato che conta.
E a giudicare dalla rapidita' con la quale si e' ripresa dalla devastazione del 26 dicembre 2004, l'isola che penzola come una goccia di terra nel mare delle Andamane ha imparato a perseguirlo senza troppi scrupoli, quel risultato. Progettata come un parco giochi per turisti poco abbienti, col tempo e' diventata il Bengodi degli acquisti e la Las Vegas della lussuria. Una volta che hai partorito un posto cosi' e' difficile tornare indietro, e' indispendabile andare avanti ed e' consigliato pure accelerare. Perche' chi rallenta si fa superare a destra e chi si ferma e' perduto. 
L'ovest sforna dissociati a iosa, e se Phuket dovesse frenare davanti a qualche rimorso di coscienza o dubbio esistenziale, altrove spunterebbe qualche altra spiaggetta, qualche altra comunita', disposta a mettersi in mutande. Per poi togliersele davanti ai soldi stranieri.

Percio' quando cala la sera, l'isola da' il meglio di se'. Davanti ad ogni bar, anche il piu' periferico e pudico, spuntano una mezza dozzina di signorine che ti invitano a bere. Non mordono, ma garantiscono quella compagnia che la maggior parte di chi e' volato fin qui non disdegna. E che a Phuket e' il minimo sindacale per sopravvivere alla concorrenza. Li' dove invece il gioco si fa' piu' duro, a Bangla', in una costola di Patong, proliferano i banana e i ping pong show, i locali dove pulzelle succinte ballano su una passerella finche' non arriva il turista di turno che per una cinquantina di euro se le porta un'oretta nell'hotel di fianco. Per strada si moltiplicano le avances delle meretrici, le occhiate spermatozoiche dei lady boy e le proposte di massaggio. Ai piedi, alla testa, su tutto il corpo, con olio o sportivi, quelli con la sorpresa nell'uovo. Il mare e' un accessorio, le giornate scivolano veloci verso la loro consacrazione. E siccome nell'hard discount della depravazione si respira polvere di viagra, l'identita' di ogni avventore pare marchiata a fuoco dalle sue abitudini sessuali, etichettata dalle finalita' della sua visita. 

Allora noti centinaia di lui bianco con lei thai, decine di lui bianco canuto con lei thai giovane, di lui bianco con un lui thai che pero' si sente una lei thai, di lui bianco con un lui thai che si sente un lui thai, di lui bianco venuto a cercare una lei thai, di lui bianco venuto a cercare un lui thai, di lui bianco venuto a prendere quel che offre la piazza. Se sei a corto di fantasie sessuali, fai una passeggiata per Patong e alla fine ne saprai piu' di prima. Tanto tutto si svolge en plein air, dalle proposte verbali alle carezze sullo scroto. Sara' un caso, forse una forma di prudenza, spero non una conseguenza di altro, ma a Phuket quasi non si vedono bambini. 
"Io vengo qui due volte l'anno - mi dice Uwe, un quarantreenne tedesco - passo un po' di tempo a Patong e un po' a Pattaya dalla mia ragazza. La quale (ride) e' sposata con un italiano che la mantiene a distanza girandole 300 euro al mese". Mi ricorda un'altra storia. Quella che che fini' con una ragazza peruviana sposata col gestore di un bar di Pavia che in una discoteca di Arequipa mi pianto' teatralmente un dito sullo sterno e mi disse: "Non sai quello che ti perdi". 
Sbagliato. Con uno sforzo di immaginazione ci arrivavo, a capire cosa mi fossi perso. 
Me lo sono volutamente sempre perso, dappertutto. Ma il punto non era e non e' mai stato quello.
Percio', per evitare che anche Uwe mi pianti un dito al centro del petto e mi dica che non so quel che mi perdo, non glielo confesso mica che per la seconda volta me ne vado dalla Thailandia senza trombatine all'attivo. E non gli dico neanche che a Phuket non ho comprato una t-shirt che sia una, e che i miei unici souvenir sono una contusione al polso sinistro, una al ginocchio destro, una all'anca e due ecchimosi grosse come bruschette sugli avambracci. Non mi ha mazzulato nessuno, e' solo overdose di beach volley. L'unica cosa che mi manca della Thailandia quando martedi' sera, dopo 13 ore di trasferimenti, arrivo a Georgetown, in Malaysia.Un altro mondo.

venerdì 9 novembre 2007

Un po' dolce, un po' salato...

Un piccolo salto all'indietro per inaugurare la playlist di mini-video by DariodiViaggio.net... una piccola testimonianza della colonna sonora che ha accompagnato il passaggio attraverso il Kyrgyzstan a bordo dell'auto del buon Aleksej.



p.s. 2 nuove gallerie di foto nel RTW Overland 2007: Kazakhstan e Kyrgyzstan

martedì 6 novembre 2007

Corsi percorsi ricorsi concorsi

"Ciao bello, io sono Patty". Buongiorno, Patty, il piacere e' mio ma soprattutto del mio amico Neil di Kilkenny. Che poi e' un amico in senso molto lato. Fino a dieci minuti fa io non sapevo neanche come si chiamava, lui e' ancora convinto che io sia svizzero. Pero' gli sono debitore, perche' prima di infrangere tutte le basilari regole della prossemica fra sconosciuti e sistemarti quella mano sulla coscia, mi ha offerto una Tiger. All'alba. Per quel poco che ti interessa devi sapere che tre anni fa sempre un irlandese mi allungo' la stessa birra, sempre alle sette di mattina, sempre nella stessa strada, sempre nello stesso pub, sempre allo stesso tavolo. Dove io arrivo sempre sfatto di sonno e dove trovo sempre frotte di ragazzi piu' sfatti di me, anche senza una nottata in bus sulle spalle. Il caso sa scadere nella prevedibilita' piu' della routine. Sembra che sulla Terra nessun posto come Khao San road centrifughi le tappe dello sviluppo dei figli del primo mondo in un ciclo e riciclo di dinamiche immutabili e ripetititive. Nella strada 'del riso macinato' si arriva con la puzza di latte e si riparte con quella di marijuana, si celebrano i riti di passaggio ad un'adolescenza quasi matura con una trafila di manifestazioni apparenti e di battesimi - gli henne', i dreadlocks, i tatuaggi, i piercing, sesso droga e rock&roll - conferiti in catene di montaggio sui marciapiedi, qui la dipendenza dai genitori viene soppiantata da quella dello specchio del gruppo, qui il tempo libero comincia a far rima con consumo. Ma siccome gli altri centri di gravita' permanente del movimento turistico di Bangkok - Patpong, Soi Nana e Soi Cowboy - sono autentici puttanai per signori con la bavetta alla bocca e il portafoglio pieno di solitudine, fra i due tipi di squallore dolciastro preferisco questo. Per lo meno spensierato e innocuo, anche se la miscela con Halloween e' micidiale. Oh Neil, oh Patty, se i miei appesantiti e boriosi brusii cerebrali non interferiscono col vostro pomiciare, io resto qui a sorseggiare la mia birra mentre finisco la colazione che mi ha offerto quel francese, Julien. Anzi, scusatemi se ci sto mettendo piu' del dovuto. Ma e' piu' di un mese che non maneggio una forchetta.
"Non sai quanta patata c'e' in giro". Se e' per questo non parlo italiano da sessanta giorni. Ma ricordo abbastanza da riuscire a penetrare i meandri del gergo di Vittorio, che si materializza nel pub quando le Heineken di Neil e Patty - strisciati nell'hotel di fronte - sono ancora fredde. A naso Vittorio intende che l'approccio con una nazione nuova di zecca talvolta puo' essere reso meno traumatico dalla massiccia presenza di ragazze avvenenti, disponibili o avvenenti E disponibili. Vittorio si definisce affascinante, gentile, garbato ed educato. Sotto dettatura aggiunge figlio di. La differenza fra di noi sta negli input visivi assorbiti sin dalla tenera eta': dal suo terrazzo si ammira San Pietro, dal mio balcone la cucina dei Manelli. Apprensivo intraprendente, affettuoso bastardo, goliardico edonista con venature teo-con, torello con un accenno di pancia da commenda, e' venuto in Thailandia con un programma preciso: niente visite alle citta' del triangolo d'oro - Chiang Mai, Chiang Rai e Sukhothai - perche' delle infognate clamorose (nel gergo di Vittorio: "destinazioni di difficile approdo per via della dislocazione remota"), ma una gita ai ruderi di Ayuthaya, per evitare che la vacanza assuma i contorni della papponata (nel gergo di Vittorio: "un'esperienza improntata alla esclusiva soddisfazione degli istinti primordiali - mangiare, bere, dormire, magari fare selvaggiamente all'amore - con atteggiamento da colono") e poi tanto mare con l'obiettivo di conoscere - possibilmente in modo biblico - un numero nutrito di fisicate (nel gergo di Vittorio: "signorine talmente apprezzabili dalle caviglie al collo che tutto quello che sta sopra e sotto e' trascurabile"). E con una tecnica affinata nel rimorchio: "Ormai sono un ghepardo - mi dice - e sono infallibile: quando je parto o ci stanno o mi pisciano". Lo pisciano una russa, un'americana, una svedese e una odiosa hostess ceca.
Alla fine sulla sabbia argentata di Koh Samet si fa cosi' soprattutto la conoscenza di Shannon dal Colorado e Damien da New York, due reduci dal campo base dell'Everest dove una organizzazione non governativa statunitense ha confezionato il concerto piu' alto del mondo per sensibilizzare i nepalesi e raccogliere dei fondi da dirottare nella lotta al cancro. Nonostante la sfacchinata, lei ha ancora la forza di respingere gli assalti di tutti i bonzi da spiaggia che le capitano a tiro, lui di strimpellare fino a notte fonda il suo repertorio Settanta che va da Battisti a Warren Zevon. Barba, baricentro basso, movimenti scattosi e raschio alla Joe Cocker, Damien e' titolare di due aziende imprecisate ma e' anche autore di canzoni calde e orecchiabili, e all'indomani di un due di picche pubblicamente ricevuto da una diciottenne dello Jutland, aspirando un cannone compone una melodia ("Oh sweet Marie-what have you done to me, oh sweet Marie-would you marry me, oh sweet Marie-my danish ba-by...") che si candida a colonna sonora dei falo' del futuro. Forse.

In tutto questo - che poi e' questo al cubo - io non fatico a trovare hobby alternativi. Se attorno al mio ego straripante non succede niente vado anche a stanare i crotali, ma se succede un troppo che mi ripugna osservo, pontifico e poi mi rintano nelle mie abitudini da vecchio giovane. Passeggio, fotografo, gioco a beach volley, rimpinguo il parco-bandierine di tessuto, leggo tre libri in sei giorni e ne compro altrettanti nel buco pieno di primizie gestito da Wa Li, un giulivo thailandese di origine cinese cui rifilo anche una lonely planet di quarta mano e dal quale acquisto due chili di carta di qualita'. Celine, Haddon, Houellebecq, Hosseini, tutto quello che cercavo, tutto in lingua originale. Gli lascio solo un libro di Simenon in italiano, e solo perche' mi dissuade Vittorio. "'L'uomo che guardava passare i treni' e' una palla - mi assicura - E' la storia di un uomo che guardava passare i treni e che ogni tanto dice: 'Toh, e' passato un treno!'". Il mio sguardo di traverso e' divertito, lui si scioglie e spiega. "Se ultimamente sono peggiorato e'... perche' sono migliorato". Nel gergo di Vittorio: un'infognata clamorosa nella papponaggine che si estrinseca davanti a tante patate fisicate. Credo.

domenica 28 ottobre 2007

Paranoid androids

Sullo schermo la Thailandia, la Malesia e Singapore sono imbiancate, Papua e le isole indonesiane tinte con un giallo pallido. La chiazza rossa, effettivamente, veste il resto dell'Indocina, dallo Yunnan alla Cambogia, dalla Birmania al Vietnam. "Guarda il Laos - Mathieu, un mansueto barbuto di Lilla, mi ferma sulla porta dell'ostello di Kunming per mostrarmi un sito internet francese - e' giusto al centro della zona ad alto rischio malarico. Hai fatto la profilassi?". Ovviamente no. Primo perche' non ne sapevo nulla, e secondo poi perche' io e le malattie abbiamo un rapporto di reciproca indifferenza: io non mi preoccupo di loro, e loro mi lasciano in pace. "Tu hai voglia di scherzare. Ce l'hai il repellente antizanzare?". Quello si'. "Beh, non ci fai niente". ... "Fidati, andare in Laos senza precauzioni e' un azzardo". Ti ringrazio per l'appello accorato, Mathieu, ma per deformazione caratteriale gestisco meglio i guai che le paranoie. "Aspetta qui, ho una cosa che ti salvera' la vita". Se e' una scatola di preservativi, me l'ha gia' regalata un tuo concittadino tre mesi fa. Ed e' ancora incellophanata. "Tieni". Neanche il tempo di dileguarmi, che Mathieu riappare con il suo zainetto, occupato per un quarto da un contenitore della Tupperware da pic nic di Pasquetta. Solo che al posto dell'insalata di riso ci sono medicine a sufficienza per un reparto del Gemelli. Mancano solo quelle contro l'ipocondria. Dal mucchio ne estrae una confezione di Lariam 250mg e me la porge. "Prendi una compressa subito. Poi le altre ad intervalli di tre giorni". Ti ringrazio, ma mi risulta che queste ti scassino lo stomaco e che il morbo sia resistente al principio attivo. "Forse, ma e' l'unica cosa che puoi fare per limitare il rischio. Stai per andare incontro al paludisme". Veramente neanche in Botsw... "Se ti viene la febbre, corri subito all'ospedale". Ho capito va, grazie mille Mathieu. "Se non ce sono nei paraggi, consulta almeno un medico". Afferrato, grazie per le pillole. "Se la febbre non accenna a diminuire, continua a prenderne ad intervalli sempre piu' brevi, fino ad una pasticca ogni 6 ore". Si', mo' me lo segno. Grazie anche per le informazioni. "Dopodiche', se non le usi tutte, riconsegnale alle farmacie munite di contenitori per la raccolta di medicinali scaduti, con i quali...". GRAZIE, MATHIEU. Ma se non mi lasci prendere quel bus, in Laos neanche ci arrivo.Per una volta che il visto e' puntuale, il torpedone e' pieno. La soluzione diventa lo spezzatino fai da te. Sette passaggi, a partire da quello di un esuberante cinese che mi scorta di corsa al terminal recitando in un mantra tutte le marche di auto (Audi-Honda-Wolksvagen-Ferrari-Benz-Toyota-Opel-Bmw-oh-Bmw, ohi-ohi-ohi) che sogna di guidare, e in stazione ho giusto il tempo di risucchiare gli ennesimi noodles istantanei salendo in corsa sul bus per Mengla'. Ultimo biglietto utile, posto numero 33, proprio in fondo, dove i sedili sono lettini larghi 40 centimetri, lunghi meno del necessario, incavati nel solito cupolino porta-gambe, appiccicati e appiccicaticci. Il famoso genio dell'incastro ne ha ricavati dieci in un volume di due metri per due metri per due metri scarsi, ma la struttura scricchiola terribilmente ad ogni sobbalzo. Per entrarci bisogna contorcersi e incassarsi, per stendercisi bisognerebbe staccarsi le braccia, e compresa nel prezzo di ogni curva c'e' la ginocchiata del vicino che russa con le scarpe vicino alla testa. Nell'antro della promiscuita' confluiscono gli umori da usura del tempo, il tanfo dei calzini bucati, l'afrore dei vestiti mai troppo lavati. E non arriva un filo d'aria. In compenso dal motore salgono zaffate bollenti di olio bruciato che squagliano le scapole e amalgamano le puzze con maestria. L'effetto nel naso e' quello della spazzatura cotta al sole. Cerco disperatamente il bottone per spegnere la funzione olfattiva, poi provo a darmi il colpo di grazia con la discografia di Pino Daniele. Ma di prender sonno non se ne parla. E mentre ai lati della gabbia sfilano le ombre del Xishuangbanna e dei suoi contadini attrezzati con torcette frontali, alla quindicesima ora di sbatacchiamenti, inchiodate e gomitate, sentendo il richiamo del mio bistrattato apparato immunitario, inghiotto una compressa di Lariam. Per noia.

A Mengla' il bus arriva col buio. E sempre con l'oscurita', piu' di un'ora dopo, un furgoncino mi deposita a Mohan, il villaggio fantasma di frontiera. Dove aspetto le otto e mezza per la cerimonia di apertura del varco: tutto l'organico al completo, present arm, marcetta, sistemazione delle divise, passo dell'oca, alzabandiera e inno nazionale. La scenetta, immersa nella bruma dell'alba tropicale, andrebbe immortalata. Ma e' assolutamente vietato usare digitali e derivate. E poi riavvolgo il nastro degli ultimi due mesi: dall'Uzbekistan sono uscito col visto scaduto, in Kazakhstan sono entrato scavalcando una recinzione e ne sono fuoriuscito dichiarandomi un terrorista armato, in Kyrgyzstan sono arrivato e partito scattando foto ed esibendo visti approssimativi, in Tagikistan ho combinato di peggio. Almeno stavolta e' il caso di non insistere nella caccia ad un paio di manette. E poi la Cina ha gia' dato. In cima ad Irkeshtam, al di la' della sbarra di confine, invece di un cartello, di un segnale o di un semaforo, mi aveva accolto un militare. Bardato, infreddolito e ritto su un piedistallo da pizzardone, al mio passaggio aveva sollevato di colpo una bandierina verde, indicandomi il container del controllo passaporti (non che mi fosse sfuggito, essendo l'unica traccia della presenza umana nel raggio di cinque miglia) e intimandomi di riporre la macchina fotografica. Avevo obbedito a parole. Nei fatti lo scatto alla cieca inquadra sia il playmobil sia la bandierina. Salutata la Cina, un tuc-tuc mi scorta a Boten, sul lato laotiano del confine. I doganieri qui sono appena nove, e in una bacheca sfoggiano con orgoglio le istantanee di un'amichevole di calciotto con i dirimpettai. Solo che i cinesi sono quarantacinque. E della partita non si riporta il risultato.
Da Boten a Udomxai la strada e' spesso virtuale. Il limite e' fissato sui 30 orari, ma il problema e' avvicinarsi a quella velocita', non superarla. Mika aveva provato a convincermi che fosse una sciocchezza. Finlandese suburbano, con quelle guance rigonfie, il doppiomento, le narici larghe, il setto schiacciato e le labbra siliconate sembrava un suino albino. In realta' era soprattutto un cretino. Che nel Cloudland di Kunming mi aveva dato del quarantenne ("Sara' la barba". Si', oppure che sei un beota) dopo avermi mostrato una cartina del Laos, aver preso approssimativamente le misure della scala fra pollice e indice, allargato il compasso percettibilmente e posizionato le dita in linea retta fra la frontiera e Luang Prabang. Come se ci andassi in funicolare. "Sono 100km scarsi, ci vogliono un paio d'ore" la sua profezia. I chilometri sono 300 e le ore di viaggio 9 e mezzo. Durante le quali, fra un posto di blocco e l'altro, dalla vegetazione saltano fuori alcune bisce, parecchi camion disposti a frontali vincenti e una miriade di villaggetti identici: un pugno di palafitte col tetto spiovente di paglia, maialini che grufolano, uomini che trasportano fasci di legna sulla schiena, ragazzine con le sporte legate in fronte, donne che ruminano spighe di orzo, bambini che interrompono il gioco per correre sul ciglio a salutare il passaggio dei pickup, sciami di motorini tutti diversi, talmente piccoli che sembrano fatti in casa. E che si guidano con una mano, mentre l'altra tiene un ombrellino, una gallina o un neonato. Fra le palme e i banani le carnagioni si fanno ambrate, gli occhi si riprendono parte della forma tondeggiante, i sorrisi tornano a splendere, la quiete a regnare e soprattutto, come per miracolo, riappare il sole.
Ventotto ore dopo la partenza da Kunming, in qualche modo, arrivo a destinazione. E durante le operazioni di cambio incrocio un omino sulla sessantina. Tarchiato, con la testa ovoidale, un accenno di pappagorgia, gli occhi piccoli resi ancor piu' minuti dagli occhiali spessi e una buffa maniera di guardarti dal basso verso l'alto, inclinando indietro tutto il busto. Ha la silhouette inconfondibile della vecchia conoscenza, se non ricordo male si chiama Jean-Yvon. Ci siamo intravisti una mezza dozzina di volte, in passato, l'ultima quasi sei anni fa. E in sua assenza, nel suo disordinatissimo appartamento di Suresnes, alla periferia ovest di Parigi, ho trascorso settimane indimenticabili a base di frustrazione, alienazione e molto meno sesso di quanto avrei voluto. "Buongiorno zio, si ricorda di me?". "Ah... l'italiano... il giornalista... il fotografo... il viaggiatore". Si', tutto e niente, sono io. "...allora quando torna in Francia mi saluta sua nipote Carole?". Che sta in Tanzania. A proposito di coincidenze e mezze Delusioni.

Adagiata con i suoi 32 templi sulla penisoletta fra il Mekong e la docile sinusoide di un suo affluente, il Nam Khan, Luang Prabang e' patrimonio dell'umanita' che vive di turismo. Ma che appoggiandosi sulla gentilezza non smaliziata dei suoi abitanti non ha ancora perso l'ingenuita' della fanciulla acerba. Ex capitale del regno, e' una cittadina rilassata, garbata e tranquilla, che pero' in questi giorni e' agitata da un fermento positivo, da un fremito di gioia collettiva. Il 27 ottobre si celebra infatti il lai heau fai, una ricorrenza buddista che coincide con la festa per la luna piena piu' importante dell'anno, la prima che cade dopo la stagione monsonica. Quella che segna la fine delle piogge e il ritorno del sereno. Per tre giorni i monaci e gli abitanti preparano grandi barche di cartapesta, dispongono in ogni angolo candele e foglie di gelso inghirlandate con fiori arancioni, fanno le prove di effetti speciali con miccette e fischiabotti, assistono tifando a gare di canoa fra villaggi, sbattono piatti e suonano tamburi. Sono le prove generali della grande processione in abiti tradizionali che si conclude nel tempio principale, il Wat Xieng Thong (pron. Uat-scien-ton: quando un monaco m'ha chiesto se ci ero mai stato ho attaccato con Chicago e San Francisco, prima di arguire che avevo sbagliato strada...) mentre le barche vengono affidate alla corrente del poderoso Mekong. Tre giorni giovani giovani in una guesthouse profumata, in compagnia di Taylor la bionda, Christina la mora e Tierney la rossa - aspiranti fattone dal sangue anglosassone allungato col brunello di Montalcino - e di una biciclettina rosa, col cestino e senza freni, sulla cui sella appuntita metto a repentaglio reputazione, potenzialita' riproduttive e noce del capocollo fra le piste di campagna. Poi, quando della festa resta solo la cera rappresa sui marciapiedi e mi incammino verso Vientiane, lo rivedo. Mika, il finlandese dei 100 chilometri, delle 3 ore e dei 40 anni. Indossa un paio di anfibi e una tuta mimetica con striature ocra e sta sferzando l'aria con un arnese simile ad un manganello retrattile. "Mi alleno all'autodifesa attiva". Autoche? "Questo l'ho preso in un mercatino cinese, ma ho anche un coltello. Mi premunisco contro ogni pericolo". Nel Laos? "Certo. L'Indocina e' piena di rischi!". Come no. A proposito, Mika, tu l'hai fatta la profilassi antimalarica? No? Tieni, allora. Ne manca solo una...

mercoledì 24 ottobre 2007

Somewhere over the rainbow

Caro diaro,
stanotte si va in Laos. Che messa cosi' pare una passeggiata. In realta' tocca prima tornare al Consolato di Kunming, ritirare il visto alle 16 e catapultarsi alla stazione dei bus, sperando di arrivarci per il torpedone delle 17. Mi dicono che il sovrapprezzo di 4 Yuan sul biglietto non garantisca l'arrivo a Muang Xai o a Luang Prabang, ma solo il risarcimento in caso di danni permanenti. E dato che l'assicurazione non copre le psicopatologie acquisite, e' una fortuna aver rimediato un libro. Altrimenti per ammazzare 30 (trenta) ore di strada dissestata avrei avuto la tentazione di evirare me stesso o il mio vicino. Mi dirai che per preservare la propria sanita' mentale ci sono letture piu' indicate dell'autobiografia di Jodorowsky. Ma qui l'alternativa era quella di Rooney.
Comunque si', hai capito bene, ho detto Laos. Si', lo so che e' un deja'-vu. Si' lo so che un collezionista di timbri non rimette piede due volte nello stesso Paese, che quando e' capitato e' stato per gioventu', per necessita' o per due minuti. Ma, sai, forse c'e' solo una calamita che mi attira piu' dell'ansia di novita'. E' la possibilita' di imboccare strade cariche di simboli. Lo so, e' una penosa scorciatoia per indirizzare le scelte, un righello di metallo freddo sullo scorrere della vita, un patetico artificio che estende sul presente la dimensione mitizzata del passato. Ma ne subisco quella musicalita' che al caso, a priori, manca. 
Insomma, prima che in Myanmar scoppiasse il bubbone, il percorso l'avevo immaginato cosi'. Perche' quell'assaggio di Laos - quattro anni fa - e' stato pieno di appunti scarabocchiati dal destino che per ignoranza chiamo coincidenze. E' stato pregno di memorabilia che volevo rievocare. O onorare, fai tu.
Lungo quel bagnatissimo ovale indocinese, io e Stefano c'eravamo affacciati fra i canali di Bangkok, avevamo tagliato in barca la Cambogia, avevamo navigato il Mekong e risalito la costa del Vietnam fino alla baia di Ha Long e Hanoi. 
Per me era stato un farmaco generico contro l'ultima mezza Delusione, per lui un casto e scapestrato addio al celibato. Io sono ancora convalescente, lui s'e' sposato con Roberta dieci giorni fa, tre anni dopo quel viaggio invernale.
Nella capitale del nord avevamo vissuto una vigilia di Natale anomala ed esuberante: famiglie di 3 elementi aggrappate alla stessa bici, gruppi di 4 o 5 ragazzini incollati su ciclomotori fumanti, affamati di strada e di marciapiedi, a menare col clacson prima di affluire in piazza, nelle vie, nei locali o attorno al laghetto per festeggiare rumorosamente vestiti da Santa Claus, mescolando sacro e profano, trombette e Madonne, foto-ricordo e veglie di preghiera. 
Il quadro somigliava piu' ad un carnevale, ad un capodanno, alla vittoria di un campionato di una squadra biancorossa, che ad una celebrazione religiosa. Poi all'una di notte tutti a casa. La sera seguente, dando retta al calendario gregoriano era il 25 dicembre 2004, un minivan ricolmo di pacchi ci doveva portare in Laos attraverso la notte e le montagne dell'interno, assecondando il ritmo sincopato imposto dall'asfalto sconnesso. 
Era la prima volta che durante quel viaggio ci allontanavamo dall'acqua. 
Salendo sulla corriera, una riflessione di Susan Sontag mi invadeva la mente senza chiedere permesso e si accomodava fra le righe del mio quaderno prima che le buche mi obbligassero ad attappare la penna e a penetrare le pagine di un romanzo francese. Che stavo divorando finche' una frase stuzzicante mi suggeri' di sequestrare il cellulare di Stefano (io avevo e ho sempre viaggiato senza) per inviare a tre amici lo stesso SMS. Conteneva una fregnaccia pseudo psicologica a sfondo autoironico, e precedeva un breve sonno funestato da un'onda gigante che riuscivo paurosamente a domare surfando sulla cresta. Io che a stento sollevo una vela.

L'indomani pomeriggio, arrivati a Vientiane, ingurgitando un piatto innominabile in un locale semideserto, ci imbattemmo in un televisorino che mostrava immagini indecifrabili, apparentemente di archivio. Quello sullo schermo sembrava un documentario sul mare, che in Laos non c'e'. 
In realta' era un servizio del tg. E anticipava che il mondo s'era svegliato nel lutto e nel terrore: vicino a noi s'era abbattuto lo tsunami, uno dei piu' catastrofici eventi naturali della storia dell'uomo. 
Sul telefonino di Stefano, spento, stavano arrivando decine di messaggi allarmati. 
"Comunicateci subito la vostra posizione" il telegramma di mio padre. 
"Qualsiasi cosa stia accadendo sulla costa, riguarda noi come la neve di Stoccolma riguarda voi" la mia risposta. Che se formulata vis-a-vis lo avrebbe spedito in galera per strangolamento del figlio. Solo due giorni dopo, rientrati in Thailandia, avremmo preso piena coscienza della portata della tragedia che ci aveva solo sfiorato e per via della quale i nostri nomi erano stati inclusi nella lista dei dispersi. Il 28 dicembre 2004 scopriro' che per qualche giorno ero finito alla voce 'missing people' a causa dello tsunami e la sera stessa, a New York, la Sontag si spegneva a 71 anni. 
(e a 'sto punto fossi in Simon Leys partirei con gli scongiuri).
Ah, il libro era di Picouly, un regalo di Piero. E la frase stuzzicante parlava del rapporto fra la mente umana e la paura della catastrofe. L'avevo piegata a uso e consumo del tragitto notturno sul furgone vietnamita, ma quel messaggio Paolo non lo ricevette mai. Avevo sbagliato un numero. Antonio invece rispose subito. Alberto tre minuti dopo, con una fiocina delle sue. E nel post scriptum citava Cassano. Rispondeva sempre, Alberto D'Aguanno. Perche' c'era, sempre. Qualsiasi cosa gli proponessi ti infilzava con una stilettata piu' acuta. E quando cominciava lui, stargli dietro era una fatica corroborante. Sapeva stimolarti e pietrificarti, coinvolgerti e esaltarti, usando lo stesso tono, la stessa ironica intelligenza, lo stesso stile di essere. Quello che generava identificazione, ammirazione, sete. Alberto dava dipendenza, mai assuefazione. Piu' che un amico, una speranza. Una presenza costante, ingombrante, necessaria. Evidentemente gia' all'epoca. E da allora, quando era a corto di cartucce, per prendermi in giro Alberto ritirava fuori quell'SMS dalla strada verso il Laos. Un piccolo manifesto della nostra frequentazione che era diventata condiscendenza, che era diventata considerazione, che era diventata confidenza, che era diventato affetto, che era diventata complicita'.

Per questo, a chi mi domanda cosa mi manca in questo viaggio, oppongo un imbarazzo triste dal quale esco con una verita' parziale. Perche' e' piu' facile parlare di nipotini e di abbracci fraterni che spiegare chi era Alberto. E se la risposta sarebbe secca come il dolore che provoca, circoscriverla a questo concentrato di emotivita' itinerante sarebbe un'offesa al vuoto che quella notte di dicembre ha creato tutt'attorno. Sono trascorsi 10 mesi e piu', non so quanto ci voglia per elaborare furti del genere. Ma ogni ricordo ficca ancora un ago in fondo ai polmoni, ogni pensiero scatena ancora una vertigine che semina nella testa tanti maledetti perche'. E gonfia ancora gli occhi di lacrime grosse e dolci.
Ecco. Mi manca quel cuore che ha deciso di fermarsi, quella vita che ha smesso di correre, 320 giorni fa, in beata solitudine. Ma nel dubbio che sia solo un brutto sogno, stasera, sulla strada verso il Laos, io ci riprovo a mandargli un messaggio. Perche' Alberto c'e' sempre. E un'occasione cosi' per sparare un colpo dei suoi - per prendermi per il culo - non se la fara' mai scappare.
Eccomi nell'abituale tenuta da combattimento per il varco della frontiera...

domenica 21 ottobre 2007

Lacina

Verso il decimo giorno abbiamo iniziato a metterci d'accordo almeno sul concetto di railway station. E' vero, io avrei potuto imparare subito a dire huoche' zhan, ma confidavo nell'insegna che sovrasta l'ingresso di ogni scalo ferroviario cinese. E mi illudevo che quei caratteri cubitali aprissero crepe di luce anche nelle scatole craniche piu' sigillate. Macche'. Per cinque settimane comunicare e' stato come andare in salita col cambio inceppato e le ruote sgonfie. Se non ti dispiace scendo e spingo, che faccio prima. Ce l'ho anche con te, prototipo del venditore di bevande. Sarebbe interessante sapere perche' si smerciano contenitori da 596ml o se quest'acqua sgorga da una sorgente tibetana o e' fiume Giallo purificato, ma ti assicuro che se sventolo le banconote e abbozzo ghirigori con la mano e' solo per sapere quanto cacchio costa questa bottiglietta. Nient'altro. E anche con te, proprietaria della drogheria che ovviamente non capisci la parola deodorant. Possibile che il mio mimo, il gesto di strofinarmi le ascelle con uno stick, ti faccia venire in mente, nell'ordine, un rasoio, un pettine e un pacco di assorbenti interni? Tu non ridere, oh gioviale uomo della strada, che ti avvicini disponibile e poi ti fai attanagliare da un timor panico che ti secca la gola e l'inglese: se la domanda che ti rivolgo e' introdotta dagli avverbi where, when o what, e' inutile che mi rispondi yes, yes, perche' io non ho bisogno di una conferma, ma di un'informazione, cribbio. Chiaro? Ooohhh.... yes, yes, yes! D'altra parte vai a farti intendere a gesti, quando qui il numero uno si indica sollevando il mignolo, per il due si aggiunge l'anulare, per tre il medio, per il cinque c'e' chi apre tutte le dita e chi chiude il pugno e per il dieci si incrociano gli indici disegnando la X latina. E se fin qui ci si puo' pure arrivare, la vicenda si complica col sei, che si fa stendendo oltre al pollice anche il mignolo, col sette e il nove, uncini pressoche' identici con gli indici, e con l'otto, quel segno che per i nostri bambini indica una pistola e per i nostri bassi un manifesto consolatorio. Stando cosi' i numeri, figuriamoci i contenuti. L'incomunicabilita' deflagra nello scontro di etnocentrismi idiosincratici al relativismo culturale. Rinchiuso nella mia angusta forma mentis, per esempio, io c'ho messo sei viaggi asiatici per capire che la maniera orientale di sedere sui talloni non ha nulla a che vedere con l'elongazione del quadricipite femorale. Serve a garantire l'equilibrio quando si caca nei cessi alla turca.

"Il fascino unico che la Cina esercita su coloro che l'avvicinano puo' essere paragonato all'attrazione fra i sessi - ha scritto il sinologo belga-australiano Simon Leys - ... (a differenza dell'India)... la Cina rappresenta il polo opposto dell'esperienza umana...e' l'indispensabile altro che l'Occidente deve incontrare per prendere davvero coscienza del proprio Io culturale". Ecco, il mio Io culturale (che davanti a quei pezzi di cadavere a mollo nel Gange non s'era comunque sentito fra due cuscini) c'ha messo tutta la buona volonta' per abituarsi al sottofondo musicale, quella nota di risucchio collettivo con parcheggio del catarro nella cavita' orale, quella rullata da sistemazione della saliva sulla lingua e quell'acuto da feroce espulsione del composto che scandisce una normale giornata cinese. Ma lo spartito fatica a fare breccia e a provocare un senso di limitatezza nel mio Io culturale. Tanto piu' che se papa' sputacchia, l'erede al trono piscia. I vestitini per bambini in Cina incorporano uno spacco sotto il cavallo, un lasciapassare per l'evacuazione seduta stante che rende superflui i pampers. Basta arrivare all'eta' della parola e dire "mi scappa", che la mamma ti prende in braccio, ti solleva le gambe, ti allarga il pantaloncino e te la fa fare dove capita. Quando cala la sera, fra composti organici di varia provenienza, sulle piastrelle delle sale d'attesa delle stazioni si stratifica una patina di fluidi collosi, una polpa di umori rancidi. Se ti si slacciano le scarpe e' consigliabile lasciarle cosi' per sempre.
Man mano che obbligavo le mie giunture a sopportare strizzate da 26 ore su brandine rigide larghe 50 centimetri e le papille gustative a reggere l'ustione degli spaghettini istantaneamente piccanti, l'interazione e' comunque progredita. Nel raggio di un sorriso si materializzava sempre un volontario disposto a capirmi, un gruppetto di ragazzine vogliose di praticare l'inglese o un bambino col desiderio feticistico di farsi immortalare con uno straniero coi peli sulle braccia e la barba di tre giorni. Ma da li' a evadere un po' di questioni in sospeso ce ne passa. Avrei voluto per esempio domandare ad una donna incinta con quanta malinconica intensita' si vive la gravidanza, un evento che nella Cina del terzo millennio e' doppiamente unico. Mi sono consolato pensando che in Asia non ho mai cavato nessun ragno da nessun buco. Che fosse futile ("Perche' in Libano tante auto hanno l'adesivo CH?" "Quale adesivo?" "Questo, ce l'hai anche tu!" "Ah, questo... boh!"), contorta ("Come vi rapportate in Mongolia con l'anomalia che difficilmente vedrete mai il mare, l'elemento preponderante sulla Terra?" "Io l'ho visto, e' sporco") o sostanziale ("Cosa spinge un bambino a farsi monaco buddista?" "I genitori") la mia curiosita' e' sempre andata a sbattere contro un muro di commovente naivete'. Questo e' solo un altro piccolo dubbio da appendere all'albero degli interrogativi irrisolti.
Perche' a quasi 30 anni dal varo della campagna 'Uno va bene', il titanico programma di contenimento demografico e di controllo della nascite a base di disincentivi sulla pelle degli eventuali secondogeniti, la pulce piazzata davanti alla locomotiva in corsa sta cominciando a generare i suoi effetti quantitativi - la popolazione cinese diminuira' a partire dal 2040 e il Paese perdera' il primato mondiale a favore dell'India - ma sta gia' provocando i primi scompensi qualitiativi. Un tempo fondata sul rispetto per gli anziani, la Cina e' oggi uno Stato asservito all'idolatria dei bambini. Cento milioni di piccoli Imperatori, figli unici nati all'alba del boom economico, viziati nella culla e cresciuti come spietati arrivisti laddove un tempo si onorava la famiglia e si veneravano i suoi membri piu' attempati.
Quattro anni fa, di Pechino mi aveva impressionato l'ottimismo acritico della gente di fronte al vortice del modernismo, una superficialita' inquietante perche' fatta di ignoranza ma trascinante e coinvolgente, perche' fatta di fiducia e di uno strato di umilita' e deferenza che condiva anche i rapporti con lo straniero. Spesso trattato come un capolavoro da fotografare. Attraversando una buona fetta del resto del Paese, oggi ho fatto il pieno di ammiccamenti e sguardi curiosi, ma quel trasporto e quel riguardo l'ho appena subodorato.Nulla a che vedere con le paventate forme di nazionalismo xenofobo, ma se all'epoca della febbre aviaria i pechinesi mi avevano avvolto in un alone magico, adesso mi devo accontentare di suscitare interesse. Sorpresa, non piu' meraviglia. E se da una parte pesa il consolidamento del benessere e la maggiore consapevolezza di se', dall'altra si percepisce un atteggiamento meno scanzonato e piu' egocentrico nei confronti della vita e degli altri. Me lo hanno confermato - da Jay a Paul - alcuni cinesi emigrati all'estero, che tornano a casa ogni anno e ogni anno trovano "un Paese che cambia". Economicamente in meglio, umanamente in peggio. Uno Stato nel quale il crollo delle ideologie ha creato un vuoto morale riempito alla rinfusa da valori protoborghesi e da Starbucks, anche nella Citta' Proibita. Nel giro di tre decenni, la Cina e' passata da importatore a produttore, da consumatore a investitore, e lo sviluppo e' andato di pari passo con il cambiamento di stili di vita e di mentalita'. La nazione rurale e patriarcale ha lasciato spazio a quella utilitaristica, che ha replicato il salto compiuto dall'Europa in tutto il Novecento nello schiocco di in una sola generazione. E la prossima si trovera' a vivere in un Paese tre volte piu' ricco degli Stati Uniti. Fra i problemi che pone il futuro, i miei soci apocalittici inseriscono ai primi posti la scarsita' di risorse, l'impatto ambientale, la gestione delle disuguaglianze e della previdenza. La legge del figlio unico sta causando anche un inarrestabile invecchiamento della popolazione. Quelli che esagerano, poi, aggiungono l'ordine sociale. Nella storia dell'umanita' le guerre sono esplose quando sistemi chiusi hanno smarrito il loro equilibrio, e la Cina dei 125 uomini ogni 100 donne (molte, ormai, single per scelta) sembra condannata ad allevare eserciti di pericolosi onanisti frustrati che pagano la vecchia e aberrante pratica dell'infanticidio femminile. Ma con uno sguardo gettato dal treno, le spalle del regno di mezzo sembrano solide e in grado di sopravvivere ad ogni urto: il Paese dei parchi zeppi di gente che gioca a domino e a morra, che pratica il tai chi, che improvvisa orchestrine e che blatera ininterrottamente per ore, mi ha sbalordito per le sue bellezze naturali, per la sua storia millenaria e per la sua capacita' di organizzazione e di controllo dell'intero meccanismo, per quell'ordine e quella relativa pulizia che sono i fiori all'occhiello del Partito e fanno alzare la voce ai bellimbusti iper-integrati, i sostenitori dello status quo. Della teoria per la quale un Paese cosi' grande e popoloso non puo' rischiare di incastrarsi nelle farragini della democrazia partecipativa e del multipartitismo, non puo' fermarsi a mettere in discussione il proprio autoritarismo e il rispetto dei diritti umani. Perche' la Cina ha fretta di riprendersi la leadership del pianeta. Negli ultimi 5000 anni i periodi in cui non lo e' stata rappresentano l'eccezione, e il secolo appena cominciato non fara' che rientrare nella norma. L'Occidente scoprira' forse che il capitalismo selvaggio, la produzione di massa per la massa senza frontiere protezionistiche e alla merce' del dumping - la concorrenza al ribasso - e' davvero il sistema che premia il piu' forte. Solo che questo non e' necessariamente il migliore, ma semplicemente il piu' numeroso. Se alla sicura supremazia economica domani si aggiungera' quella probabile militare, alla Cina non restera' che cercare di rimuovere i vecchi stereotipi per porsi come modello di riferimento, come Paese capace di imporre mode e stili, e allora anche l'ultimo tassello della sua rincorsa alla cima del mondo sara' sistemato. Insomma, chi vuole puo' cominciare a preparare le lettere di protesta e a mettersi l'anima in pace: siamo nati americani e invecchieremo cinesi. O tutt'al piu' indiani.

giovedì 18 ottobre 2007

L'isola che non c'è

Quell'acronimo - ADA - ci aveva incuriosito. Sinistramente ripetuto ad ogni angolo di Rocinha, suonava minaccioso e sapeva di losco. Non si scrive nulla per caso sui muri della favela piu' estesa e malfamata del Brasile, uno slum con una sua banca che fra le mura delle catapecchie ha generato milioni di affamati e migliaia di delinquenti, ispirato libri e film. "Significa Amigos dos Amigos - ci aveva spiegato il responsabile dell'asilo nido che stavamo sostentando - ed e' il nome Matt e Antheadella fazione che controlla il territorio". Per la precisione di un clan criminale che organizza ronde in motorino, gestisce una sottospecie di ordine pubblico parallelo, ad ogni incrocio dispone di vedette che comunicano in codice usando walkie talkie e che non gradisce le incursioni dell'antidroga. Anzi, le combatte a colpi di pistola. Come fanno intendere altri graffiti, i suoi vicoli purtidi demarcano la linha da morte. Matt e Anthea li ho conosciuti cosi', saltellando fra rivoli di fango e imboccando un gruppetto di bambini di Rio de Janeiro, cuccioli privilegiati in un contesto di degrado e violenza. Del Kent lui, di Sydney lei, sposati da tre anni, avevano deciso di riflettere sul loro futuro lavorativo in un ballo sudamericano lungo due mesi. Poi, a maggio, la mail illustrata che annunciava: '...fra l'Inghilterra e l'Australia abbiamo optato per Hong Kong, dove Matt lavorera' come analista per gli americani della Morgan Stanley e gestira' portafogli clienti da 10 milioni di dollari. P.s. Ti sei fidanzato?'. No, Anthe', no...

Il signore che ha progettato i bus notturni cinesi e' un piccolo genio. Ha coniugato la tradizione egiziana dei sarcofagi a quella russa del tetris per ideare un acuto gioco di incastri salvaspazio. Ai piedi di ogni letto le gambe del viaggiatore si infilano in un vano rigido che fa da basamento alla testa del letto anteriore. Parecchio ingegnoso, vagamente claustrofobico e inesorabilmente a dimensione di cinesino. Io ci provo per un po' a chiudere la tibia a libretto, ma alla fine desisto. Li' non c'entro.E sul bus che mi raccatta a Yangshuo non dormo un secondo. Ma e' un bene. Primo perche' ho la fortuna di ammirare la celebre alba di Shenzen, il regno del falso, la cittadina con la qualifica di prima zona economica speciale che a partire dagli anni Settanta ha raggranellato 30 miliardi di dollari di investimenti di aziende estere attratte dall'escamotage della delocalizzazione della produzione e si e' allargata fino a diventare la dimora di 8 milioni (e trecentomila) anime e l'icona dell'espansione urbanistica legata all'impennata econonimica della Cina. E poi nel corso della notte ho pure la possibilita' di avvertire un tizio di Guangzhou che sta inavvertitamente scendendo dal bus con le mie scarpe in mano, 'sto sbadato.

"WOW, allora vieni a stare da noi!". Quando due giorni prima avevo comunicato le mie intenzioni, la replica degli Whitehead era stata istantanea e entusiasta. "P.s. Ti sei fidanzato?" No, Anthe', no... Superata la frontierina sotterranea ("Senta, onorevole doganiere hongkonghese, mi fa il favore di apporre il timbro in quell'anfratto li', che' cominciano a scarseggiare le pag... Come non detto, buona giornata") non mi rimane che seguire piu' o meno fedelmente le indicazioni: trenino fino a Kowloon Tong, metro verde fino a Mong Kok, metro rossa fino alla fermata Central e ('Buongiorno, sir tassinaro, quanto costa una corsa fino al 62 di Robinson Road? Arrivederci, grazie') scarpinata a piedi fino ai piedi del picco Vittoria. Dove arrivo zuppo. Matt e Anthea sono in ufficio, il portiere in livrea ha le chiavi di una casa minimalista e sfacciatamente sbrilluccicante. "Tenga, signor Castelle" (zitto va, che con una maglietta cosi' e' meglio nascondere l'identita'), "L'appartamento e' al trentesimo piano". "L'ascensore funziona, vero?".

Protetta da uno statuto speciale venduto al pubblico dietro lo slogan approssimativo 'Un Paese, due sistemi', a dieci anni dall'annunciato, sofferto e incompleto ritorno alla madrepatria cinese, Hong Kong resta un chicco di occidente alla cantonese. Un granello di cosmopolitismo e senso civico all'inglese nell'area piu' economicamente in ascesa del pianeta. Primo porto mondiale per traffico di navi portacontainer e prima borsa dell'Oriente, la citta' vale piu' oro di quanto pesa la sua dislocazione strategica che spinse l'Inghilerra vittoriana a cercare un pretesto per scatenare le guerre dell'oppio pur di assicurarsi lo scalo migliore per la Compagnia delle Indie. Oggi, appesa ad un limbo istituzionale e identitario, di britannico gli e' rimasta l'organizzazione del lavoro, la guida a sinistra e una spolverata di boria da centro del mondo, anche se tutto attorno c'e' il mare. Che si vede - quando va bene - salendo oltre il ventesimo piano dei grattacieli del potere economico e della finanza speculativa. panorama dal 30° piano di Robinson Road   Fra qui e Shanghai centoventi anni fa fu fondata la banca HSBC, il cui logo compare sui dollari locali e sulla cui affidabilita' punto' anche Saddam Hussein, quando nella filiale di Amman decise di versare i risparmi di una vita. Qui il sindaco e' definito chief executive, la locuzione con la quale altrove si designa l'amministratore delegato di un'azienda. E sempre qui si stanno allungando gli appetiti di Pechino. Risanato lo strappo con il Partito dopo la vicenda della Sars - che qui ha lasciato una proliferazione di mascherine, guantini e precauzioni assortite - oggi il destino di Hong Kong sembra segnato. Non sventolando le velleita' indipendentiste di Taiwan, l'isoletta non verra' ricondotta all'ovile patrio con la minaccia delle armi ma fagocitata col potere dei soldi. Gia' oggi la Cina incentiva le sue societa' a legarsi all'Hang Seng, a quotarsi presso la borsa di Hong Kong, e un accordo bilaterale facilita l'ingresso dei facoltosi cinesi con voglie di shopping d'alto bordo. Cosi' come a Macao affluiscono in massa quelli affetti dalla sindrome del gioco d'azzardo. Come conseguenza di questa reciproca attrazione fatale, di imperfetto oggigiorno ad Hong Kong c'e' anzitutto la democrazia. Il Parlamento e' eletto solo in parte dal popolo, il resto e' espressione di corporazioni di lavoratori e di uomini di affari sui quali gravano sempre di piu' l'ingerenza, le intenzioni e soprattutto i metodi di Pechino. Liberticidi e intimidatori.Guarda, questa è Hong Kong! "Guarda,
questa è Hong Kong!", mi urla una no global locale che protesta davanti alla sede dell'autorita' monetaria. In tutto sono otto. Meno dei poliziotti e degli steward che impediscono il passaggio e l'esposizione di cartelli che rivendicano la cancellazione del debito dei Paesi poveri, lo stop delle privatizzazioni dei pubblici servizi e dei progetti distruttivi per l'ambiente. Il tutto contenuto in una missiva indirizzata a mister Olaf Unteroberdoerster, il rappresentante del Fondo Monetario Internazionale residente nella suite al settantanovesimo piano del grattacielo al numero 8 di Finance Street, lo stesso dove lavora Amaury, l'enfant prodige della BNP che a ventisette anni ne ha gia' alle spalle due di esperienza a Taiwan, uno qui e soprattutto due giorni a Dunhuang con me.

"Ciao, io mi chiamo Lucky e anche tu sei fortunato" (simpatico, ammazza). Poco dopo, un cupo ragazzotto del Punjab mi avvicina mentre sto archiviando l'insostenibile leggerezza su una panchina del porto, dalla quale i contorni della penisola di Kowloon e la sagoma di quel che sara' il terzo edificio piu' alto del mondo sono sfumati dietro una foschia che peggiora col passare delle ore. "Posso sedermi?" (certo, fratello). "Tu hai un grande cuore e una splendida testa"(si', per non parlare delle qualita' nascoste). "Sono uno studente di scienze astrologiche" (medicina no, eh?). "Questa e' la foto del mio padre spirituale" (quanto costa al grammo, quella roba?). "LuckyIo vedo l'aura di fortuna attorno a te" (e' pure pesante, allora...). "Sei una persona che vive amando; e di notte il tuo cervello non risposa ma si libra come una farfalla" (facciamo un caterpillar). "Sei fidanzato?" (Moretto, ti manda Anthea, vero?). "No?!? E' perche' ti piacciono gli uomini?" (Ho capito, ti manda Lo Monaco...). "Io vedo che c'e' una donna che ti pensa intensamente, giorno e notte" (Dev'essere mia madre, soffre di insonnia). "Che troverai l'amore e avrai tanto successo e denaro" (questo e' il futuro, invece nel presente quanto vuoi?). "Vedo dalla linea della vita che vivrai 85, forse 90 anni" (con quello che me sto a mangia' se arrivo a 70 e' grasso che cola)."E che nel prossimo mese la tua vita cambiera' con tre avvenimenti eccezionali". Questo lo so pure io: a Bangkok arriva Manu' con quattro libri, le infradito da spiaggia e il mio deodorante preferito. Non chiedo altro.